ASSOCIAZIONE DI VOLONTARIATO A SOSTEGNO DEI MALATI DI MORBO DI PARKINSON

 

  ULTIMISSIME DALLA SCIENZA
 

NOTIZIE SCIENTIFICHE pag. 6

NOTIZIE SCIENTIFICHE pag. 5
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NOTIZIE SCIENTIFICHE
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ULTIMISSIME DALLA STAMPA


ATTUALITA'

 


 


Nessuna sperimentazione potrà 
mai provare che ho ragione.
Un singolo esperimento può solo
dimostrare che ho torto.

Albert Enstein


 

 
NOTIZIE SCIENTIFICHE 

(Notizie selezionate da
http://neuro.unibo.it/pill/pillole.htm
)
 


 

Durata ed intensità del consumo del fumo di sigaretta e rischio di malattia di Parkinson
La gestione dei sintomi non motori nella malattia di Parkinson: i parametri pratici dell’Accademia americana di neurologia
Nota informativa importante dell’AIFA sull’uso corretto di Exelon® (rivastigmina) cerotto transdermico
Statine e meccanismi neuroprotettivi nelle malattie neurodegenerative
Storia familiare di melanoma e rischio di malattia di Parkinson
Carenza di Sinemet (LEvodopa carbidopa) a lento rilascio sul mercato
Durata ed intensita’ del consumo del fumo di sigaretta e rischio di malattia di Parkinson
La gestione dei sintomi non motori nel la malattia di Parkinson: i parametri pratici dell’Accademia Americana di Neurologia
Nota informativa importante del l ’AIFA sul l ’uso corretto di Exelon® (Rivastigmina) cerotto transdermico
Statine e meccanismi neuroprotettivi nelle malattie neurodegenerative

 

 La malattia di Parkinson è considerata prevalentemente una patologia di origine multifattoriale.
Fra i possibili fattori che possono contribuire all’insorgenza dei sintomi, l’ambiente abitativo e di lavoro sembrano rivestire un ruolo consistente e sono oggetto di continue ricerche.
Metanalisi preliminari pubblicate più di 10 anni fa hanno suggerito che l’esposizione a pesticidi può essere un fattore di rischio per la malattia di Parkinson
.
Un rischio analogo sembra essere associato all’uso di solventi, specie quelli clorurati quali il tricloroetilene (TCE), noto anche come trielina, usato in passato come solvente in molte vernici e colle e nel lavaggio “a secco”, tuttora impiegato come sgrassatore in processi industriali e ritenuto uno dei più comuni contaminanti dell’acqua di pozzo; il percloroetilene (PERC), che trova largo impiego come detergente nei trattamenti a secco, come sgrassante nell'industria metalmeccanica e come solvente per vernici; il tetracloruro di carbonio (CCl4), utilizzato in passato come componente nel liquido degli estintori, nei frigoriferi, nei condizionatori, negli smacchiatori.
Tali solventi sembrerebbero responsabili di forme ad esordio precoce, caratterizzate sovente da una sintomatologia più severa. Questi aspetti sono stati riesaminati di recente da una metanalisi condotta da ricercatori degli Istituti Clinici di Perfezionamento di Milano.
Da un totale di 104 articoli selezionati per la valutazione qualitativa del contenuto, 89 sono stati inclusi nella metanalisi, fornendo dati riguardanti 6 ricerche prospettiche e 83 confronti caso-controllo.
Per quanto riguarda gli studi di coorte, 5 studi non hanno evidenziato una associazione significativa (p<0,075) fra pesticidi e rischio di malattia di Parkinson. Tre di questi studi hanno indagato anche il rischio di malattia di Parkinson associato genericamente ad un impiego nel campo dell’agricoltura, riportando un’associazione significativa (p<0,001).
Dagli studi caso-controllo, una prima analisi comprensiva di tutti gli studi ha evidenziato un’associazione positiva fra rischio di malattia di Parkinson ed esposizione ad ogni tipo di pesticidi, erbicidi, insetticidi e solventi. Il rischio relativo (RR) è ricompresso in un range fra 1,33 e 2,19.
L’esposizione in particolare all’erbicida paraquat è risultato associato ad un rischio circa raddoppiato di sviluppare la malattia di Parkinson. Un’ulteriore analisi effettuata escludendo gli studi di scarsa qualità e di scarsa numerosità (n< 200 pazienti) ha ribadito il ruolo dei pesticidi e dei solventi idrocarburi come fattori di rischio di malattia di Parkinson, con un RR di 1,58 per entrambe le categorie di sostanze.
Inoltre, vivere in campagna e bere acqua di pozzo si sono confermati fattori di rischio per malattia di Parkinson.
Come sottolineato dagli autori, questa metanalisi pur supportando l’ipotesi che l’esposizione a pesticidi e solventi possa aumentare il rischio di malattia di Parkinson non permette di dare risposta ad una serie di quesiti molto importanti, riguardo ad esempio al ruolo giocato dalla modalità (inalazione, contatto) e durata dell’esposizione, né di definire una possibile dose-risposta in relazione all’esposizione ai vari agenti tossici.
Intanto, in Francia la malattia di Parkinson è stata recentemente inclusa fra le malattie professionali agricole (decreto 665/2012), proprio alla luce degli studi che hanno dimostrato il ruolo dei pesticidi nell'aumentare il rischio di insorgenza della malattia.

