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Molestie assolto: tutto colpa dei farmaci
Parkinson e musica
Nuova terapia genica contro il Parkinson
Ma quanto fa
bene il caffè alla salute?
Il
cardinale Martini: "grazie a Mozart affronto il Parkinson"
Scoperto il
meccanismo che fa aumentare l'alfa sinucleina pericolosa
Parkinson:
Bere tè nero riduce il rischio
Raccomandazione del Ministro della Salute
Quell'estratto di rosmarino può preservare il cervello
Litio efficace contro la SLA
Dopaminoagonisti e rischio di valvulopatia
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tavoletta Hi-tech per imparare a scrivere
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Domperidone
Gran Bretagna: 375 Euro per donare ovuli
La neurostimolazione una speranza per il Parkinson
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Noci e omega
3: proprietà benefiche per l'organismo
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e Nopar rischi al cuore
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correggere il cervello
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caffè... per non invecchiare
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colesterolo
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Tiamina: studi sulla retinopatia
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umani
Londra dice sì alla clonazione di embrioni umani
In fase
di test un vaccino per prevenire l'Alzheimer
Geni e smog complici del
Parkinson
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Parkinson
Il sonno svela i segreti della salute
Più cure al respiro
Una
guida per chi si prende cura delle persone malate e non autosufficienti a
domicilio
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nuova tecnica
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Decalogo per una estate in salute
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sigarette proteggono dal Parkinson
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Olanzapina (Zyprexa): farmaco pericoloso negli anziani
affetti da demenza senile
Più vicina la clonazione terapeutica
La misura del Parkinson

DA UNO STUDIO DELLA
FONDAZIONE SANTA LUCIA di roma NUOVE POSSIBILITÀ DI TRATTAMENTO DELLA MALATTIA
Il
morbo di Parkinson è normalmente trattato farmacologicamente ricorrendo alla
levo-dopa; tale sostanza però spesso induce anche movimenti involontari,
denominati discinesie.
Questi disturbi si presentano in un’elevata percentuale di pazienti dopo alcuni
anni di
terapia: in alcuni casi possono essere talmente
intensi da divenire invalidanti, provocando difficoltà nell’esecuzione
dei movimenti volontari, perdita di equilibrio e frequenti cadute.
I meccanismi che provocano le discinesie ancora non sono stati completamente
chiariti e la terapia medica per tenerli sotto controllo non è soddisfacente.
Fino ad oggi,
infatti, miglioramenti significativi potevano essere ottenuti soltanto con
procedure invasive, come la stimolazione cerebrale profonda mediante
neurochirurgia stereotassica.
Comprendere a fondo i meccanismi da cui originano le discinesie indotte dalla
levo-dopa è quindi fondamentale per adottare nuove strategie terapeutiche nella
cura del morbo di Parkinson.
Ora una ricerca dell’IRCCS Fondazione Santa Lucia di Roma, appena pubblicata
sull’importante rivista internazionale Neurology, ha dimostrato che il
cervelletto può essere un nuovo potenziale bersaglio per il trattamento delle
discinesie.
La ricerca è stata condotta dal dott. Giacomo Koch* in collaborazione con Livia
Brusa, Carlo Caltagirone e Paolo Stanzione dell’Università di Tor Vergata, con
