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STAMPA:
RACCOLTA DI NOTIZIE
ULTIMISSIME DALLA STAMPA
ULTIMISSIME DALLA SCIENZA
NOTIZIE SCIENTIFICHE pag. 4
NOTIZIE SCIENTIFICHE pag. 3
NOTIZIE SCIENTIFICHE pag. 2
NOTIZIE SCIENTIFICHE
pag. 1
Malattie della vista
Parkinson: cause ambientali
Piaghe da
decubito: terapia da Nobel per la pelle
Parkinson e cuore malato: affrontare il problema anche con l'alimentazione
Arriva la macchina correggi-cervello: la stimolazione magnetica transcranica
Studi sulla neuromelanina
per bloccare il Parkinson
Per combattere le discinesie indotte da levodopa
Chiarito il meccanismo della Corea di Huntington
Corea di Huntington scovata la proteina killer
Una molecola cura il Parkinson nei topi
Parkinson: neuroni che si spengono
Parkinson, un gene per bloccarlo
Luci e ombre della terapia genica
Parkinson, via alla prima cura genica
Sua santità la Papaia
Parkinson sotto assedio
La
genetica: il ruolo del DNA nella malattia di Parkinson
Che cosa è la malattia di Parkinson
Come si cura oggi la malattia di Parkinson
In vacanza: quando si paga
il ticket sulla ricetta
Quando
il pace-maker fa bene al Parkinson
Sì della FDA
al pace-maker cerebrale che allevia i sintomi del Parkinson - approvato anche
negli USA
Nuovi farmaci stimolatori per il morbo di
Parkinson
Staminali ripulite dal gene malato
Incontro all'Unione Parkinsoniani sulla gastroenterologia
I tanti volti del Parkinson
Test genetici

MALATTIE DELLA
VISTA
Un importante traguardo per curare le malattie della vista
degli anziani è stato raggiunto all’ospedale Oftalmico di Torino, che ha
acquistato nuove attrezzature per diagnosticare le patologie degenerative della
retina grazie allo stanziamento di Euro 180 mila da parte della Compagnia di San
Paolo.
L´Oftalmico sarà il primo ospedale pubblico a utilizzare il tomografo ottico a
radiazione coerente, il microperimetro e la lampada a fessura per microscopio
operatorio: strumenti ad altissima precisione capaci di individuare le più
piccole lesioni della retina e di indirizzare il paziente verso la terapia più
efficace.
La maculopatia è una patologia che ha un forte impatto sulla popolazione oltre i
sessant’anni.
Si manifesta con la crescente difficoltà a distinguere i contorni degli oggetti
e quindi a leggere, a scrivere e a riconoscere i volti delle persone e colpisce
il 20% circa degli anziani con più di 75 anni.
Tra le malattie senili più invalidanti, la maculopatia degenera fino a portare
alla cecità.
Ed è sempre all´Oftalmico che la scorsa estate è partita la sperimentazione di
una terapia rivoluzionaria che potrebbe rappresentare la prima cura efficace
contro la malattia: si chiama traslocazione retinica a 360 gradi e costituisce
l´alternativa alla terapia fotodinamica, la più diffusa, utile però solo a
rallentare il decorso della malattia.
(La Repubblica,
dicembre 2003)


PARKINSON: CAUSE AMBIENTALI
Uno
studio che
analizza i certificati di morte di più di 20.000 operai inglesi morti tra il
1967 e il 1997 conferma che l'esposizione prolungata a tossine industriali
aumenta il rischio di ammalarsi. Soprattutto se l'esposizione è prolungata e se
si tratta di solventi.
L'esposizione a solventi organici per più di 30 anni aumenta il rischio di
ammalarsi del 350%.
Un precedente
studio
italiano aveva già evidenziato una simile associazione
di rischio.
Anche i pesticidi sembrano poter causare la malattia, come dimostrato da studi
sia
epidemiologici
che
sperimentali.
"Assolta" (solo per il Parkinson) invece l'ecstasy: è stato ritirato uno studio
pubblicato su Science un anno fa. La versione ufficiale è che le etichette delle
fiale fossero state scambiate e le scimmie avrebbero ricevuto metanfetamina ('speed')
invece dell'ecstasy.
