ASSOCIAZIONE DI VOLONTARIATO A SOSTEGNO DEI MALATI DI MORBO DI PARKINSON

 

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STAMPA: RACCOLTA DI NOTIZIE
ULTIMISSIME DALLA STAMPA

ULTIMISSIME DALLA SCIENZA 
NOTIZIE SCIENTIFICHE pag. 4
NOTIZIE SCIENTIFICHE pag. 3
NOTIZIE SCIENTIFICHE pag. 2
NOTIZIE SCIENTIFICHE pag. 1



Malattie della vista
Parkinson: cause ambientali
Piaghe da decubito: terapia da Nobel per la pelle
Parkinson e cuore malato: affrontare il problema anche con l'alimentazione
Arriva la macchina correggi-cervello: la stimolazione magnetica transcranica
Studi sulla neuromelanina per bloccare il Parkinson
Per combattere le discinesie indotte da levodopa
Chiarito il meccanismo della Corea di Huntington
Corea di Huntington scovata la proteina killer
Una molecola cura il Parkinson nei topi
Parkinson: neuroni che si spengono
Parkinson, un gene per bloccarlo
Luci e ombre della terapia genica
Parkinson, via alla prima cura genica
Sua santità la Papaia
Parkinson sotto assedio
La genetica: il ruolo del DNA nella malattia di Parkinson
Che cosa è la malattia di Parkinson
Come si cura oggi la malattia di Parkinson

In vacanza: quando si paga il ticket sulla ricetta
Quando il pace-maker fa bene al Parkinson
Sì della FDA al pace-maker cerebrale che allevia i sintomi del Parkinson - approvato anche negli USA
Nuovi farmaci stimolatori per il morbo di Parkinson
Staminali ripulite dal gene malato
Incontro all'Unione Parkinsoniani sulla gastroenterologia
I tanti volti del Parkinson
Test genetici

 

MALATTIE DELLA VISTA

Un importante traguardo per curare le malattie della vista degli anziani è stato raggiunto all’ospedale Oftalmico di Torino, che ha acquistato nuove attrezzature per diagnosticare le patologie degenerative della retina grazie allo stanziamento di Euro 180 mila da parte della Compagnia di San Paolo.
L´Oftalmico sarà il primo ospedale pubblico a utilizzare il tomografo ottico a radiazione coerente, il microperimetro e la lampada a fessura per microscopio operatorio: strumenti ad altissima precisione capaci di individuare le più piccole lesioni della retina e di indirizzare il paziente verso la terapia più efficace.
La maculopatia è una patologia che ha un forte impatto sulla popolazione oltre i sessant’anni.
Si manifesta con la crescente difficoltà a distinguere i contorni degli oggetti e quindi a leggere, a scrivere e a riconoscere i volti delle persone e colpisce il 20% circa degli anziani con più di 75 anni.
Tra le malattie senili più invalidanti, la maculopatia degenera fino a portare alla cecità. Ed è sempre all´Oftalmico che la scorsa estate è partita la sperimentazione di una terapia rivoluzionaria che potrebbe rappresentare la prima cura efficace contro la malattia: si chiama traslocazione retinica a 360 gradi e costituisce l´alternativa alla terapia fotodinamica, la più diffusa, utile però solo a rallentare il decorso della malattia.                     
(La Repubblica,  dicembre 2003)

 

PARKINSON: CAUSE AMBIENTALI

Uno studio che analizza i certificati di morte di più di 20.000 operai inglesi morti tra il 1967 e il 1997 conferma che l'esposizione prolungata a tossine industriali aumenta il rischio di ammalarsi. Soprattutto se l'esposizione è prolungata e se si tratta di solventi.
L'esposizione a solventi organici per più di 30 anni aumenta il rischio di ammalarsi del 350%.
Un
precedente studio italiano aveva già evidenziato una simile associazione di rischio.
Anche i pesticidi sembrano poter causare la malattia, come dimostrato da studi sia
epidemiologici che sperimentali.
"Assolta" (solo per il Parkinson) invece l'ecstasy: è stato ritirato uno studio pubblicato su Science un anno fa. La versione ufficiale è che le etichette delle fiale fossero state scambiate e le scimmie avrebbero ricevuto metanfetamina ('speed') invece dell'ecstasy.
    
Neurology- settembre 2003


PIAGHE DA DECUBITO: TERAPIA DA NOBEL PER LA PELLE
Utilizza il “Fattore di crescita” scoperto da Rita Levi Montalcini

Una ricerca d’interesse sociale è stata pubblicata in questi giorni sulla rivista Annals of Internal Medicine. Un gruppo di geriatri del Policlinico Gemelli  di Roma, in collaborazione con l’Istituto di neurobiologia del CNR, ha dimostrato che il “Fattore di crescita” scoperto da Rita Levi Montalcini accelera la  guarigione delle ulcere da decubito.
La ricerca sull’utilizzo del “Fattore di crescita” nella cura delle piaghe da decubito è stata condotta nella casa di lungo-degenza Santa Maria della Pace di Fontecchio (L’Aquila), gestita dall’Università Cattolica di Roma, ove i ricercatori hanno curato con il nuovo metodo 36 pazienti con grandi ulcere al calcagno, per sei settimane. Spiega il Professore Roberto Bernabei, responsabile della ricerca: “La scelta della casa di lungo-degenza è stata simbolica, per dimostrare che anche senza grandi mezzi specifici l’anziano può essere assistito nel migliore dei modi”.
“Anche la scelta del calcagno come sede di decubito da studiare è stata significativa,- spiega Bernabei- perché si tratta di uno dei decubiti più difficili da curare, ma più facile da valutare misurandone l’ulcerazione che si riduce durante la terapia”.
L’importanza delle lesioni da decubito è nei numeri. L’11 per cento degli ospedalizzati di oltre 65 anni va incontro a questa complicanza e la mortalità da piaghe da decubito, che si infettano e provocano danni gravi nell’organismo anziano, è quattro volte maggiore rispetto agli altri ricoverati in ospedale.
La sostanza in studio è il  ben noto NGF (Nervous Growth Factor), fattore di crescita delle strutture nervose, scoperto nel 1952 da Rita Levi Montalcini, per il quale ricevette il premio Nobel.
Il gruppo di ricerca diretto dal Professore Bernabei ha iniziato uno studio “controllato con placebo e con metodo a doppio cieco”.
Spiega il dottor Francesco Landi, firmatario della ricerca: “L’idea dimostratasi vincente è stata quella di curare tutti allo stesso modo, con la terapia locale tradizionale fatta di accurate medicazioni quotidiane. Però, in metà dei pazienti selezionati è stata aggiunta, ad ogni medicazione, una soluzione contenente il fattore di crescita. Dopo sei settimane, otto dei curati con NGF erano completamente guariti al calcagno, mentre fra i curati senza NGF solo uno era guarito.”
Aggiunge Bernabei: “Questa novità apre la strada ad una cura più efficace sui decubiti. Ma per immettere in commercio, a costo ragionevole, la nuova cura è da prevedere un’attesa di qualche anno. Intanto, mi preme ricordare che i decubiti si evitano soprattutto con la più semplice buona volontà di assistenza, quella di aiutare il paziente  a cambiare posizione ogni dure ore”.
Le prospettive
Al Dottor Luigi Aloe, stretto collaboratore di Rita Levi Montalcini all’Istituto di Neurobiologia del CNR di Roma che produce NGF, abbiamo chiesto quali difficoltà s’incontrerebbero per una commercializzazione del NGF. “Come altri fattori di crescita, anche l’NGF è già prodotto da alcune ditte americane, la commercializzazione a basso costo, che richiederebbe cospicui investimenti, potrebbe trovare proprio in questa ricerca una valida motivazione” spiega Aloe.
Ma in quanto tempo potrà essere disponibile sul mercato? “Due-tre anni, il tempo per una conferma su vasta scala e per l’autorizzazione del nuovo farmaco”-  precisa il ricercatore.

PER PREVENIRE LE PIAGHE DA DECUBITO

Ecco come si può prevenire la formazione delle piaghe da decubito:
-         cambiare la posizione del malato ogni due ore;
-         usare un materasso antidecubito (ad aria);
-         fare l’ispezione quotidiana della cute (può farla un familiare istruito dal medico: è fondamentale riconoscere il primo rossore nelle zone a rischio (specialmente sacro e calcagno), per intensificare le cure;
-         curare l’igiene della cute con sapone neutro diluito in acqua e non strofinando o, peggio ancora, con alcool canforato.
-         favorire l’idratazione della cute con “crema base idrofila” (quella che si usa per i bambini).

