ASSOCIAZIONE DI VOLONTARIATO A SOSTEGNO DEI MALATI DI MORBO DI PARKINSON

 

Notizie scientifiche pag. 4

 

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NOTIZIE SCIENTIFICHE pag. 4

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ULTIMISSIME DALLA STAMPA

STAMPA:  RACCOLTA DI NOTIZIE


 

Ginko Biloba nella prevenzione della demenza?
Segnalazione di un caso di probabile peggioramento dei sintomi parkinsoniani indotto dal Losartan
Rotigotina in cerotto (Neupro®) ritirata dal mercato statunitense per problemi farmaceutici
Uso di statine e rischio di malattia di Parkinson
Parkinsonismo iatrogeno: difficoltà nel riconoscimento anche per i neurologi
Terapia iniziale con Pramipexolo e comparsa di discinesie associate a levodopa
Dubbi sul l’utilizzo dei farmaci anticolinesterasici nel trattamento della demenza in pazienti con malattia di Parkinson
Nuovi dosaggi della specialità medicinale a base di levodopa/carbidopa/entacapone (Stalevo®)

Antipsicotici atipici ed aumento di peso
Immissione in commercio in Italia della Tetrabenazina (XENAZINA®)
Pramipexolo (Mirapexin) e rischio di edemi agli arti inferiori
Nimesulide: dispensabile con ricetta non ripetibile

Clozapina: attenzione alla stipsi
Conservazione farmaci nei mesi estivi
Cerotto Neupro® (Rotigotina)

Parkinson: farmaco anti-ipertensione efficace (isradipina)
Rasagilina (Azilect®) nella terapia antiparkinson
Farmaci dopamino agonisti:sindrome del gioco di azzardo, aumento della libido e della ipersessualità

Pergolide (Nopar®) e Cabergolina (Cabaser®): associate al rischio di rigurgito della valvola
RSL gioco di azzardo
Cabergolina e valvulopatie cardiache
Levetiracetam e discinesie nella malattia di Parkinson: negativi i risultati degli studi clinici pilota
Peggioramento dei sintomi parkinsoniani associati al farmaco antipsicotico Aripiprazolo (Abilify
®)
Aumento di peso in terapia con pramipexolo (Mirapexin®)

Supplemento di creatina
Alopecia

Osteonecrosi alla mandibola associata ai bifosfonati
Movimenti distonici da cetirizina (Zirtec®)
Nuove informazioni di sicurezza per Veralipride (Agradil)
Nuove importanti informazioni di segnalazione di singhiozzo persistente associato all'assunzione di agonisti dopaminergici
Formulazioni generiche a base di levodopa e carbidopa: attenzione nella compilazione della ricetta
Tasmar (Tolcapone)
I parametri dell'Accademia Americana per il trattamento della malattia di Parkinson
Neupro (Rotigotina)
Stalevo

Farmaci generici: aggiornamento sui farmaci neurologici
Farmaci che possono causare tremore
Malattie in vendita e informazioni sui farmaci
I film divertenti fanno bene alla circolazione del sangue
Sicurezza ed efficacia della valeriana nel trattamento dell'insonnia
Segnalazione di parkinsonismo reversibile associato a Trinetazidina (Vastarel®)
Sirio® (Melevodopa+Carbidopa) nella terapia del morbo di Parkinson

 


 
NOTIZIE SCIENTIFICHE

(Notizie selezionate da http://neuro.unibo.it/pill/pillole.htm)
 



GINKO BILOBA NELLA PREVENZIONE DELLA DEMENZA?

L’incidenza e prevalenza della demenza nelle fasce più anziane della popolazione (al di sopra degli 85 anni di età) sono in aumento.
Si calcola che il numero di casi in questo gruppo di anziani sia destinato a quintuplicarsi entro il 2050 ed uno degli obiettivi principali delle ricerche in corso è quello di ritardare l’insorgenza e/o la progressione dei sintomi cognitivi.
Fra le strategie proposte, ha ricevuto notevole impulso, specie negli Stati Uniti, il possibile impiego di composti “naturali”, quali il Ginko biloba: ai principi attivi contenuti negli estratti idroacetonici secchi delle foglie di questa pianta vengono riconosciute, fra le altre, proprietà antiossidanti e possibili effetti sul metabolismo dell’amiloide.
L’impiego controllato degli estratti di Ginko biloba nel trattamento dei sintomi cognitivi della demenza di tipo Alzheimer ha dato peraltro risultati contradditori (JAMA 1997;278:1327-32; Curr Alzheimer Res 2005;2:541-51), mentre non si conosce se l’uso di questi composti in soggetti anziani senza deficit cognitivi possa avere un effetto preventivo sulla comparsa dei sintomi.
Questo ultimo aspetto è stato indagato in uno studio pubblicato sul fascicolo del 6 maggio della rivista Neurology (Neurology 2008;70:1809-17): 118 anziani di età  pari a 85 anni, senza deficit cognitivi, sono stati randomizzati a ricevere in doppio cieco un estratto standard di Ginko biloba (GBE, 240 mg/die), (n=60) o placebo (n=58) per un periodo di 42 mesi.
L’analisi primaria dei dati non ha mostrato un effetto “protettivo” del trattamento con Ginko sul declino delle capacità cognitive nei soggetti studiati.
E’ emerso invece il dato statisticamente significativo (p< 0,01) di un maggior numero di eventi avversi cerebrovascolari nel gruppo di soggetti trattati con GBE.
Da un’analisi secondaria, che ha tenuto conto della compliance dei partecipanti allo studio nell’assunzione del trattamento, sembrerebbe emergere un possibile effetto del GBE nella prevenzione del declino cognitivo. Nell’editoriale che commenta i risultati di questo studio (Neurology 2008;70:1730-1) viene anticipato che sta per concludersi una sperimentazione multicentrica statunitense (GEM Study), condotta in 3000 soggetti anziani, sull’efficacia del GBE nella prevenzione della demenza, i cui risultati sono attesi per la primavera del 2009.
Da questo studio ci si attende una risposta circa il rischio/beneficio del trattamento con Ginko: in letteratura sono stati riportati diversi casi di eventi emorragici possibilmente associati all’assunzione di GBE (J Gen Intern Med 2005;20:657-61) ed è importante ricordare che gli estratti di Ginko Biloba in genere non possono essere assunti come prodotti da automedicazione, né prescritti con leggerezza da operatori non medici.

 


SEGNALAZIONE DI UN CASO DI PROBABILE PEGGIORAMENTO DEI SINTOMI PARKINSONIANI INDOTTO DAL LOSARTAN

Segnaliamo la pubblicazione nello scorso mese (Mov Disord 2008;23:1055) di un caso di probabile peggioramento dei sintomi parkinsoniani associato all’uso del farmaco antipertensivo Losartan, in un paziente con diagnosi di probabile malattia di Parkinson associata ad ipertensione.
Il paziente di 65 anni, con una storia di durata dei sintomi parkinsoniani di 5 anni, in terapia cronica con levodopacarbidopa da 3 anni ed una risposta motoria stabile nell’arco della giornata aveva manifestato un progressivo peggioramento dei sintomi motori, con frequenti cadute, episodi di “freezing” della marcia, bradicinesia severa e perdita di autonomia nello svolgimento delle abituali attività dopo l’introduzione del losartan in sostituzione dell’antipertensivo ramipril.
La sospensione del Losartan era associata, già a distanza di 48 ore, ad un notevole miglioramento dei sintomi e ad una ripresa dell’autonomia da parte del paziente.
Il “re-challenge” del paziente con Losartan confermava il deterioramento dei sintomi dopo 48 ore dalla reintroduzione del farmaco; la nuova sospensione determinava un buon recupero motorio.
Il Losartan è un bloccante dei recettori dell’angiotensina.
I meccanismi sottesi al fenomeno osservato non sono chiari.
Gli autori del “case report” citano evidenze sperimentali in base alle quali l’angiotensina sarebbe coinvolta nei meccanismi di rilascio di dopamina a livello nigrostriatale: il Losartan bloccando i recettori dell’angiotensina potrebbe quindi contribuire ad inibire il rilascio del neurotrasmettitore.
D’altro canto la breve emivita del Losartan (attorno alle 2 ore) potrebbe render conto del rapido miglioramento dei sintomi osservato in questo paziente dopo sospensione del farmaco.
Questa è la prima segnalazione di un probabile peggioramento del parkinsonismo associato al Losartan, che deve essere comunque considerato con cautela.
 


LE RACCOMANDAZIONI DEL L ’EMEA RIGUARDO LA CONSERVAZIONE DI NEUPRO®, FORMULAZIONE IN CEROTTO A BASE DI ROTIGOTINA

Dopo l’annuncio della Food and Drug Administration statunitense del ritiro dal mercato americano del “cerotto per il Parkinson” denominato Neupro® a causa di problemi di cristallizzazione del principio attivo (rotigotina) sulla superficie del cerotto, anche l’ Agenzia Europea per il farmaco (EMEA) è corsa ai ripari. Con un comunicato del 4 giugno (EMEA/268751/2008, www.emea.europa.eu) viene raccomandata la conservazione di Neupro® ancora presente sul mercato europeo fra 2°C e 8°C al fine di ridurre la possibile cristallizzazione del principio attivo.
Da Maggio 2008 è iniziata una fase di ritiro graduale di tutti i lotti di Neupro® presenti sul mercato.
Nuovi lotti del cerotto prodotti, conservati e distribuiti in condizioni controllate, secondo la catena del freddo, andranno a sostituire i lotti attualmente esistenti.
L’effetto della formazione di cristalli sull’efficacia del Neupro® non è stata ancora stabilita ed è oggetto attualmente di studio da parte della casa farmaceutica produttrice (Schwarz Pharma, Gruppo UCB).
 



ROTIGOTINA IN CEROTTO (NEUPRO®) RITIRATA DAL MERCATO STATUNITENSE PER PROBLEMI FARMACEUTICI

Con un comunicato del 9 di aprile 2008 la Food and Drug Administration (FDA) ha annunciato il ritiro dal mercato statunitense della formulazione in cerotto dell’agonista dopaminergico rotigotina (Neupro®, Schwarz Pharma [gruppo UCB]), indicato nel “trattamento del morbo di Parkinson allo stadio iniziale come monoterapia o in combinazione con la levodopa; ovvero nel corso della malattia quando l’efficacia della levodopa si riduce o diventa discontinua e si verificano fluttuazioni dell’effetto terapeutico”.
Il provvedimento sarebbe dovuto a problemi di cristallizzazione del farmaco nello strato adeso al cerotto che potrebbero causare un assorbimento ridotto e variabile del principio attivo con conseguente scarsa riproducibilità della risposta terapeutica.
Nel comunicato (www.medscape.com) si raccomanda ai medici di non prescrivere il trattamento con rotigotina in nuovi pazienti e d’iniziare la graduale sospensione del farmaco in quelli già in trattamento.
Per quanto riguarda la situazione in Italia, ricordiamo che Neupro®, approvato dall’ Agenzia Europea per i Medicinali nel 2006 ha ottenuto nell’ottobre del 2007 l’autorizzazione alla commercializzazione dall’ Agenzia Italiana del Farmaco e la distribuzione del farmaco era iniziata nel mese di marzo 2008.
I problemi della formulazione farmaceutica segnalati negli USA sembrano avere ripercussioni anche sul mercato europeo ed italiano.

 


USO DI STATINE E RISCHIO DI MALATTIA DI PARKINSON

L’incidenza della malattia di Parkinson sembrerebbe più bassa fra gli utilizzatori di statine.
E’ questo il dato che emerge da uno studio di un gruppo di ricercatori americani che ha confrontato 312 pazienti con diagnosi di probabile o possibile malattia di Parkinson (MP) con un gruppo di 342 controlli, provenienti da tre zone rurali della California.
Ai partecipanti allo studio è stato richiesto di compilare un questionario sull’eventuale consumo di statine (tipologia, durata del trattamento, età all’inizio e alla fine dell’utilizzo).
E’ stata osservata una frequenza d’uso di statine più alta nei controlli rispetto ai pazienti con MP, traducibile in un rischio all’incirca dimezzato di MP fra i consumatori di statine.
L’entità di riduzione del rischio è risultata proporzionale alla durata del trattamento con statine, con un’ apparente associazione “protettiva” maggiore per gli utilizzatori di statine “a lungo termine” (+ 5 anni). Cauti gli autori nell’attribuire un nesso di causa-effetto a questa osservazione.
Le statine (atorvastatina, cerivastatina, fluvastatina, pravastatina e simvastatina) sono farmaci che inibiscono la sintesi del colesterolo agendo sull' enzima 3- idrossi-3-metilglutaril-coenzima A reduttasi. Basse concentrazioni di colesterolo LDL sarebbero associate secondo alcuni autori ad un rischio maggiore di MP ed in tal caso l’uso di statine potrebbe essere semplicemente un indicatore di alti livelli di colesterolo potenzialmente “protettivi” nei confronti della MP.
D’altro canto secondo alcuni studi sperimentali le statine eserciterebbero un’ attività anti radicali liberi e potrebbero attenuare alcuni dei processi neuro infiammatori potenzialmente coinvolti nella fisiopatologia della MP.