 

 

DURATA ED INTENSITA’ DEL CONSUMO DEL FUMO DI SIGARETTA E RISCHIO DI MALATTIA DI PARKINSON

Nonostante i noti effetti indesiderati del fumo di sigaretta sulla salute, gli studi epidemiologici riportano con consistenza il dato di un rischio circa dimezzato di sviluppare malattia di Parkinson fra i fumatori rispetto ai non fumatori (Neurology).
Questa curiosa associazione inversa fra
malattia di Parkinson e fumo è stata affrontata nuovamente in un lavoro pubblicato questo mese da alcuni ricercatori americani che hanno preso in esame indipendentemente gli effetti della durata e dell’intensità (sigarette/die) del consumo di fumo sul rischio di sviluppare la malattia (Neurology 2010;74:878-84).
Lo studio ha preso in considerazione 305.468 soggetti coinvolti fra il 1995-1996 in una ricerca del National Cancer Institute volta ad indagare il ruolo della dieta e dello stile di vita sull’eziologia dei tumori; a 1662 di questi soggetti era stata diagnosticata la
malattia di Parkinson dopo il 1995.
Mediante un questionario è stato chiesto ai partecipanti se avessero fumato più di 100 sigarette nella loro vita.
Ai fumatori ed ex-fumatori sono stati chiesti l’età in cui avevano iniziato a fumare ed il numero di sigarette/die consumate; agli ex-fumatori, gli anni intercorsi dalla cessazione del fumo.
Dall’analisi dei dati è emerso che la durata del periodo di consumo del fumo più dell’intensità del consumo stesso sono risultati importanti nel modulare il rischio di
malattia di Parkinson.
Fra gli ex-fumatori, il rischio più basso di malattia è stato osservato fra coloro che avevano fumato più a lungo o smesso più recentemente. Lo studio ha inoltre confermato il dato di una più bassa percentuale di fumatori fra i pazienti con
malattia di Parkinson.
Si può quindi ipotizzare un effetto “neuroprotettivo” dell’esposizione continua e a lungo termine dei componenti del fumo? Oppure la “personalità parkinsoniana” (molto controllata, introversa, poco incline alle novità e in particolare al consumo di alcolici e tabacco) “protegge” i pazienti con
malattia di Parkinson  dal consumo di sigarette?
Gli studi preliminari che hanno indagato la possibile associazione fra fumo passivo e
malattia di Parkinson indicherebbero una riduzione del rischio di malattia fra i non fumatori che vivono con un fumatore e fra coloro che lavorano in luoghi pieni di fumo (Neurology 2006;67:179-80).
Ancora, i figli esposti al fumo di entrambi i genitori durante l’infanzia mostrerebbero una riduzione del rischio di
malattia di Parkinson di circa il 30% rispetto ai figli dei non fumatori (Am J Epidemiol 2009;169:678-82).
A distanza di 50 anni dalla prima segnalazione della associazione inversa fra fumo e malattia  di Parkinson (Public Health Rep 1959;74:581-93) la questione rimane ancora aperta.
I dati dell’ultimo lavoro pubblicato su Neurology potrebbero contribuire alla messa a punto di modelli sperimentali animali basati sulla somministrazione a basse dosi e a lungo termine dei componenti del tabacco, volti a chiarire gli eventuali meccanismi biologici sottesi a questa associazione.