Corriere Salute- Novembre 2003


PARKINSON  E CUORE MALATO
AFFRONTARE IL PROBLEMA ANCHE CON L'ALIMENTAZIONE

Per saperne di più, l'Unione Parkinsoniani ha ospitato nella sede di Parma, via Saffi n. 43, Tel. 0521/231318, il Presidente dell'Ordine dei Medici chirurghi e odontoiatri della Provincia di Parma nonché specialista in cardiologia Tiberio D'Aloia che, alla presenza di un pubblico piuttosto consistente e della Presidente dell'Unione Parkinsoniani Giuliana Masini, è intervenuto su "La patologia cardiovascolare nell'anziano e nel malato di Parkinson":  "E’ una malattia che colpisce persone di media ed alta età- ha detto D’Aloia – e quindi si tratta di capire le intersecazioni fra due patologie e le interferenze farmacologiche che esistono nelle terapie cardiovascolari e in quelle di Parkinson: sinergie ed effetti collaterali dell’uno ed effetti collaterali dell’altro”.
Naturalmente, non sono mancati i suggerimenti per condurre una vita tranquilla e serena: “Esistono suggerimenti dietologici – ha continuato D’Aloia – come ad esempio il controllo del consumo del sale e il consumo di proteine animali. Ma anche suggerimenti che riguardano il metodo esatto per misurare la pressione arteriosa e tenerla sotto controllo, l’uso di diete particolari per la stipsi che travaglia il Parkinson e che di fatto con i farmaci cardiovascolari si può accentuare. E’ una malattia che ha avuto grande evoluzione: il merito della farmacologia è notevole anche se non abbiamo ancora trovato una medicina ad hoc che risolve il Parkinson. Esistono solo medicine che alleviano la malattia. Una malattia importante proprio perché sta aumentando con l’aumento dell’invecchiamento della popolazione”.
A Parma sono quasi mille le persone affette dalla malattia di Parkinson: “La nostra associazione è nata alla fine del 1992 – ha spiegato la presidente Giuliana Masini – per rispondere alle necessità dei malati e delle loro famiglie. Per sentirsi più uniti ed aiutati, in questo loro momento di crisi della vita. L’Unione Parkinsoniani è un centro di aggregazione ed è diventata così un punto di riferimento per tutti i malati: ci ritroviamo ogni settimana, organizziamo incontri informativi mensili con specialisti, invitiamo psicologici che lavorano con gruppi di pazienti e di familiari per fornire loro sostegno psicologico e pubblichiamo un notiziario per la popolazione di Parma e Provincia, ma anche per i pazienti di altre città italiane, proprio perché la nostra associazione è molto conosciuta.
Abbiamo prodotto una cassetta video con gli esercizi per la ginnastica, una cassetta audio per la rieducazione della voce con i corrispondenti manuali ed un manuale specifico che insegna ai malati le strategie per superare i blocchi motori (freezing), curiamo il sito internet che riporta tutte le novità scientifiche sulla malattia attraverso il quale i malati possono inviarci un messaggio a cui i nostri specialisti risponderanno subito. Ci occupiamo della vita del paziente e del mantenimento delle sue facoltà fisiche ed intellettuali".
L’Unione Parkinsoniani non opera solo a Parma, si sono costituite due altre associazioni a Perugia e a Verona e quindi, l’Unione Parkinsoniani è ora  un gruppo di associazioni di volontariato collegate fra di loro che hanno in comune gli stessi scopi statutari a sostegno del malato parkinsoniano e della famiglia.


 

ARRIVA LA MACCHINA CORREGGI-CERVELLO
LA STIMOLAZIONE MAGNETICA TRANSCRANICA

 Come una centrale elettrica: così funziona il cervello umano. Le informazioni che arrivano dal mondo esterno vengono organizzate tramite un dialogo tra neuroni, le sinapsi, basato su impulsi elettrici.
La stimolazione magnetica transcranica - frontiera tecnologica nel campo delle neuroscienze - sfrutta la proprietà delle sinapsi e dei campi elettromagnetici per curare alcune malattie del cervello e capirne meglio il funzionamento.
La tecnologia moderna ha origine nel 1985, quando Anthony Barker dell’Università di Sheffield, in Gran Bretagna, riuscì a mettere a punto uno strumento che creava corrente elettrica nel modello spinale. Da quel momento in poi i ricercatori non ci misero molto a capire che si poteva fare la stessa cosa nel cervello. Questo perché il cervello è una massa di neuroni che trasporta energia elettrica – spiega Mark George, psichiatra alla Medical University del Sud Carolina e pioniere nel campo -, e la stimolazione magnetica transcranica non è che un trucco per produrre energia elettrica a livello di corteccia cerebrale modificando, in un certo senso, la valenza magnetica delle cellule nervose.
COME FUNZIONA
La stimolazione magnetica transcranica si avvale di uno strumento costituito da un generatore di corrente di elevata intensità e da una sonda mobile la quale viene posta a diretto contatto con il capo del paziente.
Quando attivato, il generatore di corrente produce un campo elettrico che viene veicolato lungo la sonda. Il campo elettrico, a sua volta, produce un campo magnetico che ha la proprietà di poter raggiungere la corteccia senza alcuna dispersione e, soprattutto, in modo non invasivo.
Una volta raggiunta dal campo elettromagnetico, la corteccia subisce una depolarizzazione, cioè una modifica della sua attività elettrica.
“La stimolazione magnetica transcranica, dunque, è in grado – continua Mark Gorge – di modificare il funzionamento di alcune zone del cervello e, soprattutto, di correggerne le eventuali disfunzioni. A differenza delle tecniche di neuroimaging, come la risonanza magnetica, la stimolazione magnetica transcranica non fotografa, quindi, il cervello mentre è attivo, ma agisce direttamente su una zona precisa, spesso da curare”.
LE APPLICAZIONI
“Studi recenti - spiega Mark George – hanno dimostrato che, dopo un trattamento con la stimolazione magnetica transcranica, i neuroni rimangono eccitati o inibiti per qualche ora”.
Tale fenomeno apre le porte a numerose applicazioni: dai pazienti colpiti da ictus, i quali riescono a migliorare le prestazioni controllate dall’area del cervello danneggiata, alla cura dell’epilessia.
Ma l’ultima frontiera, continua lo psichiatra, riguarda la cura delle malattie mentali, come la depressione. Molti disturbi mentali, infatti, possono essere spiegati come la conseguenza di un comportamento non sano dei neuroni in alcune zone del cervello.
Più in particolare, pare che i neuroni facciano fatica a scambiarsi informazioni uno con l’altro. E qui potrebbe intervenire la stimolazione magnetica transcranica favorendo una comunicazione corretta tra una cellula e l’altra. Tuttavia la ricerca nel campo delle malattie mentali è ancora agli albori e, a oggi, l’elettroshock rimane più efficace della stimolazione magnetica transcranica. Anche se gli esperti puntano a migliorare la nuova tecnica perché meno dolorosa sia fisicamente sia psicologicamente.
LA RICERCA IN ITALIA
Anche nel nostro Paese alcuni centri di ricerca hanno iniziato a usare la stimolazione magnetica transcranica. All’Istituto Santa Lucia di Roma, per esempio, le ricerche sono all’avanguardia.
Massimo Olivieri, neurologo ricercatore presso il Santa Lucia, infatti, spiega che “si stanno portando avanti ricerche innovative per comprendere il funzionamento mentale in persone sane”.
In particolare, il gruppo di Roma è concentrato su come gli esseri umani acquisiscono la percezione del tempo e sulle zone del cervello che la controllano. “Dai primi risultati – continua Olivieri – pare che l’area che coordina tale capacità sia la corteccia frontale destra.
Ma i ricercatori del Santa Lucia non si sono fermati qui: i loro studi sono anche rivolti ai malati di Parkinson, un morbo che provoca una incapacità nella valutazione delle cosiddette emozioni negative (per esempio, la rabbia, la paura).
“Su questi pazienti- spiega il ricercatore – è stata applicata la stimolazione magnetica transcranica per eccitare l’area motoria supplementare, che si trova nella zona frontale del cervello e che è colpita dalla malattia. La cosa interessante è che la zona è collegata al sistema limbico, il centro delle nostre emozioni. I risultati preliminari sono buoni, nel senso che i pazienti, dopo il trattamento con la stimolazione magnetica transcranica, sono stati molto più veloci nel riconoscimento delle emozioni negative”.
Nelle persone, invece, con problemi di percezione dello spazio l’uso della stimolazione magnetica transcranica è diverso. Per capire meglio basti pensare agli occhi: per correggere un difetto della vista spesso viene bendato l’occhio sano per stimolare quello malato. “In questo caso la stimolazione magnetica transcranica – spiega il ricercatore – ha più o meno lo stesso compito: inibire l’emisfero sano e far lavorare quello malato”. Quando, infatti, gli esseri umani non riescono a rappresentare bene lo spazio, per esempio della parte sinistra del corpo, significa che l’emisfero destro funziona male e che quello sano, il sinistro, è sovreccitato.
Finora i risultati sono promettenti: i pazienti migliorano notevolmente la loro capacità di percepire lo spazio dopo la cura.                                                                                  Il sole 24 ore- novembre 2003