  


PARKINSONISMO IATROGENO:
DIFFICOLTA’ NEL RICONOSCIMENTO ANCHE PER I NEUROLOGI

Le sindromi parkinsoniane di origine iatrogena non sempre vengono riconosciute e distinte dalla Malattia di Parkinson, neanche dai neurologi.
E’ quanto emerge da un articolo di recente pubblicazione che ha retrospettivamente riesaminato i dati clinico-terapeutici di una serie di pazienti con parkinsonismo visitati nell’arco di due anni presso una clinica universitaria di Atlanta (USA) specializzata nei disordini del movimento.
Ventiquattro dei 354 pazienti esaminati (6,8%) mostravano un parkinsonismo iatrogeno: 19 di questi pazienti erano stati valutati in precedenza da un neurologo che non era stato in grado di diagnosticare correttamente il tipo di parkinsonismo.
I farmaci più frequentemente associati al parkinsonismo sono risultati gli antipsicotici atipici, nel 46% dei casi: 6 pazienti con olanzapina, 3 con risperidone e 2 con aripiprazolo, associati in tre casi ad acido valproico. La metoclopramide è risultata responsabile del parkinsonismo nel 21% dei pazienti.
In 14 dei 24 pazienti era stato iniziato un trattamento con agenti dopaminergici e con farmaci contro il tremore essenziale pur continuando l’assunzione dei farmaci parkinsonizzanti.
Sedici dei 17 pazienti monitorati dopo la sospensione dei farmaci parkinsonizzanti hanno mostrato una remissione dei sintomi da moderata a totale in un tempo medio di circa 10 mesi. Solo un paziente non ha mostrato alcun cambiamento nell’arco di 9 mesi.
In tutti i pazienti con piena remissione dei sintomi è stata sospesa anche la terapia antiparkinsoniana.
Gli autori sottolineano come alcuni farmaci, specie gli antipsicotici atipici, non siano ancora riconosciuti come possibili agenti parkinsonizzanti, neanche dai medici specialisti e mettono in guardia dall’uso degli agonisti dopaminergici in pazienti che non ne necessitano.

 


TERAPIA INIZIALE CON PRAMIPEXOLO (MIRAPEXIN®)
E COMPARSA DI DISCINESIE ASSOCIATE A LEVODOPA
IN PAZIENTI CON MALATTIA DI PARKINSON

Continuano ad essere pubblicati i risultati scaturiti dalle analisi secondarie del protocollo di studio prospettico, multicentrico statunitense denominato CALM-PD, che dal 1996 al 2000 ha valutato la tipologia e l’incidenza delle complicanze motorie e non motorie in una vasta popolazione di pazienti con malattia di Parkinson (PD), randomizzati a ricevere levodopa o pramipexolo (Mirapexin®) come terapia iniziale. Oggetto dell’ultima analisi pubblicata  è stato quello di valutare se il rischio di sviluppare discinesie durante i primi 24 mesi di follow-up fosse differente nel gruppo di pazienti assegnati a ricevere inizialmente pramipexolo, ed ai quali la levodopa è stata aggiunta in seguito in aperto (n=73) per necessità terapeutica, rispetto ai pazienti trattati fin dall’inizio con levodopa (n=150).
Sette dei 73 pazienti del “gruppo pramipexolo” (9,6%) hanno manifestato discinesie dopo l’inserimento di levodopa: il periodo di osservazione media è stato di 11,3 mesi in monoterapia (2,75 mg/die di pramipexolo) e di 11,2 mesi in coterapia con levodopa, ad una dose media di 233 mg/die.
Il 45% dei pazienti del “gruppo levodopa” ha manifestato discinesie nell’arco dei 24 mesi di follow-up, ad una dose media di 427 mg/die.
Dall’analisi dei dati, corretti per la dose di levodopa e la durata dei sintomi parkinsoniani (variabili entrambe associate significativamente al tempo di comparsa delle discinesie), non è emersa nessuna differenza significativa nel rischio di comparsa dei movimenti indesiderati fra il gruppo di pazienti che avevano ricevuto inizialmente pramipexolo rispetto a quelli trattati da subito con levodopa.
Gli autori, pur suggerendo cautela nell’interpretazione dei risultati, specie per quanto riguarda la limitata potenza statistica dello studio, concludono che il trattamento iniziale della malattia di Parkinson con pramipexolo è associato ad una ritardata comparsa delle discinesie semplicemente per un ritardato impiego della levodopa e non in base ad un presunto effetto “protettivo” esercitato dall’agonista dopaminergico (Lancet 2002;360:1767)

  


DUBBI SUL L ’UTILIZZO DEI FARMACI ANTICOLINESTERASICI NEL TRATTAMENTO DEL LA DEMENZA IN PAZIENTI CON MALATTIA DI PARKINSON

I farmaci inibitori dell’acetilcolinesterasi (donepezil, Aricept®, Memac®; galantamina, Reminyl®; rivastigmina, Exelon®, Prometax®) vengono utilizzati nel trattamento della demenza nella malattia di Alzheimer, nella forma lievemoderata.
La rivastigmina è l’unico di questa categoria di farmaci che trova espressa indicazione anche nel trattamento della demenza in pazienti con malattia di Parkinson.
Si tratta di farmaci la cui efficacia e rapporto rischio/beneficio e costo/beneficio sono stati già messi in discussione nella malattia di Alzheimer
(Lancet 2004;363;2105-15).
Di recente la rivista Prescrive International ha pubblicato alcuni editoriali nel quale l’uso degli anticolinesterasici è messo marcatamente in discussione, specie nei pazienti parkinsoniani con demenza.
Viene in particolare evidenziata la limitata efficacia clinica emersa dal trail clinico denominato EXPRESS
(Prescrire Int 2007;16:66), incentrato sull’utilizzo della rivastigmina nel trattamento sintomatico della demenza in pazienti con malattia di Parkinson: un miglioramento delle funzioni cognitive da moderato a marcato è stato riscontrato nel 19,8% dei pazienti trattati con rivastigmina ma anche nel 14,5% di quelli trattati con placebo.
A fronte della limitata efficacia il 17% dei pazienti trattati con rivastigmina è uscito dalla sperimentazione contro l’8% dei pazienti con placebo: fra gli effetti indesiderati, nausea, vomito e recrudescenza dei sintomi parkinsoniani, specie del tremore.
Un peggioramento dei sintomi parkinsoniani (disturbi della marcia, cadute, tremore) è un possibile effetto indesiderato associato all’uso di tutti i farmaci anticolinesterasici in pazienti parkinsoniani con disturbi cognitivi (
Prescrire Int 2007;16:197-8), reversibile alla sospensione del farmaco.
Per saperne di più: www.farmacovigilanza.org.

  


NUOVI DOSAGGI DELLA SPECIALITÀ MEDICINALE A BASE DI LEVODOPA/CARBIDOPA/ENTACAPONE (STALEVO®)

Il Ministero della Salute ha approvato nel mese scorso (Determinazione del 26 ottobre, Gazzetta Ufficiale n° 271 del 21 novembre 2007) due nuovi dosaggi, a carico del Servizio Sanitario Nazionale (fascia A), della specialità medicinale Stalevo®, associazione di levodopa/carbidopa/entacapone, utilizzata nel trattamento dei pazienti con Malattia di Parkinson che presentano fluttuazioni delle prestazioni motorie.
Saranno disponibili sul mercato le formulazioni
Stalevo® 50 (levodopa 50 mg/ carbidopa 12,5 mg/ entacapone 200 mg) e Stalevo® 150 (150 mg levodopa/ 37,5 mg carbidopa/ 200 mg entacapone), che vanno ad aggiungersi allo Stalevo® 100 (100 mg levodopa/ 25 mg carbidopa/ 200 mg entacapone), attualmente disponibile sul mercato.
La commercializzazione delle nuove formulazioni è prevista per il mese di gennaio 2008.

 


ANTIPSICOTICI ATIPICI ED AUMENTO DI PESO

L’aumento di peso è un noto effetto indesiderato della terapia con antipsicotici, sia di quelli tradizionali (fenotiazine, butirrofenoni), sia dei più recenti antipsicotici “atipici” (clozapina, olanzapina, quetiapina, aripiprazolo).
Si tratta di un effetto che presenta notevoli ripercussioni sia dal punto di vista psichico (riduzione di autostima), sia fisico, in quanto potenzialmente associato a diverse patologie, quali ipertensione, diabete mellito di tipo 2, coronaropatie e disturbi respiratori (CNS Drugs 2007;21:911-936).
Pur con i limiti metodologici dovuti a differenti dosaggi e durate di trattamento e alle diverse modalità di rilevazione dell’ aumento di peso, gran parte degli studi condotti sugli antipsicotici atipici indicano nella clozapina e olanzapina i farmaci associati ad un più alto rischio di aumento ponderale, seguiti da risperidone e quetiapina, mentre trascurabile appare il rischio con l’aripiprazolo.
Oltre al tipo di farmaco, fra i fattori di rischio per l’aumento di peso sono stati suggeriti un basso indice di massa corporea, il sesso femminile ed una buona risposta clinica al trattamento.
I meccanismi sottesi a questo effetto indesiderato degli antipsicotici non è ancora del tutto chiarito: in parte potrebbe essere ricollegabile all’attività antagonista di questi composti nei confronti di diversi sistemi neurotrasmettitoriali coinvolti nella regolazione della fame e della sazietà, in particolare verso i recettori H2-istaminergici e 5-HT2C serotoninergici (Quaderni della SIF 2007;11:18-21).
Ed è del mese scorso la notizia (http://www.xagena.it) dell’inserimento negli Stati Uniti di un “black box warning” nella scheda tecnica dello Zyprexa® (olanzapina), nel quale la casa produttrice Eli Lilly, anche sotto la spinta degli organi d’informazione e delle associazioni dei pazienti, avverte più espressamente che il farmaco provoca un aumento di peso, che può persistere per 2 anni dopo l’inizio della terapia e causa iperglicemia con una maggiore incidenza rispetto agli altri antipsicotici.
Viene quindi raccomandato di tener conto delle possibili conseguenze dell’aumento di peso e dell’iperglicemia (fattori di rischio per il diabete) prima d’iniziare il trattamento con olanzapina e di monitorare il peso dei pazienti in terapia cronica.
Due studi recenti infine (Hum Psychopharmacol Clin Exp 2007;22:11-15; Eur Psychiatry 2007;22:453-4) hanno suggerito che il trattamento cronico (6 settimane nel primo studio, 12 nel secondo) con la formulazione orodispersibile di olanzapina (Zyprexa® Velotab) sarebbe associato ad un incremento di peso significativamente minore rispetto a quanto osservato con la formulazione in compresse.
Fra i meccanismi proposti per spiegare il fenomeno, la minor permanenza della formulazione orodispersibile (caratterizzata da un più veloce assorbimento) nell’apparato gastrointestinale, con conseguente riduzione dell’attività del farmaco a livello dei recettori serotoninergici del tratto digestivo implicati nei meccanismi di regolazione della sazietà.

 


IMMI
SSIONE IN COMMERCIO IN ITALIA DELLA TETRABENAZINA (XENAZINA®)

E’ entrata in commercio in Italia da questo mese la tetrabenazina (Xenazina®, 25 mg cpr, Chiesi), indicata nel trattamento dei disordini del movimento associati alla Corea di Huntington e della discinesia tardiva da moderata a severa.
I meccanismi patogenetici di questi diversi disturbi ipercinetici sembrano riconducibili a squilibri del sistema dei neurotrasmettitori monoaminergici cerebrali, in particolare ad una iperattività del sistema dopaminergico.
La tetrabenazina agisce come inibitore reversibile, ad alta affinità della captazione della dopamina nelle vescicole granulari dei neuroni presinaptici del sistema nervoso centrale, bloccando l’attività di proteine dette trasportatori vescicolari delle monoamine (VMAT2).
Il risultato è un potenziamento della degradazione della dopamina nel citoplasma neuronale, associato ad una minor attività eccitatoria in risposta agli impulsi nervosi.
Il farmaco agisce in modo simile alla reserpina, con una minor attività periferica e ridotta durata d’azione. Dal punto di vista farmacocinetico le informazioni sono scarne (foglietto illustrativo del farmaco): la tetrabenazina presenta una biodisponibilità orale bassa e variabile, a causa di un elevato effetto di primo passaggio.
Il suo principale metabolita, la idrossitetrabenazina, è attiva quanto la molecola madre nella deplezione delle ammine cerebrali ed è probabilmente il principale responsabile dell’effetto terapeutico.
Dati ricavati da sperimentazioni animali quantificano in 5-6 ore la durata, dose dipendente, dell’effetto del farmaco.
La posologia iniziale suggerita è di 12,5 mg al giorno, da aumentare gradualmente in funzione della risposta individuale, con particolare cautela negli anziani e nei bambini, popolazioni per le quali non esistono studi specifici e l’esperienza clinica è limitata.
La dose massima consigliata nel trattamento della Corea di Huntington è di 200 mg/die.
Gli effetti indesiderati più frequenti includono sonnolenza, parkinsonismi, depressione, stanchezza, acatisia ed insonnia.
Meno comuni le segnalazioni di ipotensione e disturbi gastrointestinali.
Per quanto riguarda le interazioni, studi in vitro hanno dimostrato che la tetrabenazina ed il suo principale metabolita inibiscono l’attività dell’isoenzima CYP2D6, dato da tener presente in caso di cosomministrazione di farmaci metabolizzati per questa via (fra gli altri, antidepressivi triciclici e inibitori del reuptake di serotonina e b-bloccanti).