Neurology- settembre 2003


PIAGHE DA DECUBITO: TERAPIA DA NOBEL PER LA
PELLE
Utilizza il “Fattore di crescita” scoperto da Rita Levi Montalcini
Una ricerca d’interesse
sociale è stata pubblicata in questi giorni sulla rivista Annals of Internal
Medicine. Un gruppo di geriatri del Policlinico Gemelli di Roma, in
collaborazione con l’Istituto di neurobiologia del CNR, ha dimostrato che il
“Fattore di crescita” scoperto da Rita Levi Montalcini accelera la guarigione
delle ulcere da decubito.
La ricerca sull’utilizzo del “Fattore di crescita” nella cura delle piaghe
da decubito è stata condotta nella casa di lungo-degenza Santa Maria della Pace
di Fontecchio (L’Aquila), gestita dall’Università Cattolica di Roma, ove i
ricercatori hanno curato con il nuovo metodo 36 pazienti con grandi ulcere al
calcagno, per sei settimane. Spiega il Professore Roberto Bernabei, responsabile
della ricerca: “La scelta della casa di lungo-degenza è stata simbolica, per
dimostrare che anche senza grandi mezzi specifici l’anziano può essere assistito
nel migliore dei modi”.
“Anche la scelta del calcagno come sede di decubito da studiare è stata
significativa,- spiega Bernabei- perché si tratta di uno dei decubiti più
difficili da curare, ma più facile da valutare misurandone l’ulcerazione che si
riduce durante la terapia”.
L’importanza delle lesioni da decubito è nei numeri. L’11 per cento degli
ospedalizzati di oltre 65 anni va incontro a questa complicanza e la mortalità
da piaghe da decubito, che si infettano e provocano danni gravi nell’organismo
anziano, è quattro volte maggiore rispetto agli altri ricoverati in ospedale.
La sostanza in studio è il ben noto NGF (Nervous Growth Factor), fattore di
crescita delle strutture nervose, scoperto nel 1952 da Rita Levi Montalcini, per
il quale ricevette il premio Nobel.
Il gruppo di ricerca diretto dal Professore Bernabei ha iniziato uno studio
“controllato con placebo e con metodo a doppio cieco”.
Spiega il dottor Francesco Landi, firmatario della ricerca: “L’idea
dimostratasi vincente è stata quella di curare tutti allo stesso modo, con la
terapia locale tradizionale fatta di accurate medicazioni quotidiane. Però, in
metà dei pazienti selezionati è stata aggiunta, ad ogni medicazione, una
soluzione contenente il fattore di crescita. Dopo sei settimane, otto dei curati
con NGF erano completamente guariti al calcagno, mentre fra i curati senza NGF
solo uno era guarito.”
Aggiunge Bernabei: “Questa novità apre la strada ad una cura più efficace
sui decubiti. Ma per immettere in commercio, a costo ragionevole, la nuova cura
è da prevedere un’attesa di qualche anno. Intanto, mi preme ricordare che i
decubiti si evitano soprattutto con la più semplice buona volontà di assistenza,
quella di aiutare il paziente a cambiare posizione ogni dure ore”.
Le prospettive
Al Dottor Luigi Aloe, stretto collaboratore di Rita Levi Montalcini
all’Istituto di Neurobiologia del CNR di Roma che produce NGF, abbiamo chiesto
quali difficoltà s’incontrerebbero per una commercializzazione del NGF. “Come
altri fattori di crescita, anche l’NGF è già prodotto da alcune ditte americane,
la commercializzazione a basso costo, che richiederebbe cospicui investimenti,
potrebbe trovare proprio in questa ricerca una valida motivazione” spiega
Aloe.
Ma in quanto tempo potrà essere disponibile sul mercato? “Due-tre anni, il
tempo per una conferma su vasta scala e per l’autorizzazione del nuovo farmaco”-
precisa il ricercatore.