 STUDI SULLA NEUROMELANINA PER BLOCCARE IL PARKINSON

RICERCATORE: LUIGI ZECCA
CHI SONO
Studio l’invecchiamento cerebrale e i meccanismi neurodegenerativi del Morbo di Parkinson. Ho 54 anni, una laurea in Chimica e una in Medicina e Chirurgia presso l’Università di Milano. Sono primo ricercatore e responsabile della sezione di ricerca sulle malattie Degenerative dell’Istituto di Tecnologie Biomediche del CNR.
CHE COSA HO SCOPERTO
Il comportamento della neuromelanina. Si tratta di una sostanza di colore scuro che in condizione di danno neuronale, per esempio nel caso del morbo di Parkinson, viene rilasciata e causa la formazione di sostanze tossiche che producono l’infiammazione e quindi la morte dei neuroni.
A loro volta, questi neuroni, morendo, rilasciano altra neuromelanina perpetuando all’infinito il micidiale processo degenerativo. Ma la neuromelanina svolge anche un’azione protettiva. Durante l’invecchiamento la sostanza si accumula nei neuroni, all’interno dei quali non provoca alcun danno, ma piuttosto un effetto protettivo.
PERCHE’ CI SERVIRA’
A bloccare, grazie ad alcune molecole, gli effetti dannosi della neuromelanina. La catena di eventi che porta alla morte cellulare inizia quando uno o più neuroni, a causa di uno stimolo tossico di tipo genetico-ambientale, muoiono liberando la neuromelanina che, una volta fuori dalla cellula, innesca il processo neurodegenerativo di cui abbiamo parlato. Grazie ai nuovi fondi concessi al CNR dalla Fondazione “Michael J. Fox Foundation for Parkinson’s Research” e dalla “Parkinson’s Disease Foundation- National Parkinson Foundation”, stiamo cercando di riprodurre nel ratto questo processo infiammatorio cronico indotto dalla neuromelanina e che si verifica nel cervello di coloro che sono affetti da morbo di Parkinson. In questo modo sarà possibile studiare nuovi farmaci per bloccare questo processo neuroinfiammatorio, che in un momento successivo saranno sperimentati sui pazienti parkinsoniani.
                                                                                                   “La macchina del tempo”- novembre 2003

 

 

PER COMBATTERE LE DISCINESIE INDOTTE DA LEVODOPA

Un gruppo di ricercatori francesi dell’Istituto Inserm di Parigi, hanno dimostrato che un composto denominato BP897 è in grado di riprodurre l’effetto terapeutico della levodopa senza indurre discinesie in un modello animale di malattia di Parkinson. Il meccanismo di azione del composto consiste nella stimolazione parziale dei recettori dopaminergici di tipo 3 fino ad un livello sufficiente per fornire attività terapeutica, ma insufficiente per determinare una loro attivazione eccessiva associata ad effetti indesiderati quali le discinesie.
I ricercatori ora si propongono di iniziare ricerche con BP897 nell’uomo.

Notiziario n. 25 dell’Associazione Parkinson di Trento

 

CHIARITO IL MECCANISMO DELLA COREA DI HUNTINGTON

Svelato il “trucco” dell’huntingtina, la proteina che se difettosa, provoca la Corea di Huntington (malattia neurologica degenerativa, che porta ad un lento declino delle capacità psicofisiche). Il suo segreto sta nel bloccare alcune proteine (tra cui una chiamata Rest) che “spengono” un gene protettivo fondamentale, il Bdnf (Brain derived neutrophic factor). La scoperta equivale ad avere trovato un nuovo target farmacologico specifico da usare nella cura della malattia e d’altre patologie del sistema nervoso. Finanziata da Telethon, la ricerca è opera del gruppo coordinato da Elena Cattaneo del Dipartimento di Farmacologia dell’Università di Milano.

Il sole 24 ore- settembre 2003


 

 COREA DI HUNTINGTON SCOVATA LA PROTEINA KILLER

Rivelato il meccanismo della malattia rara di matrice genetica

Il primo lavoro che chiarisce gli aspetti fondamentali della malattia di Huntington, è stato pubblicato questo mese sulla prestigiosa rivista Nature Genetics. La ricerca, finanziata da Telethon, è stata svolta dal gruppo della professoressa Elena Cattaneo presso l’Università Statale di Milano. “Alla luce di questi nuovi risultati, ottenuti con una ricerca di base” afferma Cattaneo “è possibile oggi pensare a come progettare un farmaco per trattare efficacemente una malattia fino a questo momento ritenuta incurabile. Tanto lavoro va ancora fatto, ma il meccanismo è stato chiarito e per noi ora non è più come cercare di riparare una automobile senza sapere esattamente quale e dove sia l’ingranaggio rotto”.

La Corea di Huntington è una grave patologia genetica (ciascun figlio ha il 50% di rischio di ereditare il gene mutato) che porta alla morte dei neuroni responsabili del movimento (neuroni striati) e di quelli che presiedono alla sfera sociale ed emotiva (cellule dell’ippocampo): E’ una patologia rara (un caso su diecimila) e solo recentemente c’è stato un forte impulso alla ricerca di base, prodromo necessario per arrivare ad una terapia. Per anni, l’attenzione degli scienziati si è concentrata sulla proteina mutata, ritenuta fortemente tossica. E’ stato però necessario spostare il campo di ricerca sull’huntingtina sana per arrivare a chiarire i meccanismi fisiologici che provocano l’insorgenza della patologia.

“La proteina” spiega Elena Cattaneo “è espressa in tutte le cellule dell’organismo, ma quando è mutata provoca danni solo nel cervello e soprattutto nello striato, zona che controlla i movimenti. Nel 2000 abbiamo dimostrato che l’huntingtina sana agisce da proteina “salva-neuroni”. L’anno successivo abbiamo chiarito che la morte dei neuroni è dovuta ad un minore funzionamento della proteina e non alla tossicità dell’huntingtina mutata. Era diventato finalmente chiaro che il meccanismo d’azione della proteina consiste nel regolare la produzione di un fattore chimico, Brain Derived Neutrophic Factor (BDNF), fondamentale per la sopravvivenza dei neuroni striati”.

Questa scoperta ha aperto molteplici vie d’indagine, ma soprattutto ha acceso una speranza nei confronti di possibili terapie. Restava, però, da chiarire quale fosse l’esatto meccanismo. La nuova scoperta del laboratorio della professoressa Cattaneo ha dimostrato che la proteina normale stimola la produzione di BDNF interagendo con un “interruttore-bersaglio”, un frammento di DNA (55 paia di basi) che regola l’attività del gene.

La proteina mutata non è più in grado di accendere questa piccola porzione regolatoria e quindi il fattore neuronale non viene più prodotto.

A questa importante scoperta se ne è aggiunta una altra: il frammento di DNA (55 pb) che costituisce l’interruttore bersaglio regola con lo stesso meccanismo, non soltanto il BDNF, ma anche altri 20 geni neuronali (sinapsi e neurotrasmettitori), presenti anche in altre aree del cervello. Questo spiegherebbe perché i malati di Corea di Huntington presentano una sofferenza generale del sistema nervoso, anche se il processo degenerativo più grave è rappresentato dalla morte dei neuroni responsabili del movimento.

Il passo successivo sarà individuare un composto chimico capace di svolgere le funzioni dell’huntingtina e quindi di costituire il principio attivo di un nuovo farmaco. Un tempo questo processo avrebbe richiesto decenni, ma oggi le case farmaceutiche dispongono di milioni di composti chimici, anche ignoti, da testare e di sistemi di screening automatizzati capaci di analizzare un centinaio di sostanze a settimana.

“Questi studi sono molto costosi” conclude Cattaneo "ma spero che le aziende investano in questa ricerca anche se la Corea di Huntington è una malattia rara".
La Repubblica Salute- settembre 2003

 

UNA MOLECOLA CURA IL PARKINSON NEI TOPI

Un gruppo di ricercatori dell’Università Columbia di New York, ha dimostrato che somministrando a topi sofferenti di Parkinson una sostanza nota come D-beta-Hb si ottiene un miglioramento delle funzioni cerebrali e si riesce a ridurre i disturbi motori. D–beta-Hb è una molecola già utilizzata nella cura contro l’epilessia e la speranza dei ricercatori, guidati da Serge Przedborski, è che si possa dimostrare utile anche nel trattamento della patologia nell’uomo. I risultati sono stati pubblicati sul “Journal of clinical investigation”.
Il sole 24 ore- settembre 2003


 

PARKINSON: NEURONI CHE SI SPENGONO

La malattia di Parkinson è una patologia degenerativa del sistema nervoso, clinicamente definita dalla associazione di rigidità, tremore, rallentamento dei movimenti, in genere ad esordio asimmetrico e decorso progressivo. Sul piano neuropatologico è caratterizzata da una progressiva perdita dei neuroni della sostanza nera, un nucleo del tronco cerebrale formato da cellule pigmentate che producono dopamina, sostanza che esercita una importante azione sul controllo del movimento. Si tratta di una forma morbosa non rara, con un esordio in genere intorno ai 55-60 anni, anche se è possibile l’inizio più precoce o più tardivo. Si ritiene che in Italia circa 100.000 siano le persone affette da malattia di Parkinson. La causa della malattia non è nota, anche se è verosimile che sia dovuta a fattori genetici predisponenti associati a cause ambientali, non ancora pienamente identificate. Solo il 10% circa dei casi ha una storia familiare positiva per malattia di Parkinson e alcuni geni responsabili per queste forme morbose ad esordio precoce sono stati recentemente identificati.

La malattia si manifesta sul piano clinico con tremore a riposo, che tende a ridursi durante il movimento volontario, si accentua negli stati di ansia o con le emozioni o quando il soggetto si sente osservato, per scomparire completamente durante il sonno. Costante è la rigidità muscolare, che può interessare sia i muscoli assiali che i muscoli degli arti, con una prevalenza ai muscoli flessori, con un atteggiamento in lieve generale flessione. La motilità è ridotta e con lentezza vengono eseguiti tutti i movimenti, sia automatici che volontari. I sintomi, all’esordio, sono in genere asimmetrici, anche se con il passare degli anni tendono a generalizzare. In molti casi è presente anche una instabilità nel mantenimento di una corretta postura, in specie durante la marcia o il dietro-front, con conseguenti alterazioni dell’equilibrio e cadute a terra.

