ASSOCIAZIONE DI VOLONTARIATO A SOSTEGNO DEI MALATI DI MORBO DI PARKINSON

 

Notizie scientifiche pag. 3

 

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ULTIMISSIME DALLA SCIENZA

NOTIZIE SCIENTIFICHE pag. 3

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NOTIZIE SCIENTIFICHE pag. 1

ULTIMISSIME DALLA STAMPA
STAMPA: RACCOLTA DI NOTIZIE

 

Nuova formulazione di levodopa: Sirio® per i malati con problemi di deglutizione
Duodopa®: somministrazione intra-duodenale di levodopa-carbidopa
Gioco d'azzardo patologico associato a terapia con agenti dopaminergici in pazienti con malattia di Parkinson
Fitosorveglianza: pubblicati i dati delle segnalazioni avverse pervenute all'Istituto Superiore di Sanità
Gran Bretagna: è disponibile sul mercato la Rasagilina (Azilect®)
Consumo di latte e rischio di malattia di Parkinson
Effetti avversi oculari da farmaci per l'impotenza
Modalità di prescrizione dell'Entacapone (Comtan®) in Emilia Romagna

Un caso di distonia probabilmente associata all'assunzione di Gabapentin
L'entacapone (Comtan
Ò) passa in fascia A
Terapia genica
Reminil (galantamina) e mortalità
Levodopa e progressione della malattia di Parkinson: i risultati dello studio ELLDOPA
La pergolide (Nopar)
Discinesia orofacciale possibilmente associata all'assunzione di ofloxacina
Ritirata dall'Unione Europea le specialità medicinali Ixense e Taluviana a base di apomorfina cloridato

 

NOTIZIE SCIENTIFICHE ANNO 2005
(Notizie selezionate da
http://www.neuro.unibo.it/pill/pillole.htm)



NUOVA FORMULAZIONE DI LEVODOPA: SIRIOÒ
PER I MALATI CON PROBLEMI DI DEGLUTIZIONE

Da pochi giorni è uscita in commercio una formulazione di levodopa effervescente che potrebbe risolvere  i problemi della somministrazione della levodopa per i malati parkinsoniani che presentano difficoltà di deglutizione.
Il farmaco è stato denominato Sirio
Ò ed è disponibile nei dosaggi:
125 mg di melevodopa + 12.5 mg di carbidopa
100 mg  di melevodopa + 25 mg di carbidopa
Il farmaco è in fascia A quindi a totale carico del Servizio Sanitario Nazionale.

Dr. Augusto Scaglioni- Neurologo- Ospedale di Fidenza (Pr)

 


DUODOPAÒ
SOMMINISTRAZIONE INTRA-DUODENALE DI LEVODOPA-CARBIDOPA

La DuodopaÒ (levodopa+carbidopa) prodotta dalla casa farmaceutica Solvay Pharma è disponibile in Italia e viene somministrata mediante la PEG cioè con l'aiuto di una pompa portatile che, attraverso un tubicino, fornisce la levodopa-carbidopa, dispersa in un gel viscoso, direttamente nel duodeno determinando una stimolazione dopaminergica continua.  Vale a dire che bisogna eseguire un piccolo intervento chirurgico con il posizionamento di un tubicino direttamente nel duodeno.
E' un farmaco indicato solo in pochi casi selezionati tanto che la ditta che la produce non pensa di iniziare più di 80 pezzi l’anno.
Dr. Augusto Scaglioni- Neurologo-
Ospedale di Fidenza (Pr)
 