PRAMIPEXOLO (MIRAPEXIN®) E
RISCHIO DI EDEMI AGLI ARTI INFERIORI

Il pramipexolo (Mirapexin®) è un farmaco dopamino agonista non ergot-derivato molto utilizzato nella terapia della malattia di Parkinson (MP). Gli effetti indesiderati più comunemente associati al trattamento con pramipexolo e con gli agonisti dopaminergici in generale includono sonnolenza, allucinazioni e nausea.
La possibile comparsa di edemi agli arti inferiori non era stata identificata nei primi studi clinici di sicurezza ed efficacia del farmaco, ed è emersa come effetto indesiderato relativamente comune solo nella fase di osservazione post-marketing, con una prevalenza stimata fra il 5 e il 22% (Arch Neurol 2004;61:1044-53). Nei mesi scorsi sono stati pubblicati due lavori che hanno esaminato i possibili fattori di rischio per la comparsa di questo effetto avverso che può avere pesanti ripercussioni sulla qualità della vita dei pazienti.
Il primo studio, retrospettivo di coorte, ha preso in esame una popolazione di 237 pazienti affetti da “sindromi parkinsoniane” di sesso maschile in terapia con pramipexolo seguiti presso il centro di assistenza per veterani di Filadelfia dal 2002 al 2004 (Arch Neurol 2007;64:820-4).
Trentotto di questi pazienti (16%) avevano sviluppato edema ai piedi.
Dall’analisi di regressione multipla multivariabile, la diagnosi di MP idiopatica, una storia di disturbi cardiaci (angina, insufficienza cardiaca congestizia, infarto del miocardio) e di diabete mellito sono risultati fattori di rischio statisticamente significativi per la comparsa di edema.
Nessuna relazione significativa è emersa fra dose di pramipexolo ed incidenza e severità dell’edema.
Il secondo studio (Neurology 2007;69:187-95) si riferisce ad un’analisi secondaria nell’ambito del protocollo multicentrico statunitense di confronto tra pramipexolo e levodopa denominato CALM-PD, condotto dal 1996 al 2000 (JAMA 2000;284:1931-38).
Nell’arco di 4 anni di osservazione longitudinale è stata valutata la comparsa di effetti collaterali quali sonnolenza, edema ed allucinazioni in 301 pazienti con MP allo stadio iniziale, randomizzati a ricevere, in un rapporto 1:1 levodopa o pramipexolo.
La probabilità cumulativa di sviluppare edema nei 4 anni è risultata del 45%, con un’incidenza maggiore dopo 2 anni di follow-up. Il trattamento iniziale con pramipexolo, il sesso femminile e la presenza di disturbi cardiaci sono risultati fattori di rischio significativi per la comparsa di edema.
I meccanismi responsabili dell’induzione di edema da parte del pramipexolo sono sconosciuti. In passato l’edema era stato segnalato come una rara complicanza della terapia con dopamino agonisti ergot-derivati (Am J Med 1993;94:445); i risultati di questi studi recenti sembrano suggerire che si tratti di un effetto più generale della terapia con dopamino agonisti.
Nonostante i limiti metodologici degli studi osservazionali, in particolare la mancata standardizzazione delle metodiche di rilevazione dell’edema, i due lavori sottolineano l’importanza della osservazione post-marketing nell’identificare effetti indesiderati che sfuggono dai risultati delle sperimentazioni cliniche su popolazioni di pazienti selezionati, e che emergono solo quando utilizzati nei pazienti “reali”, specie in presenza di comorbidità.

  


NIMESULIDE: DISPENSABILE CON RICETTA NON RIPETIBILE

L’Agenzia Europea dei Medicinali (EMEA) ha concluso il mese scorso (Comunicato stampa AIFA n° 65 del 21 settembre 2007) la revisione delle specialità medicinali a base di nimesulide (antinfiammatorio non steroideo non selettivo), iniziata nel maggio di quest’anno in seguito alle segnalazioni di gravi effetti indesiderati a livello epatico in Irlanda. Per questo motivo, la nimesulide è stata ritirata dal mercato irlandese. Il Comitato per i medicinali ad uso umano (CHMP) ha analizzato tutte le informazioni disponibili sulla sicurezza del farmaco, in particolare gli effetti indesiderati a livello epatico, i dati di consumo e i possibili meccanismi d’azione e fattori di rischio responsabili del danno epatico. In sintesi, il CHMP ha concluso che:
-  il profilo rischio/beneficio della nimesulide è ancora favorevole;
- poiché la maggior parte degli effetti indesiderati epatici insorgono dopo due settimane di trattamento, la terapia con nimesulide deve essere limitata ad un massimo di 15 giorni e solo dopo un’attenta valutazione dei rischi complessivi del singolo paziente;
- viene raccomandato di ritirare dal mercato le confezioni contenenti più di 30 dosi, in relazione alla limitazione della durata di trattamento di 15 giorni.
Anche sulla base di queste conclusioni, in questo mese l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha modificato la classificazione del regime di fornitura delle formulazioni a base di nimesulide, con l’introduzione della ricetta non ripetibile.
Come si legge nel Comunicato AIFA del 18 ottobre 2007, “tale decisione è stata presa con lo scopo di limitare l’esposizione dei pazienti, evitando fenomeni di uso inappropriato e/o abuso del farmaco, soprattutto nei casi in cui i sintomi possono essere trattati con farmaci da banco.
L’introduzione della ricetta non ripetibile è un ulteriore intervento cautelativo, che richiama tutti gli operatori sanitari a vigilare sull’uso appropriato del farmaco.
E’ importante soprattutto che la nimesulide non venga prescritta a pazienti con controindicazioni, fra le quali epatiti pregresse, storia di abuso di alcool, uso concomitante di farmaci epatotossici”.

 


CLOZAPINA: ATTENZIONE ALLA STIPSI

La clozapina (Leponex®) è un farmaco antipsicotico “atipico” indicato nel trattamento della schizofrenia resistente e nei disturbi psicotici in corso di malattia di Parkinson.
Fra gli effetti indesiderati, il rischio di agranulocitosi (1% dei pazienti) è sicuramente il più temuto, ed il conteggio dei neutrofili è previsto come parte integrante del trattamento in cronico con clozapina.
Di recente (27.03.2007) il Ministero della Salute neozelandese (www.medsafe.govt.nz) ha riportato, oltre ad un caso di decesso da agranulocitosi, 4 decessi imputabili a complicanze da stipsi severa (ostruzione e perforazione intestinale, megacolon tossico).
Ulteriori segnalazioni pervenute al Centro di Farmacovigilanza neozelandese, relativamente a 3 casi di ileo paralitico e ad altri 3 casi di alterazione della motilità esofagea suggeriscono che la clozapina può esercitare un effetto potente sulla motilità gastrointestinale, probabilmente interagendo a livello dei recettori sia anticolinergici che serotoninergici.
La possibilità di un’alterazione della motilità dell’intero tratto gastrointestinale mediata dalla clozapina dovrebbe essere tenuta presente in particolare nei pazienti con malattia di Parkinson, per i quali la stipsi è uno dei sintomi non motori più frequenti (Lancet Neurol 2006,5:235-45).
Per un approfondimento, si rimanda anche al sito:
www.farmacovigilanza.org.

 

 
I CONSIGLI DEL MINISTERO DELLA SALUTE PER UNA CORRETTA CONSERVAZIONE DEI FARMACI
NEI MESI ESTIVI

Ecco alcuni consigli riguardo la conservazione dei farmaci durante i mesi estivi, tratti dal documento: “Estate sicura: vincere il caldo - La prevenzione degli effetti sulla salute delle ondate di calore” - indirizzato nel mese scorso a medici e farmacisti dal Ministero della Salute:
- conservare sempre tutti i farmaci nelle loro confezioni, lontano da fonti di calore e al riparo dalla luce diretta;
- leggere attentamente le modalità di conservazione riportate sulle confezioni. Durante la stagione estiva è consigliabile conservare in frigorifero i prodotti per i quali è indicata una temperatura di conservazione non superiore ai 25-30°C;
- alcuni farmaci (vaccini, calcitonine, gamma globulina, granulari ai quali è stata aggiunta acqua) devono essere conservati in frigorifero, possibilmente dopo aver controllato con un termometro che la temperatura sia compatibile con quella indicata sulle confezioni;
- non lasciare farmaci in auto, soprattutto in estate. In viaggio evitare di riporre i farmaci in valigia, che può essere depositata in locali molto caldi, meglio portarli con il bagaglio a mano.
Ulteriori informazioni sono disponibili sul sito: www.ministerosalute.it




CEROTTO NEUPRO
® (ROTIGOTINA)
 

ROTIGOTINA CEROTTO (NEUPRO®): UNA SINTESI DEI PIÙ RECENTI STUDI CLINICI NEL TRATTAMENTO DEL LA MALATTIA DI PARKINSON

Molti pazienti ci chiedono informazioni riguardo al “cerotto” per la terapia della Malattia di Parkinson, formulazione a base dell’agonista dopaminergico rotigotina (Neupro®, Schwarz Pharma), approvato già l’anno scorso dall’EMEA, non ancora in commercio in Italia.
L’aspettativa è alta, anche per l’ampio spazio dedicato a questa formulazione dalle riviste di divulgazione medica, ed è basata su alcuni presupposti sia teorici che pratici: da un lato la ricerca di modalità di somministrazione “continua” degli agonisti dopaminergici come possibile strategia per evitare la comparsa di quelle complicanze a lungo termine della terapia antiparkinsoniana (fluttuazioni motorie, discinesie) attribuibili in parte ad una stimolazione pulsatile, non fisiologica, dei recettori dopaminergici denervati da parte di farmaci a breve emivita d’azione, quali la levodopa.
Dall’altra la comodità della somministrazione transdermica, con la possibilità di un’unica applicazione nelle 24 ore, a vantaggio della compliance del paziente. Negli ultimi mesi la rivista Neurology ha pubblicato i risultati di due sperimentazioni cliniche condotte con la rotigotina su ampie casistiche di pazienti, sia agli stadi iniziali (Neurology 2007;68:272-6), sia avanzati (Neurology 2007;68:1262-7) della Malattia di Parkinson.
PRIMO STUDIO
Nel primo studio multicentrico, in doppio cieco contro placebo, 96 pazienti sono stati randomizzati a ricevere il placebo e 181 la rotigotina, ad una dose iniziale di 2mg/24 ore, fino a 6 mg/24 ore, per un periodo di 6 mesi. Fra i criteri d’inclusione, una durata della sintomatologia 7 5 anni, ed un punteggio da I a III della scala clinica Hoehn & Yahr (H&Y).
I pazienti trattati con rotigotina hanno mostrato un miglioramento significativamente più marcato (p< 0,001) nel punteggio della scala UPDRS (Unified Parkinson’s Disease Rating Scale), sezione II e III, rispetto al gruppo trattato con placebo. La percentuale dei pazienti con una risposta positiva al trattamento (un miglioramento di almeno il 20% rispetto ai valori di base) è risultata del 48% nei pazienti con rotigotina verso il 19% nei pazienti con placebo.
Gli effetti indesiderati manifestatisi in percentuale significativamente più elevata con la rotigotina rispetto al placebo sono stati: reazioni cutanee al sito di applicazione (44% vs 12%), nausea (41% vs 17%), sonnolenza (33% vs 20%) e stordimento (19% vs 13%).
SECONDO STUDIO
Nel secondo studio denominato PREFER, condotto in doppio cieco contro placebo, i pazienti sono stati randomizzati a ricevere placebo (120 pazienti) o rotigotina (8 mg/24 ore, 120 pazienti e 12 mg/24 ore, 111 pazienti), per 24 settimane. Fra i criteri di inclusione, uno stadio H&Y compreso fra II e IV, e periodi di “off” della durata minima giornaliera di 2,5 ore, ad una dose di levodopa E 200 mg/die, in 2 somministrazioni. Al termine del periodo di trattamento, i pazienti in terapia con rotigotina hanno mostrato una riduzione media significativa del tempo in “off” rispetto ai pazienti trattati con il placebo (-1,8 ore/die alla dose di rotigotina di 8 mg/24 ore; -1,2 ore/die alla dose di 12 mg/24 ore; -0,9 ore/die con il placebo).
La percentuale dei pazienti “rispondenti” al trattamento (con una riduzione di almeno il 30% del periodo “off” giornaliero) è risultata del 55% circa nei due gruppi con rotigotina contro il 34% del gruppo in placebo.
EFFETTI INDESIDERATI
Fra gli effetti indesiderati, le reazioni al sito di applicazione (eritema, prurito, dermatiti) sono risultate significativamente più frequenti nei due gruppi in rotigotina rispetto al placebo.
Tali reazioni erano comunque di severità moderata ed hanno richiesto l’interruzione del trattamento solo nel 2% dei pazienti.
Da segnalare il dato che dosi di rotigotina superiori agli 8 mg/24 ore non sembrano assicurare una miglior risposta terapeutica, e tendono ad essere associate ad una maggior percentuale di reazioni avverse, specie di tipo cutaneo. In entrambi gli studi è stata registrata un’alta percentuale di pazienti rispondenti al placebo, fenomeno che, come già segnalato può rivestire un ruolo considerevole nel trattamento della malattia di Parkinson.
Da sottolineare come anche il tipo di formulazione possa influenzare le modalità di aspettativa dell’effetto benefico: ad esempio, l’effetto placebo insolitamente prolungato osservato in questi due studi potrebbe essere riconducibile in parte alla formulazione in cerotto rispetto alla somministrazione orale (J Neural Transm Suppl. 2006;70:415-8).
Studi di maggior durata infine sono necessari per poter valutare l’effettiva efficacia della rotigotina nel prevenire e/o ridurre le complicanze a lungo termine della terapia dopaminergica.

CEROTTO NEUPRO® (ROTIGOTINA)
Negli Stati Uniti, l’FDA ha approvato il cerotto Neupro® (sistema transdermico a base di Rotigotina) per il trattamento dei sintomi precoci della malattia di Parkinson.
La Rotigotina è un agonista della dopamina, che grazie al sistema transdermico permette di migliorare la qualità del sonno nei pazienti con malattia di Parkinson, per 24 ore.
L’efficacia di Neupro® è stata valutata su più di 1100 pazienti.
I più comuni eventi avversi, osservati con il cerotto Neupro®, sono stati: reazioni cutanee al sito di applicazione, vertigini, nausea, vomito, sonnolenza, ed insonnia.
Neupro® può indurre un’insorgenza improvvisa del sonno, che potrebbe risultare pericolosa per i pazienti che guidano un’automobile o fanno uso di macchinari.
Inoltre Neupro® può causare un’improvvisa caduta pressoria ( ipotensione posturale ).
Secondo il Parkinson’s Action Network negli Stati Uniti sono 1 milione gli ammalati di questa patologia neurologica e 60.000 le nuove diagnosi annuali di Parkinson.