 

LA GESTIONE DEI SINTOMI NON MOTORI NELLA MALATTIA DI PARKINSON: I PARAMETRI PRATICI DELL’ACCADEMIA AMERICANA DI NEUROLOGIA

Prendendo in esame i dati della letteratura pubblicati dal 1966 al 2008, utilizzando i motori di ricerca MEDLINE, EMBASE and Science Citation Index, un comitato istituito appositamente dall’ Accademia Americana di Neurologia ha pubblicato nel mese di marzo (Neurology 2010;74:924-31) delle raccomandazioni inerenti la terapia dei sintomi non motori nella malattia di Parkinson. Secondo i criteri della medicina basata sulle evidenze gli articoli sono stati valutati e classificati in base alla qualità della ricerca in 4 categorie (I-IV) e sono state stilate delle raccomandazioni di diverso livello (A, B, C, U) la cui forza è basata sulla qualità dell’evidenza: una raccomandazione di livello A fornisce una indicazione considerata definitiva di efficacia/inefficacia/pericolosità, mentre raccomandazioni di livello U riflettono dati inadeguati. I sintomi non motori presi in considerazione sono stati:
a) tra i DISTURBI AUTONOMICI: disfunzione erettile, ipotensione ortostatica, stipsi, rallentato svuotamento gastrico e incontinenza urinaria;
b) tra i DISTURBI DEL SONNO: eccessiva sonnolenza diurna (EDS), insonnia, sindrome delle gambe senza riposo (RLS) e movimenti periodici degli arti nel sonno (PLMS), disturbi comportamentali del sonno REM (RBD);
c) tra i DISTURBI PSICOLOGICI: ansia.
Dalla rassegna dettagliata di 523 articoli sono stati estratti 46 lavori in base ai quali il comitato di esperti ha stilato le seguenti indicazioni:
a) - il sildenafil (Viagra®) potrebbe essere preso in considerazione nei pazienti con disfunzione erettile (raccomandazione di livello C).
- Non ci sono evidenze sufficienti a sostegno dell’utilizzo di farmaci quali indometacina (Indoxen®, Liometacen®, Metacen®), fludrocortisone (Florinef®), midodrina (Gutron®) nel trattamento dell’ipotensione ortostatica in pazienti con MP (livello U). Gli unici farmaci attualmente approvati dalla Food and Drug Administration (FDA) a questo scopo sono la midodrina e la L-treodiidrossifenilserina (Droxidopa®, non in commercio in Italia).
- I dati a favore dell’utilizzo dell’agonista dopaminergici apomorfina (Apofin®) nel trattamento dell’incontinenza urinaria sono insufficienti (livello U). I farmaci anticolinergici vengono utilizzati con beneficio nella pratica clinica, ma non ci sono sufficienti studi clinici randomizzati a supporto di questo uso. Possono causare confusione nei pazienti con  malattia di Parkinson .
- Il lassativo isosmotico a base di macrogol (polietilenglicole, Movicol®) potrebbe essere considerato nel trattamento della stipsi nella MP (livello C).
b)- Il modafinil (Provigil®), farmaco usato per la terapia della narcolessia, può essere efficace nel migliorare la percezione soggettiva dello stato di veglia nei pazienti con
 malattia di Parkinson  (livello A), ma le evidenze a sostegno di un suo uso sicuro ed efficace in pazienti con  malattia di Parkinson ed EDS che intraprendono attività per le quali la sonnolenza può rappresentare un pericolo (ad esempio, la guida di autoveicoli) sono insufficienti (livello U).
- L’utilizzo di levodopa-carbidopa (Sinemet®) o melatonina nel trattamento dell’insonnia nella
 malattia di Parkinson  non è supportato da evidenze cliniche sufficienti (livello U).
Levodopa-carbidopa può contribuire a migliorare i sintomi motori responsabili in parte dell’insonnia, ma non ci sono evidenze a favore di un miglioramento dei parametri oggettivi della qualità del sonno.
- L’associazione levodopa-carbidopa diminuisce probabilmente la frequenza degli episodi di PLMS nella MP (livello B). I farmaci dopamino agonisti, ropinirolo (Requip®) e pramipexolo (Mirapexin®) sono gli unici approvati dalla FDA nel trattamento della RLS nella popolazione generale, ma non ci sono studi controllati sul loro utilizzo nei pazienti con malattia di Parkinson .
- Non ci sono evidenze sufficienti a favore o sfavore del trattamento farmacologico del RBD nei pazienti con MP  (livello U). Clonazepam (Rivotril®) e melatonina sono di frequente utilizzati nella popolazione generale.
- c) Gli studi sulla terapia dell’ansia nella MP sono insufficienti (livello U). L’utilizzo di agenti ansiolitici, quali le benzodiazepine, sembrerebbe dare beneficio ai pazienti, tuttavia questi farmaci possono essere associati a cadute, atassia e disturbi cognitivi.
Nelle osservazioni finali gli autori sottolineano la scarsità di dati controllati sul trattamento dei sintomi non motori nella  malattia di Parkinson e auspicano che si intraprendano studi clinici adeguati.