DUODOPA®
PER INFUSIONI DUODENALI DI LEVODOPA
IN PAZIENTI CON MALATTIA DI PARKINSON IN FASE AVANZATA

Nel mese scorso la ditta Solvay Pharmaceuticals ha annunciato il lancio in 12 paesi europei (compresa l’Italia) della nuova specialità DuodopaÒ a base di levodopa-carbidopa per uso infusionale intraduodenale. La nuova formulazione consiste in una sospensione acquosa di levodopa (20 mg/mL) e carbidopa (5 mg/mL) dispersa in gel viscoso (carbossimetilcellulosa).
Questa formulazione presenta il vantaggio, rispetto alle sospensioni di levodopa utilizzate in passato per via infusionale, di ridurre di circa dieci volte il volume della sospensione (la levodopa presenta infatti una scarsa solubilità in acqua), consentendo quindi la somministrazione mediante un sistema portatile, ed elimina la necessità dell’assunzione per via orale della carbidopa.
La Duodopa
Ò può essere somministrata mediante Gastrostomia Endoscopica Percutanea (PEG), metodica che consente di infondere la formulazione direttamente all'interno della cavità duodenale attraverso una “stomia”, ossia un'apertura artificiale.
Il trattamento infusionale è riservato ad un sottogruppo ristretto di pazienti agli stadi più avanzati della malattia, complicati da fluttuazioni importanti della risposta clinica alla levodopa non gestibili  attraverso le più comuni strategie terapeutiche (ridistribuzione della dose di levodopa orale, aggiunta di co-terapie dopaminergiche e non-dopaminergiche, infusioni di apomorfina), fino all’intervento di impianto di stimolazione cerebrale.
Dati pubblicati in passato, corroborati da evidenze più recenti, sembrerebbero dimostrare che una stimolazione continua dopaminergica, ottenibile mediante sistemi infusionali di levodopa, può essere d’aiuto nel gestire queste gravi fluttuazioni motorie.

 


GIOCO D’AZZARDO PATOLOGICO ASSOCIATO A TERAPIA CON AGENTI DOPAMINERGICI IN PAZIENTI CON MALATTIA DI PARKINSON

Il “gioco d’azzardo patologico” è un raro disturbo comportamentale definito come incapacità a resistere al gioco d’azzardo, nonostante le possibili gravi conseguenze personali e famigliari, ed è compreso fra i disordini del controllo degli impulsi, secondo i criteri del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disordini Mentali, 4a edizione rivisitata.
I pazienti affetti da questa sindrome sviluppano una sorta di vera e propria dipendenza dal gioco. Le cause di questo disturbo non sono chiarite, ma vi sono evidenze di possibili alterazioni della funzionalità dopaminergica.
Già in passato sono state pubblicate segnalazioni di una relazione fra assunzione di agenti dopaminergici (levodopa, agonisti diretti) utilizzati per la terapia della malattia di Parkinson e sviluppo di dipendenza dal gioco d’azzardo.
Un’ulteriore casistica di pazienti parkinsoniani che hanno sviluppato questo tipo di disturbi in corso di terapia con dopaminergici è stata pubblicata in questo mese.
Gli 11 pazienti descritti, osservati nell’arco di 3 anni presso la Mayo Clinic per i disordini del movimento (Rochester, Minn) hanno cominciato a sviluppare la passione incontrollabile per il gioco d’azzardo dopo assunzione di un agonista dopaminergico (8 degli 11 pazienti erano già in terapia con levodopa, ad una dose compresa fra i 300 e i 1000 mg/die): pramipexolo (MirapexinÒ) in 8 casi e ropinirolo (RequipÒ) in 3 casi.
I disturbi si sono manifestati a dosi alte dei due farmaci, comprese fra i 4,5 e i 13,5 mg/die per il pramipexolo  e i 15 e 21 mg/die per il ropinirolo e si sono risolti dopo sospensione del dopaminergico in 9 casi e riduzione della dose nei rimanenti 2.
In 6 pazienti, alla compulsione per il gioco si sono associati altri disturbi comportamentali, quali un aumentato consumo di alcol e di cibo e ipersessualità.
Analogamente a quanto già riportato in letteratura, il gioco d’azzardo patologico sembra più facilmente svilupparsi in concomitanza della terapia con agonisti dopaminergici diretti rispetto alla levodopa, ed in particolare con il pramipexolo, che mostra un’alta affinità per recettori dopaminergici di tipo D3, localizzati nell’area limbica cerebrale.
Fra i fattori di rischio, il sesso maschile e le alte dosi di agonisti dopaminergici sembrano peraltro giocare un ruolo importante in tutte le casistiche riportate.