il contributo di un'equipe spagnola dell’Università di
Siviglia.
Lo studio ha preso in esame gruppi di pazienti con
morbo di Parkinson che presentavano discinesie indotte dalla terapia con
levo-dopa. Tali pazienti sono stati sottoposti a due settimane di trattamento
con stimolazione magnetica transcranica (TMS), una metodica neurofisiologica
assolutamente non invasiva e in grado di indurre una modificazione della
eccitabilità dei neuroni dell’area del cervello che viene stimolata.
Nel gruppo di pazienti in cui la TMS è stata applicata giornalmente sul
cervelletto per alcuni minuti si è osservata una persistente riduzione della
frequenza e dell’intensità dei movimenti involontari.
Inoltre, si è visto che il miglioramento clinico
si è associato a modificazioni nell’eccitabilità delle aree motorie connesse con
il cervelletto: si è così evidenziato il ruolo importante che questi circuiti
neuronali sembrano giocare nello sviluppo delle discinesie.
Questa promettente ricerca ha dimostrato che, nella cura del morbo di Parkinson,
alla base dei movimenti involontari indotti dalla levo-dopa vi può essere un
alterato funzionamento di circuiti cerebrali connessi con il cervelletto e che
tali alterazioni possono essere efficacemente modulate ricorrendo a tecniche di
stimolazione cerebrale non invasive, come appunto quella magnetica transacranica.
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* Giacomo Koch – E’ Neurologo presso la Stroke Unit del Policlinico Tor Vergata
di Roma. Svolge attività di ricerca nel Laboratorio di Neurologia Clinica e
Comportamentale e TMS dell’IRCCS Fondazione Santa Lucia. E’ autore di circa 70
lavori pubblicati su riviste scientifiche internazionali.
LA STIMOLAZIONE MAGNETICA
TRANSCRANICA
La stimolazione magnetica transcranica (TMS) è una
metodica basata sul principio dell’elettromagnetismo.
E’ costituita da un
generatore di
corrente e da una sonda mobile che viene posta
a diretto contatto della cute del cranio del paziente.
Quando è attivato, il
generatore di
corrente produce un campo elettrico che viene veicolato lungo la sonda.
A sua volta il campo elettrico produce un
campo magnetico che ha la proprietà di poter passare attraverso il cuoio
capelluto senza alcuna dispersione ed in modo pressoché indolore. Il campo
magnetico indotto modifica l’attività elettrica della corteccia cerebrale
sottostante. A seconda dei protocolli utilizzati, è così possibile attivare o
inibire specifiche aree cerebrali. Tale metodica permette, quindi, di eseguire
studi di neurofisiologia del sistema motorio e di varie funzioni cognitive, come
la memoria o l’attenzione spaziale, sia su soggetti sani sia su quelli con
patologie. Inoltre, se utilizzata in modalità ripetitiva (rTMS), con stimoli
ripetuti che vengono applicati per periodi di alcuni minuti, è in grado di
indurre modificazioni di lunga durata dell’attività cerebrale.
La rTMS sembra essere una metodica promettente nel
trattamento di varie condizioni patologiche, come la depressione e il recupero
funzionale dopo l’ictus.
Nel Laboratorio di Neurologia Clinica e Comportamentale e TMS dell’IRCCS
Fondazione Santa Lucia le attività di ricerca sono incentrate sulle applicazioni
della TMS nello studio neurofisiologico dei processi cognitivi. La TMS viene
utilizzata in soggetti sani e in pazienti con ictus, con lo scopo di studiare
l’architettura funzionale delle funzioni cognitive e di individuare nuovi
protocolli di riabilitazione.
Fonte:
Flavio Massimo Amadio
Responsabile
Ufficio Stampa
IRCCS
Fondazione Santa Lucia
www.hsantalucia.it