 

NOTA INFORMATIVA IMPORTANTE DEL L ’AIFA SULL’USO CORRETTO DI EXELON® (RIVASTIGMINA) CEROTTO TRANSDERMICO

Ci eravamo già occupati del cerotto transdermico a base di rotigotina (Exelon®, Novartis) farmaco anticolinesterasico che blocca gli enzimi deputati alla degradazione dell’ acetilcolina, la cui riduzione a livello cerebrale sarebbe coinvolta nella comparsa dei sintomi della demenza di tipo Alzheimer (vedi n°88 di neuro...Pillole). In accordo con l’Agenzia Europea dei Medicinali, l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha diramato lo scorso mese una nota informativa per ricordare agli operatori sanitari l’importanza dell’uso appropriato e dell’applicazione corretta di Exelon® cerotto transdermico. L’iniziativa prende origine dalla segnalazione di errori nell’applicazione e casi di uso inappropriato del cerotto, con conseguente sovradosaggio di rivastigmina.
Come ricordato nella nota, “i sintomi di sovradosaggio comprendono nausea, vomito, diarrea, ipertensione e allucinazioni. Possono verificarsi anche bradicardia e/o sincope, associati a malessere o a cadute. Le cause segnalate più frequentemente sono la mancata rimozione del cerotto e l’applicazione contemporanea di più di un cerotto”. Fra le raccomandazioni agli operatori sanitari, da trasmettere ai pazienti e a chi li accudisce, viene ricordato di:
- applicare un solo cerotto al giorno sulla cute sana in una delle zone indicate: la parte superiore o inferiore della schiena, la parte superiore del braccio o del torace; �.sostituire il cerotto con uno nuovo dopo 24 ore, rimuovendo il cerotto del giorno precedente prima di applicare un nuovo cerotto, in un punto diverso della cute;
- non applicare un nuovo cerotto nello stesso punto prima che siano trascorsi 14 giorni, per minimizzare il rischio di irritazione cutanea;
- non tagliare a pezzi il cerotto.

