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I problemi non motori
I problemi urologici
Sono stato operato alla prostata: ecco la mia storia
Intervento in laparoscopia

I PROBLEMI
UROLOGICI
I
problemi urologici rappresentano una delle patologia più frequenti nella
popolazione anziana. Costituiscono, infatti, quasi l'80% dei disturbi
riscontrabili nella terza età.
In questi ultimi anni si stanno studiando sempre più dettagliatamente le
patologie urologiche che risultano maggiormente invalidanti. Basti pensare
all'incontinenza che può considerarsi uno dei disturbi più gravi,
soprattutto per l'anziano. Tali disturbi possono essere determinati dalla
malattia primaria (come, ad esempio, il morbo di Parkinson) oppure dalla
presenza di altre patologie concomitanti.
L'APPARATO
URINARIO
Per meglio
comprendere i problemi urologici ed, in particolare i disturbi urinari del
malato parkinsoniano, torna utile illustrare, brevemente, la funzionalità
dell'apparato urinario basso (Fig. 1). Questo apparato è costituito da:
- la vescica nella quale si raccolgono e si accumulano le urine,
provenienti, attraverso gli ureteri, dai reni. La giunzione
uretero-vescicale permette il passaggio delle urine dagli ureteri nella
vescica impedendone il reflusso;
- l'uretra, che trasporta le urine dalla vescica verso l'esterno.
Nell'uomo, l'uretra attraversa la parte centrale della prostata, situata
al di sotto della vescica.
La parete muscolare della vescica (detrusore) presenta la capacità di
distendersi, per consentire il riempimento e l'accumulo delle urine e di
contrarsi, per permettere lo svuotamento periodico vescicale. Lo sfintere
liscio (muscolo a forma di anello che funziona da "rubinettino"),
collega la vescica all'uretra ed è situato a livello del collo della
vescica. Attraverso la contrazione dello sfintere la vescica si chiude
affinché possa riempirsi e trattenere le urine. La resistenza dello
sfintere diminuisce quando si verifica lo svuotamento (minzione) della
vescica. In sintesi, l'apparato urinario basso, integro funzionalmente, è
caratterizzato da un ciclo minzionale bifasico: riempimento ed accumulo
delle urine nella vescica (prima fase), svuotamento della vescica (seconda
fase). Tutto ciò si verifica con un perfetto sincronismo. I disturbi
urologici vengono, pertanto, determinati dall'alterazione di questo
processo bifasico.
DISTURBI
UROLOGICI
Potenzialmente qualsiasi lesione neurologica che interessi il sistema
nervoso centrale o periferico (morbo di Parkinson, ictus cerebrale, traumi
midollari, sclerosi multipla, ecc.) può influire sulla dinamica della minzione, alterandone il
funzionamento. L'attività della minzione è una funzione volontaria.
Durante la minzione il flusso urinario può, infatti, essere interrotto
volontariamente.
NELLA MALATTIA DI
PARKINSON
Tra le malattie neurologiche anche il morbo di Parkinson potrebbe causare
nel malato taluni problemi urologici dovuti ad un alterato controllo
volontario dello stimolo della minzione.
Raramente tali disturbi urologici compaiono nelle prime fasi della
malattia. Nelle fasi successive, è stato rilevato che tali disturbi
possono interessare circa il 75% dei pazienti.
Tra questi:
- l'urgenza, desiderio imperioso e poco controllabile di urinare;
- la disuria, insistente stimolo ad urinare senza poi riuscirvi;
- la nicturia, il paziente si alza dal letto più volte durante la notte
per urinare;
- iscuria paradossa, fuoriuscita di sole poche gocce di urina a causa di
una vescica sovradistesa ed eccessivamente piena.
FUNZIONALITA'
DELLA VESCICA
Clinicamente, per misurare la funzionalità della vescica del paziente
parkinsoniano, lo specialista si avvale di indagini di tipo urodinamico.