La diagnosi di malattia di Parkinson rimane una diagnosi clinica e vanno differenziate alcune forme morbose, che sono simili alla malattia di Parkinson, i Parkinsonismi sintomatici o i Parkinsonismi atipici, ma che si caratterizzano per la presenza di alcuni sintomi specifici e per le diverse alterazioni neuropatologiche e, soprattutto, per la mancata risposta alla terapia con levodopa, al contrario della vera malattia di Parkinson. Infatti, i malati rispondono bene alla levodopa per molto tempo. Dopo un periodo variabile, da alcuni a 10-15 anni, possono però comparire dei sintomi caratterizzati da fluttuazioni della attività motoria (on-off) o da improvvisa impossibilità d’iniziare o proseguire la deambulazione (freezing) o ancora dalla comparsa di movimenti involontari patologici (discinesie). Tali fenomeni sono dovuti in parte alla progressione della malattia, in parte ad effetti collaterali dovuti all’uso cronico della levodopa. Attualmente si tende a posticipare l’uso della levodopa, privilegiando, in una fase iniziale, i farmaci dopaminoagonisti (che agiscono direttamente sul recettore dopaminergico), che hanno una minore efficacia clinica ma anche minori effetti collaterali a lungo termine.

Di particolare interesse, negli ultimi anni, è stato lo sviluppo della terapia chirurgica con l’uso di elettrodi di stimolazione che vengono inseriti, con tecniche stereotassiche particolarmente precise e sofisticate, in aree precise dei nuclei profondi encefalici (in genere nel nucleo subtalamico), e che possono determinare un miglioramento significativo della sintomatologia. Tali tecniche di stimolazione cerebrale profonda (deep brain stimulation) trovano per ora indicazione in casi relativamente giovani, che presentano fluttuazioni motorie e movimenti involontari patologici non controllabili dalla terapia medica.

Dott. Giovanni Luigi Mancardi- Professore Straordinario di Neurologia- Università di Genova

La Repubblica- Salute settembre 2003


PARKINSON, UN GENE PER BLOCCARLO

Il primo test di una nuova, rivoluzionaria e già controversa terapia genica per il trattamento del morbo di Parkinson, è stato eseguito a New York da un gruppo della Cornell University, guidato da Michael Kaplitt. Volontario della sperimentazione, la prima al mondo di questo tipo, è un 55enne colpito dalla malattia. I ricercatori hanno iniettato nel cervello, tramite un piccolo foro, il gene che stimola la produzione del neurotrasmettitore GABA, trasportato da un virus parente di quello del raffreddore. Nel cervello sono state inserite 3,5 miliardi di particelle virali, ognuna con una copia del gene che dovrebbe ridurre i principali sintomi della malattia, come il tremore e i movimenti incontrollabili. Il test è in fase clinica 1 (mira solo ad assicurare che non insorgano danni alla salute) ed è stato autorizzato su 12 pazienti colpiti dal morbo in forma grave. Una serie di esperti lo giudica però troppo pericoloso: si teme che le particelle virali usate possano danneggiare il cervello e distruggere grandi quantità di neuroni. I primi esiti sulla sicurezza del trattamento si avranno tra due-tre mesi. La terapia, che mira a bloccare il processo di degenerazione delle cellule nervose innescato dal Parkinson e a fermare così una progressione finora ritenuta inesorabile, non sostituisce geni malati, ma si serve di un gene per resettare le cellule che si trovano nell’area del cervello che controlla i movimenti, rese iperattive dal morbo.

La Repubblica- Salute settembre 2003

 

LUCI E OMBRE DELLA TERAPIA GENICA

Il Parkinson sembra avere i giorni contati perché si rincorrono le notizie di nuove terapie: farmaci innovativi, nuove procedure chirurgiche, terapie geniche.
Il 18 agosto il Signor Klein, 55enne di New York, malato da oltre 10 anni e con i movimenti involontari e le fluttuazioni motorie tipiche delle fasi avanzate, ha deciso di essere il primo a sperimentare la terapia genica.
Una équipe neurochirurgica guidata dal Dott. Kaplitt della Cornell University-Presbyterian Hospital ha inettato nei due nuclei subtalamici del paziente circa tre bilioni di particelle virali, precisamente di adenovirus modificati e contenenti il gene per l’enzima GAD.
I neuroni infettati dal virus dovrebbero essere “transdotti”, cominciando a produrre una sostanza inibitoria il GABA: i nuclei subtalamici potrebbero cessare di stimolare i nuclei vicini, anzi li inibirebbero riducendo così i sintomi della malattia.
Ciò che oggi si ottiene posizionando due elettrodi che scaricano impulsi ad alta frequenza sui due subtalami s’otterrebbe con un’infezione virale che trasformerebbe i neuroni subtalamici in neuroni inibitori.
Il Signor Klein è il primo di dodici malati che si sottoporranno all’esperimento approvato dall’FDA.
Lo studio valuterà eventuali effetti negativi della procedura, ad esempio, lo sviluppo di encefalite virale e non la sua eventuale efficacia sul Parkinson.
Secondo il presidente della Società Internazionale del Parkinson “è un esperimento folle”; altri colleghi non sono stati così negativi, ma sicuramente molto critici.
Personalmente ritengo che sia uno studio innovativo ma avventuroso per mancanza di solide basi sperimentali nell’animale da laboratorio.
Si ripete un po’ la storia delle cellule staminali, potenzialmente in grado di rimpiazzare i neuroni dopaminergici la cui degenerazione è alla base della malattia: purtroppo non si riesce a controllare bene queste cellule che, iniettate a livello cerebrale, potrebbero moltiplicarsi in modo abnorme, come un vero e proprio tumore. Una nuova finestra si è comunque aperta, anche se i risultati pratici sono lontano.

PROF. UBALDO BONUCCELLI
Coordinatore Gruppo di Studio Parkinson della SIN-Centro Parkinson Osp. Versilia, Univ. di Pisa
La Repubblica- Salute settembre 2003




PARKINSON, VIA ALLA PRIMA CURA GENICA
Gli USA autorizzano la terapia genica sperimentale su dodici pazienti. Iniettate cellule per “corregge” il morbo di Parkinson. Dubbi tra i medici sulla durata degli effetti che possono venire indotti.

La terapia genica riparte. La strategia di cura che punta ad inserire nelle cellule del malato i geni che fanno produrre a queste ultime sostanze capaci di alleviare i disturbi, si rimette alla prova per una malattia difficile, il Parkinson.
Per questa patologia, che in Italia ha colpito 200 mila persone con circa 1.200 nuovi casi all’anno, si è tentato di tutto con alternato successo, fuorché la terapia genica. Si tratta, quindi, di una prima mondiale.
L’ESPERIMENTO
Due giorni fa a New York, Michael Kaplitt, neurochirurgo del New York-Presbyterian Hospital, attraverso un catetere del diametro di un capello ha inserito nel cervello di un uomo di 55 anni oltre tre miliardi di particelle di un virus (un adenovirus, per la precisione), particolari. Particolari perché modificate per farle diventare dei traghettatori: veicolano, infatti, un gene curativo detto Gad.
Questo ultimo, entrando nelle cellule cerebrali del malato, dovrebbero indurle a fabbricare un enzima che stimola la produzione  di un messaggero chimico (Gaba), capace di placare in certe aree al centro del cervello quella frenetica, patologica, attività responsabile dei disturbi. Si spera così di mitigare i tremori e la rigidità del movimento che rendono difficile la vita a chi, ancora giovane, viene colpito dal morbo di Parkinson (compare di solito sui cinquanta anni). Il nuovo trattamento è sperimentale, inserito in un protocollo di dodici tentativi appena approvato dalla Food and Drug Administration, l’ente sanitario di controllo americano.
I POTENZIALI RISCHI
La notizia ha suscitato non poco clamore nel mondo medico americano, estremamente prudente oggi sulla terapia genica dopo l’incidente che nel 1999 costò la vita a Jesse Gelsinger.
Il ragazzo, appena diciottenne, che soffriva di un raro deficit enzimatico del fegato, venne curato all’Università della Pennsylvania con un virus della stessa famiglia di quello utilizzato ora a New York, ma proprio questo ultimo scatenò nel suo organismo una reazione tossica mortale. “Ma si trattava di una dose molto alta del virus, iniettata in vena; - precisa Fulvio Mavilio, professore di biologia molecolare all’Università di Modena- da allora la Food and Drug Administration ha posto limitazioni all’impiego degli adenovirus: non si devono superare certe quantità. E l’esperimento in corso a New York è ampiamente sotto i limiti di sicurezza”.
Sta di fatto che l’équipe di Kaplitt ha tentato la terapia sull’uomo prima ancora di rendere noti i risultati degli studi preliminari sulle scimmie. “Nel topo, però, come nella scimmia- precisa Gianni Pezzoli, direttore del Centro Parkinson degli Istituti clinici di perfezionamento di Milano- non si riesce ad indurre artificialmente una malattia sovrapponibile al Parkinson e a renderla evolutiva come quella umana. Il modello animale, perciò, è di scarso aiuto. Per le probabilità di successo, il dubbio maggiore è sulla durata di un eventuale effetto curativo. Per avere un senso l’efficacia deve reggere nel tempo. Altrimenti oggi abbiamo a disposizione una valida alternativa, la stimolazione con elettrodi inseriti nel cervello collegati ad uno stimolatore impiantato vicino alla clavicola, che va ad agire sugli stessi mediatori cerebrali coinvolti nella terapia genica, E’ un trattamento che si fa da undici anni con buoni risultati. Sono più di 5 mila gli interventi realizzati finora in Europa; oltre 500 soltanto in Italia”.
IN ITALIA
I ricercatori statunitensi fanno sapere che ci vorranno almeno tre-quattro mesi prima di azzardare un pronostico. Ma sulla terapia genica, oltre al decesso del giovane Gelsinger, grava un altro incidente: l’anno scorso due degli undici bambini curati all’Ospedale Necker di Parigi per una carenza di difese immunitarie gravissima, si sono ammalati di tumore.
Il virus utilizzato come vettore era un retrovirus. Il Ministero della Salute che già nell’ottobre 2002 ne aveva sospeso l’impiego, nel giugno scorso con una ordinanza ha disposto che le sperimentazioni di terapia genica dove sono coinvolti retrovirus saranno consentite, caso per caso, valutando il rapporto tra rischi e benefici e solo qualora non esistano alternative terapeutiche.
Commenta Mavilio: “In Italia al momento attuale non sono in programma sperimentazioni che utilizzano virus diversi dai retrovirus; la situazione è, quindi, sostanzialmente ferma”.
                                                                           