 


FITOSORVEGLIANZA: PUBBLICATI I DATI DELLE SEGNALAZIONI AVVERSE PERVENUTE ALL’ISTITUTO SUPERIORE DI SANITA’

Sono stati pubblicati il mese scorso  i risultati dello studio pilota sulla sorveglianza delle reazioni avverse da prodotti a base di erbe, condotto da aprile 2002 a gennaio 2005 dall’Istituto Superiore di Sanità.
Sono pervenute 124 segnalazioni, il 65% delle quali ha richiesto ospedalizzazione e il 10% ha determinato pericolo di vita. Le reazioni sono state attribuite a 106 diversi prodotti: erboristici (33%), preparazioni galeniche (19%) e integratori alimentari  (19%).
Sono stati indicati anche 11 medicinali “omeopatici” che in realtà contenevano dosi ponderali di diverse sostanze.
Le indicazioni per le quali sono stati usati i prodotti riguardano principalmente disturbi psicofisici, gastrointestinali, dermatologici, infezioni alle alte vie respiratorie e come dimagranti.
Si segnalano in particolare 10 reazioni avverse  di tipo allergico che hanno interessato prodotti a base di propoli.
Tra i casi più gravi, un evento cardiaco manifestatosi come torsione di punta, tachicardia e QT lungo in una paziente che aveva assunto per una cura dimagrante due prodotti galenici contenenti, fra gli altri, alte dosi di efedra, già nota per produrre gravi eventi avversi cardiovascolari.
Un numero rilevante di segnalazioni ha riguardato donne in gravidanza e bambini.
Alcune considerazioni emergono da questi dati:
- l’uso di questi preparati è associato ad un rischio di reazioni avverse spesso non percepito dai pazienti;
- bambini, anziani e donne in gravidanza usano la fitoterapia in quanto ritenuta “più sicura”;
- i prodotti a base di erbe sono disponibili su internet o nelle erboristerie, spesso acquistati senza alcun consiglio di personale sanitario e all’insaputa del medico curante.
Per saperne di più:
http://www.agenziafarmaco.it/documenti/farmacovigilanza12_13_2005.pdf

 


IN GRAN BRETAGNA: E’ DISPONIBILE LA RASAGILINA (Azilect)

La Rasagilina (Azilect) è un inibitore irreversibile delle monoamino-ossidasi di tipo B di seconda generazione.
E’ prodotta dalle case farmaceutiche Lundbeck A/S e Teva Pharmaceutical Industries.
Attualmente è disponibile sul mercato della Gran Bretagna. In Italia e negli altri Paesi europei, sarà disponibile nella seconda metà dell'anno o nel corso del 2006. 


 