 

STATINE E MECCANISMI NEUROPROTETTIVI NEL LE MALATTIE NEURODEGENERATIVE

Le statine, farmaci largamente utilizzati nel trattamento delle ipercolesterolemie, vengono classificate in due categorie: lipofile (simvastatina, lovastatina, atorvastatina, cerivastatina) in grado di attraversare la barriera ematoencefalica, ed idrofile (fluvastatina, mevastatina e pravastatina). Oltre all’impiego convenzionale nel ridurre la produzione di colesterolo, le statine sono state utilizzate in una serie di malattie neurodegenerative, quali l’ictus ischemico, la demenza vascolare, la malattia di Alzheimer (MA), la malattia di Parkinson. I meccanismi neuroprotettivi possibilmente implicati nell’ azione delle statine non sono ancora del tutto chiariti e sono stati oggetto di una recente revisione (Exp Neurol 2010, doi:10.1016/ j.expneurol.2010.04.006) dalla quale riprendiamo alcune considerazioni relative all’impiego delle statine nell’ictus ischemico, nella MA e nella MP.
Statine ed ictus ischemico
Oltre al ben noto effetto ipolipemizzante, evidenze sperimentali suggeriscono che le statine esplicherebbero il loro effetto neuroprotettivo sull’ictus attraverso la modulazione di mediatori dell’infiammazione quali ICAM-1 (molecola di adesione leucocitaria), chemochine e interleuchina 6 (Neurobiol Dis 2009;36:35-41). Inoltre le statine avrebbero un ruolo importante nella regolazione della produzione di ossido nitrico e nella modulazione della sintesi di eNOS (ossido nitrico sintetasi endoteliale). L’attivazione dell’ eNOS avrebbe un effetto vasodilatatore che determinerebbe un aumento del flusso cerebrale attorno all’area ischemica ictale o nelle regioni cerebrali danneggiate (Trends Neurosci 2004;27:283-9). Altre evidenze mostrerebbero che le statine esercitano il loro effetto attraverso un altro meccanismo di protezione dal massivo stress ossidativo che si verifica durante l’ictus ischemico. In particolare, dopo l’evento ischemico vengono prodotti radicali liberi dell’ossigeno attraverso varie vie enzimatiche, quali le ciclossigenasi, la xantina deidrogenasi, la xantina ossidasi e la NADPH ossidasi (NOX).
Quest’ultima sarebbe la maggior responsabile della produzione di cellule infiammatorie che generano superossido e le statine inibirebbero proprio l’azione della NOX (Br J Pharmacol 2006;148:544-52).
Statine e Malattia di Alzheimer
Elevate concentrazioni cerebrali di 0-amiloide e la presenza dell’allele E4 della apolipoproteina E sono considerati fattori di rischio per la MA. Alti livelli di colesterolo sierico sembrerebbero peraltro favorire la formazione della 0- amiloide. Oltre all’effetto ipolipemizzante, studi sperimentali suggeriscono che le statine potrebbero ridurre le concentrazioni di 0-amiloide (Neurobiol Dis 2009;34:525-34) modulandone il metabolismo.
Statine e Malattia di Parkinson
Studi epidemiologici recenti hanno riportato una possibile associazione fra alti livelli di colesterolo ed una maggiore incidenza di MP, suggerendo un effetto “protettivo” delle statine (vedi n° 81 di neuro...Pillole), possibilmente riconducibile alla loro attività ipolipemizzante. Studi sperimentali suggeriscono inoltre che le statine potrebbero esercitare il loro effetto anche sui processi infiammatori, caratterizzati dall’attivazione della microglia e dall’accumularsi di mediatori infiammatori quali citochine e proteasi a livello della sostanza nera e dello striato, che contribuirebbero alla patogenesi e progressione della MP (JM Neurosci 2008:29;13543–56). Infine, le statine, in particolare la lovastatina, hanno mostrato risultati incoraggianti nella riduzione dell’incidenza e severità dei movimenti involontari indotti dalla levodopa in modelli animali di MP (J Neurosi 2008;28:4311-6). L’effetto sarebbe riconducibile ad una azione inibitoria delle statine a livello della via di segnalazione intracellulare implicata nella genesi delle discinesie, la via di ERK. Pur essendo preliminari, questi dati hanno costituito uno stimolo per ulteriori ricerche cliniche, finanziate attualmente dalla Fondazione Michael J. Fox statunitense, per testare il possibile utilizzo delle statine nel trattamento delle discinesie da levodopa in pazienti con MP (www.pdonlineresearch. org).




