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Il
rapporto di coppia
I pensieri
di una moglie...
La diagnosi di
Parkinson: come possono reagire i nostri figli?
Il sostegno psicologico attraverso l'intervento di
gruppo: un'esperienza pilota
Il ruolo del Medico
di Medicina Generale (MMG) nella gestione clinica del malato
parkinsoniano
La dimensione psicologica del malato di Parkinson
Domande allo psicologo
La malattia di Parkinson nella famiglia
Il sostegno psicologico a malati e familiari
Un
anno con i malati
Un
anno con i familiari
Le risposte della psicologa
Come far fronte alla malattia di Parkinson
L'impegno dei familiari
E' molto importante la collaborazione tra
familiari e medico
Il rapporto medico-paziente nella malattia di
Parkinson
Il rapporto medico di base- specialista-paziente
Cosa dire allo specialista

IL RAPPORTO DI COPPIA
In genere, una patologia come
la malattia di Parkinson può procurare nella persona insicurezza ed
incertezza per la perdita della gestione del proprio corpo.
Il malato di Parkinson può provare vergogna per la strana gestualità e per
un corpo che è difficile da gestire volontariamente. Preferisce,
conseguentemente, nascondersi attraverso l’isolamento limitando il più
possibile le relazioni con l’esterno con conseguenti problemi relazionali
che coinvolgono non solamente amici e familiari, ma anche il rapporto di
coppia.
Si osserva spesso nel malato una sorta di “autoimposizione all’isolamento”.
In questo contesto, le sensazioni di imbarazzo vissute dal malato, il
desiderio di non pesare sugli altri e forse i sentimenti di vergogna legati
alla visibilità e alla imprevedibilità dei sintomi parkinsoniani, possono
alimentare la preoccupazione di non trasmettere un’immagine positiva di sé:
“…mi infastidisce la gente che mi chiede perché tremo e questa situazione mi
fa chiudere di più in me stesso”.
La malattia di Parkinson può quindi danneggiare l’immagine che ognuno ha di
se stesso compresa la propria immagine corporea. La persona può arrivare a
svalorizzare il proprio corpo non considerandolo più meritevole di un
interesse affettivo.
Può allora accadere che i piccoli diverbi, le diverse vedute ed i normali
scambi d’idee all’interno della coppia subiscano un’alterazione a causa
delle problematiche derivanti dalla malattia e che la critica e il
nervosismo procurino tensione tra i coniugi.
Sicuramente la malattia può “alterare” i rapporti tra i coniugi, ma la
rottura irreversibile è nella maggior conflittuale.
I malati di morbo di Parkinson hanno inoltre un’incomprensibile tendenza ad
essere egocentrici.
Trascorrono molto tempo e sprecano molta energia a pensare esclusivamente a
loro stessi e sembra che si allontanino sempre di più dalla quotidianità che
coinvolge il proprio partner e gli altri membri della famiglia.
La loro maggiore preoccupazione è rivolta al proprio stato emotivo e a tutti
i cambiamenti che possono avvertire a livello fisico. Per mantenere, invece,
l’amore nel matrimonio occorre mostrare dedizione costante verso il proprio
compagno e favorire in ogni modo la comunicazione all’interno della coppia
cercando di esplicitare sempre e comunque i propri sentimenti.
Come mantenere vivo
il proprio rapporto di coppia?
I suggerimenti
indicati sono rivolti alle persone affette dalla malattia di Parkinson e
nascono dall’esperienza familiare:
●
Fai sempre “il primo passo”
per eliminare le tensioni che possono crearsi nel rapporto di coppia.
●
Trova sempre nell’arco
della giornata il tempo e il modo per dire al tuo lui/lei “ti voglio bene”.
Può sembrare banale, ma è importantissimo farlo. Qualsiasi modo va bene per
far capire alla persona che si ama quanto è importante per noi: bastano
piccole attenzioni, una carezza, stringerle la mano, un abbraccio anche se,
a volte, compiere questi gesti affettuosi può essere difficile a causa della
rigidità causata dalla malattia di Parkinson.
●
Non essere troppo esigente. Resisti alla tentazione di chiedere al tuo/alla
tua compagna di svolgere per te quelle attività che ritieni pesanti.
Portale a termine autonomamente anche se ti occorre maggior tempo oppure
chiedi un aiuto ad altri.
Questi piccoli regali di tempo possono ridurre notevolmente il rischio di
stress a cui può andare incontro il tuo partner, già impegnato a svolgere
numerose attività quotidiane.
●
Incoraggia il tuo coniuge a mantenere i propri hobby, a praticare o a
seguire i propri sport preferiti che oltre a dare gratificazione
costituiscono un’importante valvola di sfogo per lo stress.
●
Fai spesso complimenti al tuo partner. Ad ognuno fa piacere sentirsi dire
qualche parola gentile. Riconosci apertamente le sue qualità, quelle che più
ammiri e rispetti in lui/lei.
●
Cerca di parlare degli argomenti che sono per tuo marito o per tua moglie
importanti. Le persone amano discutere dei loro argomenti preferiti.
●
Programmate insieme il vostro tempo libero come andare a fare una
passeggiata, a far visita ad una persona amica... Per qualche particolare
occasione (un compleanno, un anniversario...) prenota una cena al suo
ristorante preferito oppure organizza qualche iniziativa che può fare felice
il tuo compagno (o compagna) anche se non ti piace del tutto.
●
Organizza delle sorprese. Ad esempio, è sempre gradito e sarà molto
apprezzato da tuo marito o da tua moglie, ricevere bigliettini con pensieri
affettuosi in occasione del proprio compleanno oppure per un anniversario o
per il giorno di San Valentino ma anche in un giorno qualsiasi, la sorpresa
avrà più effetto.
●
Insieme con lo specialista rivaluta l’orario d’assunzione della terapia
antiparkinson in modo da avere delle ore di buona motilità che coincidono
con il tempo libero del tuo compagno (o compagna) per poter uscire con
lui/lei, giocare a carte, vedere insieme la televisione. Non utilizzare i
momenti di benessere fisico solamente per il lavoro o per fare delle
commissioni e poi rimanere “bloccati” una volta che si è a casa.
●
Esprimi sempre il tuo apprezzamento per ciò che fa il tuo partner, per i
suoi pensieri gentili verso di te, qualsiasi cosa non è mai piccola. Anche
se nel matrimonio la coppia dovrebbe condividere tutto, cerca di dare sfogo
a molte delle tue paure e frustrazioni con qualcun altro che non sia tuo
marito o tua moglie. Se è possibile, non caricare di ulteriori
preoccupazioni il tuo partner. Anche lui ha bisogno di “distaccarsi” dalle
problematiche familiari e di “tirare un po’ il fiato”. Solament e
così lo aiuti a salvaguardare la sua forza fisica ed emotiva.
●
Se commetti un errore, chiedi scusa per l’accaduto dicendo “mi dispiace”.
