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CELLULE STAMINALI
GENETICA
Le
cellule staminali:
cosa
sono?
Le
cellule staminali embrionali e adulte
Cellule staminali: la cura per le
malattie
neurologiche
Le staminali curano la malattia
di Parkinson?
Le
fonti di cellule staminali per il Parkinson
Taluni
limiti all’utilizzo di cellule staminali nel Parkinson
Una
scoperta rivoluzionaria:
da cellule della
pelle a cellule nervose dopaminergi-che da trapiantare
Ricercatori italiani scoprono meccanismo per riprogrammare le cellule
Terapia staminale più lontana
Cellule staminali ricavate dalla pelle
Nuove regole, vecchie polemiche sull'uso degli
embrioni congelati.
L'Italia sul fronte del
"no"
Una scelta che vuole essere etica
Staminali al top
Cervello
Staminali: da cellule adulte dell'utero utilizzate per
altri organi
Cellule staminali su misura
Scoperto un gene coinvolto nel Parkinson non familiare
Staminali a volontà
Così le staminali del cervello lottano contro la morte
Stato
attuale degli studi sulle cellule staminali neurali
Trapianto di cellule staminali
Staminali ripulite dal gene malato
Staminali e genetica: cureremo l'impossibile

LE CELLULE STAMINALI:
COSA SONO?
Le
cellule si suddividono in cellule differenziate (“mature”) e in cellule non
ancora differenziate (“stami-nali”).
Le cellule staminali sono in grado di replicarsi illimitatamente e di
formare i diversi tipi di cellule (differen-ziazione cellulare).
Le cellule sono caratterizzate da un processo di progressivo
differenzia-mento durante il quale si specializ-zano “acquistando o
esaltando la capacità di compiere una funzione specifica”.
“Le cellule differenziate conservano lo stesso genoma della cellula
iniziale”, solo che “restringono le potenzialità del loro patrimonio
genetico per svolgere la funzione specifica”.
All’origine di tutto vi è una cellula, l’embrione monozigote, che è
totipotente, “cioè in grado di dare origine a tutte le cellule
dell’organismo e contiene tutte le informazioni genetiche che ogni cellula
poi utilizzerà”.
Dalla totipotenza iniziale si passa, con il tempo, ad un restringimento
della potenzialità: le cellule embrionali verso il 14° giorno sono
definibili non più come totipotenti, ma come multipotenti. Continuando il
processo di differenziazione e di specializzazione le cellule divengono
pluripotenti, negli stadi successivi dell’embrione, del feto e del nato, ed
infine unipotenti, o tessutospecifiche, quando sono ormai specializzate in
una sola direzione.
Le cellule staminali, quindi, sono “quelle cellule che sono all’origine di
tutte le cellule differenziate e specifiche di un organismo adulto.
Le staminali possono essere totipotenti, multi o pluripotenti, a seconda
dello stadio di sviluppo in cui si trovano”.

Foto in falsi colori di una cellula stami-nale,
effettuata con un microscopio elet-tronico a scansione.
A destra:
un gruppo di cellule staminali embrionali umane (blu), ingran-dite di circa
500 volte

LE CELLULE STAMINALI EMBRIONALI E ADULTE
Le
cellule staminali si distinguono, a secondo il loro stadio di sviluppo, in
cellule staminali embrionali e cellule staminali adulte.
EMBRIONALI
Le
cellule staminali embrionali umane sono cellule prelevate da embrioni umani
e derivano da embrioni soprannumerari (e cioè prodotti in eccesso e non
utilizzati) ottenuti tramite fecondazione in vitro e sono effettivamente
totipotenti avendo la possibilità di differenziarsi in qualunque tipo
cellulare. La fecondazione in provetta produce embrioni in eccesso poiché
occorrono diversi tentativi prima che l’embrione attecchisca nell’utero
materno. Gli embrioni soprannumerari vengono in genere congelati per
consentire alla coppia di potervi ricorrere successivamente. Nella grande
maggioranza dei casi però gli embrioni congelati non vengono più
riutilizzati. Spesso è la coppia stessa che consente fin da subito l’uso
degli embrioni in eccesso per scopi scientifici. Queste cellule hanno un
enorme capacità di moltiplicazione e possono essere indotte a trasformarsi
in tutte le cellule adulte dell’organismo umano, come le cellule nervose
(neuroni).
Il loro potenziale curativo teoricamente enorme è limitato da taluni
fattori, tra i quali:
- la scarsa disponibilità di embrioni umani e le limitazioni etiche alla
loro produzione. L’utilizzo di queste cellule comporta un problema
morale in quanto determina la soppressione dell’embrione;
- il rischio di rigetto immunologico, confermato da studi su animali: “le
cellule sarebbero estranee all’organismo in cui vengono introdotte e perciò
l’organismo stesso sarebbe portato a distruggerle”;
- l’induzione alla formazione di tumori: “le cellule staminali hanno la
capacità di svilupparsi in tutte le direzioni delle linee cellulari, anche
in cellule maligne”.
Proprio per limitare questo rischio le cellule staminali embrionali vengono
coltivate in vitro e, in esse, viene indotta una parziale differenziazione”:
la totipotenza, che sembrerebbe la loro risorsa, viene parzialmente
depotenziata, appositamente.
Ma non è ancora sufficiente ad eliminare il pericolo. Nel modello
sperimentale animale, infatti, il trapianto di staminali embrionali di
roditore in un altro roditore ha fatto insorgere delle forme tumorali.
Questo rischio, inoltre, aumenta proporzionalmente al numero di cellule
trapiantate e dipende anche dal sito di impianto essendo stato osservato, in
modelli murini, un rischio più elevato a livello epatico e minore a livello
cutaneo.
ADULTE
Le cellule staminali adulte sono responsabili del rinnovo e della
riparazione della maggior parte dei tessuti adulti. Anche in età adulta la
pelle si rinnova, le ferite guariscono e i capelli crescono. Fino alla fine
della nostra vita sono presenti delle cellule, relativamente non
specializzate che sono in grado di dividersi con una certa frequenza e che
aiutano l’organismo a rigenerarsi e a ripararsi: queste cellule vengono
denominate cellule staminali adulte. Le cellule staminali adulte sono state
finora riscontrate in quasi ogni tessuto dell’org anismo,
ad esempio nella pelle, nel cervello, nel sangue, nel fegato e nel midollo
osseo. Si pensava che le cellule staminali adulte potessero originare solo
cellule simili a quelle dei tessuti di provenienza, ma gli studi più recenti
dimostrano che alcuni tipi di cellule staminali adulte avrebbero un
potenziale di plasticità (ovvero di totipotenza) simile a quello delle
cellule staminali embrionali. Le cellule staminali adulte potrebbero infatti
andare incontro ad un processo di transdifferenziazione diventando cellule
differenziate di una altra linea cellulare rispetto a quella verso cui erano
originariamente indirizzate, in altre parole di produrre cellule d’altri
tessuti (le cellule staminali adulte del cervello producono cellule del
sangue), oppure di de-differenziazione, cioè le cellule adulte sono
riportate indietro allo stadio di cellule staminali pluripotenti, senza
passare per l’embrione. Le cellule staminali adulte presentano il vantaggio
di poter essere raccolte dai tessuti dello stesso paziente quindi hanno lo
stesso codice ereditario della vita del paziente non sono pertanto
soggette al rischio di rigetto.

CELLULE STAMINALI: LA CURA PER LE
MALATTIE NEUROLOGICHE
Esistono
due vie concettualmente differenti per utilizzare le cellule staminali per
riparare i neuroni: l’attivazione di cellule staminali nervose endogene
(induzione di neurogenesi) e il trapianto di cellule esogene.
NEUROGENESI
(ovvero la nascita di nuovi neuroni nel cervello)
La neurogenesi è un processo di rigenerazione di cellule nervose perse a
seguito di un insulto (ischemico, degenerativo…). In altri termini, a
partire dalle cellule staminali adulte presenti nel cervello, si ha la
rigenerazione naturale di cellule nervose. Tale fenomeno tuttavia è assai
limitato e porta alla rigenerazione di appena lo 0,2% dei neuroni persi. Nel
sistema nervoso centrale dell’adulto sono state ritrovate cellule staminali
nerv ose
endogene solo nelle zone periventricolari.
Vi sono due ipotesi riguardanti i meccanismi della neurogenesi. In primo
luogo, a seguito dell’insulto, le cellule staminali potrebbero, forse su
stimolo del fattore di crescita dell’epidermide EGFM (dall’acronimo inglese
epidermal growth factor) trasformarsi in neuroblasti e migrare nelle zone
danneggiate. Altra ipotesi è che la neurogenesi avvenga localmente nella
zona del danno grazie a cellule staminali latenti. In un prossimo futuro è
ipotizzabile un tentativo di stimolazione del processo di neurogenesi in
seguito alla perdita di cellule nervose in corso di patologie
neurodegenerative o ischemiche.
Tale strategia, sebbene teoricamente ottima perchè poco invasiva,
rappresenta una difficile sfida.
TRAPIANTO CELLULARE
La
maggior parte degli studi si concentra oggi sulla possibilità di trapianto
di nuove cellule nervose ottenute tramite neurogenesi in vitro a partire da
cellule staminali esterne di varia origine. Tali cellule possono essere sia
cellule staminali embrionali che cellule staminali adulte ottenute dai
pazienti stessi.
Le cellule staminali potrebbero, in teoria, essere una fonte inesauribile di
neuroni pe r
i trapianti.

LE STAMINALI CURANO LA MALATTIA
DI PARKINSON?
E’
noto che i primi sintomi della malattia di Parkinson si manifestano
generalmente quando circa l’80-85% dei neuroni che producono dopamina sono
ormai degenerati.
Da qui l’importanza di sviluppare delle nuove strategie terapeutiche volte a
stimolare una loro ricrescita al fine di migliorare il deficit di
trasmissione dopaminergica. La cosiddetta terapia “restaurativa” cerca di
rispondere a queste necessità: tale approccio terapeutico, pur essendo
prevalentemente costituito da strategie ancora sperimentali, rappresenta un
fondamentale passo avanti nel tentativo di superare la terapia sintomatica,
come si pratica attualmente, e di realizzare una terapia eziologica,
causale, per la malattia di Parkinson.
Le cellule staminali offrono potenzialmente forti speranze per la cura della
malattia di Parkinson essendo la degenerazione neuronale ristretta ad una
specifica popolazione di cellule nervose e quindi i distretti cellulari da
sostituire sono abbastanza localizzati. L’utilizzo delle cellule staminali
potrebbe rilevarsi rivoluzionario permettendo di rimpiazzare le cellule
nervose perse.
Nella malattia di Parkinson, come noto, si ha una degenerazione dei neuroni
della via dopaminergica nigrostriatale nell’ambito dei nuclei della base.
Sia l’induzione di neurogenesi che il trapianto cellulare sono teoricamente
applicabili alla malattia di Parkinson.