Questi esami forniscono importanti dati quantitativi sugli eventi che si
verificano all'interno della vescica e nel collo della vescica durante il
ciclo bifasico della minzione. Tali indagini si suddividono
in tre parti:
- CISTOMETRIA, attraverso un piccolo catetere, la vescica viene riempita
con acqua oppure con gas. L'urologo controlla da un monitor la capacità
contrattile della vescica. Durante il riempimento della vescica viene
chiesto al paziente di segnalare il momento in cui inizia ad avvertire lo
stimolo. Quando lo stimolo diviene imperioso l'operatore chiede al
paziente di inibirlo il più possibile. In tal modo si può valutare se la
vescica viene controllata (o meno) dallo stesso cervello;
- FLUSSOMETRIA registra in quanto tempo viene espulsa una determinata
quantità di urina. Tale test è l'approccio più immediato e pratico per
misurare la funzionalità delle basse vie urinarie;
- ELETTROMIOGRAFIA
valuta l'attività muscolare dello sfintere durante le
fasi di riempimento o di svuotamento della vescica.
CARATTERISTICHE
DELLA VESCICA
Generalmente, la vescica del malato parkinsoniano appare ipereflessica
(ha, cioè, contrazioni involontarie che fanno aumentare la pressione
all'interno della vescica) con uno sfintere uretrale che presenta una
normale funzionalità. I sintomi sono quelli di una iperattività
vescicale. Consistono, cioè, in frequenti risvegli notturni a causa di un
maggior stimolo alla minzione oltreché in una impellenza minzionale
durante il giorno. In fase avanzata della malattia può insorgere
l'incontinenza urinaria diurna e la perdita involontaria di urina durante
il sonno. E', altresì, molto raro (8%) che in tali malati si riscontri
una vescica areflessica (vescica non contrattile). Tale ultima
caratteristica risulta associata, nella maggior parte dei casi, alla
sindrome di Shy-Drager (è, peraltro, dubbio se tale patologia sia una
forma di parkinsonismo oppure una malattia a sé stante).
INDAGINI
ACCURATE
E' necessario, prima di tutto, accertare, attraverso le indagini
urodinamiche, la causa dei disturbi urologici del malato parkinsoniano che
potrebbero essere collegati anche ad un altra patologia tipica della terza
età. Per esemplificare, l'incontinenza lamentata da una donna affetta da
morbo di Parkinson potrebbe derivare da un prolasso genitale (abbassamento
della vescica e dell'utero a causa sia del rilassamento della muscolatura
perineale, sia della variazione dei livelli ormonali, tipico nella
menopausa). Nell'uomo parkinsoniano, invece, i disturbi urologici
potrebbero essere determinati da un ingrossamento della prostata.
L'urologo potrà prescrivere la corretta terapia solamente dopo aver
individuato esattamente l'origine di tali disturbi urinari.
RITENZIONE
URINARIA
Nel caso in cui si verifichi una ritenzione urinaria, la vescica è
maggiormente soggetta ad infezioni (ad esempio, cistiti), causate dal
ristagno dell'urina. Nel malato parkinsoniano tali infezioni possono
essere anche una conseguenza della stessa stipsi. I germi eziologici che
causano le infezioni alle vie urinarie, sono presenti prevalentemente a
livello intestinale. Normalmente non sono patogeni, cioè non causano la
comparsa di infezioni, ma in caso di ristagno possono aumentare di numero
superando il livello ritenuto espressione di una infezione urinaria
(100.000 per millimetro cubo).
LA
TERAPIA
Il primo intervento terapeutico da attuare sempre, prima e durante
l'eventuale farmacoterapia, è costituito da suggerimenti su come
modificare le abitudini di vita per adattarsi alla nuova condizione e
minimizzarne gli effetti negativi. Si tratta di controllare l'entità e il
tipo di assunzione di liquidi cercando di non eccedere il litro al giorno
ed evitando o riducendo al minimo liquidi ed alimenti con proprietà
diuretiche (caffè, tè, alcolici, alcuni tipi di frutta, minestre
liquide, ecc.). Tali restrizioni vanno applicate con maggior rigore nelle
ore serali, per ridurre al minimo l'incidenza del fastidioso sintomo della
nicturia. Un'altra modifica delle abitudini che può risultare molto utile
agisce sulla scelta del momento in cui recarsi al bagno per urinare.