Sembra facile, ma non è da tutti riuscire a farlo. Riconoscere di aver
sbagliato richiede umiltà, coraggio e soprattutto intelligenza.
●
Impara a perdonare. Cerca di dimenticare le arrabbiature del tuo compagno (o
compagna) causate dai problemi provocati dalla malattia di Parkinson.
L’amore è anche e forse soprattutto capacità di perdonare.
APDA - New York


I PENSIERI DI UNA MOGLIE…
Il termine tecnico mi
definisce “caregiver”, figura sulla quale negli ultimi anni psicologia,
sociologia e medicina stanno puntando sempre di più.
Io preferisco non definirmi proprio, non mi piacciono le etichette e quindi mi
presento come Manuela, compagna di una persona affetta da malattia di Parkinson,
in età cosiddetta giovanile, malattia che ha frenato,
non distrutto, progetti e speranze.
L’argomento delle nuove terapie farmaco-logiche mi suscita sempre pensieri e
ricordi ed ho deciso semplicemente di esprimerli, come in quelle strane sere tra
amici in cui, chissà perché, si comincia a
raccontarsi.
Mi è venuto in mente
un dialogo di quando avevamo circa trenta anni:
“Ciao, è venuto il pediatra. La piccola ha le placche in gola… ha ordinato
gli antibiotici… mi sono accorta solo dopo averli acquistati che sono da
somministrare ogni sei ore… mannaggia quattro volte al giorno, con pure una
sveglia notturna, per sette giorni! Ho paura di dimenticarmene: dobbiamo trovare
un sistema per non scordarci l’orario”.
Poi mi sono ricordata di cinque anni fa, quando di anni ne avevamo circa
quarantacinque:
“Amore, quanti farmaci 'sto Parkinson! Pastiglie diverse a orari differenti:
ho paura che ci dimenticheremo qualche pezzo!”.
Le situazioni presentano un filo che le unisce: quello della paura di
dimenticarsi, consapevoli che non attenersi alla prescrizione comporta il
peggioramento.
Ma è il contesto in cui si sono svolte che è totalmente diverso: con la piccola
il tempo dell’attenzione e della malattia erano brevi (dopo due giorni era già
sfebbrata e dopo sette guarita), ora lo scandire del tempo e il rapporto con il
farmaco sono la nuova condizione a tempo indeterminato con cui ci si deve
approcciare allo “star male”.
Si, proprio allo “star male” e non alla malattia: la prima definizione la sento
più vicina perché porta dentro di sé l’essere testimoni del disagio, del
malessere e delle difficoltà dell’altro e nello stesso tempo il dover fare i
conti con il proprio dolore emotivo.
E questa nuova condizione di vita richiede altri tempi e altri spazi: perché
serve spazio di pensiero e tempo di rielaborazione per scegliere i nuovi
comportamenti necessari a adattarsi ad una condizione di vita diversa.
Invece la malattia e i suoi farmaci bruciano tempo e spazio: la patologia avanza
e l’assunzione tempestiva dei farmaci diventa obbligatoria.
Pastiglie, fiale e quanto altro necessario diventano il simbolo della
prepotenza, la stessa con cui il Parkinson è entrato nella nostra vita.
Ma che cosa scatena nel nostro rapporto di coppia la massiccia presenza del
farmaco?
Il nostro stare insieme ci ha visti percorrere spesso strade comuni ma anche
cammini paralleli, rispettando quella necessità di autonomia individuale che ci
ha permesso di sentirci uniti ma anche con una vita propria, quasi esclusiva.
Con qualche rinuncia e fatica personale eravamo riusciti a limare alcuni spigoli
del nostro carattere e a trovare degli equilibri.
Ma ora c’è un rimescolamento: io ho amplificato il mio ruolo di prendermi cura
di te e tu, velatamente, chiedi a me di farti da spalla nell’assunzione dei
farmaci, nella condivisione del tuo star male…
A dirlo così, sembra che tutto vada bene: uno compensa l’altro… ma bisogna
invece fare i conti con quelle frasi piene di significati nascosti che ci siamo
lanciati ultimamente, magari perché eravamo soprattutto impauriti:
Tu a me: “non farmi da mamma!”. Io a te: “ricordati che io non ti faccio da
balia!”.
Un pensiero conclusivo: le nuove terapie farmacologiche ci aiuteranno ad
affrontare anche questi aspetti? Bell’interrogativo. Si è vero, forse non c’è
una risposta, ma per parafrasare un vecchio proverbio “non si vive di soli
farmaci”.
Manuela

LA DIAGNOSI DI PARKINSON: COME POSSONO REAGIRE I NOSTRI
FIGLI?
Le
prime impressioni possono essere ingannevoli
Quando informate
per la prima volta i vostri bambini di essere affetto dalla malattia di
Parkinson, è bene tenere presente che la loro reazione iniziale può essere
ingannevole e che non è come sembra.
Nel 1993, Giovanna comunicò a suo figlio di 11 anni di essere ammalata di
Parkinson.
“Abbiamo avuto una riunione di famiglia, dove ho fornito a grandi linee
informazioni sulla malattia - inizialmente è preferibile non parlare di dettagli
medici – e aspettavo delle domande. Mio figlio, però, era come sempre, allegro e
spensierato. Ho pensato allora che niente avrebbe potuto interessarlo.
Recentemente ho ricordato quella conversazione e mio figlio mi ha confessato che
invece era realmente preoccupato ma che non voleva dimostrarlo e mi ha detto:
“Mamma ero angosciato. Non sapevo che cosa fare”".
Come ogni genitore sa, i bambini non esprimono sempre ciò che pensano e questo
vale maggiormente per gli adolescenti e per i giovani.
Sandra, i cui sintomi parkinsoniani sono abbastanza lievi da passare addirittura
inosservati racconta, ad esempio, che all’inizio sua figlia non sembrava molto
preoccupata.
“Ma più tardi ho saputo che
aveva parlato con la mia migliore amica dicendo che il pensiero della mia
malattia la faceva stare male e che era in ansia per la mia salute.”
La figlia di Sandra cercava di proteggere sua madre e temeva che se avesse
espresso la sua sofferenza le avrebbe arrecato altro dispiacere. Nelle vostre
conversazioni, è importante sollecitare i bambini di tutte le età ad esprimere
sinceramente i loro sentimenti.
La disciplina
Ricordatevi che spesso i
bambini possono comportarsi male per attirare l’attenzione quando si sentono trascurati.
Non allentare comunque la disciplina a causa dei vostri problemi di salute: “non
è educativo e nei bambini si potrebbe rafforzare la convinzione che ci sia
qualcosa di molto grave in famiglia”.
È importante mantenere delle regole precise e ragionevoli ed essere coerenti nel
farle rispettare.