CONSUMO DI LATTE E RISCHIO DI MALATTIA DI PARKINSON

Dopo il fumo di sigaretta ed il caffè è giunta la volta del latte nella ricerca dei fattori eziopatogenetici legati allo stile di vita e all’alimentazione possibilmente sottesi all’insorgenza di Malattia di Parkinson (MP).
Uno studio pubblicato nel mese di marzo (Neurology 2005;64:1047-51), condotto su una vasta popolazione di soggetti di sesso maschile, di età compresa fra i 45 e 68 anni, esaminati fra il 1965 e il 1968 nell’ambito dell’Honolulu Heart Program e seguiti per 30 anni, ha preso in considerazione la possibile relazione fra assunzione di latte nell’età media e rischio di
Malattia di Parkinson.
Nel corso del follow-up si sono verificati 128 casi di
Malattia di Parkinson: l’incidenza della malattia è risultata significativamente più alta nei soggetti “forti consumatori” di latte, passando da un valore di 6,9/10.000 nei non consumatori contro il 14,9/10.000 nei soggetti che avevano consumato più di mezzo litro di latte al giorno (p=0,02).
L’apparente effetto del latte è risultato indipendente dall’apporto di calcio dietetico.
Indagini precedenti avevano già suggerito una possibile relazione fra alto consumo di prodotti caseari e rischio di malattia di Parkinson (Ann Neurol 2002;52:793-80).
Rimangono comunque poco chiare le possibili spiegazioni della relazione fra apporto di latte con la dieta e rischio di
Malattia di Parkinson.
Il latte è una miscela complessa di diversi nutrienti, ciascuno dei quali potrebbe esercitare un ruolo distinto. Fra le ipotesi avanzate, molta attenzione viene posta nei confronti di possibili contaminanti ad azione neurotossica, quali residui organoclorurati e tetraidroisochinoline, utilizzate nella sintesi di pesticidi e capaci di indurre parkinsonismi nei modelli animali sperimentali (Neurosci Lett 1996;217:69-71).



EFFETTI AVVERSI OCULARI DA FARMACI PER L’IMPOTENZA  
 

 Il 27 maggio di quest’anno la FDA ha dichiarato di aver ricevuto numerose segnalazioni di un particolare tipo di cecità (neuropatia ottica anteriore ischemica non artritica, NAION) in uomini che hanno assunto farmaci per l’impotenza: 38 segnalazioni associate a sildenafil (ViagraÒ), 4 a tadalafil (CialisÒ), ed 1 a vardenafil  (LevitraÒ).
Non è stato ancora accertato se esiste una relazione causa-effetto dovuta all’uso di questi farmaci, e la FDA sta lavorando con la ditta produttrice del Viagra
Ò (Pfizer) per fornire informazioni utili ai medici e ai pazienti.
Da ricordare inoltre che fattori di rischio per la NAION (ipertensione, diabete, ipercolesterolemia) possono essere frequenti nella fascia d’età dei soggetti che assumono farmaci per l’impotenza.
Il foglietto illustrativo del Viagra
Ò attualmente riporta fra le reazioni indesiderate più comuni cefalea, vampate al volto e disturbi gastrici.
Viene segnalato che il farmaco è controindicato nei soggetti con disturbi degenerativi ereditari (specie retinite pigmentaria) e che i disturbi visivi che può indurre (visione offuscata o bluastra, sensibilità alla luce) possono precludere la capacità di guida.
Il sildenafil è un potente inibitore selettivo della fosfodiesterasi (PDE) tipo 5 specifica della guanosina monofosfato ciclica (GMPc) presente nel corpo cavernoso del pene.
La selettività non è assoluta, e l’inibizione coinvolge in misura inferiore la PDE tipo 6 presente nella retina e coinvolta nella trasmissione retinica della luce (Lancet 1999;353:375).

 



MODALITA’ DI PRESCRIZIONE E DISPENSAZIONE DEL FARMACO ENTACAPONE (COMTAN
Ò) IN EMILIA ROMAGNA

Dopo la recente riclassificazione dell’ Entacapone (ComtanÒ) in classe A, la Commissione Regionale del Farmaco dell’ Emilia Romagna ha preso in esame il tema della prescrizione e dispensazione del medicinale, indicato “in aggiunta alle preparazioni standard a base di levodopa/benserazide o levodopa/carbidopa, per il trattamento dei pazienti con morbo di Parkinson che presentano fluttuazioni motorie giornaliere di fine dose che non possono essere stabilizzati con le suddette combinazioni”.
Le principali indicazioni emerse, diramate con una circolare del 13 maggio 2005, comprendono:
- la necessità di riservare l’impiego del farmaco ai centri neurologici con esperienza specifica nell’approccio alla malattia di Parkinson;
- il vincolo di adozione del modello di piano terapeutico opportunamente predisposto (copia del piano sarà disponibile agli Ambulatori e nei Reparti), finalizzato al monitoraggio delle condizioni d’uso del medicinale;
- l’indicazione del periodo di validità del piano terapeutico, che per le criticità terapeutiche del farmaco non può essere superiore a tre mesi.
Il farmaco, prescritto secondo queste modalità, sarà erogato direttamente dalle Aziende sanitarie, che provvederanno a richiedere alla ditta produttrice (Novartis Pharma) la cessione gratuita della prima confezione di medicinale, come stabilito dalla Agenzia Italiana del Farmaco.