 


PARKINSON: FARMACO ANTI-IPERTENSIONE EFFICACE
L'isradipina agisce direttamente sui neuroni dopaminergici

Un farmaco finora usato contro ipertensione e ictus cerebrale potrebbe rivelarsi efficace anche contro il morbo di Parkinson, malattia senza cura.
Il farmaco si chiama isradipina e nei topi è riuscito a ringiovanire i neuroni colpiti dal morbo. Secondo quanto riferito dai ricercatori della Northwestern Universiy di Chicago su Nature, ci suono buone speranze per la sperimentazione umana, che presto prenderà il via.
L'isradipina agisce direttamente sui neuroni dopaminergici danneggiati dal Parkinson.
Questi neuroni rilasciano dopamina, il neurotrasmettitore che regola la capacità di dirigere i movimenti del corpo.
Per questo il Parkinson, che colpisce oltre un milione di persone ed è la seconda malattia neurodegenerativa a livello mondiale, provoca problemi di movimento, tremolio alle mani fino a impedimenti nella deambulazione.
''La nostra speranza è che il farmaco proteggerà i neuroni dopaminergici, impedendo l'esordio della malattia nelle persone a rischio'', ha detto James Surmeier, a capo del gruppo di ricerca statunitense.
Ma l'isradipina, oltre che come arma di prevenzione, potrebbe agire anche come una vera e propria terapia. I test sui topi hanno dimostrato che può rallentare la morte dei neuroni dopaminergici.
Se somministrata nelle fasi iniziali, potrebbe quindi potenziare gli effetti della principale molecola oggi utilizzata, L-Dopa, la cui efficacia è limitata e diminuisce man mano che il Parkinson avanza.
Grazie al farmaco già impiegato contro la pressione alta, è come se i neuroni dopaminergici tornassero giovani e acquisissero nuovamente la capacità di resistere alle sostanze tossiche che uccidono le cellule cerebrali più vecchie.
La chiave della scoperta è una differenza cruciale tra i neuroni giovani e quelli anziani: mentre i primi utilizzano gli ioni sodio per rilasciare dopamina, con l'età i neuroni diventano sempre più dipendenti dal calcio, che li rende maggiormente vulnerabili all'attacco delle tossine.
La isradipina agisce bloccando agli ioni calcio le vie di accesso ai neuroni. In questo modo, le cellule nervose adulte non si comportano più come tali e ritornano a utilizzare nuovamente gli ioni sodio per compiere il loro dovere.
“In questo modo abbassiamo il livello di stress delle cellula e la rendiamo più resistente agli attacchi”, spiega Surmeier.
I test sugli animali affetti dalla malattia sono stati promettenti.
Il prossimo passo è la sperimentazione clinica sugli esseri umani.

 


RASAGILINA (AZILECT®) NELLA TERAPIA ANTIPARKINSON

E' stata immessa sul mercato italiano la rasagilina (Azilect®, Lundbeck Italia), che trova indicazione nel trattamento della malattia di Parkinson (MP), sia in monoterapia, sia in associazione con levodopa, nei pazienti con fluttuazioni di fine dose.
La rasagilina appartiene, come la selegina (Jumex®, Xilopar®), farmaco commercializzato in Italia fin dagli anni ’80, alla classe degli inibitori irreversibili delle monoaminossidasi-B (MAO-B), enzimi coinvolti nel metabolismo cerebrale della dopamina.
L’inibizione del metabolismo della dopamina determinerebbe un aumento delle concentrazioni cerebrali del neurotrasmettitorecon conseguente aumento dell’attività dopaminergica.
In Tabella vengono riportate le principali caratteristiche cinetiche della rasagilina.
Da sottolineare che come inibitore irreversibile, la durata d’azione del farmaco dipende dalla velocità di sintesi di nuovi enzimi MAO-B, la cui emivita di attività cerebrale è stimata intorno ai 40 giorni (Synapse 1994;18:86-93).

                                                        RASAGILINA: CARATTERISTICHE FARMACOCINETICHE

Tempo di concentrazione plasmatica al picco         (ore)        0,5
Emivita di eliminazione plasmatica                         (ore) 0,6 -2,0
Biodisponibilità orale                                                 (%)         36%
Legame alle proteine plasmatiche                             (%)     60-70%
Eliminazione
Metabolica                                 (meno dell’1% immodificato nelle urine)
Dose giornaliera suggerita                                                  1 mg

L’efficacia della rasagilina è stata documentata dai risultati di uno studio in monoterapia, randomizzato in doppio cieco, condotto in 404 pazienti con MP allo stadio iniziale, e da due studi effettuati in associazione con levodopa, che hanno coinvolto complessivamente circa mille pazienti con MP agli stadi più avanzati.
Le reazioni avverse riportate con maggiore incidenza nei pazienti trattati con 1 mg/die di rasagilina in monoterapia includono depressione, artralgia e sindrome influenzale.
In associazione con levodopa, gli effetti indesiderati che si sono manifestati più frequentemente con rasagilina (1 mg/die) rispetto al placebo sono discinesie, ipotensione ortostatica e disturbi gastrointestinali (nausea, vomito).
Il farmaco è controindicato in pazienti con insufficienza epatica grave.
Il foglietto illustrativo del farmaco riporta inoltre che studi metabolici in vitro hanno mostrato che il citocromo P4501A2 (CYP1A2) è il principale enzima responsabile del metabolismo di rasagilina.
La somministrazione concomitante di rasagilina e ciprofloxacina (antibiotico chinolonico potente inibitore del CYP1A2) ha prodotto un aumento dell’83% della biodisponibilità della rasagilina.
Si raccomanda quindi cautela nella eventuale cosomministrazione di farmaci inibitori del CYP1A2 (quali fluvoxamina e fluoxetina, antidepressivi inibitori del reuptake di serotonina).
A questo proposito, fra le avvertenze speciali e le precauzioni d’impiego, si segnala di attendere almeno cinque settimane dall’interruzione del trattamento con fluoxetina prima di un eventuale inizio della terapia con rasagilina e di lasciar trascorrere almeno 14 giorni tra l’interruzione del trattamento con rasagilina e l’inizio del trattamento con fluoxetina o fluvoxamina.
Viene inoltre sconsigliato l’uso concomitante di rasagilina e destrometorfano o simpaticomimetici, inclusi i decongestionanti nasali e orali, e di farmaci contro il raffreddore contenenti efedrina o psudoefedrina. Quanto alle modalità di prescrizione, la rasagilina è inserita in fascia A e prescrivibile secondo SSN con l’obbligo di piano terapeutico (in Emilia-Romagna, in corso di approvazione).

 


FARMACI DOPAMINO AGONISTI: SINDROME DEL GIOCO D’AZZARDO, AUMENTO DELLA LIBIDO E DELLA IPERSESSUALITA’

Da un’analisi delle segnalazioni spontanee e della letteratura, il Comitato che si occupa della valutazione delle reazioni avverse nell’Unione Europea ( EU Pharmacovigilance Working Party, PhVWP ) ha evidenziato che la sindrome patologica del gioco d’azzardo, l’aumento della libido e l’ipersessualità siano un effetto di classe associato ai farmaci dopamino agonisti indicati: per il trattamento della sindrome di Parkinson, sindrome delle gambe senza riposo e dei disturbi endocrini.
In alcuni pazienti trattati con farmaci dopamino agonisti, è stato infatti osservato una difficoltà cronica e progressiva a resistere all’impulso di giocare d’azzardo, con conseguenze negative sulle loro relazioni personali, familiari e lavorative.
Inoltre, alcuni pazienti trattati con i farmaci sempre dopamino agonisti hanno mostrato un comportamento sessuale alterato che ha determinato conseguenze negative per sé e per gli altri.
Tali comportamenti indesiderati si sono verificati specialmente ad alti dosaggi e generalmente si sono rivelati reversibili con la riduzione o l’interruzione del trattamento.
Va sottolineato che la maggioranza delle segnalazioni di sindrome patologica del gioco d’azzardo è stata segnalata in soggetti in trattamento con agonisti dopaminergici in associazione a Levodopa. Casi di ipersessualità e aumento della libido sono stati riportati anche nei pazienti trattati con Levodopa / Benserazide ( Madopar ). Nessuna segnalazione è stata riportata per i principi attivi alfa Diidrocriptina e Lisuride ( Dopergin ).
Sulla base delle nuove evidenze il PhVWP ha raccomandato di modificare gli stampati delle specialità medicinali dei seguenti principi attivi: Apomorfina, Bromocriptina ( Parlodel ), Cabergolina ( Cabaser ), alfa DiidroErgocriptina, Lisuride, Pergolide ( Nopar ), Pramipexolo ( Mirapexin ), Ropinirolo ( Requie ), Levodopa e derivati in associazione con inibitori della COMT ( Entacapone ) e/o della decarbossilasi ( Benserazide e Carbidopa).
Pertanto, i medici devono avvertire i pazienti e i loro familiari della possibilità del manifestarsi di comportamenti inusuali.
Si riportano di seguito le modifiche in fase di approvazione, in accordo con le aziende produttrici, apportate nel riassunto delle caratteristiche del prodotto per i dopamino agonisti sopra elencati.
Avvertenze speciali e precauzioni per l’uso
Nei pazienti in trattamento con agonisti della Dopamina, per la sindrome di Parkinson sono stati segnalati casi di sindrome patologica del gioco d’azzardo, incremento della libido ed ipersessualità.
Effetti indesiderati
Pazienti trattati con dopamino agonisti, per la sindrome di Parkinson, specialmente ad alti dosaggi , sono stati segnalati casi di sindrome patologica del gioco d’azzardo, incremento della libido e ipersessualità, generalmente reversibili con la riduzione o l’interruzione del trattamento.
Fonte: AIFA
Xagena
Link: Farmaci.net


PERGOLIDE (NOPAR
®) E CABERGOLINA (CABASER®):
ASSOCIATE A RISCHIO DI RIGURGITO DELLA VALVOLA

Case report e studi di ecocardiologia hanno indicato che gli agonisti della dopamina derivati dall’ergot, Pergolide (Permax®/ Nopar®) e Cabergolina (Cabaser®), che sono impiegati nella malattia di Parkinson e nella sindrome delle gambe senza riposo, possono aumentare il rischio di rigurgito valvolare.
Ricercatori tedeschi e canadesi hanno preso in esame i dati dell’United Kingdom General Practice Research Database.
E’ stata identificata una coorte basata sulla popolazione di 11.417 soggetti di età compresa tra 40 ed 80 anni ai quali erano stati prescritti farmaci antiparkinsoniani tra il 1988 ed il 2005.
E’ stata compiuta un’analisi controllo-nested case in questa coorte, confrontando ciascun paziente con rigurgito della valvola cardiaca di nuova diagnosi con soggetti di controllo.
Dei 31 pazienti con rigurgito della valvola cardiaca di nuova diagnosi, 6 erano attualmente esposti alla Pergolide e 6 alla Cabegolina, mentre 19 non erano stati esposti ad alcun agonista della dopamina nel precedente anno.
La percentuale di rigurgito della valvola cardiaca è aumentata con l’uso corrente della Pergolide  (incidence rate ratio = 7.1) e Cabergolina  (incidence rate ratio = 4.9), ma non con l’uso di altri agonisti della dopamina.
I dati dello studio hanno mostrato che l’impiego degli agonisti della dopamina Pergolide e Cabergolina è associato ad un aumentato rischio di rigurgito della valvola cardiaca di nuova diagnosi. ( Xagena )
Fonte: N Engl J Med 




SINDROME DELLE GAMBE SENZA RIPOSO: GIOCO D’AZZARDO

La notizia. Gioco d’azzardo compulsivo con perdite economiche ingenti come effetto collaterale in alcuni pazienti in cura con farmaci agonisti della dopamina per la sindrome delle gambe senza riposo (RLS)? Avanza quest’ipotesi di bizzarro effetto collaterale uno studio pubblicato su Neurology.
Lo studio. I ricercatori dei Mayo Clinic Sleep Disorder Centers hanno evidenziato che in un piccolo gruppo di pazienti con RLS che avevano una storia di gioco d’azzardo compulsivo trattati con agonisti della dopamina la tendenza al gioco si è drammaticamente accentuata, scomparendo quando la terapia farmacologica incriminata è stata sospesa. Nessun effetto collaterale simile è stato osservato a seguito del trattamento con farmaci non-agonisti della dopamina. L’effetto collaterale riscontrato dai ricercatori della Mayo Clinic, va sottolineato, è stato riscontrato solo in un esiguo campione di pazienti con RLS trattati con agonisti della dopamina, e quindi sono necessarie altre ricerche sull’argomento. Ma non è opportuno sottovalutare un fenomeno drammatico che ha portato – ad esempio – una paziente a dissipare in breve tempo più di 100.000 euro al gioco.
Il commento. “Sebbene il gioco d’azzardo patologico sia già stato diagnosticato in pazienti con il morbo di Parkinson trattati con elevate dosi di agonisti della dopamina, questo studio suggerisce che il fenomeno non vada ristretto a questa categoria, e si verifichi anche a bassi dosaggi”, spiega Maja Tippmann-Peikert, leader del team di ricercatori Mayo. “I medici non devono quindi limitarsi a monitorare il comportamento riguardo al gioco d’azzardo compulsivo solo nei pazienti affetti da Parkinson, ma anche i pazienti affetti da RLS ai quali hanno prescritto agonisti della dopamina”.
Bibliografia. Tippmann-Peikert M, Park JG, Boeve BF, Shepard JW, Silber MH. Pathologic gambling in patients with restless legs syndrome treated with dopaminergic agonists. Neurology 2007; 68: 301-03.
http://it.news.yahoo.com