Fate capire ai vostri figli che hanno il vostro amore, la vostra comprensione ma
che non siete disposti ad accettare la loro cattiva condotta. Premiateli quando
si comportano bene e fate loro sapere che a causa delle nuove circostanze
occorre collaborare in famiglia e quindi sarà molto apprezzata la loro
disponibilità. Ricordategli che nemmeno prima era sempre tutto perfetto.
Parlarne anche con gli altri
Naturalmente, la necessità di informare della diagnosi della malattia di
Parkinson deve essere estesa anche al di fuori della famiglia.
“Dovete essere onesti con i vostri bambini ed anche con i vostri amici”,
sostiene Anna. Lei è una insegnante ed ha la malattia di Parkinson. Ha informato
della malattia i suoi alunni di otto anni dicendo: “Sapete che ciascun
organismo è differente l’uno dall’altro. Bene, il mio cervello ha qualche cosa
di differente, non produce le giuste sostanze chimiche, così a volte mi blocco.
Ignoratelo, non è un grande affare”. “Questo è tutto quello che hanno bisogno di
sapere” -
afferma Anna - “i bambini lo accettano e allora quando ho maggiori difficoltà
motorie, mi aiutano (ad esempio, a trasportare delle cose) e questo li fa
sentire molto utili”.
Maria, che si è sottoposta all’intervento di neuro-stimolazione profonda (DBS),
è arrivata al punto di mostrare lo stimolatore, collocato sotto la clavicola,
agli amici di suo figlio. “Mi hanno denominata mamma bionica. Invece, l’altra mia figlia, adolescente,
non si è sentita a proprio agio di fronte a questo tipo di apertura, le dava
fastidio che mi avessero attribuito un’etichetta di persona diversa, non
naturale”.
Gli alti e i bassi della malattia
Vivere con il
Parkinson significa che alcuni giorni saranno migliori di altri. Alcuni consigli
pratici possono aiutare i bambini a fronteggiare gli inevitabili alti e bassi
della malattia e a comprendere meglio che i suoi sintomi non sono sempre
costanti.
I sentimenti
Se vi controllate e non mostrate che cosa provate, anche i bambini lo faranno.
Reprimere le emozioni non è giusto. I bambini possono avere paura dei loro
stessi sentimenti invece di accettarli come normali.
E’ naturale che siate tristi. Non abbiate paura di esprimerlo.
Se riuscite ad esternare la tristezza e a piangere, vi accorgerete che la
tensione si allenta.
Se parlate dei vostri sentimenti potrà essere più facile per i vostri bambini
esternare i loro persino quelli apparentemente proibiti come timore, vergogna,
rancore.
“Ma c’è differenza fra la rabbia che si prova perché la mamma è affetta dalla
malattia di Parkinson e l’affetto che si ha verso di lei che porta ad aiutarla”-
sostiene lo psicologo. “Un’altra regola pratica è ascoltate, ascoltate,
ascoltate… sempre i vostri bambini”.
Accettarsi
Sappiamo che un
atteggiamento positivo ha effetti sulla nostra salute mentale e fisica.
Mantenersi calmi ed accettare la malattia può aiutare a mantenere buoni rapporti
relazionali all’interno della famiglia. Se il padre con la malattia di Parkinson
protesta costantemente o è confuso, i bambini ne risentiranno e si comporteranno
nello stesso modo.
Naturalmente, non è che si deve essere sempre su di spirito però, certamente,
mantenersi di buon umore aiuta.
Giovanna
ritiene che per vivere bene con il Parkinson è necessario anche riderci un po’
su.
“Una volta stavo preparando la cena ed il mio braccio ha iniziato a tremare.
Avevo in mano un coltello e tagliavo le patate. Abbiamo fatto tutti una bella
risata. E’ bene rimanere positivi”.
Non nascondete alla famiglia quello che vi sta accadendo. Ciò si potrebbe
ripercuotere contro di voi. L’avere bisogno dell’assistenza pratica, sia
quotidianamente sia occasionalmente, comporta la necessità di informarne le
persone che vi sono vicine.
“Quando si verificavano dei periodi off, mi ritiravo nella mia stanza,
lontano dalla mia famiglia”, racconta Enrico. “Ma era un grande errore,
perché i miei familiari così non si rendevano conto di ciò che mi accadeva”.
Massimo ha avuto un intervento chirurgico di DBS.
Si è ammalato di Parkinson nel 1990.
“Ho spiegato ai miei bambini il tipo di intervento chirurgico e dopo
l’intervento gli ho fatto vedere la cicatrice e dove era stato posizionato lo
stimolatore.
Non ho avuto paura di mostrarglieli. E’ sicuramente meglio
informarli che farli vivere nelle fantasie che nascono dal non sapere. La visita
di controllo che effettuo annualmente presso
l’Ospedale comporta lo spegnimento dello stimolatore per 24 ore.
Quel giorno i miei bambini lo chiamano "il giorno in cui
lo stimolatore è più apprezzato”.
Si rendono conto che sono quasi catatonico se lo stimolatore non è attivo e,
quindi, quanto la tecnologia è importante per il mio benessere”.
Massimo è un fautore dell’intervento di neurostimolazione profonda che ha
migliorato la qualità della sua vita e lo raccomanda ad altri malati. “Alle
visite di controllo a volte ho portato anche i miei bambini che conoscono molte
persone con il Parkinson e questo li aiuta a comprendere meglio la malattia”.
Gli aspetti positivi
Certamente la
vita si presenta più complicata dovendo fronteggiare le difficoltà della
malattia di Parkinson e nello stesso tempo crescere i propri bambini. Ci sono,
però, alcuni aspetti positivi.
I bambini crescono con maggiore sensibilità.
A causa della malattia, i vostri figli possono diventare più indipendenti ed
acquistare più fiducia in loro stessi, diventare più responsabili, più sensibili
alle esigenze altrui e più capaci di comprendere ed amare gli altri.
Luisa si rende conto che i suoi bambini hanno un atteggiamento molto disponibile
verso gli altri, si preoccupano e non giudicano le persone: “Nei confronti
della persona malata vedo che i miei bambini anticipano i suoi bisogni e
l’aiutano spontaneamente. Sono consapevoli delle sue necessità.”
Maggiore resp onsabilità
Generalmente,
i figli si rendono utili in casa, sbrigano anche alcune faccende domestiche che
il proprio genitore parkinsoniano non si sente più di fare.
Quando il marito di Michelle è fuori città, il figlio più grande aiuta la sua
sorellina a mettersi le scarpe, ad abbottonarsi la camicetta.
I bambini imparano ad essere più indipendenti. Michelle racconta: “I miei
figli si preparano da soli anche alcune pietanze e sono molto attenti a non fare
sprechi in cucina”.
Giovanna ha visto i cambiamenti dei suoi bambini. “Mia figlia è diventata
più indipendente. Si occupa
della casa e certamente
se non mi fossi ammalata di Parkinson queste cose non li avrebbe mai fatte. Penso che
quanto mi è successo l’abbia resa una persona migliore”.
Le abbiamo chiesto: “A sua figlia hanno pesato queste maggiori
responsabilità?”.