Solitamente siamo portati ad urinare quando avvertiamo un notevole stimolo
minzionale. Nei soggetti affetti dalla sindrome della vescica iperattiva
l'intervallo di tempo che intercorre tra il forte stimolo ed un episodio
di incontinenza da urgenza può essere estremamente ridotto, costringendo
i soggetti ad interrompere bruscamente l'attività eventualmente svolta e
mettendolo in serio disagio. In questi casi occorre cercare di svuotare la
vescica ad intervalli regolari, prima che si verifichi il forte stimolo.
Nelle persone più anziane o con grave handicap motorio sarà il personale
che lo assiste a ricordargli di urinare (minzione sollecitata).
Non raramente bastano solo questi accorgimenti per migliorare
sensibilmente i sintomi e di conseguenza la qualità di vita dei soggetti.
La terapia farmacologica si avvale essenzialmente di farmaci
anticolinergici (tolterodina, ossibutinina) che sono in genere molto
efficaci, anche se comportano frequentemente effetti collaterali (ad
esempio: secchezza della bocca). A questo riguardo, la tolterodina, avendo
una maggiore selettività per la vescica di quanto non la abbia per le
ghiandole salivari, risulta più vantaggiosa.
Di grande interesse sono anche alcune terapie endovescicali ancora in fase
sperimentale (iniezioni di tossina botulinica nella parete vescicale ed
istillazione di capsaicina o resiniferatossina).
CONSIGLI
PRATICI
In caso di incontinenza, per l'uomo si può ricorrere anche ad un
raccoglitore tipo condom (preservativo) che si applica sul pene con un
sacchetto di raccolta.
Per la donna si ricorre all'utilizzo di assorbenti protettivi
(pannoloni).
Per i problemi urinari notturni si raccomanda di evitare il ricorso al
catetere. Il catetere porta a sangue nelle urine, a calcolosi.
Applicando, inoltre, il catetere e tenendolo aperto, la vescica perde la
sua elasticità, cioè la capacità di distendersi per consentire il
riempimento e l'accumulo delle urine e di contrarsi per consentire lo
svuotamento vescicale.
La vescica diventa irrecuperabile.
PER
L'INCONTINENZA
L'utilizzo di speciali assorbenti protettivi (pannoloni) rappresenta una
adeguata ed efficace soluzione al disturbo dell'incontinenza. Il loro uso
permette, infatti, al malato di muoversi e di uscire con maggiore
sicurezza e tranquillità.
Gli attuali assorbenti sono costituiti da materiali superfiltranti in
grado di trattenere completamente l'urina e quindi di ridurre il rischio
della formazione di eventuali nonché fastidiose irritazioni epidermiche.
Attualmente si possono reperire in commercio tre diversi tipi di
pannoloni:
- sagomati, si adattano perfettamente alla forma anatomica del corpo;
- rettangolari, con barriera impermeabile (non sagomati);
- a mutandina, con chiusura laterale.
Quest'ultimo tipo di assorbenti risulta
particolarmente pratico e poco ingombrante.
Si può, inoltre, ricorrere a traverse salvaletto che saranno
particolarmente utili per coloro che presentano problemi urinari notturni,
da inserire al di sotto del lenzuolo.
La spesa per l'acquisto di pannoloni, cateteri vescicali, traverse
salvaletto risulta a carico dell'ASL, competente territorialmente, nel
caso in cui ricorrano i seguenti requisiti:
- il richiedente sia invalido civile;
- venga presentata alla stessa ASL una apposita richiesta, rilasciata da
parte del medico curante oppure dallo specialista.
al "Notiziario UP "


SONO STATO OPERATO ALLA PROSTATA: ECCO LA MIA STORIA
Bruno Origano - Presidente dell’Unione Parkinsoniani di Verona
Tutto
è cominciato lo scorso ottobre dopo che il medico ha valutato i risultati
delle mie analisi del sangue.