PER PREVENIRE LE PIAGHE DA DECUBITO
Ecco come si può prevenire la formazione delle piaghe da decubito:
- cambiare
la posizione del malato ogni due ore;
- usare un
materasso antidecubito (ad aria);
- fare
l’ispezione quotidiana della cute (può farla un familiare istruito dal medico: è
fondamentale riconoscere il primo rossore nelle zone a rischio (specialmente
sacro e calcagno), per intensificare le cure;
- curare
l’igiene della cute con sapone neutro diluito in acqua e non strofinando o,
peggio ancora, con alcool canforato.
-
favorire
l’idratazione della cute con “crema base idrofila” (quella che si usa per i
bambini).
Corriere Salute- Novembre 2003


PARKINSON E CUORE MALATO
AFFRONTARE IL PROBLEMA ANCHE CON L'ALIMENTAZIONE
Per saperne di più, l'Unione Parkinsoniani ha ospitato nella
sede di Parma, via Saffi n. 43, Tel. 0521/231318, il Presidente dell'Ordine dei
Medici chirurghi e odontoiatri della Provincia di Parma nonché specialista in
cardiologia Tiberio D'Aloia che, alla presenza di un pubblico piuttosto
consistente e della Presidente dell'Unione Parkinsoniani Giuliana Masini, è
intervenuto su "La patologia cardiovascolare nell'anziano e nel malato di
Parkinson": "E’ una malattia che
colpisce persone di media ed alta età- ha detto D’Aloia – e quindi si
tratta di capire le intersecazioni fra due patologie e le interferenze farmacologiche che esistono nelle terapie cardiovascolari e in quelle di
Parkinson: sinergie ed effetti collaterali dell’uno ed effetti collaterali
dell’altro”.
Naturalmente, non sono
mancati i suggerimenti per condurre una vita tranquilla e serena: “Esistono
suggerimenti dietologici – ha continuato D’Aloia – come ad esempio il
controllo del consumo del sale e il consumo di proteine animali. Ma anche
suggerimenti che riguardano il metodo esatto per misurare la pressione arteriosa
e tenerla sotto controllo, l’uso di diete particolari per la stipsi che
travaglia il Parkinson e che di fatto con i farmaci cardiovascolari si può
accentuare. E’ una malattia che ha avuto grande evoluzione: il merito della
farmacologia è notevole anche se non abbiamo ancora trovato una medicina ad hoc
che risolve il Parkinson. Esistono solo medicine che alleviano la malattia. Una
malattia importante proprio perché sta aumentando con l’aumento
dell’invecchiamento della popolazione”.
A Parma sono quasi mille le persone
affette dalla malattia di Parkinson: “La nostra associazione è nata alla fine
del 1992 – ha spiegato la presidente Giuliana Masini – per rispondere
alle necessità dei malati e delle loro famiglie. Per sentirsi più uniti ed
aiutati, in questo loro momento di crisi della vita. L’Unione Parkinsoniani è un
centro di aggregazione ed è diventata così un punto di riferimento per tutti i
malati: ci ritroviamo ogni settimana, organizziamo incontri informativi mensili
con specialisti, invitiamo psicologici che lavorano con gruppi di pazienti e di
familiari per fornire loro sostegno psicologico e pubblichiamo un notiziario per
la popolazione di Parma e Provincia, ma anche per i pazienti di altre città
italiane, proprio perché la nostra associazione è molto conosciuta.
Abbiamo prodotto una cassetta video con gli esercizi per la ginnastica, una
cassetta audio per la rieducazione della voce con i corrispondenti manuali ed un
manuale specifico che insegna ai malati le strategie per superare i blocchi
motori (freezing), curiamo il sito internet che riporta tutte le novità
scientifiche sulla malattia attraverso il quale i malati possono inviarci un
messaggio a cui i nostri specialisti risponderanno subito. Ci occupiamo della
vita del paziente e del mantenimento delle sue facoltà fisiche ed
intellettuali".
L’Unione Parkinsoniani non opera solo a Parma, si sono costituite due altre
associazioni a Perugia e a Verona e quindi, l’Unione Parkinsoniani è ora un
gruppo di associazioni di volontariato collegate fra di loro che hanno in comune
gli stessi scopi statutari a sostegno del malato parkinsoniano e della famiglia.