“All’inizio probabilmente si, ma ora che è adulta si rende conto che questa
esperienza, sebbene dolorosa, l’ha maturata”.
Giovanna ha iniziato ad avere episodi di freezing dopo circa due anni dalla
diagnosi di malattia.
Suo figlio è sempre disponibile ad aiutarla quando la sente chiamare, quando ad
esempio ha difficoltà a scendere dal letto. “Viene e mi porta la pillola. Mi
dice che gli è di aiuto sapere di essere utile”.
Lisa racconta che anche a suo figlio piace sentirsi utile ma afferma: “E’
necessario però lasciarlo essere un bambino”.
Lo psicologo è
d’accordo con Lisa. “Attenzione, è importante non caricare di troppi
compiti i bambini. Senz’altro è bene che imparino ad essere responsabili, ma
hanno bisogno
di sentirsi bambini, di avere degli amici, di divertirsi, di praticare degli
sport. Devono
poter crescere vivaci e spensierati come tutti gli altri
ragazzi.
Sono bambini e come
tutti i bambini hanno bisogno di giocare”.
I bambini devono essere responsabilizzati in modo adatto alla loro età senza
gravarli di troppi dove ri. Un segreto per affrontare la malattia sta nel sapere
condividere con gli altri le emozioni, senza paura, con serenità.
Potrete stupirvi ed essere fieri della capacità dei vostri bambini di affrontare
i problemi e di trovare nuove soluzioni.
Tutta la vostra famiglia scoprirà di fronte alle difficoltà di possedere
insospettate riserve di amore e di forza interiore.
Affrontare il problema tutti insieme può dare ai bambini l’opportunità di
conoscere e apprezzare il valore della famiglia.
Melissa Ward - giornalista, esperta in problemi sanitari (Minneapolis) APDA -
New York

IL SOSTEGNO PSICOLOGICO ATTRAVERSO
L’INTERVENTO DI GRUPPO: UN’ESPERIENZA PILOTA
Dr.ssa
Saginario Maria Grazia -
Psicologo
Università degli Studi di Parma e Università di Modena e Reggio
Emilia
PREMESSA
Tradizionalmente la terapia di gruppo nel trattamento delle malattie
psichiatriche è un approccio ormai largamente diffuso, come si può vedere nei
casi delle dipendenze, del disturbo ansioso-depressivo, disturbi del
comportamento alimentare.
Risulta invece innovativo l’utilizzo di tale modalità terapeutica nelle malattie
neuro-psichiatriche, quale è ormai riconosciuto essere il morbo di Parkinson,
come pure il riconoscimento dell’importanza dell’integrazione tra neurologia,
psichiatria e psicologia clinica, in modo armonico e simbiotico.
In generale, l’utilizzo del trattamento di gruppo parte dalla consapevolezza che
l’esistenza umana non è solo un essere nel mondo, ma anche un essere con gli
altri; un Io isolato non è mai dato in quanto, in maniera originale e
costitutiva, l’esistenza è apertura verso il mondo e verso gli altri (Heidegger,
1969) e da una riflessione più ampia sul concetto aristotelico dell’uomo inteso
come animale sociale “zoon politikon”.
Ed è proprio nel contatto relazionale che l’uomo traccia i suoi confini e
delimita le sue dimensioni emozionali ed affettive, con l’aiuto di queste
interazioni.
E’ nel contatto nel diverso da Sé che l’uomo trova se stesso, nel luogo dove
l’Io riesce ad unire la sua creatività ed unicità con l’adattamento sociale.
L’elemento comune a tutti gli approcci di gruppo è il riconoscimento del potere
curativo della relazione con gli altri, il “ripristino dei vincoli sociali”,
che vede come punto di partenza il superamento della solitudine e
dell’isolamento (Herman, 1992).
Tale momento può essere visto come una desiderata sosta dall’isolamento, dalla
solitudine, dalla “ghettizzazione” e come una forza più compatta per
gestire le problematiche della malattia, con l’arricchimento del sostegno e del
confronto.
Il pensiero psicoanalitico sostiene che il gruppo soddisfa "il bisogno
universale di appartenenza e della necessità di instaurare una condizione di
unità psicologica con gli altri, che rappresenta il desiderio nascosto di
ristabilire un primigenio stato di benessere incontrastato inerente all’unione
esclusiva con la madre" (Tuttman), il "non confermare la sensazione di
unicità…." ed il "benvenuto nell’esperienza della stirpe umana" (Yalom,
1983).
Il Sé come prodotto dell’interazione sociale porta nella sua distinzione dell’"altro
da Sé", la figura materna, alla formazione dell’Io, che è la componente
implicita del Sé.
Dopo l’Io si forma il Me, la componente esplicita, che rappresenta la coscienza
di come il Sé è visto dagli altri (Mead G.H.).
Il Morbo di Parkinson è una malattia cronico-progressiva, caratterizzata per lo
più da acinesia, rigidità e tremore. Sono disponibili terapie farmacologiche
sintomatiche, la cui efficacia si riduce nel tempo e induce frequenti e
invalidanti effetti indesiderati.
Il sostegno psicologico si inserisce come terapia utile negli aspetti di
comorbidità psichiatrica, frequentemente presenti, come punto di forza nella
gestione delle situazioni stressanti, come necessario miglioramento della
qualità di vita del malato.
IL COPING COME
INTERVENTO UTILE DI ADATTAMENTO ALLA MALATTIA
Si è cercato di
sviluppare nei soggetti componenti il gruppo il coping: “tentativi che variano
di continuo, sia intrapsichici che volti all’azione, per controllare gli
eventi valutati come gravosi o superiori alle proprie risorse” (Lazarus e
Folkman, 1984), utilizzando, con adattamenti situazionali sia il coping centrato
sul problema: diretto a controllare e/o a modificare il problema
dell’accettazione della malattia (informazione e preparazione di strategie
adeguate alla miglior risoluzione del problema); sia quello centrato
sull’emozione: diretto a controllare l’emozione, nel tentativo di migliorare
l’accettazione della malattia (fattori sociali di distrazioni, atteggiamenti
ottimistici ed umoristici), lavorando sulle condizioni che lo favoriscono:
a)
provenienti dalla persona
-
attitudine a risolvere i problemi: capacità di analizzare le difficoltà e
trovare il modo giusto per superarle;
-
attitudine sociale: capacità di comunicare e di avere relazioni sociali adeguate
e soddisfacenti;
b) legate
alla personalità del soggetto
-
ottimismo: capacità di vedere il lato positivo delle cose e maggior
spensieratezza nell’affrontare i problemi;
-
sede del controllo interna: maggior tenacia nel raggiungere un obiettivo, utile
per il coping centrato sul problema;
-
amore per la novità e l’avventura: tale caratteristica è utile per affrontare
con maggior sicurezza le situazioni di stress, quali le malattie;
-
forza dell’Io: miglior adattamento psicologico e miglior capacità di affrontare
le situazioni difficili;
-
senso
dell’umorismo: vedere il lato comico di una situazione aiuta a valutarla in modo
meno minaccioso;
-
esistenrza: impegno, tendenza ad individuare le proprie capacità ed obiettivi;
-
fiducia nel controllo e nel dominio dell’ambiente esterno;
-
amore per l’innovazione, desiderio di avere una vita piena di esperienze
interessanti;
c)
provenienti dall’ambiente esterno:
-
risorse materiali;
-
appoggio sociale: sviluppare una rete relazionale da cui ricevere informazioni o
aiuto emotivo.