LA CUCINA MEDITERRANEA E’ MOLTO SANA
Chi predilige la dieta
mediterranea può diminuire il rischio di contrarre malattie croniche. E’ quanto
risulta dall’analisi di 12 studi condotti su un campione di circa 1 milione e
mezzo di persone da ricercatori dell’Università degli Studi di Firenze. Stando a
queste ricerche, la dieta mediterranea riduce del 9% la mortalità complessiva,
del 13% il rischio di Parkinson e Alzheimer e del 9% il rischio di malattie
cardiovascolari.
Fonte: British Medical Journal


ricerca italiana: oltre i geni, la causa è l'ambiente
Abbiamo
scoperto una nuova connessione tra la genetica e i fattori di rischio ambientale
alla base del morbo di Parkinson». La voce tradisce emozione, perché Alessandra
Chesi, senese, un dottorato alla Sissa di Trieste e ora ricercatrice
all’Università della Pennsylvania, a Philadelphia, ha gettato nuova luce
sull’origine di una malattia neurodegenerativa che colpisce milioni di persone,
220 mila solo in Italia, e di cui ancora non si conoscono le cause.
Lei, con il biologo molecolare Aaron Gitler, ha
studiato un gene solo di recente associato al morbo, il «Park 9», che è mutato
in una forma ereditaria della malattia: che cosa significa?
«Come è stato pubblicato online su “Nature Genetics”, abbiamo studiato la
funzione del gene corrispettivo al “Park 9” nelle cellule di lievito per capire
l’interazione tra le proteine codificate dal gene e l’ambiente esterno».
E che cosa avete
ottenuto?
«Se si inserisce una cellula
dotata del gene in un ambiente con manganese, questa sopravvive, ma, se lo
cancelliamo dal codice del lievito, la cellula muore. Significa che il gene
protegge dalla tossicità del manganese».
Perché è tanto importante?
«Si sa da tempo che proprio
il manganese può causare problemi simili al Parkinson, una malattia chiamata “manganismo”,
che colpisce soprattuto minatori, saldatori e lavoratori delle acciaierie. C’è
quindi una scuola di pensiero che ritiene l’inquinamento - da pesticidi, per
esempio - una causa fondamentale per l’insorgenza di casi sporadici di
Parkinson, vale a dire quelli senza una riconoscibile storia familiare. Per
altri ricercatori, invece, è più importante la componente genetica. Il nostro
studio è tra le prime conferme che le cause genetiche e i fattori ambientali
sono collegati e che entrambi contribuiscono alla malattia: se un individuo ha
il gene “Park 9” mutato, è
più suscettibile all’evoluzione del Parkinson se vive in un ambiente ad alta
concentrazione di manganese».
Perché avete condotto
la ricerca con il lievito: qual è la rilevanza per l’uomo?
«Nel lievito, quello per esempio che fa lievitare
il pane, molti processi cellulari sono gli stessi che nell’uomo. Si tratta,
perciò, di un modello che offre il vantaggio di analisi rapide».
Quali sono le
possibilità di ideare nuove cure?
«Adesso dovremo verificare la
funzione di “Park 9” in modo
approfondito negli animali e nell’uomo. Se i risultati saranno confermati, credo
che sarà possibile trattare l’origine del morbo e non solo i sintomi, come si fa
ora. Si gettano le premesse per intervenire, in futuro, con la terapia genica».
Come mai, a quasi 200
anni dalla scoperta del primo caso, il Parkinson è ancora una malattia
incurabile?
«Proprio perché non c’è, come in altre malattie, una sola causa o un unico gene
implicato. È una malattia multifattoriale. Solo ora, evidenziando l’interazione
genetica-ambiente, si comincia a trovare il filo in una matassa molto
imbrogliata».
www.lastampa.it

ESTROGENI NATURALI PROTEGGONO DALLO SVILUPPO
DELLA MALATTIA DI PARKINSON
Le donne che hanno il ciclo mestruale da più anni
(dalla prima mestruazione fino alla menopausa) hanno meno probabilità di
sviluppare il morbo di Parkinson.
Almeno questo è quanto emerso da uno studio condotto da un gruppo di ricercatori
dell’Albert Einstein College e che verrà presentato in occasione del meeting
annuale dell’American Academy of Neurology (Aan).
Lo studio ha coinvolto 73.973 donne in menopausa. Dai risultati è emerso che le
donne che sono rimaste fertili oltre i 39 anni d’età avevano il 24 per cento in
meno di probabilità di sviluppare il Parkinson rispetto alle donne che sono
andate in menopausa prima. "Questi risultati dimostrano- ha detto Rachel
Saunders-Pullman, che ha coordinato lo studio - che l’esposizione del corpo agli
ormoni, compresi gli estrogeni, possono aiutare a proteggere le cellule
cerebrali dal morbo di Parkinson". Sarebbero però solo gli estrogeni prodotti
naturalmente del corpo a sprigionare questo effetto protettivo. Quindi, secondo
i ricercatori, la terapia ormonale sostitutiva non ha alcun effetto benefico.

www.donne-oggi.it

Melanoma e morbo di Parkinson uniti da un insospettabile legame genetico
Il melanoma può avere un insospettato collegamento con il morbo di Parkinson. Lo
hanno scoperto alcuni ricercatori della Harvard Medical School di Boston che
hanno presentato i loro risultati al recente congresso dell’American Academy of
Neurology’s.
Gli scienziati statunitensi hanno analizzato circa 132.000 uomini e donne che
all’inizio dello studio non avevano nessun sintomo di Parkinson. Nel corso dei
20 anni successivi si sono registrati 543 casi di Parkinson e a tutti questi
pazienti stato chiesto di riferire su eventuali casi di melanoma in famiglia e
a questo punto i ricercatori hanno scoperto un collegamento piuttosto
significativo tra il Parkinson e il melanoma. In particolare, i pazienti con
precedenti familiari di melanoma vedevano raddoppiare le probabilità di
sviluppare il Parkinson
Il responsabile della ricerca, Xiang Gao, ha spiegato che in numerosi studi è
emerso questo collegamento tra le due patologie e questo sarebbe il primo
studio che dimostra che può esistere un comune meccanismo genetico tra i due
disturbi. Questo legame può avere una causa : “è probabile che il melanoma e il
Parkinson condividono una componente genetica scatenante che è tutta da
studiare”, ha sottolineato lo scienziato. Ad esempio, le persone con i capelli
rossi e quelle con una variante del gene chiamato MC1R presenterebbero un
rischio di ammalarsi di morbo di Parkinson fino a due/tre volte superiore; così
come sia i capelli rossi che la variante del gene MC1R sono noti fattori di
rischio per il melanoma.
www. repubblica.it