ARRIVA LA MACCHINA CORREGGI-CERVELLO
LA STIMOLAZIONE MAGNETICA TRANSCRANICA
Come una centrale elettrica: così funziona il cervello
umano. Le informazioni che arrivano dal mondo esterno vengono organizzate
tramite un dialogo tra neuroni, le sinapsi, basato su impulsi elettrici.
La stimolazione magnetica transcranica - frontiera tecnologica nel campo delle
neuroscienze - sfrutta la proprietà delle sinapsi e dei campi elettromagnetici
per curare alcune malattie del cervello e capirne meglio il funzionamento.
La tecnologia moderna ha origine nel 1985, quando Anthony Barker dell’Università
di Sheffield, in Gran Bretagna, riuscì a mettere a punto uno strumento che
creava corrente elettrica nel modello spinale. Da quel momento in poi i
ricercatori non ci misero molto a capire che si poteva fare la stessa cosa nel
cervello. Questo perché il cervello è una massa di neuroni che trasporta energia
elettrica – spiega Mark George, psichiatra alla Medical University del Sud
Carolina e pioniere nel campo -, e la stimolazione magnetica transcranica non è
che un trucco per produrre energia elettrica a livello di corteccia cerebrale
modificando, in un certo senso, la valenza magnetica delle cellule nervose.
COME FUNZIONA
La stimolazione magnetica transcranica si avvale di uno strumento costituito da
un generatore di corrente di elevata intensità e da una sonda mobile la quale
viene posta a diretto contatto con il capo del paziente.
Quando attivato, il generatore di corrente produce un campo elettrico che viene
veicolato lungo la sonda. Il campo elettrico, a sua volta, produce un campo
magnetico che ha la proprietà di poter raggiungere la corteccia senza alcuna
dispersione e, soprattutto, in modo non invasivo.
Una volta raggiunta dal campo elettromagnetico, la corteccia subisce una
depolarizzazione, cioè una modifica della sua attività elettrica.
“La stimolazione magnetica transcranica, dunque, è in grado – continua Mark
Gorge – di modificare il funzionamento di alcune zone del cervello e,
soprattutto, di correggerne le eventuali disfunzioni. A differenza delle
tecniche di neuroimaging, come la risonanza magnetica, la stimolazione magnetica
transcranica non fotografa, quindi, il cervello mentre è attivo, ma agisce
direttamente su una zona precisa, spesso da curare”.
LE APPLICAZIONI
“Studi recenti - spiega Mark George – hanno dimostrato che, dopo un
trattamento con la stimolazione magnetica transcranica, i neuroni rimangono
eccitati o inibiti per qualche ora”.
Tale fenomeno apre le porte a numerose applicazioni: dai pazienti colpiti da
ictus, i quali riescono a migliorare le prestazioni controllate dall’area del
cervello danneggiata, alla cura dell’epilessia.
Ma l’ultima frontiera, continua lo psichiatra, riguarda la cura delle malattie
mentali, come la depressione. Molti disturbi mentali, infatti, possono essere
spiegati come la conseguenza di un comportamento non sano dei neuroni in alcune
zone del cervello.
Più in particolare, pare che i neuroni facciano fatica a scambiarsi informazioni
uno con l’altro. E qui potrebbe intervenire la stimolazione magnetica
transcranica favorendo una comunicazione corretta tra una cellula e l’altra.
Tuttavia la ricerca nel campo delle malattie mentali è ancora agli albori e, a
oggi, l’elettroshock rimane più efficace della stimolazione magnetica
transcranica. Anche se gli esperti puntano a migliorare la nuova tecnica perché
meno dolorosa sia fisicamente sia psicologicamente.
LA RICERCA IN ITALIA
Anche nel nostro Paese alcuni centri di ricerca hanno iniziato a
usare la stimolazione magnetica transcranica. All’Istituto Santa Lucia di Roma,
per esempio, le ricerche sono all’avanguardia.
Massimo Olivieri, neurologo ricercatore presso il Santa Lucia, infatti, spiega
che “si stanno portando avanti ricerche innovative per comprendere il
funzionamento mentale in persone sane”.