FASI PSICOLOGICHE
NELL'APPROCCIO CON LA MALATTIA
Partendo
dall’esperienza del gruppo di sostegno realizzato, nell’approccio con la
malattia si osserva l’evolversi delle seguenti fasi psicologiche:
NEGAZIONE:
il malato
rifiuta che l’evento della malattia possa aver colpito proprio lui (meccanismo
di difesa) e la mancata accettazione porta ad un conseguente isolamento
psicologico.
In tale fase il paziente non richiede spontaneamente un intervento psicologico.
si presentano difficoltà nel raggiungimento dell’alleanza terapeutica;
COLLERA:
il malato può
mostrarsi irritato o scostante verso le persone vicine: familiari, amici,
psicologo, coordinatore del gruppo di sostegno, che ritiene più “fortunati”.
Anche in questa fase il rischio dell’isolamento è molto elevato e la
collaborazione del paziente è ancora scarsa;
CONTRATTAZIONE:
il malato abbandona la collera e cerca di migliorare la sua qualità di vita.
Assume atteggiamenti più benevoli verso i familiari e, nell’intervento
psicologico, assume un atteggiamento collaborativo;
DEPRESSIONE:
il paziente
comprende di aver ridotte le proprie abilità e potenzialità di vita ed entra in
un doloroso processo di rassegnazione per la perdita delle cose passate, che non
riesce più a vivere nel presente.
Pur consapevole della necessità del sostegno psicologico, si riduce nel paziente
la forza di volontà, le energie e l’adesione terapeutica;
ACCETTAZIONE:
tale
atteggiamento subentra in una fase avanzata della malattia.
Il paziente abbandona la collera e la depressione, per raggiungere una serena
rassegnazione.
Con l’aiuto del sostegno psicologico e del gruppo, è importante stimolare il
paziente ad interessi ed iniziative miglioranti la sua qualità di vita.
APPLICAZIONE
DELLO STILE MOTIVAZIONALE ALLA DINAMICA DI GRUPPO
Nella
realizzazione del gruppo, per migliorare i risultati e l’efficacia dello stesso,
si è utilizzato lo stile motivazionale, nelle seguenti modalità:
Creare
empatia al gruppo:
a)
creare
un’atmosfera di sostegno, centrata sui pazienti, esplorando i loro conflitti e
difficoltà;
b)
sviluppare un ascolto riflessivo ed un’atmosfera di accettazione e di
comprensione che permetta il miglioramento del Sé e delle proprie capacità
adattive alla malattia;
Evitare
contrapposizioni:
ridurre al minimo il
livello di resistenza del paziente, per favorire il cambiamento (in opposizione
con le tecniche confrontazionali), progettando un piano d’azione condiviso;
Aggirare ed
utilizzare le resistenze:
stimolare nel paziente
nuove percezioni
del Sé,
utilizzando l’attivazione
delle energie
del paziente,
dettate dalla
resistenza al cambiamento,
per aprire il
paziente a nuovi
percorsi di
vita;
Ampliare le
fratture interiori:
stimolare il paziente ad
arrivare alla
consapevolezza
della discrepanza tra
come si
percepisce e come vorrebbe
essere,
esplorando i propri valori ed
obiettivi (come
vorrebbe essere) e
confrontandoli
con la condizione
presente (come
si percepisce) permette
di ottenere
spunti di miglioramento;
Sostenere
l’auto-efficacia (Bandura):
sviluppare nel soggetto una
sempre
maggior fiducia nella
propria capacità
di stabilire un
comportamento prestabilito
migliora le
capacità adattive
alla malattia.
- attitudine a risolvere i problemi: capacità di analizzare le difficoltà
e trovare il modo giusto per superarle;
- attitudine sociale: capacità di comunicare e di avere relazioni sociali
adeguate e soddisfacenti;
CARATTERISTICHE E SCOPI
DEL GRUPPO
Il gruppo
aperto, organizzato da una psicologa con la supervisione di uno psichiatra e
psicoterapeuta, è composto da 8/10 partecipanti, uomini e donne, di età compresa
fra i 40 ed i 75 anni, affetti da morbo di Parkinson (MP) in stadi diversi della
malattia e dai loro familiari ed è strutturato in una serie di incontri
settimanali della durata media di 80 minuti circa da tre anni e mezzo.
Il percorso di sostegno si è tracciato sull’analisi di quattro aree, con lo
scopo di migliorare l’equilibrio personale del soggetto:
1) la
regolazione dell’affettività;
2) la cura e l’amore verso se stessi;
3) il rapporto con gli altri;
4) l’autostima.
Si è reso
necessario offrire ai soggetti malati ed ai loro familiari un luogo per
rielaborare il senso e gli scopi della loro vita, modificata dall’avvento della
malattia, stimolando e motivando il loro forte bisogno di rinnovamento e la loro
esigenza di nuovi modelli comportamentali.
Nel gruppo si è infatti evidenziato le
necessità di:
-
dare un senso ai
nuovi ruoli dei soggetti aderenti ai gruppi nei loro contesti familiari;
-
valorizzare i
soggetti, cercando di motivarli all’utilizzo delle abilità ancora possedute e a
sostituire attività motorie con attività intellettive e creative;
-
permettere ai
soggetti di uscire dall’isolamento, che la malattia e la sua cura implica,
ricominciando a desiderare;
e l’obiettivo di:
-
analizzare, riflettere e
rinnovare l’immagine del soggetto parkinsoniano negli stili mentali e
comportamentali emotivo-relazionali degli stessi partecipanti al gruppo,
affiancati dai familiari.
Il programma
si è articolato in più fasi:
-
Training assertivo
- Training di
rilassamento
-
Neuroriabilitazione
della memoria
-
Poesiaterapia.
La prima parte del programma si è svolta attraverso feed-back personali basati
sull’espressione dei propri sentimenti e sulla comunicazione dei propri vissuti
ed esperienze di vita e di malattia, in rapporto ad un tema trattato in modo
flessibile ed individuato in ogni incontro.
Supporto fondamentale per la parte iniziale dell’intervento è l’analisi e
l’approfondimento della “Carta dei diritti personali”, ispirandosi alla
quale il gruppo e la psicologa hanno scelto i temi da trattare.