  


UN CASO DI DISTONIA PROBABILMENTE ASSOCIATA ALL’ASSUNZIONE DI GABAPENTIN

 E’ stato segnalato di recente  un caso di reazione avversa di tipo distonico molto probabilmente associata all’uso di gabapentin (Neurontin®) in una paziente di 72 anni cui era stato prescritto il farmaco (2100 mg/die) per il trattamento di un tremore essenziale.
Il gabapentin è un farmaco antiepilettico/analgesico indicato nel trattamento dell’epilessia parziale semplice, complessa, secondariamente generalizzata e del dolore neuropatico.
Fra gli impieghi del farmaco fuori indicazione, si annovera anche il  trattamento di alcuni tipi di tremori, in piccole casistiche di pazienti, senza risultati clinicamente significativi.
Nel caso descritto, la paziente ha manifestato dopo circa 7 settimane di terapia, una reazione distonica con coinvolgimento dei muscoli del collo e di entrambe le braccia, risolta rapidamente alla sospensione del farmaco.
Un successivo tentativo di rinserimento del gabapentin, ad una dose più bassa (1800 mg/die) è stato accompagnato nuovamente dalla comparsa dei movimenti distonici.
La paziente, sospeso il gabapentin e introdotto il primidone non ha più presentato questo tipo di effetti indesiderati. 
Reazioni indesiderate di tipo distonico sono state raramente associate all’uso di gabapentin, sia in bambini  che in adulti, a dosi comprese fra i 900 e i 1800 mg/die.
Altri movimenti indesiderati riportati come reazioni avverse del gabapentin includono mioclono  coreoatetosi  e atassia.
I meccanismi patofisiologici sottesi a questo tipo di effetti avversi extrapiramidali non sono stati ancora chiariti.
Si ricorda peraltro che il trattamento delle distonie rientra fra gli innumerevoli impieghi “off-labels” suggeriti per il gabapentin.

 


L’ENTACAPONE (COMTAN
Ò) PASSA IN FASCIA A

 Il 24 di Febbraio 2005 l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha approvato 79 nuove Autorizzazioni all’Immissione in Commercio (AIC) di specialità medicinali rimborsate dal SSN.
Fra i farmaci d’interesse neurologico si segnala l’inserimento in fascia A dell’entacapone (Comtan
Ò, Novartis Farma), già collocato in fascia C, utilizzato in associazione alla levodopa (MadoparÒ, SinemetÒ) nel trattamento dei pazienti con malattia di Parkinson, che presentano fluttuazioni delle prestazioni motorie in risposta alle dosi di levodopa.

 