NEURONI, IN ARRIVO FARMACI
RIVOLUZIONARI
Si chiamano "Mglu", ovvero recettori metabotropici del glutammato.
Sono quelle proteine umane che consentono le "sinassi" cerebrali e quindi la
comunicazione tra una cellula e l'altra.
Riuscire a governare questo meccanismo vitale potrebbe essere la base di
partenza per la cura di molte malattie.
Gli studi attuali sulle applicazioni terapeutiche degli "agonisti" Mglu (cioè le
sintesi artificiali della proteina) vanno infatti dalla schizofrenia
all'emicrania e svariate altre patologie riconducibili al mal funzionamento del
sistema nervoso fino al reflusso gastroesofageo.
Stanno coinvolgendo oltre 300 studiosi nel mondo con altrettante pubblicazioni
su riviste internazionali degli ultimi dieci anni. Un network di ricerca
scientifica che si riunisce ogni tre anni in un convegno internazionale per
aggiornare e diffondere i risultati.
Una scoperta tutta italiana (gli Mglu del cervello sono stati individuati nel
1986 da un team di ricerca americano guidato da Ferdinando Nicoletti, oggi a La
sapienza di Roma), ma che, come sempre più spesso accade, viene sfruttata
all'estero. È in corso di registrazione, infatti, alla Fda, l'ente che autorizza
le cure negli Stati Uniti, un farmaco "rivoluzionario" (come l'ha definito
Nature che ha pubblicato i dati clinici) per la schizofrenia, senza gli effetti
collaterali degli antipsicotici, basato proprio su un "agonista" del sottotipo
Mglu2 e denominato Ly404039.
L'ultimo studio su questo agonista, pubblicato sul numero di dicembre di Synapse,
compiuto da un team (composto da tre italiani su 4) del Dipartimento di
Farmacologia di Toronto ha ulteriormente confermato l'efficacia della molecola
per la schizofrenia in un trial sugli animali.
Nel 2006 invece, un gruppo del dipartimento di Psichiatria dell'Indiana
University aveva sperimentato la molecola con successo, sempre sugli animali,
per la dipendenza dall'alcol.
Oggi un vero e proprio "esercito" di questa nuova classe di farmaci, basati su i
diversi sottotipi di Mglu, sta quindi per entrare in registrazione non solo
negli Usa ma anche in Europa.
Ad esempio, in Svizzera si è gia alla fase 2 di sperimentazione di un farmaco
Mglu per la Gerd, la malattia del reflusso esofageo. Il farmaco candidato è
l'Adx10059 che ha dimostrato di poter agire direttamente sull'apertura dello
sfintere esofageo, piuttosto che sulla riduzione dell'acidità come nei farmaci
attuali.
In Italia al centro di ricerca Neuromed di Pozzilli, ospedale Irccs
dell'Università del Molise, sono stati recentemente pubblicati i risultati delle
applicazioni degli Mglu3 per il glioma dell'occhio.
Risultati molto promettenti anche per il morbo di Parkinson, in diversi studi
compiuti al Merk Science Laboratory di West Point e a Nashville in Usa. "I
farmaci che agiscono sui recettori MGlu hanno lo scopo di controllare non solo i
sintomi motori del Parkinson", spiega Jeffrey Conn, direttore del Dipartimento
di Farmacologia di Nashville, "ma sono in grado di attenuare il processo
neurodegenerativo che caratterizza la patologia".
Infine, il neurologo Mark F.Bear del prestigioso Mit di Cambridge,
Massachussettes, premio 2007 della Società Americana di Neuroscienze proprio per
i suoi studi sui recettori Mglu, sta compiendo importanti sperimentazioni
sull'uso di questa proteina per la sindrome dell' "X Fragile", una delle cause
genetiche più diffuse di ritardo mentale dopo la Sindrome di Down.
E una serie di recettori di Mglu5 sono attualmente allo studio, sempre nel
laboratorio Mit che dirige, per le possibili applicazioni terapeutiche anche
nella sindrome dell'autismo.