LE FONTI DI CELLULE
STAMINALI PER LA MALATTIA DI PARKINSON
Varie
sono le possibili fonti di cellule staminali utilizzabili nella malattia di
Parkinson:
-
cellule staminali embrionali;
-
cellule staminali neuronali adulte o fetali
-
cellule staminali autologhe (derivanti dal midollo osseo e da altri tessuti
dei pazienti stessi)
-
cellule staminali derivanti dal cordone ombelicale.
Cellule
staminali embrionali
I
primi studi nella malattia di Parkinson sono stati condotti in vitro su
cellule staminali embrionali murine e, a partire da queste, hanno permesso
di ottenere la sintesi di neuroni dopaminergici.
Recentemente in vitro si è riusciti a far avvenire lo stesso processo
differenziativo a partire da cellule embrionali umane. Il trapianto di
cellule staminali embrionali in vivo è invece stato tentato su modelli
murini con risultati modesti. Tali risultati sono stati migliori se il
differenziamento delle cellule staminali trapiantate viene facilitato usando
fattori di trascrizione come Nurr-1 e fattori di crescita come FGF-8 (fibriblast-grow
factor 8).
Risultati promettenti sono stati ottenuti anche su modelli di primati
parkinsonizzati. Una ulteriore strategia per migliorare i risultati di un
trapianto di cellule staminali embrionali potrebbe essere quella di
trasferire solo le cellule staminali esprimenti la tirosina-idrossilasi,
che
sono quelle che più probabilmente si differenzieranno a cellule
dopaminergiche. Tuttavia le cellule staminali embrionali adatte per la
ricerca sono scarse mancando gli ovuli umani necessari per crearli inoltre
il loro utilizzo origina considerevoli problemi etici che ne limitano la
produzione.
Attualmente, è possibile dire che negli studi sugli animali sono stati
ottenuti risultati abbastanza modesti e che per questo tipo di trapianto
esiste il rischio non trascurabile di tumorigenesi con formazione di
teratomi nonché di rigetto a causa della differenza tra il codice ereditario
della vita della cellula embrionale e quella del paziente ricevente.
Cellule
staminali neuronali nervose di origine fetale
Anche
le cellule staminali neuronali di origine fetale, prelevate da feti
abortiti, rappresenta una possibile fonte di neuroni dopaminergici per il
trapianto cellulare nella malattia di Parkinson. Un grosso limite
nell’utilizzo delle cellule staminali neuronali fetali è data dalla scarsa
disponibilità di cellule, di riserve di natura etica e dalla necessità di
somministrare una terapia immunosoppressiva per evitare il rigetto.
Inoltre, è stato riscontrato che la spontanea trasformazione delle cellule
staminali fetali (già differenziate come cellule nervose) in cellule nervose
specifiche come i neuroni dopaminergici è rara e la maggior parte di queste
cellule si differenziano in cellule gliali (cellule nervose di supporto).
Cellule
staminali autologhe
(appartenenti allo stesso paziente)
Le
cellule staminali derivate dai tessuti del paziente stesso danno due
vantaggi fondamentali: si eviterebbe infatti sia le preoccupazioni etiche,
sia le difficoltà immunologiche correlate all’utilizzo di cellule staminali
derivate da embrioni umani. Le cellule staminali autologhe si ottengono
soprattutto dal midollo osseo. Studi compiuti con trapianto di cellule
staminali autologhe in modelli murini di malattia di Parkinson hanno
mostrato che cellule derivanti dal midollo osseo tendono a differenziarsi
più facilmente verso la linea gliale.
Il
problema sta quindi nel difficile compito di indurre le cellule staminali
indifferenziate del midollo osseo a trasformarsi in cellule nervose
dopaminergiche ed ad indurle ad attecchire dove servono. Tuttavia, il numero
di cellule staminali del midollo osseo che si differenziano in neuroni
dopaminergici è maggiore se avviene contemporaneamente al trattamento con
fattori di crescita.
Tra i
fattori di crescita si è rilevato particolarmente importante il fattore di
crescita derivato dalla linea delle cellule gliali (GDNF glial-derived
neurotrophic factor). Dagli esperimenti animali si è visto che le staminali
autologhe non hanno mai indotto tumorigenesi, differentemente dalle cellule
staminali eterologhe (da un donatore) o altri effetti collaterali e questo
potrebbe essere un punto a favore del loro utilizzo nella specie umana.
Cellule staminali
derivanti dal cordone ombelic ale
(prelevate dopo il parto)
La
matrice del cordone ombelicale contiene anche cellule staminali primitive.
Esperimenti con cellule del cordone ombelicale di suino sono stati
effettuati in modelli murini di malattia di Parkinson. La percentuale di
trasformazione in cellule dopaminergiche dopo il trapianto non è stata
incoraggiante (6%), tuttavia non è stato notato alcun fenomeno di rigetto,
probabilmente in quanto tali cellule hanno una bassa immunogenicità, e ciò
potrebbe costituire un punto a favore rispetto all’utilizzo di cellule
staminali fetali o embrionali.
Al microscopio:
cellule staminali da cordone ombelicale; vengono
prelevate dopo
il parto. Teoricamente potrebbero permettere di creare
banchi di
cellule di riserva personalizzate per ciascun neonato da
utilizzare per
curare eventuali malattie che dovessero insorgere anche
a distanza di
decine di anni dalla nascita.


TALUNI LIMITI
ALL’UTILIZZO DI CELLULE
STAMINALI NEL
PARKINSON
Indipendentemente dalla fonte di cellule staminali, vi sono alcuni problemi
comuni che limitano il possibile utilizzo della terapia cellulare nella
malattia di Parkinson, tra cui:
- lo
stress ossidativo causato dalla levodopa potrebbe mettere a rischio la
sopravvivenza delle cellule staminali trapiantate;
-
tumorigenesi;
- il
ricorso alla terapia immunosoppressiva in caso di trapianto con cellule
eterologhe;
-
insorgenza di discinesie di fase off ;
- il
rimpiazzo di sole cellule dopaminergiche potrebbe non contrastare tutti i
sintomi parkinsoniani essendo
coinvolte anche altre popolazioni neuronali non dopaminergiche;
- alti
costi.
Bibliogria: G. Meco, A. Rubino, Purcaro C. Centro Parkinson DAI
di Neurolo-gia e Psichiatria Policlinico Universitario Umberto I -
Università La Sapienza di Roma www.corriere.com
www.cellule
staminali00.htm
L’XCell-Center APDA New York

Una scoperta rivoluzionaria:
DA CELLULE DELLA PELLE A CELLULE NERVOSE
DOPAMINERGICHE DA TRAPIANTARE
Si possono riprogrammare cellule adulte, non occorre creare embrioni “ad
hoc” con la clonazione o utilizzare quelli in soprannumero. Dai fibroblasti
della pelle riprogrammati è possibile ottenere neuroni dopaminergici da
impiantare per la cura del morbo di Parkinson.
La
tecnica di ringiovanimento delle cellule adulte della pelle (ma si è visto
che tale tecnica funziona su qualsiasi tipo di cellula adulta matura) è
stata messa a punto separatamente da due équipe, una statunitense e una
giapponese: i ricercatori sono riusciti a trasformare normali cellule della
pelle in cellule staminali del tutto simili alle cellule embrionali, ma
senza utilizzare la clonazione. Per la prima volta è stata utilizzata una
tecnologia genetica in grado di riprogrammare delle cellule mature, i
fibroblasti della pelle, e di trasformarle in cellule staminali pluripotenti
che iniettate sotto la pelle di topi si sono riprodotte, generando i tre
tipi principali di tessuto del corpo. Le cellule così riprogrammate hanno
caratteristiche paragonabili alle cellule embrionali staminali e pertanto
possono, in generale, differenziarsi in qualsiasi tipo di cellula di tessuti
e di organi adulti. La potenzialità terapeutica di queste cellule è assai
vasta e applicabile a malattie che colpiscono organi molto diversi tra loro.
Si tratta inoltre di una tecnologia che permette la derivazione di cellule
pluripotenti direttamente da cellule del paziente (autologhe), che quindi
non inducono rigetto immunitario una volta trapiantate. Le cellule
riprogrammate sono fortemente plastiche e versatili, comparabili alle
cellule staminali embrionali; è dunque possibile che da esse possa arrivare
una valida alternativa alle staminali ricavate da embrioni per alcune
opzioni di cura. Nel dettaglio, la tecnica consiste nel fare esprimere nei
fibroblasti quattro geni-chiave (geni masters) delle cellule staminali
embrionali. Ciò permette di “ringiovanire” i fibroblasti fino a farli
ritornare ad essere cellule staminali riprogrammate, chiamate tecnicamente
iPS (induced Pluripotent Stem Cells). Le cellule iPS possiedono tutte le
potenzialità delle cellule staminali embrionali pluripotenti: infatti
proliferano in vitro per lungo tempo, si differenziano in gran parte dei
tipi cellulari, tra cui cellule del sangue, neuroni, astrociti,
cardiomiociti e cellule pancreatiche. Le Cellule iPS possono essere derivate
anche da fibroblasti umani dulti ottenuti da una biopsia cutanea. La nuova
strada verso terapie “su misura” avrebbe il vantaggio di superare delicati
problemi etici. Non sarebbe infatti più necessario ricorrere alla clonazione
o distruggere embrioni.
Successivamente, l’équipe del Massachut-es Institute of Tecnologym (Mit) di
Boston (Usa) e i ricercatori dall’Istituto San Raffaele di Milano sono
riusciti ad indurre le cellule iPS, create con questa tecnica, a
trasfor-marsi in neuroni dopaminergici in vitro.
Ciò significa che da fibroblasti della pelle, dopo riprogrammazione, è
possibile ot-tenere neuroni dopaminergici, la cui perdita è la causa
biologica dell’insorgenza del morbo di Parkinson.
I neuroni dopaminergici derivati da ripro-grammazione di fibroblasti, una
volta trapiantati in un modello animale ammalato di Parkinson, si sono
dimostrati capaci di rimpiazzare quelli perduti e di attenuare in modo
sensibile i disturbi motori tipici della malattia, permettendo un forte
recupero funzionale.
Il
prossimo obiettivo, sarà quello di applicare tale tecnica anche al paziente
parkinsoniano.
I risultati di questo studio aprono dunque la strada all’isolamento di
cellule staminali riprogrammate direttamente dai pazienti con il morbo di
Parkinson.
La
tecnica attuale di riprogrammazione non è ancora utilizzabile per le terapie
mediche e necessita di alcuni progressi metodologici: se queste cellule
saranno poi in grado di indurre dei benefìci importanti, lo si capirà solo
nel corso dei prossimi anni.