Dalle analisi, il valore del PSA* risultava aumentato e, quindi, secondo
il medico, occorreva eseguire ulteriori controlli per avere un quadro
diagnostico più sicuro.
Mi sono allora sottoposto a una visita urologica e ho effettuato
un’ecografia prostatica transrettale e biopsie multiple per l’esame
istologico del tessuto prostatico.
Purtroppo, dalle risultanze di queste indagini è emersa la diagnosi di
adenocarcinoma prostatico.
Non è stato facile accettare questa patologia che si aggiungeva alla
malattia di Parkinson che già mi causa tanti problemi.
Tuttavia, sostenuto dalla mia famiglia ma aiutato anche dal mio carattere
paziente e soprattutto dalla mia fede religiosa, ho seguito con fiducia i
consigli dei medici.
Ho anche effettuato una scintigrafia ossea per evidenziare l’esistenza o
meno di eventuali metastasi ossee ma, per fortuna, la mia malattia è stata
diagnosticata in una fase precoce e il risultato della scintigrafia è
stato negativo. Lo stesso urologo mi ha tranquillizzato sulle mie
condizioni di salute dicendomi che una diagnosi precoce ed un’adeguata
terapia possono consentire la guarigione di questa neoplasia nella maggior
parte dei pazienti.
I buoni risultati delle analisi hanno dato il via libera all’intervento
chirurgico che è ritenuto il trattamento di elezione per la cura del
tumore prostatico localizzato.
Per definire le modalità dell’asportazione del carcinoma, il neurologo che
mi segue da anni, mi ha messo in contatto con il Dr. Gaetano Grasso,
primario del reparto di Urologia della Clinica Pederzoli di Peschiera del
Garda (Verona) che esegue questo tipo di intervento con una tecnica
chirurgica innovativa, la laparoscopia.
Una metodica chirurgica che consente di operare attraverso alcune piccole
incisioni di circa 1 cm ognuna anziché attraverso un’unica incisione della
parete addominale, come avviene nella chirurgia tradizionale e che dà
anche maggiori vantaggi.
Il mio caso ne è un esempio. Ricorrendo alla laparoscopia ho, infatti,
ottenuto gli stessi risultati che avrei potuto avere con la chirurgia
oncologica tradizionale e nel contempo mi ha salvaguardato dalle
problematiche che un intervento chirurgico può causare in un malato
parkinsoniano.
L’effetto collaterale post-operatorio che maggiormente mi preoccupava era
l’insorgenza di vomito che mi avrebbe impedito, una volta risvegliato
dall’anestesia, di assumere la levodopa, il farmaco più efficace per
controllare i sintomi della malattia di Parkinson.
Un ritardo, infatti, nell’iniziare la terapia antiparkinson può
compromettere l’attività motoria del paziente, compresa anche la
respirazione e la deglutizione.
L’intervento è durato un’ora e dieci minuti. L’operazione, fortunatamente,
non solo è riuscita, ma non ha presentato complicazioni di sorta.
Il giorno dell’intervento, alle ore 7.00 della mattina, ho assunto la
prima dose di levodopa, alle 8.00 mi hanno trasportato in sala operatoria
dove il chirurgo si è accordato con l’anestesista su quale strategia
adottare.
Mi hanno addormentato alle ore 8.30. Alle 11.00 dovevo assumere la seconda
dose di levodopa. Mi sono risvegliato alle 11.30 ma non avevo alcun
sintomo di vomito. Questo perché l’anestesista, su indicazione dell’équipe
chirurgica, aveva aggiunto nella flebo sostanze antiemetiche.
Ho potuto, quindi, assumere, con cadenza naturale, la seconda dose di
levodopa e le successive senza alcun problema.
I miei timori della nausea e del vomito (che sono disturbi abbastanza
frequenti nel periodo postchirurgico) nascevano da una spiacevole
esperienza che mi era capitata lo scorso giugno.