                                                                                              
Il Corriere della Sera- agosto 2003


SUA SANTITA’ LA PAPAIA

Per smentire le voci si è mosso persino il portavoce del Vaticano. E’ toccato a Joaquin Navarro Vals aprire i microfoni, da cui solitamente giungono alti richiami morali, per informare le migliaia di malati che chiamavano la Santa Sede: no, la papaia non c’entra niente con lo stato di salute di Giovanni Paolo II. Navarro Vals ha stigmatizzato che mette in giro certe voci perché, ha detto, “offrono false speranze ai malati”.
Non importa se in prima fila tra gli spargitori di voci c’è Luc Montagnier, il celebre scopritore del virus dell’Aids, che propone per mille mali, anche per battere la Sars, la sua papaia.
Per l’esattezza, papaia fermentata che, secondo lo scienziato, avrebbe proprietà quasi miracolose, grazie al “complesso mix di fattori che uniscono proprietà immuno stimolanti e antiossidanti”.
Un po’ imbarazzati dalla sortita del celebre collega, i medici ammettono che sì, magari un po’ di vitamine e antiossidanti- presenti nel frutto tropicale- possono essere d’aiuto.
Ancora più imbarazzante è però il fatto che Montagnier faccia da testimonial al sito Internet della Osato International, dove per 59 dollari si può ordinare una confezione di Immune Age, preparato a base di papaia fermentata.

L’ESPRESSO- GIUGNO 2003

 

PARKINSON SOTTO ASSEDIO

Per i malati di Parkinson l’ottimismo è lecito, almeno in prospettiva. Nel campo delle terapie, infatti, la ricerca ferve in svariate direzioni e, a detta degli esperti intervenuti a un recente convegno tenutosi a Torino, alcune novità sono in dirittura di arrivo. “In questo momento nel mondo ci sono da 15 a 20 nuovi farmaci in fase di sperimentazione” annuncia Ubaldo Bonucelli, coordinatore del Gruppo di studio Parkinson della Società italiana di neurologia e responsabile del Centro Parkinson dell’Ospedale Versilia, affiliato all’Università di Pisa.
“E’ probabile che a breve scadenza almeno due o tre nuovi farmaci facciano la loro comparsa sul mercato. A questo proposito si può citare la rasagilina, un inibitore delle monoaminoossidasi di tipo B, (la cui funzione consiste nel mimare gli effetti della dopamina, il neurotrasmettitore di cui i malati di Parkinson sono carenti, ndr) che, dati gli incoraggianti risultati ottenuti negli studi clinici, con ogni probabilità sarà in commercio già a partire dal prossimo anno”.
LE RICERCHE
Alcune ricerche percorrono strade già tracciate, cercando all’interno delle categorie farmacologiche classiche nuove molecole più efficaci, altre si cimentano con approcci terapeutici innovativi.
Così si stanno sperimentando nuovi dopaminoagonisti (farmaci che potenziano l’azione della dopamina) che andranno ad “aggiornare” questa già nutrita classe di farmaci di cui fanno parte alcuni cavalli di battaglia della terapia del Parkinson; al contempo si studiano gli effetti di sostanze che con la malattia non avevano finora avuto nulla a che vedere, come i derivati della caffeina, gli analoghi della nicotina, l’antibiotico minociclina.
Seducente - e blandita da molti esperimenti in corso in svariate industrie bio-tech-, ma al momento ancora priva di risultati soddisfacenti, è l’opzione del trapianto di cellule staminali.
“Vi sono poi interventi terapeutici molto sofisticati che sono da considerare per ora solo futuribili, come l’iniezione della proteina GDNF (glial derived neurotrofic factor) nell’area del cervello colpita dalla malattia, che ricercatori inglesi hanno provato con successo in alcuni pazienti” spiega Bonucelli. “La proteina ha un effetto protettivo sui neuroni che nel Parkinson degenerano e vanno incontro a morte, quindi potrebbe rientrare tra le cure che non solo combattono i sintomi della malattia, ma ne contrastano anche la progressione”.
Con i farmaci impiegati fino ad oggi, infatti, si è ottenuto, sia pure a costo di fastidiosi effetti collaterali, un discreto controllo dei sintomi, ma sull’avanzare inesorabile del danno neuronale non si è potuto intervenire.
“Questa è la frontiera che la ricerca vorrebbe varcare”
puntualizza il neurologo. In effetti, per alcune delle molecole in uso, come i dopaminoagonisti e gli inibitori delle monoaminoossidasi, si sospetta anche un’azione per così dire “conservativa”, tuttavia non ancora dimostrata.
NEUROPROTETTORI
E’ proprio all’interno del filone dei farmaci neuroprotettori che si stanno cercando le molecole del futuro: per esempio, la minociclina che, indipendentemente dai suoi ben noti effetti antimicrobici, ha dimostrato, per ora in esperimenti di laboratorio, la capacità di inibire la formazione di alcune delle sostanze tossiche che danneggiano i neuroni; oppure il destrometorfano, un potente sedativo della tosse, che potrebbe proteggere i neuroni da fenomeni infiammatori nocivi.
Un caso un po’ particolare è quello dei derivati della caffeina e degli analoghi della nicotina, per i quali l’interesse è nato dall’osservazione che, per motivi ancora ignoti, il Parkinson è meno frequente in chi consuma caffè e in chi fuma.
Un’altra grande categoria farmacologica interessante è quella degli antiossidanti, in considerazione del fatto che i meccanismi ossidativi e radicali liberi sembrano giocare un ruolo di rilievo nella degenerazione delle cellule. Al momento, però, non vi sono prove definitive sull’efficacia di antiossidanti quali le vitamine C o E, la melatonina, il glutatione o il coenzima Q10.
Quanto all’estratto di papaia fermentata (salito alla ribalta in occasione di una sua supposta assunzione da parte del Papa) non sono disponibili studi clinici e alcuni esperimenti su cellule gli attribuiscono un potere anti radicali liberi inferiore a quello di altre sostanze.
In fase avanzata di sperimentazione clinica, anche in Italia, sono invece alcuni farmaci cosiddetti antiapoptosici, che hanno cioè la funzione di contrastare la morte spontanea (apoptosi) delle cellule.