CARENZA DI SINEMET® (LEVODOPA CARBIDOPA) 
A LENTO RILASCIO SUL MERCATO

Dal sito www.univadis.it, riprendiamo la notizia, diramata dalla casa farmaceutica Merck Sharp & Dohme Italia S.p.A., della prossima carenza sul mercato (aprile-agosto 2010) delle formulazioni di levodopa-carbidopa (Sinemet® 100 mg+25 mg e Sinemet® 200 mg+50 mg) a rilascio modificato, utilizzate nella terapia della malattia di Parkinson.
Viene invece assicurata nel comunicato la regolare distribuzione delle formulazioni di Sinemet® 100 mg+25 mg e Sinemet® 250 mg+25 mg a rilascio standard.
Si ricorda che è in commercio anche una formulazione equivalente a lento rilascio a base di levodopa carbidopa denominata Levodopa Carbidopa Hexal, nei dosaggi 100 mg+25 mg e 200 mg+50 mg.




STORIA FAMILIARE DI MELANOMA E RISCHIO DI MALATTIA DI PARKINSON

La possibile concomitanza di malattia di Parkinson (MP) e melanoma (tumore maligno che origina dal melanocita, cellula della cute preposta alla sintesi di melanina) è stato suggerito in passato da diversi studi. Secondo una ricerca danese in particolare, che ha interessato più di 8000 pazienti con MP, una diagnosi di melanoma sarebbe associata ad un rischio aumentato (circa il 50%) di sviluppare successivamente MP, mentre i pazienti con MP mostrerebbero un rischio raddoppiato di manifestare un melanoma (Br J Cancer 2005;92:201-5).
La somministrazione di levodopa, il farmaco più utilizzato nella terapia della MP, è stata ipotizzata come possibile responsabile sin dal 1972, dopo la segnalazione di un caso di melanoma in un paziente con MP, manifestatosi dopo 3-4 mesi di terapia
(Arch Pathol 1972;93:556-61).
La teoria su cui si fonda la possibile relazione fra levodopa e melanoma risiede nel fatto che la levodopa è sia il precursore della dopamina, sia importante substrato per la sintesi di melanina.
Nonostante la causalità fra melanoma e levodopa sia stata confutata successivamente
(Ann Pharmacother 2000;34:382-5; Parkinsonism Relat Disord 2003;9:321-7) ancora oggi il foglietto illustrativo delle specialità medicinali a base di levodopa riporta fra le controindicazioni che “poiché la levodopa può attivare un melanoma maligno, non deve essere usata in pazienti con lesioni cutanee sospette non diagnosticate o con un'anamnesi di melanoma”. Fra le altre ipotesi avanzate, è stato suggerito che MP e melanoma possano avere delle componenti genetiche in comune.
Una storia famigliare positiva è uno dei fattori di rischio più importanti per il melanoma: se MP e melanoma presentano delle comuni componenti genetiche ci si potrebbe attendere un rischio più alto di MP nei soggetti con una storia famigliare di melanoma.
Per verificare questa ipotesi alcuni ricercatori americani hanno esaminato i dati relativi a circa 160.000 soggetti, attingendo ai
data base di due vasti studi prospettici di coorte: Health Professional Follow-up Study e Nurses Health Study (Neurology 2009;73:1286:91).
Nell’arco dei 14-20 anni di follow-up sono stati identificati 616 casi di MP.
Nei soggetti con una storia famigliare (parentela di primo grado) di melanoma, è stato evidenziato un rischio circa doppio di sviluppare MP, rispetto ai soggetti senza tale storia famigliare.
L’associazione MP-melanoma è risultata indipendente da altri fattori, quali l’età, il trattamento con levodopa, il fumo, il consumo di caffeina. Non è stata inoltre rintracciata nessuna associazione fra storia famigliare di altri 4 tipi di tumori (colorettale, polmonare, mammario, prostatico) e MP. Gli autori suggeriscono che i determinanti genetici del melanoma potrebbero essere esplorati come geni di suscettibilità di MP.

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