TERAPIA GENICA

E’ stata intrapresa alla fine di dicembre del 2004 negli Stati Uniti (Università di California, San Francisco) una sperimentazione clinica in fase I-II per valutare la sicurezza dell’infusione cerebrale (striatale) di dosi crescenti di un vettore adenovirale (AV201, Avigen, CA, USA)  contenente l’enzima “dopa decarbossilasi” (AADC) in pazienti con malattia di Parkinson agli stadi più avanzati. Tale enzima è responsabile della trasformazione della levodopa, il farmaco più efficace nel trattamento del morbo di Parkinson, a dopamina, il neurotrasmettitore il cui deficit determina in maniera principale i sintomi della malattia.
L’ipotesi formulata dai ricercatori americani è che un aumento delle concentrazioni striatali dell’enzima AADC, sempre più carenti con il progredire della degenerazione dei neuroni nigrostriatali, possa consentire un miglior utilizzo della levodopa esogena, e una possibile riduzione delle dosi e degli effetti indesiderati associati al trattamento cronico (fluttuazioni della risposta motoria e discinesie).
Si tratta della prima sperimentazione clinica di un adenovirus contenente AADC umano nel cervello dell’uomo.
Studi condotti su modelli animali di malattia di Parkinson hanno mostrato un’espressione duratura (fino a 5 anni) dell’enzima AADC dopo una singola iniezione del gene, con una buona risposta terapeutica a basse dosi di levodopa (inefficaci prima della terapia genica), senza comparsa di discinesie. Ulteriori informazioni su questa sperimentazione sono reperibili al sito:
www.parkinson.org.



REMINYLÒ (GALANTAMINA) E MORTALITÀ

Il ReminylÒ (Janssen Cilag), commercializzato in Italia dal 2001 è un farmaco a base di galantamina, un inibitore dell’acetilcolinesterasi approvato nel trattamento della malattia di Alzheimer di grado lieve-moderato.
La galantamina agisce potenziando l’attività dell’acetilcolina, il cui deficit cerebrale contribuirebbe in parte alla patogenesi della malattia.
Il 24 gennaio 2005 l’ Afssaps (Agenzia francese di sicurezza sanitaria dei prodotti della salute) ha emesso un comunicato per segnalare che il trattamento con galantamina potrebbe essere associato ad un aumento della mortalità.
Questa avvertenza scaturisce da una analisi preliminare dei risultati di 2 studi clinici, non ancora pubblicati, effettuati per valutare l’impatto del farmaco sul ritardo di insorgenza della demenza in pazienti con moderata alterazione delle funzioni cognitive.
I 2 studi, della durata di 2 anni, sono stati condotti su 2048 pazienti (1026 ricevevano la galantamina e 1022 ricevevano il placebo) in Europa, Australia, Argentina ed USA.
L’analisi preliminare dei risultati ha mostrato una frequenza maggiore di decessi nel gruppo trattato con galantamina (15 decessi) rispetto al gruppo con placebo (5 decessi).
La causa delle morti è stata variabile, ma spesso di natura cardiovascolare.
Si  tratta dei primi 2 studi di lunga durata sulla galantamina.
I precedenti studi clinici, effettuati in pazienti con morbo di Alzheimer per periodi più brevi (6 mesi) non avevano dimostrato un aumento della mortalità nel gruppo in terapia con galantamina rispetto al gruppo con placebo.
L’Afssaps, in collaborazione con gli altri Stati membri dell’Unione Europea,  ha avviato una rivalutazione del farmaco.


 