Ogni diritto opportunamente personalizzato ha dato la possibilità ai
partecipanti di comprendere se stessi, in un percorso di miglioramento dello
stile comportamentale, in un utile tentativo di passaggio da uno stile di
comportamento passivo o passivo aggressivo ad un comportamento più assertivo,
aiutati dalla consapevolezza dei propri diritti e di quanto questa acquisizione
possa favorire la crescita dell’Io.
CONDIVISIONE DEI
PROBLEMI
La condivisione dei problemi ha aiutato i componenti del gruppo a superare le
difficoltà quotidiane motorie e non, ma anche a cercare modalità più efficaci di
affrontare i problemi, dimostrando l’aiuto dell’espressività verbale nel
superamento degli stessi.
Lo sforzo dei soggetti di esplorare le proprie modalità di relazioni
interpersonali sia all’interno che all’esterno del gruppo, ha permesso di
migliorare le dinamiche del gruppo e di migliorare l’espressività della propria
sofferenza emozionale e anche la non accettazione del corpo reso “diverso” dalle
conseguenze negative della malattia.
Si è cercato di insegnare ad accettare anche le tematiche depressive, che sono
affiorate ed in seguito contenute, a saper ascoltare il pianto e la
disperazione, in un percorso di raggiungimento della coscienza del Sè.
Con il tempo, la crescita personale dei singoli soggetti ha permesso loro di
proporre un proprio contributo attivo e partecipato alla crescita collettiva ed
il sostegno degli altri ha consolidato la consapevolezza dei propri sentimenti,
stati d’animo, bisogni e desideri ed una loro sana espressione creativa.
La comunicazione intragruppo ha permesso il superamento dei bisogni primari e
l’individuazione di parametri di auto-realizzazione, incrementando
l’auto-efficacia.
La conoscenza di se stessi e dell’importante contenuto che il soggetto malato
può superare le barriere autoimposte dei propri limiti personali e che oltre ai
propri bisogni vitali ed alla propria traduzione corporea, il soggetto può
esprimere la sua funzione personalità, ovvero la rappresentazione che il
soggetto fa del proprio Sé e la sua funzione decisionale di scelta rispetto alle
richieste ed alle pulsioni provenienti dall’ambiente familiare e da quello
esterno ha portato ad un’interazione al fine auto-conservativo e di sviluppo
armonico dell’Io.
RIDUZIONE VOLONTARIA
DELLA TENSIONE (MUSCOLARE E PSICOLOGICA)
La seconda parte del programma permette una riduzione volontaria della tensione.
La tensione può essere fisica (muscolare) oppure può essere mentale o
psicologica.
Il rilassamento ha lo scopo di modificare la natura dei segnali inviati dal
cervello alla periferia del corpo e viceversa. Per effetto della continua
interazione tra corpo e mente, la sensazione di calma che deriva dal
rilassamento è sia di tipo fisico, che psicologico o mentale.
La metodica di rilassamento più efficace nella malattia di Parkinson e
utilizzata nel programma terapeutico è stato: il rilassamento progressivo del
fisiologo statunitense Edmund Jacobson.(1964) a carattere fisiologico e
analitico.
Con esso si considerano i singoli fasci muscolari ad uno ad uno esercitandoli,
ad un alternarsi di contrazione e distensione.
Così il soggetto apprende a distinguere chiaramente le sensazioni legate allo
stato di tensione muscolare ed a quello di riposo, e si utilizza la distensione
muscolare per ridurre l’eccitabilità cerebrale.
L’allenamento è di tipo fisico e mentale: la contrazione e la decontrazione
della muscolatura delle varie parti del corpo è accompagnata dall’attenta
osservazione delle sensazioni psicologiche prodotte dall’azione fisica,
utilizzando una buona respirazione diaframmatici e acquisendo una sempre maggior
conoscenza del proprio corpo, degli aspetti psico-fisici e viscerali, riducendo
la tensione e la rigidità muscolare e il tremore, sintomi fastidiosi della
malattia e causa di fobia sociale.
NEURORIABILITAZIONE DEI
DEFICIT MNESICI
La terza parte del programma riguardante la neuroriabilitazione dei deficit
mnesici dovuti alla malattia si è concentrata sul miglioramento o la
conservazione delle abilità mnesiche e l’utilizzo della memoria immediata e
differita e delle fasi del processo di memorizzazione, fissazione e ritenzione e
rievocazione.
Scopo è quello di migliorare le abilità di memoria di cifre in soggetti
parkinsoniani non dementi.
Dopo la somministrazione del subtest Memoria di Cifre del test Scala
d’Intelligenza per Adulti di Wechsler Rivista (W.A.I.S.-R), il gruppo ha
lavorato cercando di migliorare le capacità di memoria mediante l’utilizzo di
esercizi di ripetizione diretta ed inversa, da scriversi in un quaderno con
difficoltà progressivamente in aumento.
Gli esercizi consistevano nel memorizzare numeri utili per la vita dei pazienti,
tra cui l’emergenza sanitaria, vigili del fuoco, polizia ed i numeri di
familiari ed amici più vicini alla vita del soggetto, seguendo un approccio
ecologico.
La socializzazione e l’aiuto reciproco nella risoluzione degli esercizi ha
portato a risultati soddisfacenti (retest Memoria di Cifre della Scala
d’Intelligenza di Wechsler per Adulti), migliorando l’autostima dei soggetti
nell’apprendimento comune di strategie mnesiche.
MEZZI
ESPRESSIVI E COMUNICATIVI DELL'ARTE POETICA
La quarta parte si è concentrata sull’utilizzo di mezzi espressivi e
comunicativi dell’ arte poetica.
Il percorso terapeutico si è sviluppato attraverso la lettura, l’interpretazione
di poesie scritte da autori famosi e da pazienti del gruppo.
L’area artistica diventa area intermedia tra la realtà soggettiva di ciascuno e
la realtà oggettiva che ci circonda, area che aiuta a mettere in comunicazione e
a collegare l’esterno con l’interno, creando un adeguato equilibrio tra la sfera
emozionale e razionale dei soggetti.
Questo metodo ha favorito il crearsi di un giusto spazio di comprensione,
condivisione e accettazione della
malattia e delle difficoltà conseguenti in un contesto relazionale e
comunicazionale soddisfacente. L’espressione attraverso l’arte poetica di quegli
aspetti affettivi-emotivorelazionali sommersi ha permesso ai pazienti di
esprimere la parte più profonda, autentica, creativa del Sé, generando energie
positive, vitali e motivazionali utili al recupero di un significato progettuale
e valoriale del senso della vita. L’aumento dell’autostima ed autoefficacia dei
soggetti è stato possibile attraverso la “reminiscenza” del passato, il
controllo del presente e la ricostruzione del futuro con l’aiuto dei ritmi e dei
tempi della forma poetica.