CABERGOLINA E VALVULOPATIE CARDIACHE

Attraverso la Rete Nazionale di Farmacovigilanza ( RFN ) sono pervenute all’AIFA alcune segnalazioni che associano l'uso della Cabergolina (Cabeser), derivato dell'ergot, all'insorgenza di valvulopatie cardiache.
Per la sua attività agonista sui recettori dopaminergici di tipo D2, la Cabergolina è impiegata nel trattamento della malattia di Parkinson sia in monoterapia nei pazienti di nuova diagnosi, sia in associazione alla Levodopa/inibitore della dopadecarbossilasi.
Inoltre, per la sua capacità di inibire il rilascio di prolattina, il farmaco è indicato anche nella terapia dell'iperprolattinemia.
Recentemente sono apparsi in letteratura studi clinici su valvulopatie associate all'uso dei derivati dell'ergot. In uno studio di Peralta et al.1 sono stati arruolati 75 pazienti affetti dal morbo di Parkinson in trattamento con dopaminoagonisti per un periodo minimo di dodici mesi.
Ventinove pazienti erano in corso di terapia con Pergolide (Nopar®) e tredici con Cabergolina, senza precedente esposizione ad altri farmaci dopaminoagonisti per più di sei mesi.
Trentatrè pazienti avevano ricevuto composti non-ergot come Ropinirolo (Requip®) ( n=8 ) e Pramipexolo (Mirapexin®) (n=25) e non erano stati precedentemente esposti ad altri dopaminoagonisti, fatta eccezione per 2 pazienti in corso di terapia con Pramipexolo, che erano stati in terapia con Pergolide o Cabergolina per i 3-4 mesi precedenti l'inizio del trattamento con Pramipexolo.
Il grado di rigurgito valvolare (VR), diagnosticato mediante ecocardiografia transtoracica, è stato definito in accordo ai protocolli standard con classificazione di gravità da 2 a 3 seguendo le raccomandazioni della società americana di ecocardiografia.
Un rigurgito valvolare di grado 2 o 3 è stato evidenziato in 6 (47%) dei 13 pazienti trattati con Cabergolina, in 9 (31%) dei 29 pazienti in terapia con Pergolide e in 3 (10%) dei 33 pazienti in trattamento con un dopaminoagonista non ergot.
Per sei (13%) di 49 pazienti controllo è stato osservato un grado VR 2 e 3 che coinvolgeva una o più valvole. Le frequenze di gradi VR 2 e 3 sono state statisticamente significative (p=0,006) tra i vari gruppi.
L'analisi ha rivelato una significativa maggiore prevalenza di rigurgito valvolare di grado 2 e 3 nei pazienti che avevano ricevuto Cabergolina in confronto ai pazienti controllo (p=0,013).
Questo studio cross sectional ha coinvolto un basso numero di pazienti. La mancanza di valutazioni longitudinali ed il rischio di selection bias rappresentano le sue debolezze. In uno studio retrospettivo, condotto su 234 pazienti affetti da malattia di Parkinson, sottoposti a trattamento cronico con Cabergolina in monoterapia o in associazione, sono stati identificati solo 3 pazienti con possibili problemi di fibrosi o problemi indotti da Cabergolina (un caso di valvulopatia cardiaca).
Gli stessi Autori dello studio, tuttavia, ne sottolineano i limiti riguardanti lo schema retrospettivo, la segnalazione dei sintomi, la mancanza di funzioni prolungate e di esami ecocardiografici.
Pinero et al. hanno pubblicato un case report riguardante un uomo di 74 anni con una progressiva e grave dispnea durata 2 mesi.
Questo paziente è stato inizialmente trattato con Levodopa, alla quale è stata associata la Cabergolina durante i precedenti 4 mesi.  L'ecocardiografia transtoracica ha rilevato un grave rigurgito della valvola mitralica attraverso ispessimento, restringimento dei lembi mitralici con adattamento incompleto. Dal momento che non è stata rilevata una fusione valvolare o delle corde, la genesi reumatica è stata considerata improbabile. L'escursione dei lembi mitralici è stata gravemente compromessa. L'ecocardiografia, eseguita quattro mesi prima, non ha mostrato patologie alla valvola mitrale. L'insufficienza cardiaca ha persistito nonostante la terapia farmacologica e si è dovuto sostituire la valvola mitrale con una protesi meccanica. Questo paziente è stato trattato con 2 mg di Cabergolina al giorno a partire dall'inizio del secondo mese.
Finora non sono stati ancora chiariti né l'entità del rischio né se la comparsa di queste reazioni avverse dipenda dalla dose di somministrazione. L'insorgenza di valvulopatie è stata correlata anche ad altri dopaminoagonisti derivati dell'ergot come la Pergolide. In questo caso, i risultati di uno studio retrospettivo sulla Pergolide hanno evidenziato che la frequenza e la gravita di tali reazioni sono correlate alla dose. Per quanto non siano stati del tutto chiariti i meccanismi d'azione, è stata avanzata l'ipotesi secondo la quale il danno valvolare sia dovuto ad un aumento dei livelli di serotonina. Infatti, è stato osservato che la Cabergolina così come la Pergolide possiede proprietà agoniste per i recettori serotoninergici di tipo 5-HT2B. I casi descritti in letteratura sono riferiti solo a pazienti affetti da malattia di Parkinson. Ciò potrebbe essere collegato al fatto che il dosaggio di Cabergolina utilizzato per i pazienti parkinsoniani è maggiore rispetto a quello impiegato per i pazienti con iperprolattinemia. La letteratura presenta anche studi in cui è stata impiegata Cabergolina e non sono state rilevate lesioni valvolari; ciò però potrebbe essere dovuto alla loro breve durata.
Fonte: Bollettino d’Informazione sui Farmaci Xagena




LEVETIRACETAM E DISCINESIE NEL LA MALATTIA DI PARKINSON
NEGATIVI I RISULTATI DEGLI STUDI CLINICI PILOTA

La comparsa di movimenti involontari di tipo coreico e/o distonico è una complicanza spesso disabilitante della terapia a lungo termine con levodopa nei pazienti con malattia di Parkinson. Le strategie terapeutiche più utilizzate (riduzione della dose di levodopa, aggiunta di agonisti dopaminergici) non sempre sono efficaci nel contrastare i movimenti indesiderati.
L’aggiunta di amantadina (Mantadan®) può essere efficace nel ridurre le discinesie da levodopa senza comprometterne l’effetto terapeutico, anche se i benefici sembrano essere transitori.
La ricerca di possibili agenti antidiscinetici in modelli animali di malattia di Parkinson (scimmie trattate con MPTP) aveva mostrato risultati promettenti riguardo il farmaco antiepilettico levetiracetam (Eur J Pharmacol 2004;485:159-164).
Il farmaco interagisce con un sottogruppo di proteine vescicolari sinaptiche (SVA2) (Proc Natl Acad Sci 2004;101:9861-9866) che potrebbero rivestire un ruolo importante nei meccanismi di regolazione della neurotrasmissione presinaptica (Mov Dis 2005;20:919-931).
Protocolli clinici pilota, condotti sulla base degli studi sperimentali, in piccole casistiche di pazienti con malattia di Parkinson hanno dato risultati contrastanti circa l’efficacia del farmaco nell’attenuare i movimenti indesiderati: il farmaco si è rivelato parzialmente efficace in alcuni pazienti (Mov Dis 2005;20:1205-1209) ed inefficace in altri (Clin Neuropharmacol 2005;28:102-103; Clin Neuropharmacol 2006;29:148-153).
In tutti gli studi inoltre è stata registrata un’ alta percentuale di dropouts, per la comparsa di marcata sonnolenza e peggioramento dei sintomi motori. Poco incoraggianti anche i risultati di uno studio clinico in aperto condotto nel Laboratorio di Neurofarmacologia Clinica del nostro Dipartimento dal Settembre 2005 al Marzo 2006, in corso di pubblicazione sulla rivista Clinical Neuropharmacology.
Nessuno degli 8 pazienti arruolati per lo studio in aperto, trattati con uno schema a lenta titolazione di levetiracetam (fino ad un massimo di 2000 mg/die nell’arco di 4 mesi) e monitorati con test oggettivi strumentali farmacocinetici e farmacodinamici ha mostrato una riduzione dell’intensità e/o della durata delle discinesie.
Sette pazienti hanno abbandonato lo studio ad una dose compresa fra i 250 e i 1000 mg/die, in un caso per la comparsa di prurito, in un secondo caso a causa di una sindrome simil-influenzale accompagnata da un prolungamento del periodo in “off” e marcata rigidità, e nei rimanenti casi per un peggioramento globale della sintomatologia.
Dal monitoraggio cineticodinamico, non è stata evidenziata nessuna interazione fra il levetiracetam e la levodopa.

 


PEGGIORAMENTO DEI SINTOMI PARKINSONIANI ASSOCIATO ALL’USO DELL'ANTIPSICOTICO ARIPIPRAZOLO (Abilify®)

L’ aripiprazolo (Abilify®, Bristol Myers Squibb) è un farmaco antipsicotico della nuova generazione con un meccanismo d’azione apparentemente nuovo, di parziale attività agonista a livello dei recettori D2 e 5-HT1A e di attività antagonista a livello dei recettori 5-HT2A. Era stato suggerito che il suo peculiaremeccanismo d’azione potesse favorirne l’utilizzo nel trattamento delle psicosi in pazienti con malattia di Parkinson (MP), con una minor incidenza di effetti indesiderati di tipo extrapiramidale.
Il numero di settembre della rivista Movement Disorders (Mov Dis 2006;21:1538-9) riporta un caso di peggioramento severo dei sintomi parkinsoniani in una paziente di 48 anni con MP e sintomi psicotici. L’introduzione di aripiprazolo alla dose di 15 mg/die è stata accompagnata, entro una settimana dall’inizio del trattamento, da inabilità nel camminare, vestirsi e alimentarsi a causa del quadro severo acinetico-rigido. L’aripiprazolo è stato sospeso e il follow-up a tre mesi ha mostrato un buon recupero delle capacità motorie e della cura personale. Altri due articoli pubblicati in precedenza avevano segnalato un analogodeterioramento dei sintomi motori in pazienti parkinsoniani trattati con aripiprazolo (Am J Psychiatry 2004;161:373-4; Clin Neuropharmacol 2004;27:4-5). Questi dati nell’insieme suggeriscono cautela nell’utilizzo di questo farmaco in pazienti con MP. Si ricorda che la clozapina è l’unico antipsicotico espressamente indicato nel trattamento delle psicosi in pazienti parkinsoniani. Il rischio di aggravamento dei sintomi motori è considerato modesto con basse dosi di clozapina, ma il suo utilizzo è complicato dal rischio di agranulocitosi, che necessita regolari controlli ematologici per tutta la durata del trattamento.



AUMENTO DI PESO IN TERAPIA CON PRAMIPEXOLO (Mirapexin®)

E’ in corso di pubblicazione sulla rivista Movement Disorders ed è già disponibile on line (http://www3.interscience.wiley.com/cgibin/fulltext/112784327/HTMLSTART,DOI10.1002/mds.21086), uno studio che ha valutato in maniera sistematica il dato, già emerso da case-reports di un aumento di peso associato alla assunzione del farmaco dopaminergico pramipexolo(Mirapexin), utilizzato nella terapia della malattia di Parkinson (MP).
Il possibile cambiamento di peso indotto dal pramipexolo è stato valutato in un gruppo di 28 pazienti con MP (8 donne, 20 uomini), con una età media di 63 anni, in terapia stabile con levodopa.

Il pramipexolo è stato introdotto gradualmente nell’arco di un mese, fino alla dose media di mantenimento di 2 mg/die (range 1,1-3,2 mg/die).
Dopo 2 mesi di terapia stabile è stato osservato un aumento significativo del peso e dell’indice di massa corporea (p<0,001): 22 dei 28 pazienti (7/15 donne/uomini) sono aumentati di peso (range 0,5-8 kg), mentre nei rimanenti 6 non è stato osservato alcun incremento (2 pazienti), o si è registrata una diminuzione (4 pazienti). Il meccanismo sotteso all’aumento di peso rimane per ora inesplorato. Gli autori suggeriscono che potrebbe essere mediato da un effetto diretto del pramipexolo sui recettori D3 del sistema limbico, recettori per i quali questo farmaco sembra possedere un’affinità maggiore rispetto agli altri agonisti dopaminergici. Il pramipexolo è peraltro l’unico degli agonisti dopaminergici impiegati nella terapia di MP il cui uso sia stato associato ad un possibile aumento del peso corporeo.

Si tratta di un effetto collaterale che può essere rilevante, complicare la gestione della terapia e ridurre la compliance, specie in pazienti di sesso femminile, con MP ad esordio giovanile.

 


SUPPLEMENTO DI CREATINA NELLA MALATTIA DI PARKINSON: DELUDENTI I RISULTATI DELLE PRIME SPERIMENTAZIONI CLINICHE

 Cominciano ad essere pubblicati i dati delle sperimentazioni cliniche di possibili agenti “neuroprotettivi” nella malattia di Parkinson, identificati un paio di anni fa sulla base di alcune delle ipotesi eziopatogenetiche più accreditate (stress ossidativo, disfunzione mitocondriale).
Il numero di ottobre di Neurology (Neurology 2006;67:1262-4) riporta i dati relativi ad uno studio randomizzato, controllato con placebo, della durata di 2 anni, che ha esplorato il possibile effetto di supplementi di creatina (dose da carico iniziale di 20 g/die per 6 giorni, seguita da 2 g/die per 6 mesi e 4 g/die per i rimanenti) sulle variabili cliniche e strumentali (tomografia computerizzata a emissione di fotoni singoli, SPECT) in 60 pazienti con malattia di Parkinson. La creatina è un composto endogeno presente in alta percentuale nel muscolo (95%, per 2/3 in forma fosforilata, come fosfocreatina), cervello e cellule ematiche. La sintesi endogena della creatina avviene a partire dagli aminoacidi glicina e arginina, e contribuisce per circa il 50% del fabbisogno giornaliero in soggetti la cui dieta è bilanciata e varia (la creatina può essere assunta con carne rossa e pesce).
Nel tessuto muscolare la creatina viene convertita in modo irreversibile in creatinina e quindi escreta nelle urine in una quantità proporzionale alla massa muscolare.
La creatina viene rimpiazzata mediante la sintesi endogena e l'apporto esogeno dato dall'alimentazione, stimabile, per una dieta bilanciata, a circa 1 grammo/die. Creatina e fosfocreatina giocano un ruolo fondamentale nell’omeostasi dell’ adenosina trifosfato (ATP), molecola altamente energetica, la cui idrolisi nelle cellule muscolari (con perdita del gruppo fosforico) libera l'energia necessaria alla contrazione. La creatina inoltre sembrerebbe possedere un ruolo di prevenzione del danno tissutale attraverso due meccanismi: la stabilizzazione delle membrane biologiche e la produzione di ATP.
Un effetto ”neuroprotettivo” della creatina è stato dimostrato in diversi modelli sperimentali di malattie neurodegenerative, fra cui il ratto trattato con MPTP (Exp Neurol 1999;157:142-9). I risultati dello studio clinico preso in esame non hanno dimostrato tuttavia alcun effetto significativo del supplemento di creatina sulle variabili cliniche dei pazienti (misurate con la scala UPDRS), né su quelle SPECT, proposte come un indice del grado di degenerazione delle cellule dopaminergiche nigrostriatali.
Il trattamento è stato nel complesso ben tollerato e non sono stati segnalati effetti indesiderati maggiori. Gli autori concludono che i dati deludenti nell’uomo rispetto a quanto riportato nei topi potrebbero essere in parte riconducibili al più basso (di circa 10 volte) rapporto dose creatina/peso corporeo utilizzato nell’uomo e che ulteriori sperimentazioni cliniche multicentriche con dosi maggiori di creatina potrebbero chiarire il possibile ruolo “protettivo” di questa sostanza nell’ambito delle malattie neurodegenerative.