CORRIERE SALUTE DEL CORRIERE DELLA SERA- LUGLIO 2003




LA GENETICA: IL RUOLO DEL DNA NELLA MALATTIA DI PARKINSON

Lo scorso novembre la rivista Science ha reso nota la scoperta di DJ-1, il gene responsabile di una forma di Parkinson ad esordio giovanile: sede della conquista l’Istituto di genetica clinica dell’Erasmus Universiteit di Rotterdam, artefice una équipe multinazionale coordinata dagli olandesi Ben Oostra e Peter Heutink, ma capitanata da Vincenzo Bonifati, ricercatore all’Università La Sapienza di Roma.
MUTAZIONI
“DJ-1 è con ogni probabilità uno dei numerosi geni che possono essere coinvolti nella malattia di Parkinson”, afferma Bonifati. “Negli ultimi anni la ricerca genetica ha fatto registrare progressi tangibili nello studio delle origini del Parkinson, ma la strada intrapresa è molto lunga: al momento si conoscono almeno dieci configurazioni genetiche che possono predisporre alla malattia, ma le mutazioni specifiche finora identificate sono solo tre”.
Di questo tipo DJ-1 è l’ultimo nato, e la sua individuazione si deve a due famiglie olandesi tra loro imparentate e ad una famiglia italiana, per un totale di sette soggetti colpiti da Parkinson in età giovanile che sono risultati tutti portatori di un’alterazione di questo gene, situato nel cromosoma 1.
“Il numero di pazienti studiati può apparire insignificante e, in effetti, la forma genetica in essa identificata è probabilmente rara”, spiega il genetista. “Eppure questo tipo di ricerca non ha un valore puramente speculativo: ogni gene scoperto, per quanto raro, apre la strada alla comprensione da un lato delle funzioni normali delle proteine che produce e dall’altro dei meccanismi che, in caso di mutazione, vengono alterati in modo da portare al danno cellulare”.
Le conoscenze finora acquisite dalle varie linee di ricerca portano, infatti, a ritenere che forme apparentemente diverse di Parkinson- quelle familiari e quelle sporadiche, quelle giovanili e quelle senili classiche- abbiano un meccanismo patogenetico in comune, cioè l’alterazione di alcune proteine presenti nella cellula, e che varie cause sia genetiche sia ambientali, possono portare a questo risultato.
In effetti, il Parkinson geneticamente determinato e quello classico hanno già dimostrato di condividere alcune caratteristiche.
Per fare un esempio, il primo gene del Parkinson ad essere scoperto (anche in questo caso in una famiglia italiana) è stato quello dell’alfa-sinucleina, responsabile di una forma ereditaria davvero rarissima. Eppure questa sostanza è presente in grandi quantità in qualsiasi forma della malattia, all’interno dei corpi di Lewy, piccoli agglomerati proteici che si trovano nei neuroni dopaminergici ammalati.
ANTIOSSIDANTE
“Per rimanere al DJ-1, si pensa che la proteina da esso generata abbia normalmente il compito di difendere le cellule dagli attacchi ossidativi ai quali possono andare incontro, e che quindi funzioni come un antiossidante naturale”, precisa Bonifati. “Quando il gene è alterato, come nei pazienti olandesi e italiani studiati, questa proteina non è più in grado di svolgere il suo compito e, per quel che si sa, nel Parkinson di qualunque origine i fenomeni ossidativi potrebbero avere un ruolo importante nel portare a morte i neuroni”.
Se da un lato le rare forme ereditarie aiutano a capire i meccanismi coinvolti in quelle più comuni della malattia, dall’altro si sospetta che i geni non siano del tutto estranei anche a queste ultime. Due regioni dei cromosomi 1 e 2, per esempio, sono già sotto inchiesta.

CORRIERE SALUTE DEL CORRIERE DELLA SERA- LUGLIO 2003

 

CHE COSA E’ LA MALATTIA DI PARKINSON

Il Parkinson è una malattia degenerativa che colpisce in modo selettivo un gruppo di neuroni localizzati in una struttura cerebrale chiamata substantia nigra.
I sintomi (tremore a riposo, rigidità muscolare, rallentamento motorio) si manifestano quando ormai il 70%-80% di queste cellule è andato perduto e sono dovuti principalmente alla carenza del neurotrasmettitore da esse prodotto, la dopamina.
Nella maggioranza dei casi la malattia esordisce dopo i 65 anni, ma in circa il 5% dei casi si manifesta entro 40 anni.
Queste forme giovanili sono spesso determinate da mutazioni genetiche. Se si fa eccezione per la modesta quota di forme ereditarie (circa l’1%), le cause della malattia classica sono tuttora sconosciute. Molto dibattuto è il ruolo di una serie di fattori ambientali, come: esposizione professionale a pesticidi, traumi cranici gravi, esposizione a manganese, sono tra gli elementi che, sulla base di studi epidemiologici, sono stati messi in relazione con un aumento del rischio di Parkinson classico come una malattia multifattoriale, in cui diversi tipi di fattori ambientali potrebbero innestarsi su una suscettibilità genetica.

 

 

COME SI CURA OGGI LA MALATTIA DI PARKINSON

Al momento la terapia del Parkinson è contrassegnata da tappe successive.
Nella fase iniziale si tende a preferire i farmaci dopaminoagonisti, mentre a causa dei disturbanti effetti collaterali che provoca con il tempo la levodopa (frequenti fluttuazioni della sintomatologia durante la giornata e movimenti involontari anormali), questa viene tenuta di riserva per gli stadi più avanzati.
Solo quando l’efficacia dei dopaminoagonisti si riduce, viene aggiunta la levodopa, eventualmente in associazione con l’entacapone, un farmaco che aumenta il tempo di permanenza in circolo della levodopa e quindi ne prolunga gli effetti.
Nei casi più difficili e in presenza di effetti collaterali della levodopa particolarmente intensi si passa all’apomorfina, un potente dopaminoagonista che viene somministrato in modo continuo da un dispositivo a pompetta sotto cute.
Quando la malattia diventa incontrollabile con le terapie mediche, ci si può affidare alla stimolazione cerebrale profonda (DBS, deep brain stimulation), una tecnica emersa negli ultimi anni- e già applicata anche in Italia in qualche centinaia di pazienti, che consiste nel posizionare in una particolare area del cervello un elettrodo collegato a una sorta di pace-maker, installato sotto il cuoio capelluto.
Il problema principale posto dalla terapia classica con levodopa, sono gli effetti collaterali che, pur manifestandosi dopo alcuni anni di assunzione, possono diventare via via sempre più fastidiosi. Per questo sono in studio molecole che associate alla levodopa ne attenuino gli effetti avversi.

CORRIERE SALUTE DEL CORRIERE DELLA SERA- LUGLIO 2003


IN VACANZA: QUANDO SI PAGA IL TICKET SULLA RICETTA
LA RICETTA ROSA VALE SOLO ALL’INTERNO DELLA REGIONE

In giro per l’Italia, ma senza ricette. O meglio, soprattutto in tempo di vacanze, con i farmaci necessari a curarsi già in valigia. Almeno finché si resta fuori della propria Regione.
La ricetta "rosa" del medico di famiglia, infatti, vale per ottenere medicine, gratuitamente, solo all’interno della Regione di residenza.

Fuori, diventa una prescrizione privata e il cittadino deve pagare il farmaco per intero.

Motivo principale: evitare il turismo farmaceutico, quando in una Regione le condizioni di concedibilità di un medicinale sono più favorevoli che in un’altra.

E’ il caso dei ticket: 11 Regioni su 21 li prevedono, in linea di massima tra uno e due Euro a confezione e/o per ricetta. Anche se in Liguria, Puglia e Sardegna stanno già decidendo un ammorbidimento della compartecipazione. E se fosse possibile acquistare le medicine nella Regione accanto, senza ticket, molti cittadini non se lo farebbero davvero ripetere due volte.

Certo, una volta acquistato un farmaco fuori sede, tornando a casa sarebbe in teoria possibile chiedere alla propria ASL il rimborso, naturalmente al netto dei ticket. Ma il mix tra i tempi della burocrazia e il dubbio di essere rimborsati scoraggiano spesso gli utenti.

Cosa fare allora se ci si trova per forza maggiore in un’altra Regione con una ricetta del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) e non si è fatta scorta di medicinali? Se la patologia è importante e il caso urgente, ci si può rivolgere alla guardia medica. E se il medico lo ritiene necessario, può trascrivere sul suo ricettario la prescrizione, risolvendo il problema della concedibilità a carico del Servizio Sanitario Nazionale (SSN).

Ospedali e motivi di studio.

Altro caso, quello della prescrizione post-ricovero ospedaliero: la ricetta dell’ospedale- che può non essere nella Regione di residenza- ha valore sovra-nazionale. Soprattutto- e per esplicita richiesta del Ministro della Salute- in caso di terapie particolari come quella del dolore. Poi, per proseguire la cura, sarà il medico di famiglia a dover trascrivere sul ricettario rosa le indicazioni dei suoi colleghi ospedalieri, riportando in carreggiata le procedure.

Infine il cambio di domicilio per motivi di studio e/o di lavoro. Nessun problema: un recente accordo Stato-Regioni consente ai cittadini in queste condizioni di scegliere temporaneamente un medico di famiglia nella Regione in cui si trovano. E questo provvederà alle prescrizioni esattamente come fa per i suoi assistiti residenti.

(Il Sole 24 Ore- Giugno 2003)

 

QUANDO IL PACE-MAKER FA BENE AL PARKINSON

In Italia i malati di morbo di Parkinson sono circa 200 mila, e per molti i farmaci non bastano a migliorare la qualità della vita: è necessario studiare nuove terapie come il pace-maker, che già da alcuni anni viene impiantato in diversi centri italiani.

“Quando si parla di Parkinson” spiega il Prof. Alberto Albanese, primario di neurologia all’Istituto Carlo Besta di Milano “ci si riferisce almeno a 15 diverse patologie che provocano gli stessi sintomi, poiché hanno tutte origine dalla progressiva degenerazione dei neuroni preposti alla produzione della dopamina, la sostanza stimolatrice di uno dei circuiti nervosi che controllano il movimento, siti in una zona profonda del cervello, detta sostanza nera”. “Possiamo distinguere”, continua Albanese, “le sindromi parkinsoniane, che possono essere lievi, curabili o incurabili, come l’atrofia multisistemica, dalle forme di Parkinson vere e proprie, provocate principalmente da difetti genetici o dall’esposizione a fattori ambientali tossici come idrocarburi, erbicidi, pesticidi e manganese. I pazienti che soffrono di sindromi parkinsoniane difficilmente rispondono alle terapie, mentre il secondo gruppo utilizza con successo la levodopa, il precursore della dopamina, o i dopaminoagonisti, i farmaci che stimolano i recettori dopaminergici. Ma anche tra questi vi sono pazienti che, pur rispondendo ai farmaci, ne ricevono scarso giovamento: hanno bisogno di una terapia complementare come l’elettrostimolazione”.