Una piccola indigestione mi aveva procurato vomito e, conseguentemente, mi
era stato impossibile assumere i farmaci antiparkinson a base di levodopa,
provocandomi tre giorni di immobilismo: non riuscivo né a camminare, né a
deglutire.
Me la sono vista brutta. Il neurologo e l’opera paziente di mia moglie mi
hanno tirato fuori da quella situazione così critica attraverso pastiglie
antivomito.
Stavolta ha funzionato tutto per il verso giusto. Dopo cinque giorni
dall’intervento sono stato dimesso dall’ospedale.
Ringrazio l’équipe chirurgica e gli infermieri che hanno dimostrato
competenza, efficienza, affabilità e cortesia. Il Dr. Gaetano Grasso e la
sua èquipe
*IL PSA
(Prostatic Specific Antigen)
Il PSA è un
normale esame che prevede un prelievo di sangue per individuare i livelli
di antigene prostatico specifico, una glicoproteina prodotta dalla
prostata.
In presenza di un carcinoma, infatti, i valori del PSA aumentano perché le
cellule ghiandolari malate, infiammate o tumorali producono molto più PSA
delle cellule normali. Il superamento del valore soglia di 4 nanogrammi
per ml deve destare l’attenzione del medico in quanto possibile segno di
patologia neoplastica.

Intervento in laparoscopia
Che
cos’è la laparoscopia?
La laparoscopia è un intervento chirurgico che, a differenza della
chirurgia tradizionale che comporta l’apertura dell’addome attraverso una
ampia incisione, consente di operare attraverso alcune piccole incisioni
di circa 1 cm. ognuna. Per questo motivo la laparoscopia è da considerare
una tecnica chirurgica meno invasiva della chirurgia addominale
tradizionale.
Che cos’è il laparoscopio?
È un tubo rigido all’interno del quale ci sono delle fibre ottiche che
permettono il passaggio della luce che dà la possibilità di visionare gli
organi presenti all’interno dell’addome. Collegando una telecamera al
laparoscopio, l’immagine viene proiettata su di un monitor.
Cosa vuol dire creare la cavità laparoscopica?
Per poter vedere adeguatamente è necessario distendere la cavità
all’interno della quale è presente il laparoscopio. Per far ciò si
distende la cavità addominale gonfiandola con un gas inerte, la CO2.
C’è un apposito apparecchio, chiamato insufflatore, che pompa il gas nella
cavità, sempre attraverso il foro eseguito per introdurre il laparoscopio,
mantenendo una pressione massima di 12-13 mmHg.
Che tipo di anestesia è richiesta per una
laparoscopia?
Generalmente la laparoscopia si esegue in anestesia generale.
Tuttavia la minore invasività rispetto alle tecniche chirurgiche
tradizionali permette forme di anestesia più leggere e meglio
sopportabili. Inoltre le moderne tecnologie rendono l’anestesia
virtualmente priva di rischi.
Quanto dura un intervento in laparoscopia?
L’intervento laparoscopico, se eseguito da laparoscopisti esperti ha la
stessa durata, in alcuni casi anche minore, dell’intervento chirurgico
classico.
Quali sono i vantaggi della laparoscopia?
La laparoscopia presenta numerosi vantaggi rispetto alla chirurgia
tradizionale in quanto:
- la visione degli organi endoaddominali è perfetta, molto migliore che in
chirurgia tradizionale, di conseguenza l’atto chirurgico sarà più preciso;
- non ci sono cicatrici esterne;
- la non apertura dell’addome riduce il trauma sugli organi pelvici e
quindi favorisce la ripresa funzionale;
- si riduce conseguentemente anche il rischio di infezione dovuto alla
contaminazione con l’ambiente e da corpi estranei;
- il decorso post operatorio è molto più rapido con scarso dolore;
- la degenza è limitata a pochi giorni e anche la convalescenza è molto
breve;
- conseguentemente la ripresa delle normali attività lavorative e sociali
è notevolmente anticipata rispetto agli interventi tradizionali.
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