IL RUOLO DELLA PSICOLOGA
La psicologa ha
seguito il percorso di :
-
offrire input di lavoro ai partecipanti al gruppo, in merito alle diverse
tematiche individuate con stimoli propositivi;
-
intervenire
all’interno delle dinamiche relazionali riguardanti vissuti riportati dal
soggetto o dal gruppo;
-
offrire la
possibilità al gruppo di ricordare la memoria passata da riferirsi al contesto
premorboso allo scopo di un armonico confronto con un presente, di cui si è
cercato di aumentare la sopportazione e la tollerabilità;
-
prospettare visioni evolutive in rapporto alle situazioni problematiche
proposte;
-
collocarsi all’interno del gruppo sia come elemento facilitatore della
comunicazione sia come soggetto empatico, fornitore di mediazione relazionali,
utili allo sviluppo progressivo di un clima comunicativo improntato alla
flessibilità ed alla capacità autorealizzativa.
SINTESI ED
EFFICACIA DELL’ESPERIENZA
L’obiettivo generale è stato quello di creare un clima supportivo, nel quale i
soggetti possano con facilità esplorare le conflittualità interiori e superarle
con una comprensione accurata ed un atteggiamento empatico, un ascolto
riflessivo ed un’accettazione priva di giudizi e critiche, che possa stimolare
il cambiamento.
Lo sforzo successivo deriva dall’aiutare il soggetto a ritrovare nel Sé nuove
percezioni più positive e rassicuranti, senza obiettare e ribattere ed
utilizzando la resistenza terapeutica al fine di raggiungere nuove soluzioni di
vita.
L’utilità di lavorare sulla frattura interiore e sulla discrepanza tra “come
sono” e “come vorrei essere”, permette di esplorare i propri vissuti,
creando un anello di congiunzione valido ed efficace con il presente e con le
proprie priorità.
Il percepire la frattura interiore infatti è una spinta motivante al cambiamento
e permette di esaminare dall’interno del soggetto i propri valori esistenziali,
per comprenderli ed esaminarli, con il confronto con gli altri.
Si è cercato di mantenere bassi i livelli di resistenza del soggetto ed
abituarli ad affrontare le difficoltà, senza minimizzarle, ma con il
convincimento di riuscire a conseguire gli obiettivi, che il soggetto ha
rielaborato insieme alla psicologa ed al gruppo.
Il gruppo diventa testimone degli obiettivi di miglioramento e della loro
realizzazione, in uno spirito di solidarietà e di comunanza, che si rivela
stimolante.
In
sintesi, dagli scopi prefissati nell’esperienza di gruppi di sostegno:
-
Evidenziare la
presenza di nuclei psicopatologici che ostacolano o impediscono la
partecipazione e lo sviluppo di un lavoro di gruppo migliorativo;
-
Recuperare le
abilità sociali e migliorare la socializzazione;
-
Dimostrare al gruppo l’utilità del riconoscere le proprie emozioni e
dell’esprimerle attraverso mezzi verbali e non;
-
Promuovere abilità interpersonali nell’aiuto, nella comprensione e nell’ascolto
reciproco;
-
Imparare ad esprimere sentimenti e pensieri positivi.
Abbiamo raggiunto i seguenti obiettivi:
-
Miglioramento nella condivisione di modalità efficaci di problem-solving;
-
Approfondimento di informazioni sulla malattia, sulla sua evoluzione e sulle sue
possibilità terapeutiche, favorendo l’adesione terapeutica al farmaco;
-
Apertura alla
condivisione delle esperienze sulla malattia;
-
Miglioramento delle capacità adattive del paziente all’ambiente e alla malattia;
-
Esplorazione delle proprie modalità di relazioni interpersonali sia verbali, che
non verbali, all’interno e all’esterno del gruppo;
-
Modifica delle strategie interpersonali inadeguate;
-
Analisi dei diritti personali, ricercando un comportamento più assertivo;
-
Riduzione della fobia sociale e del disagio emozionale rispetto alle difficoltà
motorie;
-
Sviluppo di capacità creative ed espressive. Il basso drop-out fa comprendere
l’atteggiamento partecipativo del gruppo, che ha potuto migliorare la
comunicazione, la consapevolezza personale intrafamiliare ed extrafamiliare
delle problematiche relative alla malattia, in uno spazio esterno di
condivisione e di crescita personale del proprio mondo interiore.


IL RUOLO DEL MEDICO DI MEDICINA GENERALE NELLA GESTIONE CLINICA DEL MALATO PARKINSONIANO
DOTT.SSA MACCHI LINA ALESSANDRA
Medico di Medicina Generale- Specialista in Neurologia - Gallarate
(Varese)
Il medico di Medicina Generale lavora in una posizione
particolare perché è sia dispensatore di cure per ogni suo assistito che
deputato a richiedere esami di approfondimento e l’intervento dello specialista
quando lo ritenga necessario.
E’ responsabile in prima persona della salute del suo paziente ma è anche un
ponte, un tramite tra il malato e lo
specialista.
Quando una persona ritiene che il suo stato di salute o di benessere sia venuto
meno, quando avverte un malessere, un disturbo nuovo generalmente si rivolge
innanzitutto al proprio medico di famiglia.
Il morbo di Parkinson esordisce lentamente, in modo
insidioso, con vari sintomi, per cui il paziente può recarsi dal medico di
famiglia per diversi disturbi, perché infastidito da un fine tremore alle mani o
più spesso a una mano sola, perché sente che le gambe sono diventate dure e
pesanti, perché cade facilmente, per una sintomatologia dolorosa agli arti
inferiori o alla spalla, perché la voce è diventata flebile e la parola si
inceppa, perché la calligrafia è diventata illeggibile per una scrittura
irregolare e insicura, per una sintomatologia di tipo ansioso-depressivo o una
maggiore affaticabilità.
In altri casi è accompagnato dai familiari che hanno notato cambiamenti nelle
normali attività quotidiane come difficoltà nel vestirsi o nel lavarsi perché
l’esecuzione del movimento è rallentata. Oppure è il medico stesso che conosce
la persona da tempo a notare un passo più lento, un’andatura più incerta flessa
in avanti, un’espressione più triste sul viso meno espressivo.
Quando il medico di famiglia propone una visita neurologica
si crea inevitabilmente una reazione di allarme perché l’intervento di uno
specialista conferma l’esistenza di un problema serio che richiede un
approfondimento della diagnosi.
Il lavoro del medico di famiglia è difficile perché deve gestire le ansie che
un’alterazione dello stato di salute crea e nello stesso tempo deve avviare il
paziente all’assistenza più qualificata a cui ha diritto. Quando il neurologo ha
espresso la diagnosi, il malato ritorna all’ambulatorio del medico di Medicina
Generale ancora più spaventato e con molte domande sulla terapia, sulla
prognosi.
Si crea la necessità di verificare la comprensione di quanto detto dallo
specialista sulla diagnosi e sulla modalità di assunzione dei farmaci.