Il prof. Albanese spiega che i sintomi classici della malattia sono dovuti all’iperattività di una parte precisa del cervello, il nucleo subtalamico, che non riceve più messaggi inibitori dalla sostanza nera degenerata. “Compreso il meccanismo, abbiamo deciso di sperimentare un sistema elettrico che interferisse in modo localizzato e modulabile con l’attività dell’area cerebrale. Questa soluzione molto grossolana funziona bene e permette di ridurre la somministrazione di levodopa anche del 70 per cento”.

Rispetto ai farmaci, l’impianto del pace-maker deve essere considerato la seconda scelta terapeutica. “Abbiamo visto però che in alcuni pazienti la somministrazione di levodopa provoca dei movimenti involontari, detti anche discinesie, e, quando l’effetto del farmaco finisce, il malato si immobilizza. L’impianto del pace-maker permette di controllare questi effetti collaterali nell’arco dell’intera giornata. Operiamo quindi questi pazienti e quelli che rispondono meglio al trattamento, in genere persone con meno di 60 anni e con forme ereditarie che coinvolgono il gene parkina”. L’intervento deve essere eseguito da una équipe composta da un neurologo che sceglie i pazienti, li segue durante l’intervento chirurgico e nel decorso post-operatorio; da un neurochirurgo che posiziona lo stimolatore; da un neurofisiologo che durante l’operazione controlla l’attività elettrica cerebrale”. “La difficoltà maggiore sta nel collocare correttamente gli elettrodi, dal momento che conosciamo solamente a grandi linee la geografia cerebrale del paziente. Un posizionamento errato, anche di un millimetro, può provocare effetti diversi e indesiderati; per questo durante l’intervento il malato è sveglio e deve collaborare”.

Solo nel 5% dei casi i medici registrano effetti collaterali, dovuti esclusivamente alla pratica chirurgica (micro-emorragie, infezioni, traumi). In generale, i pazienti si sentono molto meglio, come se la malattia fosse regredita. “Alcuni hanno avuto delle reazioni clamorose: un quarantenne si è messo a girare il mondo spendendo una fortuna, si è iscritto ad una facoltà di astrofisica e ha sviluppato una ipersessualità tale da mettere in crisi il suo matrimonio”. Migliorare gli strumenti consentirà di trattare in modo più puntuale i malati di Parkinson; questa terapia inoltre si sta rivelando utile pure per curare il torcicollo spasmodico e la distonia, malattia caratterizzata da movimenti involontari che colpisce i bambini.

(Salute La Repubblica- febbraio 2003)

  

SI DELLA FDA AL PACE-MAKER CEREBRALE
CHE ALLEVIA I SINTOMI DEL PARKINSON
APPROVATO ANCHE NEGLI USA

Un dispositivo simile al pace-maker cardiaco, che permette di trattare efficacemente i sintomi inabilitanti del Parkinson, è stato definitivamente approvato dalla Food and Drug Administration americana. La terapia Activa consiste nell’utilizzo di veri e propri pace-maker cerebrali, che stimolano, attraverso impulsi modulabili e controllabili, precise strutture del cervello. I risultati parlano di alleviamento del tremore, della rigidità e della bradicinesia (la lentezza di movimento tipica dei pazienti affetti dal morbo di Parkinson), in altre parole dei sintomi più noti ed invalidanti della malattia, che gradualmente priva i pazienti della loro indipendenza.

Addirittura il trattamento può ridurre la discinesia, cioè quei movimenti involontari abnormi che spesso compaiono, come effetti collaterali dei trattamenti farmacologici sin qui usati contro il Parkinson, soprattutto agli stadi più avanzati della malattia. Anche per questo la terapia è considerata come una delle più importanti innovazioni nella cura della malattia. La causa del morbo di Parkinson è sconosciuta ma i sintomi hanno origine dalla degenerazione dei neuroni che producono la dopamina. L’approvazione da parte dell’Ente americano, giunta al termine di uno studio clinico effettuato in diciotto centri tra Europa, Nord America e Australia, è la definitiva “consacrazione” (in Italia e in altri paesi già utilizzato) per un prodotto che consente ad una larga quota di malati di tornare ad una qualità della vita normale o quantomeno accettabile.

(“Salute La Repubblica” febbraio 2003)

 

NUOVI FARMACI STIMOLATORI PER IL MORBO DI PARKINSON

Terapie personalizzate, chirurgia e staminali. 
Gli effetti collaterali e le promesse di un neuroprotettivo

La mano tremante, il polso incerto, ma la voce sempre avvolgente, dal palco della nave che ospitava a Genova una cena benefica a favore della ricerca, pochi giorni fa Bruno Lauzi lanciava un appello agli studiosi del morbo di Parkinson, perché trovassero presto cure più efficaci e definitive.
E’ una delle malattie neurologiche più frequenti, caratterizzata in particolare da una lentezza generale dei movimenti, con difficoltà ad iniziare ed arrestare moti, come per esempio il cammino, rigidità muscolare del tronco e degli arti, un tremore particolare che si blocca appena il paziente inizia un movimento volontario. I sintomi iniziano nella maggior parte dei casi tra i cinquanta e i sessanta anni e aumentano gradualmente; meno spesso si verificano in persone più giovani.
Si parla molto di Parkinson in questi giorni anche sulle pagine dei quotidiani, ma da cosa origina, come si cura e quali sono le novità in campo?
La malattia è dovuta ad una degenerazione di particolari cellule nervose della Sostanza Nera. Si chiamano neuroni dopaminergici, producono la dopamina, un neurotrasmettitore ovvero una molecola che consente la comunicazione tra cellule nervose. Quando queste cellule si alterano viene a mancare la dopamina e si crea uno squilibrio tra i centri nervosi che controllano i movimenti automatici. La scoperta di questo sistema si deve ad Arvid Carlsson, premio Nobel nel 2000, anno in cui Stoccolma decise di onorare le neuroscienze.
La terapia più ovvia si basa sulla somministrazione di dopamina e migliora sensibilmente la qualità della vita dei pazienti. Riduce la necessità di assistenza, i danni da cadute e consente una lunghezza di vita normale. Vi sono vari modi di ripristinare la dopamina: somministrando il suo precursore levodopa, o molecole che imitano la sua azione, i dopaminoagonisti, che sono oggi considerati i farmaci più utili per iniziare la terapia in quanto spostano nel tempo l’utilizzo della levodopa e quindi l’insorgere degli effetti collaterali indotti dall’uso prolungato della levodopa (fluttuazioni motorie, discinesie). Poiché i farmaci agiscono anche su altre cellule del sistema nervoso, non solo su quelle alterate, possono causare effetti collaterali. E’ perciò importante personalizzare la terapia.
Quali sono le novita’? Il futuro della ricerca sta nell’individuazione di farmaci sempre meglio tollerati e nella precisa definizione del loro ruolo nella terapia iniziale, nella scoperta dei meccanismi che provocano la neurodegenerazione, con la successiva speranza di bloccarli e di arrestare in questo modo la malattia.
Si sta affermando anche la terapia chirurgica che usa l’impianto di elettrodi stimolatori in determinati nuclei del sistema extrapiramidale. Molto ci si aspetta dall’impianto delle cellule staminali: per ora sono da considerarsi primi approcci sperimentali. Le staminali sono cellule bambine, capaci di sostituire cellule vecchie e malate e farsi carico del loro lavoro, e si possono ricavare, oltre che dal cordone ombelicale, dai tessuti adulti dove fungono da riserva.
Anche se la levodopa dà un certo sollievo dai tremori e migliora i movimenti tipici del Parkinson, si verificano movimenti involontari detti discinesie.
Da cosa derivano gli effetti collaterali della levodopa?
Nel numero di maggio 2003 della prestigiosa rivista Nature Neuroscience verrà pubblicato uno studio italiano, del gruppo di Paolo Calabresi dell’Università Tor Vergata di Roma, che ipotizzza come una minore responsività alla levodopa e un aumento degli effetti collaterali motori siano dovuti all’attivazione prolungata di una proteina, battezzata DARP-32. La proteina DARP-32 è un regista molecolare del funzionamento delle sinapsi, ovvero le microscopiche aree di collegamento tra un neurone e l’altro che rappresentano un po’ la chiave di volta dell’intero sistema di comunicazione del cervello.
Greengard, che ebbe il premio Nobel nel 2000 assieme al già citato Carlsson e a Kandel, è uno dei coautori dello studio italiano. Calabresi e colleghi consigliano l’uso di altri farmaci per contrastare gli effetti indesiderati della levodopa.
In merito è da citare il recentissimo studio appena pubblicato su Nature Medicine, altra importante rivista internazionale, che propone di usare una sostanza derivata dalle cellule gliali e contraddistinta dalla sigla GDNF. La ricerca viene da Steven Gill dell’Istituto di Neuroscienze di Bristol, Inghilterra e dall’ospedale Hammersmith di Londra. Questo fattore è neuroprotettivo, cioè difende i neuroni dalla degenerazione. Dopo esperimenti negli animali, gli studiosi riportano dati preliminari in pazienti in cui il GDNF è stato somministrato direttamente nelle zone colpite via infusione continua. Miglioramento motorio delle attività e riduzione degli effetti collaterali da levodopa sono stati osservati in due pazienti di Parkinson su cinque. Un dato incoraggiante anche se non statistico. Per il Parkinson, inoltre, per limitare l’apporto nocivo dei radicali liberi e lo stress ossidativo che contribuiscono alla perdita dei neuroni della dopamina, vengono suggerite diete ricche di vitamine e antiossidanti e una adeguata fisioterapia.
Certo, c’è ancora molto da fare. Bruno Lauzi dice: “E venne il giorno che la mia mano decise che fosse il caso di salutare tutti, anche i perfetti sconosciuti… eccomi dunque qui a farvi sapere che sono dei vostri e che mi adopererò perché quel poco di notorietà che ho possa servire a far aumentare il volume della ricerca…”.