Ricercatori italiani scoprono meccanismo per
riprogrammare’ le cellule
E’ stato un gruppo di ricercatori italiani a
scoprire un nuovo meccanismo per “ri-programmare” le cellule adulte e
renderle simili alle staminali.
Un traguardo da non sottovalutare e che per la scienza medica rappresenta la
possibilità di aprire prospettive nuove in tutti i campi della medicina
rigenerativa, a vantaggio dei pazienti con morbo di Alzheimer, Parkinson,
cardiopatie.
La ricerca italiana, da sempre, punta
d’eccellenza in diversi settori si è resa protagonista di un’altra
importante scoperta in ambito genetico.
E’ stato un gruppo di ricercatori italiani a scoprire un nuovo meccanismo
per “ri-programmare” le cellule adulte e renderle simili alle staminali.
Un traguardo da non sottovalutare e che per la scienza medica rappresenta la
possibilità di aprire prospettive nuove in tutti i campi della medicina
rigenerativa, a vantaggio dei pazienti con morbo di Alzheimer, Parkinson,
cardiopatie. Protagonista di questa importante scoperta, frutto di uno
studio tutto italiano pubblicato online sulla rivista “Cell Stem Cell”, è il
gruppo di ricerca guidato da Maria Pia Cosma dell’Istituto Telethon di
Genetica e Medicina (Tigem) di Napoli.
Alla base della complessa ricerca è la proteina Wnt, nota per essere
coinvolta in numerose fasi dello sviluppo di animali vertebrati e
invertebrati. I ricercatori hanno preso in considerazione diversi tipi di
cellule adulte (fibroblasti, cellule del timo e precursori di cellule
neuronali) e le hanno fuse con staminali embrionali in presenza della
proteina Wnt. A seguito di questo intervento le cellule adulte hanno perso
le loro caratteristiche tipiche e ne hanno invece acquisite altre, simili a
quelle delle staminali.
Si sono cioè trasformate in cellule poco differenziate (pluripotenti) e in
grado di dare origine a tessuti diversi da quello di partenza. “La vera
novità – ha spiegato la ricercatrice Maria Pia Cosma - sta nella grande
capacità di Wnt di promuovere questa riprogrammazione”. A conferma della
scoperta effettuata, gli scienziati hanno verificato che, somministrando
dosi precise di proteina per un tempo limitato, un’alta percentuale di
cellule adulte si trasformava in simil-staminali.
La Fondazione Telethon ha già depositato un brevetto sulla scoperta.
Un metodo innovativo per ottenere cellule simil-staminali a partire da
cellule cutanee che potrebbe rappresentare una valida alternativa a quello
attualmente più condiviso dalla comunità scientifica internazionale e sul
quale vi sono dubbi su eventuali rischi di crescita di tumori a seguito di
un trattamento a lungo termine.
Il passo successivo dell’equipe è quello di studiare i meccanismi attraverso
cui Wnt promuove la riprogrammazione cellulare e identificare i geni che
sono attivati dall’azione di Wnt. Questo permetterà di individuare i
meccanismi di base della riprogrammazione cellulare e contribuire così allo
sviluppo di nuovi approcci terapeutici nel campo della medicina
rigenerativa.

TERAPIA STAMINALE PIÙ LONTANA
Si allunganoi tempi della
ricerca scientifica sull'impiego di staminali nella cura del Parkinson.
I rischi connessi al loro impiego nell'uomo sono ancora troppo alti. È
necessario quindi conoscere meglio le loro caratteristiche ed il loro
comportamento una volta inserite nel cervello prima di impiantarle
regolarmente.
A parlare del rallentamento registrato su questo fronte, che rimane comunque
molto promettente, è Fabrizio Stocchi, direttore del Centro sul Parkinson
dell'Irccs San Raffaele di Roma e componente del Medical Advisory Board
dell'European Parkinson's Disease Association, al congresso
dell'associazione che si è tenuto di recente a Madrid.
"Non ci sono state grandi sorprese su questo fronte", ammette il
neurologo. A mettere i bastoni tra le ruote degli studi sulle staminali, "le
difficoltà incontrate nel controllo della loro crescita una volta
impiantate. In un caso su 3, infatti, se la crescita non viene tenuta a bada
le staminali danno vita a un tumore".
Ma non è tutto.
Negli esperimenti eseguiti finora sul cervello animale "queste cellule
non si sono dimostrate in grado di fare network", ovvero di collegarsi e
interagire con le cellule nervose coinvolte nel processo di deterioramento.
"È come se", afferma Stocchi richiamando una metafora,
"cambiassimo le batterie, ma senza attivare i cavetti per far ripartire
l'auto".
Non è giunto però il momento di gettare la spugna e considerare le
staminali ormai al tappeto.
"Queste cellule", sostiene il neurologo, "sono molto promettenti e
non dobbiamo dimenticare che sono in corso studi volti a promuoverne
l'impiego anche per usi meno noti.
Ad esempio vi sono ricerche che hanno l'obiettivo di coltivare, attraverso
le staminali, fattori di accrescimento per trasportare enzimi e dopamina".
Un compito non da poco considerando che la mancanza di dopamina è alla
base del Parkinson. Tuttavia è innegabile il ritardo rispetto alle attese.
E la dice lunga il fatto che la Michael J.Fox Association abbia finanziato
per ben 5 anni esclusivamente studi sulle staminali senza giungere tuttavia
a grossi risultati.
La Repubblica.it settembre 2008

CELLULE STAMINALI RICAVATE DALLA PELLE
Via senza embrioni da Usa e Giappone
Un traguardo che potrebbe rivelarsi storico nello studio sulle cellule
staminali è stato raggiunto separatamente da due equipe, una statunitense e
una giapponese: i ricercatori sono riusciti a trasformare normali cellule
della pelle in cellule staminali del tutto simili alle embrionali, ma senza
usare la clonazione.
Le staminali sono le cellule base in grado di trasformarsi in qualsiasi
tessuto del corpo umano, in quantità inesauribile.
La scoperta, una volta perfezionata, potrebbe garantire organi di ricambio
senza alcun rischio di rigetto, perché sviluppati partendo dalla pelle del
singolo paziente, o trattamenti efficaci per malattie oggi incurabili come
Alzheimer e Parkinson, o anche per il diabete.
I due team sono riusciti nell'impresa di riprogrammare il tessuto epiteliale
facendolo regredire allo stato di cellula indifferenziata in grado di mutare
in uno dei 220 tipi di cellule presenti nell'uomo.
La nuova strada verso terapie "su misura" avrebbe il vantaggio di scavalcare
delicati problemi etici.
Non sarebbe infatti più necessario ricorrere alla clonazione o distruggere
embrioni
Gli esperimenti, descritti nelle riviste Cell e Science, sono stati condotti
in modo indipendente rispettivamente da Shinya Yamanaka, dell'Università di
Kyoto, e da James Thomson, dell'università del Wisconsin-Madison.
Il risultato era stato in parte anticipato sabato scorso dal pioniere delle
ricerche sulla clonazione, Ian Wilmut, che commentando i nuovi risultati
aveva dichiarato di voler abbandonare la via della clonazione terapeutica.
L'esperimento giapponese e quello americano si basano su ricette simili ma
non identiche.
In entrambi i casi sono partiti da cellule di pelle umana (fibroblasti) e
hanno modificato il loro patrimonio genetico introducendo nel Dna quattro
geni che sono attivi esclusivamente durante lo sviluppo embrionale.
Il genetista: "Studio importante, ma il rischio della clonazione terapeutica
rimane".
Il genetista Bruno Dallapiccola, professore di Genetica medica
all'università di Roma La Sapienza, ha commentato così i lavori dei colleghi
americani e giapponesi: "Mi fa piacere che ciò che prevedevo due anni e
mezzo fa, ai tempi della campagna referendaria, si sia avverato. Già allora
dicevo che il problema dell'uso delle staminali embrionali era tale che
qualcuno nel frattempo avrebbe inventato un macchinario per 'ringiovanire'
le cellule adulte".
Così "Occorre prudenza prima di pensare di servirsi degli embrioni umani
come fonti di staminali. E se questi studi, una volta confermati,
spazzeranno via i dilemmi etici, non illudiamoci che impediscano quello che
sta accadendo già nel mondo, e mettano la parola fine alle ricerche sulla
clonazione terapeutica".
www.tgcom.mediaset.it/mondo/articoli/articolo388903.shtml