In particolare, il gruppo di Roma è concentrato su come gli esseri umani
acquisiscono la percezione del tempo e sulle zone del cervello che la
controllano. “Dai primi risultati – continua Olivieri – pare che l’area che
coordina tale capacità sia la corteccia frontale destra.
Ma i ricercatori del Santa Lucia non si sono fermati qui: i loro studi sono
anche rivolti ai malati di Parkinson, un morbo che provoca una incapacità nella
valutazione delle cosiddette emozioni negative (per esempio, la rabbia, la
paura).
“Su questi pazienti- spiega il ricercatore – è stata applicata la
stimolazione magnetica transcranica per eccitare l’area motoria supplementare,
che si trova nella zona frontale del cervello e che è colpita dalla malattia. La
cosa interessante è che la zona è collegata al sistema limbico, il centro delle
nostre emozioni. I risultati preliminari sono buoni, nel senso che i pazienti,
dopo il trattamento con la stimolazione magnetica transcranica, sono stati molto
più veloci nel riconoscimento delle emozioni negative”.
Nelle persone, invece, con problemi di percezione dello spazio l’uso della
stimolazione magnetica transcranica è diverso. Per capire meglio basti pensare
agli occhi: per correggere un difetto della vista spesso viene bendato l’occhio
sano per stimolare quello malato. “In questo caso la stimolazione magnetica
transcranica – spiega il ricercatore – ha più o meno lo stesso compito: inibire
l’emisfero sano e far lavorare quello malato”. Quando, infatti, gli esseri
umani non riescono a rappresentare bene lo spazio, per esempio della parte
sinistra del corpo, significa che l’emisfero destro funziona male e che quello
sano, il sinistro, è sovreccitato.
Finora i risultati sono promettenti: i pazienti migliorano notevolmente la loro
capacità di percepire lo spazio dopo la cura.
Il sole 24 ore- novembre 2003


STUDI SULLA NEUROMELANINA PER BLOCCARE IL
PARKINSON
RICERCATORE: LUIGI ZECCA
CHI SONO
Studio l’invecchiamento cerebrale e i meccanismi neurodegenerativi del Morbo di
Parkinson. Ho 54 anni, una laurea in Chimica e una in Medicina e Chirurgia
presso l’Università di Milano. Sono primo ricercatore e responsabile della
sezione di ricerca sulle malattie Degenerative dell’Istituto di Tecnologie
Biomediche del CNR.
CHE COSA HO SCOPERTO
Il comportamento della neuromelanina. Si tratta di una sostanza di colore scuro
che in condizione di danno neuronale, per esempio nel caso del morbo di
Parkinson, viene rilasciata e causa la formazione di sostanze tossiche che
producono l’infiammazione e quindi la morte dei neuroni.
A loro volta, questi neuroni, morendo, rilasciano altra neuromelanina
perpetuando all’infinito il micidiale processo degenerativo. Ma la neuromelanina
svolge anche un’azione protettiva. Durante l’invecchiamento la sostanza si
accumula nei neuroni, all’interno dei quali non provoca alcun danno, ma
piuttosto un effetto protettivo.
PERCHE’ CI SERVIRA’
A bloccare, grazie ad alcune molecole, gli effetti dannosi della neuromelanina.
La catena di eventi che porta alla morte cellulare inizia quando uno o più
neuroni, a causa di uno stimolo tossico di tipo genetico-ambientale, muoiono
liberando la neuromelanina che, una volta fuori dalla cellula, innesca il
processo neurodegenerativo di cui abbiamo parlato. Grazie ai nuovi fondi
concessi al CNR dalla Fondazione “Michael J. Fox Foundation for Parkinson’s
Research” e dalla “Parkinson’s Disease Foundation- National Parkinson Foundation”,
stiamo cercando di riprodurre nel ratto questo processo infiammatorio cronico
indotto dalla neuromelanina e che si verifica nel cervello di coloro che sono
affetti da morbo di Parkinson. In questo modo sarà possibile studiare nuovi
farmaci per bloccare questo processo neuroinfiammatorio, che in un momento
successivo saranno sperimentati sui pazienti parkinsoniani.
“La macchina del tempo”- novembre 2003 |