 

ALOPECIA E TERAPIA CON ANTIDEPRESSIVI INIBITORI
DEL REUPTAKE DI SEROTONINA
 

Gli inibitori del reuptake di serotonina (SSRI) sono antidepressivi largamente prescritti e tutti sono stati associati occasionalmente ad alopecia o perdita di capelli (Ann Clin Psychiatry 2000;12:35-42).
Uno studio compiuto presso l’Uppsala University pubblicato nell’ottobre scorso (Pharmacoepidemiol Drug Saf 2006;15:719- 25) ha valutato l’associazione tra alopecia e SSRI analizzando i dati contenuti in SWEDIS (1965-2004), il database svedese delle segnalazioni spontanee delle reazioni avverse, e di VIGIBASE (1968-2004), il database delle reazioni avverse dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità).
Un totale di 27 segnalazioni di alopecia sono state identificate nel database SWEDIS.
In un paziente l’insorgenza di alopecia è stata associata a due differenti SSRI assunti in momenti diversi mentre un altro paziente ha sviluppato alopecia in terapia concomitante con due SSRI.
La Sertralina (Zoloft®) ha mostrato un’associazione statisticamente significativa con l’alopecia sia nel database SWEDIS che in quello VIGIBASE, mentre il citalopram (Seropram®, Elopram®) è stato associato con significatività ad alopecia solo nel data base VIGIBASE.
Gli altri SSRI non sono stati associati con significatività ad alopecia in nessuno dei due data base.
Da questi dati sembrerebbe quindi esserci una differenza nel rischio di alopecia fra i vari SSRI, ma i risultati vanno interpretati con cautela, possibilmente influenzati in parte da un bias legato ai dati di vendita, maggiori per la sertralina rispetto al citalopram.
Altre variabili che ne complicano l’interpretazione, la differenza nell’origine etnica dei pazienti, negli stili di vita, nelle linee guida al trattamento.
Inoltre, in presenza di alopecia è difficile stabilire una relazione temporale tra l’assunzione del farmaco e la possibile reazione indesiderata associata, perché la perdita di capelli può instaurarsi a distanza di mesi dall’esposizione.
Lo studio riporta inoltre una netta prevalenza delle segnalazioni di alopecia nelle donne (89%) rispetto agli uomini, in accordo con i case reports già apparsi in letteratura.
Anche se non può essere escluso che le donne presentino un reale aumento del rischio di alopecia rispetto agli uomini va tenuto presente che il numero di donne trattate con SSRI supera comunque quello degli uomini.
Per quanto riguarda il possibile meccanismo sotteso a questa peraltro rara reazione indesiderata agli SSRI, è stato dimostrato che la pelle produce serotonina che viene trasformata in melatonina, coinvolta nel ciclo di crescita dei capelli (FASEB J 2005;19:176- 94).
E’ ipotizzabile che il trattamento con SSRI interferisca con l‘omeostasi della serotonina a livello cutaneo, alterando la crescita dei capelli.

 


MOVIMENTI DISTONICI INDOTTI DALLA CETIRIZINA (Zirtec®)

 

Movimenti indesiderati iatrogeni sono più comunemente associati all’uso dei farmaci neurolettici. Ci sono alcuni casi in letteratura di comparsa di movimenti indesiderati associati agli antistaminici, uno dei quali pubblicato di recente sulla rivista Neurology (Neurology 2006;66:143-4).
L’articolo descrive il caso di una bimba di 4 anni che ha presentato movimenti involontari del capo, delle spalle, degli arti superiori e torcicollo dopo 18 giorni d’assunzione del farmaco cetirizina (Zirtec) (5 mg/die),

antistaminico piperazinico considerato a bassa penetrazione del sistema nervoso centrale, per il trattamento di una presunta rinite allergica. I movimenti non erano accompagnati da dolore ed  erano aggravati dalla fatica. Non erano presenti crisi oculogire. I movimenti involontari si sono risolti 8 settimane dopo l’ultima dose di cetirizina. A distanza di 11 mesi dalla comparsa dei movimenti indesiderati presumibilmente associati alla cetirizina, la bimba ha cominciato ad assumere una preparazione da banco come “espettorante”. Dopo alcuni giorni è stata notata la comparsa di movimenti stereotipati del naso, del braccio sinistro e protrusione del capo. La specialità da banco è risultata essere a base, fra l’altro, di mepiramina, antistaminico di prima generazione, con effetti centrali. Anche in questa seconda occasione i movimenti si sono risolti dopo alcuni giorni dalla sospensione del trattamento. In letteratura sono stati riportati casi pediatrici di reazioni oculogire in trattamento con cetirizina (Am J Ophthalmol 2004;137:355-7) e di reazioni distoniche associate all’uso di un altro derivato piperazinico, l’idrossizina (Int J Neurosci 1990;53:241-2). Le piperazine hanno proprietà bloccanti i recettori centrali dopaminergici D2 e sono usati come agenti antipsicotici (vedi perfenazina). Più difficile la spiegazione degli effetti indesiderati extrapiramidali apparentemente associati alla mepiramina, per la quale non si conoscono interazioni con il sistema dopaminergico. Da segnalare che il caso descritto presenta una storia famigliare di reazioni indesiderate di tipo extrapiramidale associate all’uso di farmaci con attività bloccanti i recettori D2: nella madre (reazioni distoniche acute indotte da prometazina e proclorperazina, due fenotiazine) e nel nonno

paterno (acatisia indotta da metoclopramide).




OSTEONECROSI DELLA MANDIBOLA ASSOCIATA AI BIFOSFONATI

Ci eravamo già occupati dei bifosfonati, categoria di farmaci utilizzati nella profilassi e nel trattamento dell’osteoporosi nelle donne in post-menopausa, e nell’ipercalcemia associata a certi tumori (mieloma multiplo e metastasi ossee da tumore mammario o tumore prostatico), per segnalare il rischio di infiammazioni oculari associato al trattamento.
Nel mese scorso, con una determinazione pubblicata in Gazzetta Ufficiale (N. 267 del 16 Novembre 2006) è stato fatto obbligo a tutte le aziende produttrici di specialità medicinali contenenti bifosfonati (con l’esclusione di acido palmidronico e zolendronico) di integrare il foglietto illustrativo con l’avvertenza del rischio d’insorgenza di osteonecrosi della mandibola e/o mascella in trattamento con questi farmaci.

L’osteonecrosi della mandibola si presenta con alcuni sintomi, comprendenti, fra gli altri, irregolare ulcerazione delle mucose con esposizione ossea a livello della mandibola o della mascella; dolore o gonfiore della mandibola interessata; infezione, spesso accompagnata da purulenza.

La maggior parte delle segnalazioni riguarda pazienti oncologici, in trattamento con bifosfonati per via endovenosa.
Molti di questi pazienti erano in terapia concomitante con chemioterapici e corticosteroidi.
Tuttavia ci sono anche segnalazioni riguardanti pazienti con osteoporosi in trattamento con bifosfonati orali. La maggioranza dei casi si presenta dopo estrazione dentaria e/o infezione locale.
Prima di iniziare il trattamento con bifosfonati in pazienti con concomitanti fattori di rischio (tumore, chemioterapia, radioterapia, corticosteroidi, scarsa igiene orale) viene ora consigliato nel foglietto illustrativo un esame odontoiatrico, con le appropriate procedure dentistiche preventive.
Durante il trattamento, questi pazienti devono, se possibile, evitare procedure dentarie invasive.
Il giudizio clinico del medico deve guidare il programma di gestione di ciascun paziente, sulla base della valutazione individuale del rapporto rischio/beneficio.

 


NUOVE INFORMAZIONI DI SICUREZZA PER VERALIPRIDE (Agradil®)

La veralipride (Agradil, Sanofi-Synthelabo) è una benzamide sostituita ad attività neurolettica indicata nel trattamento dei sintomi che accompagnano la menopausa, quali vampate di calore, irrequietezza, nervosismo, depressione. Nel 2005 una valutazione di farmacovigilanza ha confermato per la veralipride

alcuni degli effetti indesiderati già noti per la classe degli antipsicotici, quali discinesie e parkinsonismo, specie nei casi di trattamento prolungato, che hanno portato ad un aggiornamento del foglio illustrativo del farmaco (Nota AIFA settembre 2006). In particolare:

1. le indicazioni terapeutiche sono state ristrette al trattamento delle vampate di calore;

2. la durata del trattamento deve essere limitata a tre mesi, con cicli di non più di 20 giorni mensili. Il rapporto rischio/beneficio deve essere rivalutato prima d’iniziare un nuovo ciclo;

3. è stata introdotta la nuova controindicazione relativa alla somministrazione contemporanea di neurolettici antipsicotici e neurolettici antiemetici.

Inoltre, in alcuni rari casi, sono stati osservati sintomi da astinenza, soprattutto ansia e stati depressivi all’interruzione del trattamento o nell’intervallo fra due cicli. In tal caso, si consiglia di riprendere la terapia che deve essere ridotta progressivamente fino a definitiva sospensione.



NUOVE IMPORTANTI INFORMAZIONI DI
SEGNALAZIONE DI SINGHIOZZO PERSISTENTE ASSOCIATO
ALL’ASSUNZIONE DI AGONISTI DOPAMINERGICI

Il singhiozzo è un fenomeno dovuto a contrazioni ripetute e involontarie del muscolo diaframma.
Negli adulti, la sua comparsa può essere associata ad una dilatazione dello stomaco, determinata dalla rapida o eccessiva ingestione di cibo e liquidi; da bruschi sbalzi di temperatura; dall’eccessiva ingestione di bevande alcoliche (Eur Respir J 1993;6:563-75 http://erj.ersjournals.com/ ).
Più raramente il singhiozzo può essere di origine iatrogena: fra le classi di farmaci implicati ricordiamo i corticosteroidi, le benzodiazepine, gli antidepressivi (inibitori del re-uptake di serotonina, mirtazapina), gli antibiotici (macrolidi, chinolonici, b-lattami), gli analgesici (oppioidi), gli antiepilettici (lamotrigina, etosuccimide, oxcarbazepina), gli antipsicotici atipici (olanzapina e quetiapina), gli agenti dopaminergici (levodopa) (Therapie 1999;54:35-9).
Di recente è stata pubblicata sulla rivista Neurology (Neurology 2006;66:774) la segnalazione di due casi di singhiozzo persistente associato all’uso di agonisti dopaminergici, il pramipexolo (Mirapexin) e la pergolide (Nopar) in pazienti con malattia di Parkinson.
In entrambi i casi il fenomeno si è presentato a basse dosi (0,25 mg/die per il pramipexolo e 0,05 mg/die per la pergolide), con episodi della durata di 5-7 ore, associati all’assunzione della dose del dopaminergico. La sospensione del trattamento ha determinato la scomparsa del singhiozzo.
Da osservare che in uno dei due pazienti la sostituzione del pramipexolo con un altro agonista dopaminergico, il ropinirolo (Requip), pur non inducendo singhiozzo, ha determinato una serie di effetti indesiderati (distensione addominale, anomalie del gusto e diminuzione dell’appetito) che hanno portato ad una interruzione del trattamento.
I meccanismi sottesi all’induzione del singhiozzo da parte degli agonisti dopaminergici, così come per tutti gli altri farmaci sopra citati, rimangono ancora sconosciuti.
Agenti con attività antidopaminergica sono peraltro utilizzati in caso di singhiozzo prolungato o intrattabile e la clorpromazina in particolare è l’unico farmaco approvato negli USA per questa indicazione.

 


FORMULAZIONI GENERICHE A BASE DI LEVODOPA E CARBIDOPA: ATTENZIONE NEL LA COMPILAZIONE DEL LA RICETTA

Segnaliamo la possibilità di errore nella compilazione della ricetta, con conseguenti errori potenzialmente gravi nella schedula posologica, di formulazioni generiche a base di levodopa e carbidopa, nella terapia della malattia di Parkinson.
La prescrizione LEVODOPA CARBIDOPA 100 mg/25 mg e 200 mg/50 mg si riferisce a compresse a rilascio prolungato.
La prescrizione della preparazione generica a rilascio normale deve essere compilata come CARBIDOPA/LEVODOPA 25/250.
Per minimizzare il rischio di errore, è importante specificare inoltre il nome della ditta produttrice delle due diverse formulazioni: LEVODOPA CARBIDOPA Hexal e CARBIDOPA/LEVODOPA Teva.