NUOVE REGOLE, VECCHIE POLEMICHE SULL'USO DEGLI EMBRIONI CONGELATI.
L'ITALIA SUL FRONTE DEL "NO"
I ministri europei dell'Ambiente hanno deciso che le terapie sui geni e gli
altri trattamenti avanzati per malattie come il cancro e il Parkinson
dovranno essere autorizzate dai regolatori UE secondo una serie di nuove
linee guida.
L'impiatto adottato ieri classifica la terapia sui geni, la terapia sulle
cellule somatiche e l'ingegneria delle cellule come procedure mediche,
sottoponendo tutti i medicinali implicati in questi trattamenti ad una
valutazione scientifica sulla loro sicurezza e garantendo un controllo
post-trattamento dei pazienti.
La valutazione verrà portata avanti da un comitato speciale dell'Agenzia
medica europea, Emea, di Londra.
Nell'adottare le nuove regole, i ministri europei dell'Ambiente hanno
evitato una messa al bando europea dei trattamenti basati sulle cellule
staminali, come richiesto da alcuni paesi cattolici, fra cui l'Italia.
Tuttavia i singoli paesi sono ancora liberi di respingere tipologie
specifiche di trattamenti o di medicine basate sui geni, sulle cellule o sui
tessuti per ragioni etiche.
Le regole sono state sostenute dal Parlamento europeo ad aprile, dopo che
degli emendamenti degli eurodeputati cattolici per il blocco della ricerca
sulle staminali erano stati bocciati.
L'Unione europea finanzia la ricerca sulle cellule staminali con il proprio
bilancio, ma si è data alcune condizioni molto rigide: la ricerca
finalizzata alla clonazione per fini riproduttivi è vietata, così come
quella finalizzata alla modifica della struttura genetica degli esseri
umani.
I difensori della terapia sulle cellule staminali ritengono che questa possa
portare a curare numerose malattie, incluso il diabete e i danni alla
colonna vertebrale. Chi la contesta afferma che non è eticamente
accettabile.
Le cellule staminali embrionali hanno la proprietà di ricostruire qualunque
tessuto del corpo e gli scienziati ritengono che possano essere all'origine
di grandi successi da un punto di vista medico. Tuttavia la ricerca talvolta
comporta la distruzione di embrioni congelati creati per la fecondazione in
vitro. Un punto, questo, che crea infiniti dibattiti e polemiche di cui
sentiremo parlare a lungo.


UNA SCELTA CHE VUOLE ESSERE ETICA
In biologia la parola chimera indica un organismo che ha in sé geni di due
specie diverse. Il minotauro e la sirena sono chimere mitologiche: un corpo
umano con testa di toro, un busto di donna che termina in pesce. L’oncotopo
è una chimera biotecnologica che da anni si usa in laboratorio: è un topo,
ma con due geni umani che ne fanno un modello adatto per studiare il cancro.
Due su circa trentamila. Ora nel Regno Unito si fa un passo in più. Un passo
audace. Le chimere che si potranno creare nei laboratori inglesi saranno
essenzialmente umane, con minime tracce genetiche animali (di bovino o di
coniglio).
La tecnica è questa: si prende un ovulo animale, se ne estrae il nucleo di
DNA e al suo posto si impianta il DNA di uno spermatozoo umano. L’ovulo così
fecondato si sviluppa fino a formare un piccolo agglomerato di cellule
staminali che, si spera, potranno poi essere trasformate in tessuti di vario
tipo a seconda della malattia da curare: neuroni per rimediare Parkinson e
Alzheimer, motoneuroni per i paralizzati, tessuto cardiaco per chi ha subito
un infarto.
Lo sviluppo dell’embrione viene fermato nelle sue prime fasi: serve solo a
produrre linee di cellule staminali quasi-umane. Quasi: perché nell’ovulo
bovino rimane una piccola parte di DNA che non è nel nucleo (estratto ed
eliminato). E’ il DNA dei mitocondri, organelli addetti alla respirazione
cellulare. Le informazioni contenute nel DNA del nucleo equivalgono a una
biblioteca di 5000 libri; quelle del DNA dei mitocondri starebbero in una
decina di pagine.
Si ricorre a queste chimere perché eticamente è molto problematico
utilizzare embrioni umani. Inoltre estrarre ovuli da una donna comporta
trattamenti ormonali dannosi e l’estrazione è comunque un’operazione
delicata e complessa.
Più accettabile sembra produrre embrioni chimerici a scopo terapeutico come
propongono i ricercatori del King’s College. Non si può però negare che
anche questa scelta desta un istintivo imbarazzo e solleva questioni etiche
importanti. E’ difficile guardare con indifferenza a chimere ottenute da un
ovocita bovino fecondato con DNA umano, anche valutando i vantaggi
terapeutici che ne potrebbero derivare. Certo, per la ricerca queste cellule
sarebbero preziose, e gli scienziati le richiedono perché le staminali
adulte non sono altrettanto efficaci. Ma di fronte a quel tessuto molto
umano e poco bovino gli interrogativi sono tanti, e le risposte incerte.
www.lastampa.it

STAMINALI AL TOP
Sono state protagoniste della ricerca anche quest'anno le cellule del
corpo umano in grado di rimpiazzare quelle distrutte dalle malattie -
di Adriana Albini *
Se si pensa a quali campi della ricerca biomedica abbiano registrato i
maggiori progressi nel 2005, un posto d'onore meritano le cellule staminali
e, più in generale, la medicina rigenerativa.
Quale potenziale si cela dietro queste cellule e questa disciplina?
Pensare - analogamente al ricorrere al meccanico per i guasti alla macchina
- a fabbricare pezzi di ricambio per il nostro organismo danneggiato o in
via di logoramento poteva sembrare fantascienza fino a qualche tempo fa, ora
non è più così.
Già da decine di anni alcuni organi si trapiantano con sempre maggior
successo: rene, fegato, cuore e pancreas.
Ma la vera rivoluzione è quella di fabbricare parti dell'organismo "ex
novo".
Si chiama ingegneria tissutale o medicina rigenerativa.
E' la disciplina che ci consente di costruire, cellula per cellula, un
tessuto o un organo che funzionano male o non funzionano più.
La "rigenerazione" si può eseguire in provetta o dall'interno
dell'organismo, utilizzando come fabbriche di tessuto cellule somatiche o,
ancor meglio, cellule staminali.
L'applicazione più storica delle ricostruzioni in laboratorio è quella del
trapianto di cute, un salvavita per i grandi ustionati. Nelle fiasche di
cultura si preparano veri e propri lembi di pelle coltivando le cellule
epiteliali della nostra epidermide (i cheratinociti), con liquidi nutritivi
specifici e uno strato di fibroblasti, resi inattivi, come supporto.
Pionieri in questo campo in Italia sono stati Ranieri Cancedda (dell'IST e
Università di Genova), e Michele De Luca. Quest'ultimo, con Graziella
Pellegrini, è ora impegnato a Venezia e all'Università di Modena, a compiere
un miracolo di proporzioni bibliche: ridare la vista ai ciechi, mediante le
cellule staminali.
Nell'occhio, e in particolare nella parte cosiddetta " limbus", il tessuto
che si trova al confine tra la cornea e la congiuntiva, si trovano delle
cellule multipotenti, in grado di rigenerare un tessuto simile a quello
della cornea. Decine di pazienti con lesioni corneali, alcuni non vedenti da
anni, sono stati guariti da questa tecnologia, in collaborazione anche con
altre istituzioni, recuperando la vista dopo il trapianto delle cornee
ingegnerizzate.
Gli scienziati si sono cimentati nell'ultimo decennio con la ricostruzione
dei tessuti e degli organi più disparati. L'uretra, la vescica e altri
"pezzi" che possono subire danni, dovuti anche a tumori, possono essere
preparati in vitro e introdotti nell'organismo al quale, piano piano, si
adattano e del quale sono in grado di diventare parte integrante.
Si lavora anche ai vasi sanguigni, i canali che trasportano nell'organismo
la nostra linfa vitale. La difficoltà è trovare una buona cellula "staminale"
endoteliale, anche se, almeno a livello diagnostico le CEC (cellule
endoteliali circolanti) scoperte da Francesco Bertolini allo IEO, sono già
ben definite. Grande impegno, perché bersaglio di malattie genetiche
infantili, come la distrofia, è profuso nello studio sul muscolo. Giulio
Cossu, e una squadra di ricercatori dell'Istituto San Raffaele di Milano e
di Roma studiano l'utilizzo di mesoangioblasti, una classe di cellule
staminali associate ai vasi, per ricostruire il tessuto che consente i
movimenti.
Malattie tumorali, come gli osteosarcomi, spesso infantili, possono ledere
la nostra struttura ossea. E' possibile orientare le cellule staminali
dell'osso a riformare segmenti anche ampi dello scheletro. Anche su fegato e
pancreas si lavora intensamente, in Italia e all'estero. Si sperimenta poi
per sostituire pezzi dell'apparato che pulsa per la nostra vita, il cuore.
La neovascolarizzazione del miocardio usando angioblasti del midollo spinale
adulto o staminali è una sfida in corso. Infine, la ricerca forse più
audace, è quella sul cervello. In questo caso l'ingegneria tissutale
sembrava davvero ancora fantasia, fino a tempi recentissimi.
Alla base della ricostruzione dei tessuti c'è sempre la capacità di reperire
cellule immature, possibilmente staminali, in grado di riprodursi in grande
quantità, non solo, ma di maturare una specificità compatibile con la parte
umana che si vuole "sostituire". Durante il loro percorso vitale le cellule
staminali perdono sempre più la loro potenzialità rigenerativa. Partendo
dalle embrionali cosiddette "totipotenti" perché possono dar luogo a
qualunque tipo cellulare, come d'altronde accade nell'embrione, alle
multipotenti si arriva alle staminali nei tessuti adulti, che hanno maggiori
difficoltà replicative.
Al problema etico dell'utilizzo di embrioni congelati, che tante discussioni
ha mosso soprattutto sotto referendum, la scienza ha dato questo autunno una
possibile risposta alternativa. Dunque l'officina delle staminali ad uso
terapeutico sembrerebbe ormai sotto casa.
*Dir. Oncologia Traslazionale IST Genova -
La Repubblica Salute- 18 dicembre 2005

CERVELLO
I
bambini colpiti dal morbo di Batten hanno carenza di un enzima che serve al
cervello per liberarsi dei rifiuti metabolici. E' dunque una malattia
progressiva, che portando accumulo di "spazzatura" a livello cerebrale causa
gravi alterazioni e morte prematura. E' possibile ovviare a questo difetto
inoculando nella scatola cranica cellule staminali fetali che siano in grado
di maturare a neuroni sani e produrre l'enzima di ricambio. La gravità della
malattia ha convinto la FDA Americana (Food and Drug Administration) ad
approvare il protocollo proposto dai medici Stephen Huhn e Greg Enns
dell'Università di Stanford, California, per trapiantare cellule staminali
fetali all'interno del cervello dei piccoli pazienti. Questo tipo di
trasferimento è avvenuto precedentemente in via sperimentale. Ora però si
passa all'uomo, anzi addirittura ai bambini. Le cellule per il trapianto
saranno di origine fetale.L'uso di cellule staminali del cervello - su cui
si lavora attentamente presso il San Raffaele di Milano - è ritenuta una
promessa per patologie degenerative e poco curabili, tra cui il morbo di
Parkinson e l'Alzheimer.
La Repubblica Salute- 18 dicembre 2005