ADRIANA ALBINI-
Direttore Laboratorio Biologia Molecolare- Istituto dei Tumori di Genova

(Da Salute Repubblica del 1° maggio 2003- anno 9- n. 359)

 

STAMINALI RIPULITE DAL GENE MALATO

L’annuncio USA: è la prima volta sull’uomo

Per la prima volta è riuscita una manipolazione genetica su cellule staminali umane, un passo ritenuto di grande importanza verso l’utilizzo delle cellule come strumento per combattere le più diverse patologie. Seguendo il metodo che già era riuscito efficace con topi di laboratorio, scienziati della Università del Wisconsin hanno annientato il gene di una malattia da una cellula staminale embrionale umana e possono così controllarne ora lo sviluppo, facendola crescere come tessuto cerebrale, pancreatico o cardiaco.
 “Questo ci permette di manipolare qualsiasi parte del genoma umano”, ha commentato il Dottor Thomas Zwaka, uno degli autori dello studio, che sarà pubblicato sulla rivista “Nature Biotechnology”. Scienziati di tutto il mondo ritengono di poter sfruttare la capacità di ricordare di questo tipo di cellule, per sostituire per esempio cellule cerebrali distrutte dalla malattia di Parkinson o cellule spinali danneggiate. La difficoltà sino ad ora incontrata dai ricercatori è quella di trovare un metodo adeguato per programmare le cellule, che spesso danno vita ad ammassi casuali noti come teratoma, invece che ai tessuti desiderati. L’équipe di Zwaka ha annunciato invece di essere riuscita a creare un metodo efficace per purificare i tessuti, grazie a una manipolazione genetica che permette di controllare quale tipo di tessuto verrà formato. 
Il metodo può permettere anche di creare serie di cellule donatrici “universali”, cioè delle linee di cellule che possono venire utilizzate per trapianti, senza rischi di rigetto in qualsiasi tipo di paziente, rendendo così inutile la clonazione terapeutica.

LA REPUBBLICA (10.2.2003)

 

INCONTRO ALL’UNIONE PARKINSONIANI SULLA GASTROENTEROLOGIA
“CONTROLLI ACCURATI DOPO I 45 ANNI”

Proseguono gli appuntamenti organizzati dall’Unione Parkinsoniani per trattare temi di medicina generale, non esclusivamente o direttamente collegati al morbo di Parkinson. Nei giorni scorsi c’è stato un incontro con Angelo Franzè, Direttore di Gastroenterologia e del Dipartimento di Medicina III dell’Università di Parma, che ha tracciato un quadro delle malattie digestive, trattando in modo particolare quelle che coinvolgono la fascia della popolazione oltre i 65 anni.
Franzè ha parlato della stipsi, sintomo presente in modo quasi costante nel Parkinson avanzato: due, in generale, i tipi di stitichezza, funzionale ed organica. Mentre quest’ultima è legata a stenosi, tumori o patologie infiammatorie, la prima può essere atonica (quella del parkinsoniano), da ipertonia spastica (prevalente nelle giovani donne) e rettale. In alcuni anziani parkinsoniani, stipsi rettale ed atonica possono sovrapporsi.
La terapia- ha spiegato Franzè- è sostanzialmente a base di sostanze osmotiche per quella atonica con polietilglicole o lattulosio; di fibre, acqua ed antispastici ad elettivo tropismo colico per quella ipertonica oppure di tipo chirurgico; a base di microclismi, supposte o olii emollienti per quella rettale.
Continuando in una analisi di patologie gastro-intestinali della popolazione anziana, Franzè ha ricordato l’ulcera da Fans (Farmaci analgesici non steroidei come aspirina e simili): “Sono farmaci molto lesivi per lo stomaco, ed è stato provato recentemente, anche per l’intestino, soprattutto negli anziani. Questi dovrebbero usare gli antiinfiammatori dell’ultima generazione, gli inibitori delle prostaglandine.
Se proprio costretti ad usare i Fans, l’eliminazione dell’helicobacter con terapia antibiotica (l’agente causale della gastrite cronica antrale ed associato all’ulcera gastrica e duodenale, al carcinoma gastrico e al linfoma gastrico del tessuto associato alla mucosa) diminuisce il danno da questi farmaci”.
Immancabili i suggerimenti: “lo spartiacque sono i 45 anni, dopo quella età ogni sintomo cronico tipo cambiamento delle abitudini intestinali, si incomincia a digerire male oppure si presentano disfagia e vomito, non deve essere sottovalutato. Con una gastroscopia o colonscopia si evitano danni peggiori”.
La conferenza, introdotta dal neurologo Manfredi Saginario, ha poi visto toccare il tema delle nuove tecniche diagnostiche utilizzate nelle malattie gastro-intestinali quali le videocapsule, le endoscopie terapeutiche e le radio frequenze.
“Un suggerimento ai parkinsoniani- ha concluso Franzè-: è infine di preferire ai pasti copiosi e ricchi di grasso quelli piccoli e frequenti”.

(Da Gazzetta di Parma del 6 aprile 2003)

 

I TANTI VOLTI DEL PARKINSON

Prof. Alberto Albanese
Professore di Neurologia all’Istituto Neurologico “Besta” di Milano

La scoperta di nuovi geni che causano la malattia di Parkinson e di nuove patologie che somigliano alla tipica malattia di Parkinson, ma la cui prognosi e terapia differiscono sostanzialmente, pongono il quesito: è giusto parlare di “malattia”, oppure è necessario usare il termine plurale “malattie di Parkinson”?
Il riconoscimento di una condizione genericamente parkinsoniana è molto facile. Il passo successivo implica la diagnosi di malattia di Parkinson “idiopatica” (in pratica, tipica), o in alternativa di una forma genetica, o di natura secondaria, o ancora di un’altra sindrome parkinsoniana, del tutto simile, ma denominata in modo specifico. Questo passo diagnostico è difficile, poiché richiede un’elevata esperienza clinica e non può essere delegato ad alcun esame di laboratorio. Infine, nella maggior parte di queste forme con diagnosi tra loro diverse, è necessario stabilire la velocità di progressione dei sintomi, molto variabile da un soggetto all’altro.  
In pratica, nonostante i malati di Parkinson si somiglino tutti, non ve ne sono due tra loro uguali. Si comprende bene lo scoraggiamento dei pazienti, che richiedono certezze e si rivolgono ai mezzi di divulgazione e alle associazioni di malati. Il compito di queste ultime è particolarmente delicato.
Da una parte, le associazioni di malati hanno interesse ad aggregare un elevato numero di pazienti, a smussare le differenze tra le varie forme, a chiamarli tutti “parkinsoniani” e finanche a definire i medici che li curano “parkinsonologi”.
Dall’altra, la ricerca medica continua a suddividere la malattia in un numero sempre maggiore di sottotipi. Ad esempio, le forme genetiche sono in breve tempo cresciute ad otto tipi, di cui quattro già riscontrati in Italia.
I pazienti che partecipano alle adunate associative talvolta siedono accanto ad un malato ben più grave e vi si rispecchiano, erroneamente convinti che diventeranno disabili quanto lui.
Al contrario, chi osserva altri malati meno gravi può ritenere di essere curato male e lamentarsi con il proprio medico.
Questa fase di apparente confusione si accompagna, però, alle prime sperimentazioni di terapie eziologiche (rivolte alla causa della malattia, poiché oggi sono disponibili solo terapie rivolte ai sintomi). La precisazione della diagnosi è il pre-requisito per questo sviluppo, che è atteso per gli anni a venire. La ricerca posiziona le nuove conoscenze come pedine sulla scacchiera e attende che si apra la porta della conoscenza dei meccanismi della malattia, per varcarla con decisione. Avremo allora terapie differenziate per i diversi tipi di malattia.

(Corriere Salute del 13.04.2003)

 

TEST GENETICI

Nella malattia di Parkinson che non abbia un esordio sotto i 50-60 anni e che non ricorra con particolare frequenza all’interno di una famiglia, i rischi di “ereditarietà” non sono significativi e non esistono test in grado di pronosticarli.

Si può ricorrere a test per forme di malattia a esordio giovanile, la cui predisposizione può essere trasmessa dai genitori ai figli, ma ha senso eseguirli solamente se, in famiglia, sono stati già accertati casi di questo tipo.

(Corriere salute del 30.03.2003).

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