TASMAR® (TOLCAPONE),
E' TORNATO IN COMMERCIO

Sospeso nei paesi della Comunità Europea nel 1998, a distanza di pochi mesi dalla sua introduzione sul mercato, a causa del rischio di lesioni epatiche acute rare, ma potenzialmente fatali, e della Sindrome Neurolettica Maligna (SNM), il Tasmar® (Valeant Pharmaceuticals Limited) è stato riintrodotto in commercio anche in Italia il mese scorso, accompagnato da una nota informativa importante di sicurezza.
Il Tasmar® (tolcapone) è un inibitore dell’enzima catecol-O-metil-transferasi (COMT), utilizzato in associazione alla levodopa nella terapia del Morbo di Parkinson.
Le nuove informazioni relative all’uso del Tasmar® ne riservano l’uso ai medici esperti nel trattamento dei pazienti con malattia di Parkinson in fase avanzata che non rispondono o sono intolleranti ad altri inibitori delle COMT.
La dose massima giornaliera consentita, solo qualora l’incremento del beneficio clinico ipotizzato giustifichi il maggior rischio di reazioni avverse epatiche, è di 200 mg per tre volte al giorno.
Fra le precauzioni d’impiego, il Tasmar® non deve essere prescritto in presenza di esami alterati o di segni di compromissione  della funzionalità epatica.
Durante il trattamento la funzionalità epatica deve essere controllata ogni 2 settimane per il primo anno di terapia, ogni 4 settimane nei 6 mesi successivi e in seguito ogni 8 settimane.
Il trattamento va interrotto immediatamente se l’enzima ALT (alanina aminotransferasi) e/o l’AST (aspartato aminotranferasi) superano il limite superiore del valore normale o nel caso di comparsa di sintomi di insufficienza epatica (nausea persistente, stanchezza, letargia, ittero, urine scure).
Fra le avvertenze speciali, viene ricordato che sono stati associati all’uso di Tasmar® casi compatibili con la SNM, i cui sintomi (fra gli altri, rigidità, mioclonia, tremore, agitazione, confusione, temperatura elevata ed elevati livelli di creatininfosfochinasi) tendono a manifestarsi nei pazienti con morbo di Parkinson nei momenti in cui si riducono o sospendono i farmaci che incrementano l’attività dopaminergica.
Se i sintomi quindi compaiono dopo aver ridotto o sospeso il Tasmar® si deve prendere in considerazione un aumento del dosaggio di levodopa nel paziente.
Per ridurre il rischio di SNM, il farmaco non deve essere prescritto a pazienti con gravi discinesie o con anamnesi positiva per SNM, comprese rabdomiolisi ed ipertermia. I pazienti in terapia concomitante con altri farmaci attivi a livello del sistema nervoso centrale (antidepressivi, neurolettici, anticolinergici) possono essere più esposti al rischio di SNM.

 


I PARAMETRI PRATICI DELL’ACCADEMIA AMERICANA DI NEUROLOGIA PER IL TRATTAMENTO DEL MORBO DI PARKINSON:
PREGI E LIMITI DELLA REVISIONE BASATA SULLE EVIDENZE

Pubblicati nel mese di Aprile  i Parametri pratici suggeriti dall’ Accademia Americana di Neurologia (AAN) per la diagnosi e il trattamento della Malattia di Parkinson (MP) affrontano importanti problematiche quali: a) diagnosi e prognosi della malattia; b) trattamento dei pazienti con fluttuazioni motorie e discinesie; c) valutazione e trattamento di depressione, psicosi e demenza eventualmente associate a MP. Come precisato nell’editoriale introduttivo, i Parametri pratici vengono stilati da un Comitato appositamente costituito composto da clinici specialisti nel MP e neurologi esperti nelle revisioni basate sulle evidenze dei dati della letteratura. Gli articoli, cercati utilizzando data base molto ampi, quali MEDLINE, vengono valutati e classificati in base alla qualità della ricerca in 4 categorie (I-IV). Sulla base degli studi così classificati, vengono quindi stilate delle raccomandazioni di diverso livello (A, B, C, U) la cui forza è basata sulla qualità dell’evidenza. Ad esempio, una raccomandazione di livello A fornisce una indicazione considerata definitiva di efficacia/inefficacia/ pericolosità e richiede almeno 2 studi concordanti di livello A.  Raccomandazioni di livello B (di probabile efficacia, inefficacia o pericolosità) e C (di possibile  efficacia, inefficacia o pericolosità) riflettono evidenze più deboli; raccomandazioni di livello U riflettono dati inadeguati. Il successo quindi di tutto il processo dipende da due fattori: la qualità dell’attività di revisione ma soprattutto la qualità dell’evidenza. Ecco quindi che delle circa 20 raccomandazioni fornite, ne troviamo solo una di livello A; circa un terzo sono di livello B e le rimanenti di livello C e U.
L’unica raccomandazione di livello A si riferisce alla utilità della prescrizione dell’inibitore delle COMT entacapone e dell’inibitore delle MAO-B rasagilina nel ridurre i periodi “off”
nei pazienti con fluttuazioni motorie.
Analoga raccomandazione scende al livello B per l’impiego di agenti dopaminergici quali pergolide, pramipexolo e ropinirolo e al livello C per le formulazioni a lento rilascio di levodopa.

Questi dati riflettono in parte il fatto che per gli agenti più nuovi, anche sotto la spinta delle agenzie regolatrici sono disponibili degli studi di classe I che non erano previsti per gli agenti più datati.
I Parametri stilati dalla AAN per il MP non offrono nel complesso delle raccomandazioni di forte impatto clinico ma possono fornire un contributo nell’identificazione delle tematiche cruciali da affrontare nelle future ricerche cliniche e delle adeguate metologie d’indagine.



NEUPRO® (ROTIGOTINA)
CEROTTO TRANSDERMICO AUTORIZZATO IN EUROPA NELLA TERAPIA del MORBO DI PARKINSON ALLO STADIO INIZIALE
 

Il 15 febbraio 2006 l’Agenzia Europea dei medicinali (EMEA) ha autorizzato l’immissione in commercio del farmaco Neupro® (Schwarz Pharma), formulazione in cerotto transdermico a base di rotigotina, agonista dopaminergico non ergolinico.
Neupro® è indicato in monoterapia per il trattamento dei sintomi del Morbo di Parkinson allo stadio iniziale. Il cerotto transdermico, disponibile in diversi dosaggi, deve essere applicato una volta al giorno, approssimativamente alla stessa ora, in corrispondenza di addome, cosce, anche, fianchi, spalle o braccia, e rilascia la dose nominale di principio attivo che viene assorbito dalla cute.
Concentrazioni allo steady-state di rotigotina nel plasma vengono raggiunte dopo 24-48 ore dall’applicazione del cerotto e si mantengono stabili dopo un’unica somministrazione nell’arco delle 24 ore. La rotazione del sito di applicazione del cerotto, consigliata al fine di limitare le reazioni al sito di applicazione, può comportare differenze nella biodisponibilità di rotigotina, comprese fra l’1% (anca vs addome) e il 41% (spalla vs coscia).
Le principali caratteristiche cinetiche del farmaco sono sintetizzate in Tabella

ROTIGOTINA: caratteristiche cinetiche

 

Biodisponibilità  assoluta dopo applicazione transdermica  (%)

37

Emivita di eliminazione plasmatica (ore)

5-7

Legame alle proteine plasmatiche, in vitro (%)

92

Eliminazione

metabolica

Escrezione

renale (71%)  feci     (23%)

Dose giornaliera suggerita (mg/die)

4- 8 mg/24h

 

 

per quanto riguarda gli effetti indesiderati, all’inizio del trattamento possono verificarsi reazioni avverse di tipo dopaminergico, quali nausea, vomito e ipotensione ortostatica.
Reazioni avverse segnalate come molto comuni (>1/10) sono capogiri, sonnolenza e reazioni al sito di applicazione (fra gli altri, eritema, prurito, bruciore, dermatite).
Fra le precauzioni d’impiego infine, da segnalare che poiché lo strato di rinforzo del cerotto contiene alluminio, Neupro® deve essere rimosso se il paziente deve sot
toporsi a risonanza magnetica o a cardioversione, al fine di evitare scottature della cute.
Non si conoscono ancora i tempi di commercializzazione di  Neupro® in Italia.



STALEVO®
(levodopa/carbidopa/entacapone)
AUTORIZZATO IN ITALIA NEL LA TERAPIA DELLA MALATTIA DI PARKINSON IN FASE AVANZATA

E’ stato approvato anche in Italia il farmaco Stalevo® (Novartis), associazione di 3 principi attivi: levodopa, carbidopa (inibitore dell’enzima dopa decarbossilasi) ed entacapone (inibitore dell’enzima catecol-O-metiltransferasi), sostanze quest’ultime che inibiscono il metabolismo periferico della levodopa, potenziandone e prolungandone l’effetto a livello del sistema nervoso centrale.
Il prodotto è stato approvato per la prescrizione in fascia A, a carico del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), limitatamente al dosaggio di 100 mg levodopa+ 25 mg carbidopa+ 200 mg entacapone, nel trattamento dei pazienti con malattia di Parkinson che presentano fluttuazioni motorie giornaliere di “fine dose” non stabilizzate con la terapia a base di levodopa+inibitori delle dopa decarbossilasi.
Si ricorda che tutti e tre i principi attivi sono già disponibili in commercio: levodopa/carbidopa (Sinemet®) ed entacapone (Comtan®).
Attualmente la prescrizione di entacapone è a carico del SSN dietro presentazione di piano terapeutico.
La commercializzazione di Stalevo® è prevista per la fine di marzo 2006.

 


FARMACI GENERICI
UN AGGIORNAMENTO SUI PRODOTTI DISPONIBILI SUL MERCATO ITALIANO IN CAMPO NEUROLOGICO-PSICHIATRICO

Stenta a decollare il mercato dei farmaci generici in Italia: stando ai dati dell’Osservatorio nazionale sull’impiego dei medicinali, riferiti alla spesa farmaceutica del 2004, i generici coprono appena il 10% del mercato.
Situazione molto diversa da quella registrata in altri paesi, come l’Inghilterra, dove la quota di mercato di questi farmaci tocca il 40%, favorita in parte dall’abitudine dei medici inglesi a prescrivere il farmaco utilizzando il nome della molecola, anche quando si tratti di specialità coperta da brevetto, e dal fatto che la quota di spesa indotta da ogni medico prescrittore è attentamente controllata.
Fra gli strumenti messi in atto per favorire il mercato dei generici, la legge n. 149 del 26 luglio 2005 introduce per il farmacista “l’obbligo ad informare il paziente dell’eventuale presenza in commercio di medicinali aventi uguale composizione in principi attivi, nonché forma farmaceutica, via di somministrazione, modalità di rilascio e dosaggio unitario uguali.
Qualora sulla ricetta non risulti apposta dal medico l’indicazione della non sostituibilità del farmaco prescritto, il farmacista, su richiesta del cliente, è tenuto a fornire un medicinale avente prezzo più basso di quello del medicinale prescritto”.
La medesima legge introduce inoltre la definizione di “medicinale generico equivalente” sulla cui ambiguità si sono accese peraltro una serie di polemiche (Comunicato AIFA n.15 del 28 luglio 2005).
E’ opportuno quindi ricordare che per essere posti in commercio, le preparazioni generiche devono essere bioequivalenti al prodotto di riferimento.
La bioequivalenza è verificata studiando l'assorbimento e la biodisponibilità del farmaco nell'uomo dopo somministrazione della preparazione generica e del prodotto di riferimento.
L'Agenzia europea per i medicinali (EMEA) definisce le procedure per questo tipo di studio, i parametri da valutare e la massima variabilità e differenza ammissibili.
Il parametro più importante è l'area sotto la curva delle concentrazioni nel tempo (AUC), indice della biodisponibilità del farmaco.
L'EMEA stabilisce che l'AUC del prodotto in esame deve essere 0,8-1,25 volte l'AUC del prodotto di riferimento (limite di confidenza del 90%).
La bioequivalenza è considerato un parametro surrogato dell’equivalenza terapeutica, accettato internazionalmente, e nella maggior parte dei casi sufficiente per la registrazione del generico.
Come già detto, la maggiore esperienza nell'uso di queste preparazioni si ha nei paesi anglosassoni, e la letteratura scientifica in lingua inglese contiene numerosi studi e segnalazioni sulla bioequivalenza di queste preparazioni e e un ampio dibattito sulle problematiche legate al loro impiego.
I FARMACI NEUROLOGICI GENERICI
Per quanto riguarda i farmaci neurologici, particolarmente abbondante è la letteratura sulle preparazioni generiche di carbamazepina e di
fenitoina.
Numerosi casi clinici hanno segnalato la possibile perdita del controllo terapeutico o la comparsa di effetti collaterali dopo la sostituzione del prodotto di riferimento con preparazioni generiche.
Mancano invece studi controllati di sufficiente dimensione che abbiano confrontato sul piano clinico i farmaci generici con i rispettivi prodotti di riferimento.

Dal punto di vista farmaceutico le preparazioni generiche attualmente in commercio devono essere considerate uguali ai prodotti “di marca” di riferimento .
Nell'impiego terapeutico sarà sempre opportuno considerare la potenziale differenza nella biodisponibilità, in particolare per i farmaci con un ristretto indice terapeutico o una cinetica non lineare (come la fenitoina), e controllare clinicamente il paziente.
Da un punto di vista pratico generale, la eventuale sostituzione del prodotto “di marca” con quello generico deve avvenire agli stessi dosaggi giornalieri, avvertendo il paziente di segnalare ogni problema che dovesse insorgere, e richiedendo, ove possibile, un monitoraggio terapeutico delle concentrazioni plasmatiche del farmaco dopo un periodo di tempo adeguato dall’introduzione della preparazione generica. In terapia cronica, più che la biodisponibilità relativa di una preparazione rispetto ad un'altra, considerato che le differenze sono comunque modeste, è forse più importante che la terapia venga condotta sempre con la stessa preparazione.
A questo scopo, è opportuno che il medico indichi nella prescrizione il produttore di generico prescelto, con l'indicazione esplicita di non sostituibilità.
La Lega Italiana Contro l’Epilessia (LICE) ha in preparazione delle linee-guida all’utilizzo di prodotti generici di farmaci antiepilettici.
Sul sito internet dell’AIFA (www.agenziafarmaco.it) è disponibile il prontuario aggiornato mensilmente dei medicinali generici presenti sul mercato.
Si riporta di seguito in Tabella un elenco, aggiornato al 15 di febbraio 2006, relativo ai principi attivi d’interesse neurologico e psichiatrico dispensabili secondo SSN.
Per quanto riguarda le benzodiazepine (fascia C), formulazioni generiche sono disponibili per alprazolam, bromazepam, lorazepam e triazolam.