STAMINALI: DA CELLULE ADULTE DELL' UTERO UTILIZZATE
PER ALTRI ORGANI
Scienziati
australiani hanno scoperto che le cellule staminali adulte nell'utero umano
possono essere usate per coltivare tessuto osseo, muscolare, adiposo e
cartilaginoso.
E la prima volta che vengono individuate cellule staminali adulte
nell'utero.
La scoperta dell'equipe dell'Istituto di ricerca medica dell'universita
Monash di Melbourne, guidata dalla prof. Caroline Gargett, consentira' una
migliore conoscenza delle malattie uterine, e nuovi trattamenti per i
problemi del pavimento pelvico, che affliggono molte donne dopo il parto e
si aggravano con l'età.
Sarà infatti possibile per una donna usare le proprie cellule per riparare
lesioni come il prolasso del pavimento pelvico. ……''Quando potremo
offrire alle donne un legamento creato con ingegneria genetica, ricavato
dalle loro stesse cellule staminali, la qualità di vita a lungo termine
delle migliaia di donne che soffrono di questi problemi potrà essere
notevolmente migliorata" afferma la Gargett.
''Possiamo gia coltivare questi tessuti in laboratorio ed ora stiamo
studiando la maniera di applicare questa tecnologia'', ha aggiunto la
studiosa, che ha ricevuto un importante premio dalla Conferenza della
Società europea per la riproduzione ed embriologia umana, che si e tenuto il
mese scorso a Copenaghen. …
La studiosa ha tuttavia avvertito che ci vorranno ancora una decina di anni
prima che le cellule staminali uterine possano esser usate regolarmente in
interventi chirurgici.
http://www.ansa.it/main/notizie/fdg/200507201609207235/200507201609207235.html

CELLULE STAMINALI SU MISURA
Ottenute le prime linee di cellule staminali embrionali "su misura",
prelevate da embrioni clonati a partire da cellule adulte: prelevate da 11
pazienti colpiti da diabete giovanile, lesioni del midollo spinale e
immunodeficienza. Pubblicata on line su Science-espress, la ricerca,
dell'Università di Seul e di quella di Pittsburgh (Usa), è il primo passo
per studiare in laboratorio la possibilità di trasferire le cellule "su
misura" negli stessi pazienti .
Sono state ottenute le prime linee di cellule staminali embrionali "su
misura", prelevate da embrioni clonati a partire da cellule adulte prelevare
da 11 pazienti colpiti da diabete giovanile, lesioni del midollo spinale e
immunodeficienza.
La ricerca, condotta fra l'Università sudcoreana di Seul e quella
statunitense di Pittsburgh, è pubblicata on line su Science-express.
Le 11 linee di cellule staminali così ottenute segnano il primo passo per
studiare in laboratorio la possibilità di utilizzare in futuro questa
tecnica per trasferire le cellule negli stessi pazienti
dalle cui cellule sono stati ottenuti gli embrioni clonati.
Ogni linea cellulare è stata ottenuta trasferendo il materiale
genetico prelevato dalla cellula adulta non riproduttiva
di un paziente all'interno di ovociti prelevati da donatrici volontarie e
privati del loro nucleo.
La tecnica, chiamata "trasferimento
nucleare di cellule somatiche", ha permesso di ottenere 11 embrioni che sono
stati fatti sviluppare in laboratorio fino allo stadio di blastocisti,
quello in cui si forma la "sacca" che contiene le cellule staminali.
Il gruppo coreano che ha ottenuto questo risultato è lo stesso che nel
febbraio 2004 aveva ottenuto il primo embrione umano fatto sviluppare fino
alla blastocisti.
Allora, però, a donare cellule adulte e ovociti erano state donne volontarie
sane.
Questa volta le cellule adulte da cui sono stati clonati gli embrioni sono
state prelevate da 11 donatori, maschi e femmine di età compresa fra 2 e 56
anni (nel caso dei minori il prelievo è stato fatto con il consenso dei
genitori).
Gli ovociti utilizzati nella ricerca (185 in tutto) sono stati donati da 18
volontarie.
La notizia che appare sulla rivista Science ha già suscitato un vespaio di
commenti in ambiente accademico.
Gerald Schatten dell'Università di Pittsburgh, consulente del team
sud-coreano, parla addirittura di un "dovere morale" nel proseguire questo
tipo di ricerca, "che promette di combattere disastrose malattie e di
annullare gli effetti di terribili incidenti".
E Rudolf Jaenisch del Massachusetts
Institute of Technology fa notare: "Qualcuno sarà felice per l'esito
dell'esperimento, qualcun altro disperato. Ma una cosa è certa: questa
tecnica comincia a diventare efficiente".


SCOPERTO UN GENE COINVOLTO NEL PARKINSON NON FAMILIARE
Un
gene direttore d'orchestra che, controllando la nascita e la crescita di
cellule staminali nel cervello adulto, potrebbe indicare la strada per
riparare danni neuronali causati da patologie quali l'Alzheimer, il
Parkinson, la Corea di Huntington.
A scoprire il ruolo del gene Sox2, studiato in un modello animale, e
stato una ricerca, pubblicata sulla rivista Development e finanziata
da Telethon, condotta da ricercatori dell'Universita' "Bicocca",
guidati da Silvia Nicolis, dell'Universita' degli Studi di Milano,
dell'istituto Mario Negri e del Memorial Sloan-Kettering cancer center di
New York.
Gli scienziati hanno infatti osservato nei topi che quando questo gene manca
si verificano danni al cervello che ricordano quelli osservati in malattie
neurodegenerative dell'uomo, caratterizzate dalla perdita di neuroni in zone
diverse del cervello.
Sox2 e uno dei geni della famiglia Sox che produce un fattore di
trascrizione, ovvero una proteina capace di sedersi su certe zone del Dna in
corrispondenza di alcuni geni coinvolti nello sviluppo del cervello e di
decidere se e quando tali geni devono essere accesi o spenti.
Il suo ruolo è di controllare la nascita e la
crescita di almeno un tipo di cellule staminali del cervello adulto.
E' una sorta di direttore d'orchestra che stabilisce chi e in quale momento
deve suonare il proprio strumento.
Guasti nel Sox2 nell'uomo sono responsabili di diversi difetti
neurologici associati ad anoftalmia, una grave malformazione agli occhi.
Questo gene potrebbe quindi essere implicato in varie malattie neurologiche
ereditarie.
Da qui l'importanza della scoperta che potrebbe facilitare in futuro
numerose diagnosi cliniche.
Nello studio, il gene Sox2 e stato inattivato in vari modi allo scopo
di ottenere quantità ridotte o nulle della proteina corrispondente nel
cervello del topo manipolato geneticamente.
I ricercatori hanno scoperto che livelli più bassi della proteina causano
neurodegenerazione, cioè morte delle cellule cerebrali, e una minore
capacita del cervello adulto di produrre nuovi neuroni. Nel peggiore dei
casi si sono verificate alterazioni del cervello ed epilessia associate alla
presenza di aggregati intracellulari: i neuroni morivano perché contenevano
mucchietti di proteine appiccicate tra loro e per questo tossiche per la
cellula.
Alcuni degli effetti della perdita di Sox2 nel cervello sono gli
stessi di quelli osservati nel morbo di Parkinson e nei modelli animali
della Corea di Huntington e del morbo di Alzheimer.
A differenza pero di queste malattie, i cui sintomi
sono il risultato di una estesa neurodegenerazione dovuta all'accumulo di
una proteina dalla struttura alterata che diventa tossica per i neuroni, nel
caso di Sox2
è la prima volta in cui l'effetto deleterio sul cervello dipende da un
gene che ne coordina altri. Dare un
nome ai geni diretti da Sox2 nell'uomo commenta Silvia Nicolis,
potrebbe aprire la strada alla comprensione di nuovi meccanismi molecolari
all'origine delle neurodegenerazioni.
Sfruttando l'attività di Sox2 si potrà forse
anche capire come risvegliare cellule staminali del cervello adulto allo
scopo di riparare danni neuronali.