LEVODOPA E PROGRESSIONE DELLA MALATTIA DI PARKINSON: I RISULTATI DELLO STUDIO ELLDOPA

Sono stati pubblicati il mese scorso (N Engl J Med 2004;351:2499-2508) i dati di uno studio multicentrico statunitense denominato ELLDOPA che si proponeva di valutare l’effetto della terapia con levodopa sulla progressione della malattia di Parkinson.
La possibile tossicità neuronale della levodopa, in termini di aumentato stress ossidativo, è stata suggerita da alcuni studi in vitro su colture cellulari dopaminergiche, ed è oggetto da tempo di discussioni (CNS Drugs 1997;8:376-93).
Studi sperimentali condotti su modelli animali di malattia non hanno finora confermato i dati in vitro (JPET 2003;304:792-800).
A sostegno della non tossicità della levodopa vengono inoltre considerati i dati anatomo-patologici ottenuti in soggetti erroneamente diagnosticati come affetti da morbo di Parkinson e trattati per diversi anni con levodopa, che non mostrano alcun danno a livello nigrostriatale, né evidenze di aumentato stress ossidativo neuronale (Mov Dis 1986;1:65-8).
Lo studio randomizzato, in doppio cieco contro placebo ha valutato 361 pazienti parkinsoniani, ai primi stadi della malattia: i pazienti sono stati suddivisi in quattro gruppi, trattati con dosi diverse di levodopa (150-300-600 mg/die) o placebo per 40 settimane, al termine delle quali si è proceduto alla sospensione del trattamento (nell’arco di 2 settimane) e alla rivalutazione clinica dei pazienti.
Un sottogruppo di pazienti (142) è stato inoltre sottoposto ad indagine SPECT per quantificare le eventuali modificazioni indotte dalle diverse modalità di trattamento farmacologico sui trasportatori neuronali della dopamina (DAT), considerati un indice dell’integrità dei terminali dopaminergici.
La severità di malattia, valutata mediante scala UPDRS è peggiorata significativamente nel gruppo trattato con placebo  in confronto a tutti e 3 i gruppi in terapia con levodopa, ai diversi dosaggi.
I pazienti alla dose più alta di levodopa hanno mostrato una maggiore incidenza di effetti collaterali (discinesie, mal di testa, nausea) rispetto al gruppo trattato con placebo.
Dai dati SPECT, è emerso che i pazienti trattati con levodopa mostrano una riduzione percentuale dei DAT  significativamente maggiore rispetto al gruppo in placebo.
I risultati dello studio, apparentemente contrastanti, di fatto non aiutano a capire gli effetti del farmaco sulla progressione della malattia e risentono di alcuni problemi metodologici.
I risultati clinici potrebbero suggerire che la levodopa rallenti la progressione, ma due settimane di sospensione del trattamento possono essere un periodo troppo breve per esaurire l’effetto a lungo termine della levodopa.
Dati recenti infatti, ottenuti mediante modelli cinetico-dinamici mostrano che circa 30 giorni di sospensione di levodopa sono necessari per eliminare il 90% degli effetti del farmaco (Mov Dis 2002;17:961-8).
I dati di neuroimmagine d’altro canto sembrerebbero indicare che la levodopa acceleri la degenerazione nigrostriatale, ma un effetto modulatorio, di “down-regulation” della levodopa sui DAT non si può del tutto escludere (Neurology 2001;56:1559-64).
Questo studio, condotto da un gruppo dei più prestigiosi ricercatori americani nel campo dei disordini del movimento è emblematico delle problematiche metodologiche degli studi di farmacologia clinica volti a distinguere fra effetti sintomatici  e “neuroprotettivi” dei farmaci e del difficile compromesso fra rigorosi requisiti metodologici ed aspetti etici (The Lancet 2005;4:5-6).

 



LA PERGOLIDE (NOPARÒ)

Dopo la pubblicazione di casistiche sempre più numerose di valvulopatie associate all’uso di pergolide (NoparÒ), farmaco dopaminergico derivato dell’ergot utilizzato nella terapia del morbo di Parkinson e della sindrome delle gambe senza riposo è stata diramata alla fine di dicembre 2004 dalla ditta produttrice Eli Lilly Italia una nota informativa che annuncia importanti modifiche apportate al foglietto illustrativo del farmaco.
L’incidenza della valvulopatia con pergolide non è nota.
Dati recenti stimano intorno al 20% la prevalenza del riflusso valvolare (il marker ecocardiografico più sensibile di valvulopatia restrittiva) attribuibile a pergolide, nella maggior parte dei casi asintomatico.
Il rischio di sviluppare una valvulopatia sembra maggiore con l’aumentare della dose e della durata del trattamento.
Le modifiche apportate al foglietto illustrativo sono sintetizzate nei punti seguenti:
· la pergolide deve essere utilizzata come farmaco di seconda scelta, dopo che sia stato usato senza successo un dopamino agonista non derivato dall’ergot;
·  la dose di pergolide non deve superare i 5 mg/die;
· la pergolide è controindicata in tutti i pazienti con anamnesi positiva per fibrosi a carico di qualunque tessuto corporeo;
· prima d’iniziare un trattamento con pergolide è necessario effettuare un ecocardiogramma e nel corso del trattamento deve essere effettuato un controllo ecocardiografico periodico ( a 3-6 mesi dall’inizio del trattamento e successivamente ogni 6-12 mesi);
· se viene rilevata l’insorgenza d’inspessimento dei lembi valvolari, restrizione valvolare, restrizione-stenosi valvolare mista o l’insorgenza o peggioramento di un riflusso valvolare, pergolide deve essere sospesa;
· i benefici ottenibili dal trattamento devono essere regolarmente riconsiderati in funzione del rischio di reazioni fibrotiche e valvulopatia.