CATEGORIA                         PRINCIPIO ATTIVO                      DOSAGGIO

ANTIDEPRESSIVI                 Citalopram                         20, 40 mg cpr; 40 mg/ml gtt

                                                             Fluoxetina                           20 mg cps

                                                             Mirtazapina                         30 mg cpr

                                                             Paroxetina                           20 mg cpr

                                                             Sertralina                              50, 100 mg cpr

ANTIEPILETTICI                  Carbamazepina                200, 400 mg cpr

                                                               Gabapentin                        100, 300, 400 mg cps


ANTIPARKINSONIANI         Bromocriptina                2,5, 5, 10 mg cps

                                                                Levodopa/                             250/25 mg cpr;
                                                                carbidopa                              100/25, 200/50 mg cp
                                                                                                                    RILASCIO PROLUNGATO


ANTIPSICOTICI                        Clozapina                            25, 100 mg cpr
 

 


FARMACI CHE POSSONO CAUSARE TREMORI 

I tremori sono i più comuni movimenti involontari, definiti come oscillazioni ritmiche di uno o più segmenti del corpo, prodotte da contrazioni alternate di gruppi muscolari opposti.
Sono classificati in base alla loro frequenza (bassa, da 3 a 5 Hz; alta, da 6 a 12 Hz), all'ampiezza, al ritmo, alla distribuzione e alla distinzione della loro comparsa.
Si riconoscono, fra gli altri, il tremore a riposo, tipico della malattia di Parkinson, a bassa frequenza, regolare, soprattutto ai settori distali degli arti, che si attenua sino a scomparire durante un movimento volontario; il tremore d’azione, che compare durante l'attività motoria volontaria, a sua volta distinto in cinetico e posturale, molto variabile in ampiezza e frequenza; il tremore intenzionale, tipico delle lesioni cerebellari, che compare o si accentua durante l'esecuzione di movimenti volontari di avvicinamento a un oggetto. Esiste inoltre un tremore fisiologico, presente in tutti i soggetti a livello di ogni articolazione, ma che per la sua piccola ampiezza è difficile da osservare ad occhio nudo.
Un aumento del tremore fisiologico può insorgere in seguito a stress, affaticamento, disordini metabolici (ipertiroidismo, ipoglicemia), o per l’uso di farmaci o sostanze come la caffeina.
Le categorie di farmaci che possono causare vari tipi di tremori sono state prese in esame in una review pubblicata nel mese di dicembre scorso dalla rivista Lancet Neurology
(Lancet Neurology 2005;4:866-76) (vedi Tabella).
La conoscenza del rischio di comparsa o accentuazione di tremore associato all’uso di questi farmaci è importante per una pronta diagnosi, per evitare test inutili, ed intraprendere in tempi rapidi le opportune azioni correttive (quasi sempre l’interruzione del farmaco tremorigeno).
I soggetti maggiormente esposti al rischio di tremore iatrogeno sono i pazienti anziani, spesso affetti da più patologie ed in terapia con numerosi farmaci.
Per saperne di più:
- Deuschl G, et al: Ad Hoc Scientific Committee.
Consensus statement of the Movement Disorder Society on tremor. Mov Disord 1998;13(suppl 3):2-23.

 

Principali farmaci tremorigeni
 

Farmaci

Tremore d’azione

Tremore intenzionale

Tremore a riposo
 

Antiaritmici

Amiodarone, mexiletina

-

-

Antibiotici, antivirali, antimicotici

-

 

Vidarabina

Cotrimossazolo, amfotericina B

Antidepressivi

Amitriptina, litio, SSRI

Litio

Litio, SSRI
 

Antiepilettici

Acido valproico

-

Acido valproico
 

Broncodilatatori

Salbutamolo, salmeterolo

Salbutamolo, salmeterolo

-

Chemioterapici

Tamoxifene, citarabina, ifosfamide

Citarabina, ifosfamide

-

Farmaci d’abuso

Cocaina, etanolo, nicotina, MDMA

Etanolo

Cocaina, etanolo, MDMA

Farmaci gastrointestinali

Metoclopramide, cimetidina

-

Metoclopramide

Ormoni

Tiroxina, calcitonina, medrossiprogesterone

Epinefrina

Medrossipro-gesterone

Immunosoppressori

Tacrolimus, ciclosporina, interferone-a

Tacrolimus, ciclosporina

-

Metilxantine

Caffeina, teofillina
 

-

-

Neurolettici

Aloperidolo, tioridazina

 

Aloperidolo, tioridazina

SSRI: Inibitori del re-uptake di serotonina;
MDMA: 3,4-metilendiossimetamfetamina,  “ecstasy”




MALATTIE IN “VENDITA” E INFORMAZIONE SUI FARMACI

Nei paesi anglosassoni viene chiamata “disease mongering”, espressione che sta a metà fra la promozionee la vendita di malattie. Generalmente la “malattia” in “vendita” presenta sintomi non specifici, di severità variabile, da malesseri che ciascuno può sperimentare nella vita quotidiana fino ad una sofferenza grave. La filosofia di base è aumentare lo spettro delle patologie per moltiplicare diagnosi e allargare gli spazi d’intervento farmacologico. Ne sono esempio la medicalizzazione di aspetti della vita ordinaria, quali la menopausa, la trasformazione di lievi disturbi in malattie serie, come avviene per la sindrome dell’intestino irritabile, o la presentazione di semplici fattori di rischio come vere e proprie malattie da trattare farmacologicamente (come il colesterolo elevato o l’osteoporosi).
Come stigmatizzato in due articoli pubblicati nel mese di aprile scorso dalla rivista PLoS Medicine (PLoS Medicine 2006;3:425-28 e 452-55), l’operazione è spesso sistematicamente gestita dalle case farmaceutiche, talvolta con l’alibi di sostenere campagne di informazione e sensibilizzazione sulle “malattie” oggetto, in realtà, di promozione e vendita.
Ma le case farmaceutiche non sono le uniche protagoniste, spesso supportate da gruppi di medici e specialisti, associazioni dei pazienti e dalla stampa non specialistica, cassa di risonanza per situazioni cliniche altrimenti poco conosciute.
Gli autori del primo articolo descrivono l’intero percorso prendendo ad esempio proprio la “promozione” di una sindrome d’interesse neurologico, la sindrome delle gambe senza riposo.
Dapprima la casa farmaceutica (GlaxoSmithKline) lancia nel 2003 una campagna per “promuovere la conoscenza” della sindrome delle gambe senza riposo, mettendo in evidenza in un secondo momento come la sindrome sia spesso poco riconosciuta dai clinici.
Due anni dopo la FDA approva l’agonista dopaminergico ropinirolo (Requip, GlaxoSmithKline) nel trattamento della sindrome (il primo farmaco approvato specificatamente per questa indicazione).
Da quel momento inizia una campagna sulla stampa statunitense volta alla “presa di coscienza della sindrome da parte dei medici e dei consumatori”, caratterizzata da una esagerazione nella stima della prevalenza della sindrome, e dalla esaltazione di casi anedottici che risaltano i benefici del ropinirolo, senza alcuna quantificazione della durata ed intensità dell’effetto del farmaco e menzione dei suoi possibili effetti indesiderati.
La denuncia degli autori riguarda anche altre “malattie”, come i disturbi bipolari, la disfunzione erettile e il disturbo da deficit di attenzione/iperattività, con una raccomandazione finale ai “media”: quella di informare i lettori con senso critico, e non di convincerli di essere malati.



I FILM DIVERTENTI FANNO BENE ALLA CIRCOLAZIONE DEL SANGUE

Guardare commedie divertenti al cinema o in televisione facilita la circolazione sanguigna e preserva la funzionalità del cuore. La notizia è apparsa sulla rivista Heart. I ricercatori hanno invitato 20 adulti in perfetta salute a guardare degli spezzoni di film di durata compresa tra i 15 e i 30 minuti per due giorni. Alcuni di questi film erano tristi altri allegri. Ai volontari è stato chiesto di non bere, non fare attività aerobica, non assumere vitamine o integratori per i due giorni dell’esperimento; ciascuno di questi elementi, infatti, può influenzare la pressione e la circolazione sanguigna.  (…) L’autore dello studio, Michael Miller, ha dichiarato, con il sorriso sulle labbra, che 30 minuti di ginnastica per tre volte a settimana e 15 minuti quotidiani di sane risate sono quanto di meglio si può fare per la salute cardiovascolare.
Il Pensiero Scientifico Editore

http://it.health.yahoo.net/c_news.asp?id=14255&s=3&c=10

 


SICUREZZA ED EFFICACIA DELLA VALERIANA NEL TRATTAMENTO
DELL' INSONNIA

I rimedi erboristici trovano largo impiego nel trattamento dell’ insonnia per autoprescrizione, ma i dati relativi alla sicurezza e all’efficacia di questi trattamenti sono ancora piuttosto limitati.
Fra le erbe più usate la valeriana è sempre stata oggetto di controversie sin dall’antichità, soprattutto per quanto riguarda i principi attivi.
La composizione chimica della radice, che viene usata come sedativo sia da sola sia in associazione ad altre piante, include valepotriati, acido valerenico ed i suoi derivati.
I valepotriati hanno un effetto sedativo e spasmolitico negli animali ma sono citotossici e mutageni in vitro.
Sono stati per molto tempo considerati responsabili degli effetti farmacologici della valeriana ma la maggior parte dei prodotti in commercio a base di valeriana non li contiene.
E’ stato suggerito che l’acido valerenico, che mostra proprietà sedative ed anticonvulsivanti negli animali, sia responsabile degli effetti degli estratti idroalcolici della radice. 
I dati pubblicati sull’ efficacia dei prodotti a base di valeriana sono contraddittori e tutti gravati da difetti metodologici, come la mancanza della randomizzazione o del doppio cieco. 
Il confronto fra i vari studi è inoltre complicato dalla variabilità della composizione quali-quantitativa dei vari preparati (parte di pianta usata, processo estrattivo).
L’unico trial metodologicamente accettabile ha mostrato un moderato beneficio di un preparato di estratto secco di radice di valeriana (600 mg/die) sulla qualità soggettiva del sonno, paragonabile a quello di una benzodiazepina a basso dosaggio (oxazepam, 10 mg/die).
Per quanto riguarda la sicurezza, gli estratti di valeriana sembrano avere negli  animali una trascurabile tossicità, acuta o cronica.
Negli uomini, non ci sono dati sull’uso a lungo termine dei preparati a base di valeriana.
Pochissimi eventi avversi sono stati registrati durante i trial clinici e tutti di lieve entità. Non sono state riportate interazioni farmacologiche.
Da studi in vitro, sembra che la valeriana abbia la capacità di inibire l’isoforma CYP3A4 del citocromo P450, in maniera variabile da lieve a moderata.
Non è comunque noto se questo si verifichi anche in vivo.


 


SEGN
ALAZIONE DI PARKINSONISMO REVERSIBILE ASSOCIATO A TRIMETAZIDINA (VASTAREL®)

La trimetazidina (Vastarel®, Stroder) è un vecchio farmaco indicato nella profilassi a breve e medio termine delle crisi di angina pectoris.
E’ talvolta utilizzato, specie nell’anziano, anche nel trattamento delle vertigini e del tinnito.
E’ stato pubblicato di recente (Mov Dis 2005;20:1080-1) un caso di parkinsonismo probabilmente associato all’uso di questo farmaco in una paziente di 91 anni, in terapia con trimetazidina (70 mg/die), da 9 mesi, per il trattamento di episodi vertiginosi, in associazione a nicardipina per il trattamento di ipertensione.
La paziente si presentava all’ esame clinico con un’ ipomimia facciale, bradicinesia bilaterale, rigidità, marcia a piccoli passi e instabilità posturale. Era assente il tremore.
La trimetazidina veniva sospesa e dopo due mesi tutti i segni extrapiramidali erano scomparsi.
Il follow-up di 3 anni non ha evidenziato nessuna ricomparsa dei sintomi.
Questa segnalazione va ad aggiungersi ad una serie di 8 casi di parkinsonismo da utilizzo di trimetazidina pubblicati l’anno scorso in Spagna (Neurologia 2004;19:392-5).
Anche in questi casi, che riguardavano sei donne e due uomini di età compresa fra i 72 e i 94 anni, in terapia  con trimetazidina ad una dose di 60 mg/die, i sintomi si sono presentati dopo 6-12 mesi di trattamento e si sono risolti dopo la sospensione del farmaco.
La trimetazidina, che similmente alla flunarizina, farmaco ben noto per causare parkinsonismo di possiede un nucleo piperazinico,  va utilizzata per brevi periodi e con particolare cautela  nei pazienti anziani.

 


SIRIO® (MELEVODOPA+CARBIDOPA) NELLA TERAPIA DEL MORBO di PARKINSON

E’ commercializzata da questo mese in Italia una nuova formulazione di levodopa, sottoforma di metilestere della levodopa (melevodopa) associato a carbidopa (inibitore delle “dopa” decarbossilasi), denominata Sirio® (Chiesi).
E’ disponibile come compresse effervescenti in 2 formulazioni di dosaggio (classe A, dispensabili SSN):
a) 125 mg levodopa + 12,5 mg carbidopa (rapporto levodopa/carbidopa 10:1)
b) 100 mg levodopa + 25 mg carbidopa (rapporto levodopa/carbidopa 4:1).
La melevodopa, a differenza della levodopa, presenta un’elevata solubilità in acqua e in vivo viene totalmente idrolizzata a levodopa.
Le formulazioni liquide di levodopa per via orale (Madopar Dispersibile®, Levomet®)  sono state messe a punto con lo scopo di eliminare la fase di disgregazione gastrica delle compresse, favorendo un più rapido assorbimento del farmaco e possibilmente una più rapida comparsa dell’effetto terapeutico nei pazienti che lamentano ritardi nella comparsa della risposta motoria, specie post-prandiale.
Studi controllati hanno dimostrato nei volontari sani una riduzione del tempo di picco delle concentrazioni plasmatiche di levodopa con Sirio® rispetto alle formulazioni standard (Sinemet®), che si può tradurre in una più rapida risoluzione dei fenomeni di “blocco” motorio in pazienti selezionati.
La biodisponibilità di levodopa è risultata equivalente con i due preparati.
Le compresse effervescenti di Sirio® vanno sciolte in circa 150 ml d’acqua.
Viene consigliato un dosaggio massimo di mantenimento di 6 compresse al giorno.

 

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