STAMINALI A VOLONTA’
Tolto il freno alle staminali nel cervello adulto:
così Stefano Bertuzzi, ricercatore dell’Istituto Telethon Dulbecco, riesce a
centuplicarne la riproduzione
Il
sogno di molti ricercatori sembra si stia per realizzare: è stato trovato un
potente freno senza il quale le cellule staminali del cervello adulto
possono riprodursi 100 volte più velocemente del normale.
Si tratta di Vax1, gene coinvolto nello sviluppo prenatale dell’occhio e del
cervello e per il quale per la prima volta è stata trovata una funzione
anche nel cervello adulto.
L’importante scoperta, pubblicata sulla
rivista The Journal of Neuroscience, è frutto del lavoro del gruppo guidato
da Stefano Bertuzzi, ricercatore dell’Istituto Telethon Dulbecco presso
l’Istituto di Tecnologie Biomediche del CNR di Segrate, Milano. Alla
ricerca, che ha usufruito anche di finanziamenti della Fondazione Cariplo,
hanno partecipato due ricercatrici dello SCRI, l’Istituto di Ricerca sulle
Cellule Staminali del San Raffaele di Milano, Rossella Galli e Angela Gritti.
È ormai un fatto assodato che nel cervello adulto esista una riserva di
cellule staminali che rappresentano una speranza di cura per alcune malattie
neurodegenerative come il morbo di Alzheimer e il morbo di Parkinson.
Il segreto sta nel riuscire a farle crescere
e moltiplicare in quantità sufficienti per sostituire le cellule malate e
per indirizzarle a maturare in modo corretto.
Trovare il meccanismo che sblocca la loro crescita vuol dire avvicinarsi
molto alla soluzione dell’arcano.
In condizioni normali una cellula staminale, nel momento in cui si divide in
due cellule figlie, va incontro a due tipi di divisioni cellulari: una,
cosiddetta simmetrica, in cui da una staminale originano due cellule
staminali identiche alla madre, e una, detta asimmetrica, in cui da una
staminale originano una cellula identica alla madre, e quindi staminale, e
una cellula che invece abbandona lo stato di staminale e va incontro a
maturazione in un determinato tipo cellulare.
Spiega Bertuzzi: “Senza Vax1 il normale equilibrio tra i due tipi di
divisioni cellulari è sbilanciato: sono favorite in modo spropositato le
divisioni simmetriche a scapito di quelle asimmetriche, con la generazione
di cellule staminali in soprannumero”.
Questo significa che le riserve di staminali nel cervello aumentano.
Continua Bertuzzi: “Con questo lavoro i ragazzi del mio gruppo, ed in
particolare José Miguel Soria, hanno dimostrato, con eleganti esperimenti,
che Vax1 è un potente ostacolo per la moltiplicazione delle cellule staminali del cervello (neurali) adulte. Il risultato più sorprendente è che in
assenza di Vax1 le cellule staminali adulte proliferano 100 volte di più”.
Lo studio è stato effettuato in un modello animale privato del gene Vax1 per
poter capire gli effetti della sua assenza sullo sviluppo del cervello e il
suo ruolo nel cervello adulto.
Vax1 non è il primo freno per cellule staminali trovato nel cervello, ma a
oggi è il più potente: già due anni fa ricercatori Telethon dello SCRI
guidati da Angelo Vescovi e coinvolti anche in questa ricerca, avevano
scoperto che un altro gene, Emx2, agisce da freno biologico sulle staminali
adulte: quando il gene è spento le cellule staminali sono in grado di
moltiplicarsi in modo rapido, mentre, quando il gene viene acceso, le
cellule diventano più mature e meno capaci di proliferare.
Questa scoperta contribuisce a risolvere uno dei problemi principali che
ostacola la messa a punto di terapie a base di cellule staminali per le
malattie neurodegenerative: la loro scarsa disponibilità.

COSÌ LE STAMINALI DEL CERVELLO LOTTANO CONTRO LA MORTE
Si nasconde in due proteine
il segreto che permette alle cellule staminali del cervello di resistere
alla morte: un kit di sopravvivenza presente soltanto in questo particolare
tipo di cellule, destinate a trasformarsi in tutte le cellule presenti nel
sistema nervoso centrale. Averlo finalmente scoperto, come ha fatto il
gruppo dell’ Istituto Superiore di Sanità (ISS) coordinato da Ruggero De
Maria, apre adesso una doppia via che in futuro potrà permettere di
comprendere meglio tumori cerebrali molto aggressivi, come il glioblastoma,
e fornire nuove armi contro malattie neurodegenerative, come quella di
Parkinson e di Alzheimer. Una volta compreso, infatti, il meccanismo della
fortissima resistenza delle staminali del cervello potrà essere disattivato
per sconfiggere i tumori, oppure attivato per difendere le cellule nervose
da aggressioni e lesioni.
La ricerca, condotta presso il Dipartimento di Ematologia, oncologia e
medicina molecolare dell’ISS diretto da Cesare Peschle, è pubblicata sul
Journal of Experimental Medicine . Il lavoro è nato dalla collaborazione con
istituto neurologico Besta di Milano, università Thomas Jefferson di
Filadelfia, università Federico II di Napoli e Istituto Mediterraneo di
Oncologia di Catania e finanziata da Associazione italiana per la ricerca
sul cancro (AIRC) e ministero della Salute.
Le proteine della sopravvivenza: «Quando avviene un danno nel
cervello, le staminali possono resistere a stimoli che distruggerebbero
altri tipi di cellule», ha osservato De Maria. All’origine di questa
super-resistenza c’è la mancanza della «proteina della morte», chiamata
caspasi 8, che spinge al suicidio tutte le altre cellule dell’organismo.
Ma non basta: c’è una proteina-scudo, chiamata PED, che viene prodotta in
grandissime quantità nelle cellule staminali del cervello ogni volta che
compare una minaccia.
Nuove armi contro malattie neurodegenerative:
avere scoperto le difese delle staminali del sistema nervoso avvalora,
secondo De Maria, l’ipotesi dell’efficacia dell’utilizzo terapeutico delle
staminali nella terapia delle malattie neurodegenerative. Una volta
scoperte, queste difese, inoltre, aprono la strada alla possibilità di
utilizzare lo stesso meccanismo che le controlla per proteggere le cellule
adulte del cervello dalle malattie neurodegenerative.
Una nuova via contro i tumori cerebrali: la ricerca apre nuovi
scenari «nella terapia delle malattie oncologiche», ha rilevato De Maria.
«Le cellule staminali del sistema nervoso sono anche all’origine di tumori
cerebrali, ci sono evidenze specifiche in proposito», ha aggiunto. Le
staminali nervose, quindi, formano il tumore portandosi dietro il bagaglio
che le rende quasi invulnerabili. Questo spiega, ha rilevato il ricercatore,
perchè tumori cerebrali come il glioblastoma siano impossibili da curare e
portino alla morte a un anno dall’insorgenza.
Partiti primi studi su tumori cervello: proprio nel laboratorio di De
Maria hanno preso il via le prime ricerche sui tumori cerebrali, condotte
alla luce della scoperta. I primi studi sono avvenuti in vitro su tessuti
sani e colpiti da tumore, in collaborazione con la Neurochirurgia del
policlinico Gemelli di Roma. Adesso è cominciata la seconda fase dello
studio, nei topi, utilizzati come modello sperimentale di un tumore
cerebrale, il glioma, utilizzando cellule staminali. L’obiettivo è creare un
doppio blocco per queste cellule tumorali, prendendo come bersaglio sia la
caspasi 8 sia la PED.