 



DISCINESIA OROFACCIALE POSSIBILMENTE
ASSOCIATA ALL’ASSUNZIONE DI OFLOXACINA

 E’ stata riportata sulla rivista Movement Disorders (Mov Dis 2004;19:731-2) la prima segnalazione di discinesia orofacciale (OFD) possibilmente associata all’uso di ofloxacina (ExocinÒ, FlobacinÒ, OflocinÒ), antibiotico della classe dei fluorochinoloni indicato nel trattamento di infezioni delle vie urinarie e respiratorie sostenute da germi sensibili.
La tossicità dei fluorochinoloni a livello del sistema nervoso centrale è ben documentata, con un’incidenza stimata intorno all’1-2%.
Cefalea, vertigini, ansia, confusione e più raramente convulsioni e allucinazioni sono fra gli effetti riportati, specialmente negli anziani con ridotta funzionalità renale.
Il caso segnalato si riferisce ad un uomo di 43 anni che dopo 3 giorni di terapia con ofloxacina (400 mg/die) sviluppava una sintomatologia extrapiramidale caratterizzata da ripetuti movimenti coreo-atetosici del viso e incapacità a chiudere la mandibola.
Il paziente non presentava altri segni neurologici e la funzionalità renale ed epatica erano nella norma.
Dall’anamnesi risultò che il paziente assumeva da più di sei mesi venlafaxina (Efexor
Ò), (75 mg/die).
In passato non aveva mai manifestato disturbi di tipo extrapiramidale, né era stato trattato con farmaci neurolettici.
Il paziente veniva trattato in acuto con un anticolinergico (biperidene, 3,8 mg IM) e in breve mostrava remissione della sintomatologia.
In mancanza di  un nuovo tentativo di somministrazione non è possibile stabilire una correlazione certa fra la manifestazione di OFD e l’assunzione di ofloxacina.
Due casi di OFD sono stati segnalati con un altro antibiotico di questa classe, la ciprofloxacina (Ciproxin
Ò) (J Neurol 1996;243:616-7; Hosp Med 2000;61:142-3). Anche l’uso di venlafaxina, antidepressivo inibitore del reuptake di serotonina e noradrenalina, e solo in parte della dopamina, è stato associato a casi sporadici di effetti avversi extrapiramidali (J Toxicol Clin Toxicol 1995;33:518).
Nessuna segnalazione è stata finora riportata circa una possibile interazione fra ofloxacina e venlafaxina.  

 



RITIRATE DALL’UNIONE EUROPEA LE SPECIALITA’ MEDICINALI IXENSEÒ E TALUVIANÒ A BASE DI APOMORFINA CLORIDRATO

 Alla fine dell’anno scorso sono state sospese in tutta l’Unione Europea (UE) le specialità medicinali IxenseÒ (Takeda Europe) e TaluvianÒ (Abbot S.p.A.), a base di apomorfina cloridrato (compresse sublinguali), autorizzate in precedenza per il trattamento della disfunzione erettile. Nella UE rimane autorizzato come prodotto a base di apomorfina cloridrato, per questa indicazione, soltanto il farmaco UprimaÒ (Abbot Lab. LTD).

 

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