STATO ATTUALE DEGLI STUDI SULLE CELLULE STAMINALI NEURALI
DR. STEFANO PAGANO
Laboratorio di Neurobiologia- Istituto Nazionale Neurologico “Carlo
Besta” di Milano
ETIMOLOGIA
Quando si parla di cellula staminale si fa una sorta di appropriazione
indebita dal punto di vista linguistico.
Nella lingua inglese “stem” significa famiglia, ceppo; significa
molte cose.
L’utilizzo del termine “staminale” nell’ambito della biologia per
definire la cellula staminale come qualcosa di multipotente, di
particolarmente indifferenziato, deriva dalla traslazione del termine
“stem” dalla lingua inglese alla lingua italiana.
CARATTERISTICHE
Noi definiamo quindi le cellule staminali quelle cellule che presentano le
suddette caratteristiche di staminalità.
Dal punto di vista biologico dobbiamo pensare a cellule immature che non
presentano particolari e ben definite caratteristiche fenotipiche, che sono
in grado sia di riprodurre se stesse, sia di dar luogo a dei progenitori,
cioè a cellule un po’ meno immature ma ancora multipotenti.
In ultima analisi, queste cellule che possiedono caratteristiche di
staminalità, sono in grado di differenziarsi in quei fenotipi di
commissionamento per cui sono predisposte.
Se pensiamo alle cellule del sistema ematopoietico, cioè alle cellule degli
organi in cui si formano i globuli del sangue (midollo osseo, tessuto
linfoide), esse devono essere in grado di produrre tutta la progenie e
i fenotipi di cellule presenti nel torrente circolatorio; allo stesso modo
le cellule staminali neurali devono necessariamente differenziarsi in
cellule di carattere neurale.
A questo punto, però, bisogna porsi dei quesiti che rappresentano la chiave
di svolta.
E’ vero, quasi tutti gli organi hanno un elevato potere autorigenerativo.
Sappiamo al contrario che il cervello dopo lo sviluppo embrionale ed il
primo periodo post-natale, inizia gradualmente a perdere il numero delle
sinapsi e la quantità di neuroni presenti. A questo punto ci si interroga
sul significato della presenza, all’interno del sistema nervoso centrale, di
cellule staminali con un potenziale in grado di curare, di riparare le
cellule nervose quando poi, nelle patologie neurodegenerative, questo non
avviene; ciò è apparentemente un contro senso.
PROPRIETA’
Quindi, perché esistono le cellule staminali?
Qual è la loro funzione?
Le caratteristiche di staminalità sono state definite essenzialmente in
questi quattro punti:
1. essere cellule indifferenziate;
2. avere un’elevata capacità di autorinnovamento, cioè di riprodurre se
stesse praticamente all’infinito;
3. dare luogo a fenotipi specifici di cellule che possono svolgere una
funzione fisiologicamente utile;
4. l’abilità di rigenerare tessuti eventualmente danneggiati.
IL LORO RUOLO E FONTI DI PRELIEVO
Le cellule staminali, in genere, sono presenti nel corpo umano durante
l’embriogenesi, la formazione degli organi, il mantenimento dell’omeostasi
degli organi (cioè il mantenimento dei valori normali della temperatura,
della composizione del sangue, del tono cardio-vascolare…) e nella
riparazione tessutale. Questo accade normalmente. E qui è necessario fare
una primissima, ma fondamentale, distinzione fra quelle che sono le cellule
staminali embrionali e le cellule staminali neurali.
Le cellule staminali embrionali hanno una vita di durata massima di 60 ore e
si ottengono dalla fusione dello spermatozoo e dell’ovocita. Ciascuna di
esse, se prelevata e trapiantata in utero, è in grado di generare, un intero
individuo. Sostanzialmente queste cellule rappresentano il contenzioso della
clonazione.
Le cellule staminali neurali sono prelevate da cervello fetale, tra la nona
e la sedicesima settimana per ragioni legislative. La legge 194/ prevede
l’interruzione di gravidanza al massimo entro tre mesi oppure, in caso di
aborti terapeutici, anche per alcune settimane successive ai tre mesi.
Un’altra fonte di cellule staminali, di recentissima scoperta, sono quelle
derivanti da soggetti adulti. Là dove persiste ancora un’ombra di
neurogenesi, come l’epitelio del bulbo olfattivo e il giro dentato
dell’ippocampo, è stato possibile isolare cellule staminali e ottenere delle
linee cellulari stabili.
Esiste poi la famosa terza via, proposta dal Prof. Dulbecco, che però ha
sollevato questioni di carattere etico-religioso e che consiste,
sostanzialmente, nell’ introdurre in un ovocita il nucleo di una cellula
somatica.
Le cellule staminali esistono e hanno una funzione di mantenimento dell’omeostasi
degli organi (sicuramente del sistema ematopoietico) e sono anche utilizzate
normalmente nella terapia, ad esempio, del mieloblastoma per le leucemie. In
questi casi, la percentuale di successo terapeutico con il trattamento di
progenitori ematopoietici è molto alta.
Esistono cellule staminali, ma questo è cosa di scarsa rilevanza,
nell’intestino. Si suppone inoltre che esistano delle cellule con
caratteristiche staminali anche nella cute e nel fegato.
LE POTENZIALITA’
La novità riguarda la possibilità che cellule staminali, indipendentemente
dall’area di origine, siano in grado di esprimere tutti i fenotipi cellulari
possibili.
Le cellule staminali si presentano come aggregato di cellule chiamato
neurosfera.
In questo modo, le cellule staminali appaiono nel loro stato di
indifferenziamento: si aggregano formando queste sfere, simili a delle more
e sotto questa forma crescono sostanzialmente per un tempo indefinito. Se
cambiamo le condizioni di cultura, ecco che queste cellule sono in grado di
esprimere tutti e tre i fenotipi presenti nel sistema nervoso centrale e
periferico (neuroni, astrociti e oligodendrociti).
Le cellule staminali fetali sono state scoperte nel 1998, quindi neanche
quattro anni fa. Questa scoperta ha ovviamente subito creato una forte
tensione in termini di attesa di utilizzo terapeutico di questo materiale
biologico. Un grandissimo scalpore suscitò il lavoro, pubblicato nel 1999
sulla rivista “Science”, di Angelo Vescovi dell’Istituto Nazionale
Neurologico “Carlo Besta” di Milano che dimostrò come le cellule staminali
del sistema neurale erano addirittura in grado di ricolonizzare il sistema
ematopoietico danneggiato. In seguito a tale scoperta si sarebbe
potuto pensare alle cellule staminali neurali come alle cellule staminali
per eccellenza, in grado di fare tutto. Purtroppo, questo non è risultato
del tutto vero. Nell’aprile di questo anno un lavoro, pubblicato su “Nature
Magazine” da alcuni ricercatori canadesi sostiene che questi clamorosi
effetti di trasformazione biologica delle cellule staminali neurali sono
sostanzialmente dovute al caso: rappresentano cioè più un fenomeno
stocastico che biologicamente rilevante. Ma forse, come spesso accade, la
verità sta nel mezzo. TARGET DI IDENTIFICAZIONE
Recentemente, partendo proprio dai dati presentati da Angelo Vescovi nel
1999, ci siamo accorti che le cellule staminali neurali hanno una
elevatissima plasticità biologica; esse sono in grado di esprimere diversi
marcatori. Questi marcatori sono portatori di un elemento che consente di
identificarle, di seguirne il percorso e la loro fissazione. Con un
particolare tipo di colorazione abbiamo visto che esprimevano, ad esempio,
l’indicatore CD34, un marcatore classico dei progenitori ematopoietici,
oppure l’indicatore CD31, che è il marcatore tipico dell’endotelio immaturo.
Ridando una dimensione più logica e più proporzionata alla potenzialità e
plasticità di queste cellule, si può sicuramente affermare che le cellule
staminali neurali rimangono delle credibili candidate per la terapia delle
patologie neurodegenerative.
MALATTIA DI PARKINSON
Per quanto riguarda la possibilità di trapianto di cellule staminali in
soggetti affetti da morbo di Parkinson, si deve innanzitutto toccare gli
aspetti più elementari. L’aspetto etico: è vero che è possibile utilizzare
delle linee da soggetti adulti ma, fondamentalmente, la maggiore parte del
materiale biologico utilizzato è di carattere fetale.
Come utilizzare le cellule staminali? Farle
differenziare oppure non farle differenziare? Trapiantarle nelle condizioni
di isolamento, così come sono, indifferenziate e poi identificare il target?
Dove trapiantarle?
Attualmente le sorgenti di cellule trapiantabili per la malattia di
Parkinson sono:
- da midollare del surrene.
Queste cellule, però, non sono in grado di secernere dopamina. Il loro
effetto, anche da letteratura, non si è dimostrato particolarmente
efficiente;
- dal globo carotideo dove
ci sono delle cellule dopaminergiche ma la loro vita è relativamente breve
dopo il trapianto;
- l’ipotesi di xenotrapianto:
prelevare cellule di altre specie con la capacità di secernere dopamina;
- neuroni fetali immaturi:
neuroni prelevati dai feti già ad uno stadio differenziato;
- cellule staminali.
I dati più confortanti sono arrivati finora dal trapianto di neuroni fetali
immaturi.
Il risultato di un trapianto di cellule staminali neurali in pazienti
parkinsoniani (2000- New England Journal Medicine) è stato paradossalmente
negativo: i pazienti sembravano peggiorare: Essi presentavano discinesie e
un aumento degli effetti collaterali abbastanza significativo. Questo, però,
non dimostrava che il trapianto non fosse efficace ma, semplicemente, che
queste cellule forse secernevano una quantità di dopamina in eccesso
responsabile degli effetti indesiderati.
MODALITA’
DI TRAPIANTO
Il problema rimane ancora aperto: come e quando trapiantare le cellule
staminali neurali? Cosa è necessario fare quando si trapiantano: una terapia
farmacologica inibitoria o una lesione? L’ipotesi quindi del trapianto
cellulare rimane tuttora aperta con prospettive sicuramente positive.
All’Istituto “Carlo Besta” disponiamo dal 1997 di una banca di cellule
staminali neurali, accreditata dalla Regione Lombardia, in accordo con tutti
i criteri di sicurezza ISO 2001 imposti dalle leggi vigenti. In questa banca
abbiamo linee cellulari che derivano da cellule fetali e da bulbo olfattorio
adulto.
Riassumendo esistono essenzialmente quattro fonti di cellule staminali:
- cellule fetali;
- da bulbo olfattorio che
potrebbero porre l’ipotesi di un autotrapianto. Il paziente stesso dona le
proprie cellule attraverso un intervento che non richiede la craniotomia ma
un intervento relativamente poco invasivo. Il paziente potrebbe in pratica
ricevere le proprie cellule (prelevate ed espanse in vitro) numericamente
sufficienti a ripopolare l’area danneggiata;
- cellule del sistema
ematopoietico (in sperimentazione);
- cellule di origine
extra-neurale.
Il trapianto cellulare deve necessariamente rimanere nelle mani del
neurochirurgo, neuroradiologo e dei biologi.
Dove trapiantare le cellule staminali? A livello
locale, a livello sistemico o a livello intra-cerebro-ventricolare?
Dipende ovviamente dalla patologia. A livello locale se si tratta di una
malattia come il morbo di Parkinson; a livello sistemico se si pensa che ci
sia una patologia cerebro-vascolare con la barriera ematocefalica aperta; a
livello intra-cerebro-ventricolare se si pensa a patologie come la sclerosi
laterale amiotrofica e, comunque, a patologie demielinizzanti.
I NOSTRI RISULTATI
A questo punto risulta interessante presentare quelli che sono a tutt’oggi i
nostri dati sperimentali.
Da un numero statisticamente significativo di topi, abbiamo effettuato una
bulboectomia, abbiamo cioè prelevato, per via stereotassica, uno dei due
bulbi olfattori. Abbiamo isolato le cellule staminali prelevate ottenendo
delle linee cellulari stabili. Successivamente, abbiamo creato un modello
animale di morbo di Parkinson attraverso una lesione praticata, a livello
della sostanza nera, con una specifica tossina (6-idrossidopamina) che porta
a morte cellulare tutti i neuroni dopaminergici di questa area. Dopo un
adeguato periodo di tempo, abbiamo ritrapiantato in questi animali le
cellule staminali che erano state precedentemente isolate e siamo andati a
valutare, nel tempo, sia l’aspetto comportamentale che istologico.
Perché comportamentale?
Quando si induce una lesione con la tossina 6-idrossidopamina si induce
nell’animale un effetto comportamentale molto elegante. Incidendo i neuroni
dopaminergici si ha una ipereccitazione di tutto l’asse talamo-corticale,
cioè dell’area che è stata lesionata. Di risposta questi animali tendono a
muoversi con movimento rotatorio, verso la direzione dove è avvenuta la
lesione. Inoltre la somministrazione di levodopa induce nei topi una
rotazione continua ed è stato rilevato, dal punto di vista sperimentale, che
sussiste una relazione matematica tra l’entità della lesione e il numero di
giri che questi topolini compiono.
Abbiamo quindi prelevato cellule staminali da bulbo olfattorio dei topolini,
le abbiamo fatte differenziare, abbiamo valutato in vitro la loro capacità
di differenziarsi in tutti e tre i fenotipi di cellule neurali e in
particolare nel fenotipo neurochimico dopaminergico, cioè in grado di
esprimere la tirosina idrossilasi, un enzima che converte il precursore in
dopamina.
I risultati: il numero dei giri
compiuto dagli animali trapiantati era praticamente meno della metà rispetto
a quello degli animali di controllo (cioè a quello degli animali che non
avevano subito un trapianto o avevano subito un trapianto con un altro
stipite cellulare inerte).
Dall’analisi istologica, abbiamo
estrapolato dati estremamente confortanti. Nel sito di impianto, le cellule
trapiantate che avevamo marcato precedentemente con un intercalante nucleare
(bromodesossiuridina), esponevano quasi tutte la capacità di secernere
dopamina. Abbiamo osservato inoltre che anche quando ci siamo allontanati
dalla zona del trapianto, e perfino a distanza di otto settimane, erano
presenti cellule staminali trapiantate che avevano assunto un fenotipo
francamente neurale. Erano state quindi capaci di muoversi nell’ambiente
lesionato e di colonizzare anche distretti abbastanza lontani dal sito di
lesione.
A questo punto concludo con una domanda piuttosto retorica: è possibile una
terapia cellulare per il morbo di Parkinson? “Retorica” perché è quasi una
necessità crederci.
L’Istituto “Carlo Besta” sta portando avanti due progetti finalizzati,
finanziati dal Ministero della Salute, il cui obiettivo è di verificare la
funzionalità delle cellule staminali neurali in modelli di malattia di
Parkinson, di lesione del midollo spinale e di lesione cerebro vascolare.
Qualora i risultati di questi progetti si dimostrassero altrettanto
confortanti come quelli finora ottenuti, l’Istituto “Carlo Besta” ha già
concesso alla nostra Unità Operativa l’autorizzazione di effettuare i primi
trapianti pilota su pazienti parkinsoniani.
Saranno poi solamente trials clinici e le valutazioni dei neurochirurghi e
dei neuroradiologi a dirci quanto questa terapia sia concreta e fattibile.


TRAPIANTI DI CELLULE STAMINALI
Si sente parlare di
trapianti di cellule staminali per risolvere la malattia di Parkinson. Cosa
c'è di vero in tutto questo?
Di positivo, di vero, di giusto c'è molto, di concreto sull'uomo ancora
molto poco.
Sono in corso sperimentazioni volte alle modificazioni di cellule germinali,
di cellule staminali, per renderle produttrici di dopamina, oppure di
precursori della dopamina e, nello stesso tempo, per dare, a queste cellule,
un comportamento biologico tale per cui, una volta inserite all'interno del
cervello del paziente parkinsoniano, non solo non vengano rifiutate dal
cervello, ma creino un net-work, cioè, si associno con tutti gli altri
neuroni già preesistenti e praticamente comincino a funzionare.
Sono stati effettuati già degli impianti sull'uomo ma con risultati dubbi o
scarsi a causa di tutta una serie di non conoscenze di tipo neurobiologico.
Non erano cioè stati presi in considerazione tutta una serie di fattori che,
poi, hanno portato al fallimento di questi impianti. In un futuro che è
situabile fra 6/10 anni, potrebbe emergere qualcosa di concreto anche
per l'uomo. Sicuramente, è il grande futuro per la cura del morbo di
Parkinson.
Dr Andrea Landi- Neurochirurgo-
Ospedale San Gerardo di Monza

STAMINALI RIPULITE DAL GENE MALATO
L’annuncio USA: è la prima volta sull’uomo
Per
la prima volta è riuscita una manipolazione genetica su cellule staminali
umane, un passo ritenuto di grande importanza verso l’utilizzo delle cellule
come strumento per combattere le più diverse patologie.
Seguendo il metodo che già era riuscito efficace con topi di laboratorio,
scienziati della Università del Wisconsin hanno annientato il gene di una
malattia da una cellula staminale embrionale umana e possono così
controllarne ora lo sviluppo, facendola crescere come tessuto cerebrale,
pancreatico o cardiaco.
“Questo ci permette di manipolare qualsiasi parte del genoma umano”, ha
commentato il Dottor Thomas Zwaka, uno degli autori dello studio, che sarà
pubblicato sulla rivista “Nature Biotechnology”.
Scienziati di tutto il mondo ritengono di poter sfruttare la capacità di
ricordare di questo tipo di cellule, per sostituire per esempio cellule
cerebrali distrutte dalla malattia di Parkinson o cellule spinali
danneggiate.
La difficoltà sino ad ora incontrata dai ricercatori è quella di trovare un
metodo adeguato per programmare le cellule, che spesso danno vita ad ammassi
casuali noti come teratoma, invece che ai tessuti desiderati.
L’équipe di Zwaka ha annunciato invece di essere riuscita a creare un metodo
efficace per purificare i tessuti, grazie a una manipolazione genetica che
permette di controllare quale tipo di tessuto verrà formato.
Il metodo può permettere anche di creare serie di cellule donatrici
“universali”, cioè delle linee di cellule che possono venire utilizzate per
trapianti, senza rischi di rigetto in qualsiasi tipo di paziente, rendendo
così inutile la clonazione terapeutica.

LA REPUBBLICA (10.2.2003)

STAMINALI E GENETICA: CUREREMO L’IMPOSSIBILE
“Il dibattito etico sulle cellule staminali da embrione non è concluso. Siamo
al punto che se uno fa una ricerca in un Paese rischia il Nobel, se uno invece
fa la stessa ricerca in un altro Paese rischia la galera. In queste condizioni
non mi sembra che possa dirsi concluso il dibattito”. Claudio Bordignon,
direttore scientifico del San Raffaele di Milano, a fine gennaio ha partecipato
a Denver, in Colorado, a un incontro della Società internazionale per gli studi
sulle cellule staminali. Uno di quei simposi dove si confrontano studi e
ricerche dei vari laboratori sparsi nel mondo. Fresco di appunti racconta al
Corriere qual è la situazione di conoscenze, ricerche ed esperimenti con le
cellule staminali.
COSA SAPPIAMO OGGI
“Al momento sappiamo che queste cellule staminali persistono anche
nell’adulto, con differenze da tessuto a tessuto, da organo a organo, in base ad
esigenze programmate in partenza. L’esempio classico è il midollo che
continuamente deve produrre cellule del sangue partendo da staminali
ematopoietiche presenti nell’adulto.
Altro esempio: durante un esercizio fisico intenso si distruggono cellule
muscolari che poi vengono riparate da staminali presenti nei muscoli. Ma
sappiamo anche che quelle cosiddette adulte perdono potenzialità via via che
passano gli anni e che probabilmente non sono tutte uguali, come nelle fasi
iniziali di sviluppo di un embrione ma hanno capacità diverse in base ai tessuti
in cui si trovano”.
CHE COSA NON SAPPIAMO
Quindi c’è differenza tra le cellule totipotenti dell’embrione e quelle che
si trovano nell’adulto?
“Si, ma non sappiamo ancora quali sono realmente migliori. Come non sappiamo
che cosa regola le loro capacità, la loro potenzialità. Esiste una larga
famiglia di geni che definisce i limiti di proliferazione delle staminali, ma
soprattutto ordina il destino dell’una o dell’altra cellula totipotente: per
esempio se diventare precorritrice degli elementi del sangue e non poter tornare
più indietro. Poi un altro set di geni ordina di volta in volta a questa cellula
quanti globuli rossi o quante piastrine fare”.
Il segreto è nei geni?
“La ricerca di base è impegnata proprio nello studio di questi meccanismi:
come parte la proliferazione, chi ordina lo stop, che cosa innesca la
trasformazione a fini riparatori. Lo studio riguarda anche i tumori: le cellule
del cancro sono staminali indifferenziate? E, se si, come si può disinnescare
una eventuale alterazione dei geni di controllo? Questi studi inoltre servono
per avere sicurezza nella manipolazione delle cellule staminali. In alcuni
esperimenti sui topi si sono creati teratomi, dei tumori”.
STAMINALI ADULTE O DA EMBRIONE
Ma non si era visto che da cellule staminali adulte del sangue si arrivava a
ottenere cellule, per esempio, del fegato? E questo sembrava chiudere il
discorso sugli embrioni… “All’inizio sembrava così: marcando geneticamente le
cellule di un donatore si trovavano queste cellule nei tessuti “riparati”, poi
si è visto che in realtà quelle cellule marcate si erano semplicemente fuse con
cellule del ricevente ma che la riparazione non era avvenuta grazie alla
sostituzione delle cellule malate con cellule staminali sane, ma grazie alla
fusione con cellule del fegato stesso. Oggi sappiamo che si può curare una
retina malata in animali usando tessuti di embrione. Non sappiano se lo stesso
accade con cellule staminali adulte”.
Quindi meglio le cellule adulte o quelle da embrione?
“Le seconde hanno senz’altro un potenziale più alto, ma se si scoprono i
meccanismi genetici non è detto che non vadano bene anche le adulte. Oggi non è
corretto esprimere certezze su questi temi. La ricerca è fondamentale ma il
problema è anche etico. Poi c’è il problema della fonte dei tessuti embrionali:
non si possono usare embrioni congelati, ma feti morti sì”.
GLI ESPERIMENTI IN CORSO
Attualmente vi sono esperimenti in corso sull’uomo?
“A livello di malattie degenerative neurologiche di più grande impatto
sociale, come il Parkinson, un gruppo svedese ha iniettato nella parte malata
del cervello cellule del sistema nervoso centrale ottenute da feti abortivi
ottenendo un miglioramento nel tempo dei sintomi e una normalizzazione a sei
mesi dal trattamento. Sul cuore diversi gruppi hanno lavorato con due approcci
diversi. Uno prevedeva l’impianto di mioblasti (cellule staminali ottenute da
muscoli scheletrici) ma è stato sospeso perché causa di aritmie mortali. Un
secondo approccio, quello adottato in Germania, include iniezioni di cellule
staminali ematopoietiche (del sangue) e questo ha dato risultati positivi, anche
se l’analisi dei risultati sia nell’uomo sia nell’animale suggerisce che il
miglioramento osservato non sia dovuto all’effetto diretto delle cellule
staminali impiantate ma piuttosto alla produzione di fattori stimolanti la
crescita delle cellule già presenti nel tessuto colpito. Progresso della scienza
e progresso della medicina non sempre sono interdipendenti. Non è la prima volta
nella storia della medicina in cui un approccio terapeutico basato su una
ipotesi scientifica ha prodotto risultati attraverso meccanismi completamente
diversi da quelli attesi”.
Di recente ci sono stati anche risultati nella cura della distrofia
muscolare?
“E’ stato annunciato uno studio clinico al Policlinico di Milano basato
sull’uso di un particolare tipo di cellula staminale CD133+ che sembra offrire
ai pazienti affetti da distrofia muscolare di Dochenne un andamento più
favorevole della malattia. Ma c’è un limite pratico importante: siamo incapaci
di far moltiplicare le cellule CD133+ ottenendone in quantità utili per l’uso
terapeutico. Un approccio diverso è quello del gruppo di Giulio Cossu che
prevede l’uso di mesangioblasti, cellule staminali dei vasi sanguigni in grado
di riparare il muscolo danneggiato. Questo studio efficace nei topi di
laboratorio, sta passando ora nella fase sperimentale su animali di grossa
taglia come il cane. Un passaggio decisivo prima di passare all’uomo”.
CORRIERE DELLA SERA – 15 febbraio 2004
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