Il paziente deve poter fare molte domande e ricevere risposte adeguate: per
accettare la sua malattia la deve conoscere. Spesso i farmaci usati nel morbo di
Parkinson danno all’inizio della cura spiacevoli effetti collaterali: nausea,
vomito, agitazione. In tali casi il paziente e i familiari potrebbero decidere
di interrompere la cura e solo col supporto del proprio medico si possono
accettare per qualche giorno gli effetti collaterali per poi vedere i vantaggi
terapeutici.
La Levodopa è più efficace se assunta a stomaco vuoto, ma così dà più facilmente
nausea e vomito; si può allora decidere insieme di assumerla vicino ai pasti
purché si limiti l’apporto di proteine (AA) col cibo. Anche pasti troppo ricchi
di grassi, rallentando lo svuotamento gastrico, possono diminuire l’assorbimento
del farmaco, per cui si consiglia una dieta equilibrata.
Generalmente, nel corso degli anni, il dosaggio dei farmaci
deve essere aumentato ma così possono insorgere discinesie (movimenti
involontari incontrollabili) o blocchi del movimento in certe ore della
giornata, per cui il paziente viene invitato a tenere un diario delle sue
capacità motorie per regolare meglio il dosaggio e i tempi di assunzione dei
farmaci.
Quando i dosaggi della Levodopa sono elevati può essere necessario sbloccare i
recettori del farmaco diminuendo temporaneamente il dosaggio: così si crea un
temporaneo peggioramento delle capacità di movimento vissuto sempre con molta
angoscia dal paziente ma in questo modo si pongono le premesse per una ripresa
dell’efficacia della cura.
Risulta evidente quindi come la terapia del morbo di Parkinson non sia sempre
uguale per tutti i pazienti ma debba essere personalizzata perché anche piccoli
cambiamenti di dose e di orario possono migliorare molto la risposta ai farmaci.
Il medico di famiglia ha un rapporto quotidiano col paziente e può quindi
aiutarlo a superare le difficoltà evidenziando o ascoltando il problema e
proponendo dei cambiamenti, ma anche facendo sì che il paziente diventi
interlocutore attivo e consapevole.
Il medico deve saper accogliere e condividere le ansie del paziente, usare tutte
le sue conoscenze per curarlo ma anche coinvolgerlo nella coscienza della sua
malattia.
Oggi internet offre molte informazioni a tutti su ogni argomento, ma le
informazioni di carattere medico sono molto spesso mal interpretate da un
profano. Io credo che sia utopistico pensare che il malato oggi non debba
attingere le notizie dalle numerose fonti che ha a disposizione, ma che debba
poter parlare col proprio medico di quanto ha letto su internet per capire
meglio la sua malattia in un rapporto di piena fiducia in chi lo cura.
La malattia mette di fronte a situazioni di perdita di
capacità, di funzioni, di ruolo sociale, con la necessità di un
ridimensionamento dei propri progetti di vita. L’aggravamento crea problemi
psicologici soprattutto nel soggetto giovane perché cambia il suo ruolo
lavorativo e sociale e nella famiglia che vive un momento di crisi e deve
trovare la capacità di riadattarsi ad una nuova esperienza che rende necessario
ridefinire i ruoli. Anche qui il medico di famiglia può intervenire perché
talvolta i famigliari rifiutano di accettare la malattia negandola o
colpevolizzando il malato per ciò che non sa fare oppure diventano troppo
protettivi: volendo evitare al malato ogni turbamento lo mettono da parte quando
si devono prendere decisioni importanti emarginandolo o facendolo ritornare
bambino.
L’obbiettivo è quello di far mantenere al malato la sua
indipendenza il più a lungo possibile aiutandolo ma non precedendolo nelle sue
azioni. Talvolta il paziente col morbo di Parkinson ha solo bisogno di più tempo
perché deve fare uno sforzo per iniziare qualunque movimento che deve essere
pensato e voluto.
Non si può far fretta a un paziente parkinsoniano, bisogna
“avere tempo e dare tempo”. La voce è flebile e le parole scandite con fatica e
talvolta sussurrate. Non si può parlare in fretta a un paziente parkinsoniano;
se si vuole dialogare con lui bisogna mettersi sulla sua lunghezza
d’onda.
La depressione colpisce spesso chi ha il morbo di Parkinson
come pure disturbi d’ansia o fobia sociale che si mascherano spesso dietro ad un
volto scarsamente espressivo che tende a nascondere il vissuto emotivo che è
molto intenso e richiede molta comprensione e uno sforzo comunicativo.
Concludendo, il paziente
con morbo di Parkinson deve essere certamente seguito dallo specialista
neurologo che deve collaborare col Medico di Medicina Generale che ha un
rapporto più confidenziale e continuo col malato, che conosce complessivamente
lui e la sua famiglia, che può fare da tramite e da interprete delle
prescrizione specialistiche.
Con una stretta collaborazione tra paziente-famiglia-medico
di base e specialista si deve cercare di migliorare la qualità di vita del
malato rendendolo più sereno verso il futuro.

LA DIMENSIONE PSICOLOGICA DEL MALATO DI PARKINSON
DR. ENRICO TOMASI
Psicologo, psicoterapeuta
Centro di Riabilitazione Polifunzionale di Zevio (Verona)
Il paziente affetto da morbo di Parkinson è una persona che
viene notata dall’osservatore esterno per il tremore diffuso, le acinesie.
La malattia è visibile, non è camuffabile, in particolare nei momenti di “off”.
Il malato parkinsoniano come altri malati neurologici vive la malattia come una
grossa minaccia alla vita di relazione, alla vita sociale.
Altre malattie, penso ai tumori, ai disturbi cardiocircolatori quali
l’ipertensione arteriosa grave, sono patologie non immediatamente visibili: la
menomazione fisica intacca seriamente il benessere psicofisico della persona ma
il paziente non appare diverso dalla persona sana.
Così non è per il malato di Parkinson.
In questo caso la malattia è frustrazione dell’esigenza umana di un benessere
fisico e psichico (il corpo ammalato influisce negativamente sul tono
dell’umore, sul livello d’ansia della persona), ma anche frustrazione
relazionale ogni qual volta il paziente comprende che la sua disabilità fisica
suscita la curiosità invadente degli altri o una forzata compassione.
Penso che questa frustrazione legata alla difficoltà di intessere rapporti
sociali non stressanti sia vissuto frequente del
paziente con morbo di Parkinson.
Le difficoltà di rapporto sociale, la difficoltà di accettare la
progressiva invalidità fisica e le menomazioni che comporta sono problemi che il
paziente con Parkinson deve affrontare e che spesso incidono negativamente
sull’umore.
Uno studio di Dooneief et al. 1992, indica una percentuale del 47% di disturbo
depressivo nei pazienti con malattia di Parkinson.
Inoltre, i malati di Parkinson possono risentire di un indebolimento della
performance nei ruoli sociali a causa del comportamento impulsivo e
inappropriato alle circostanze che il malato a volte manifesta.
Sono poi possibili disturbi di tipo allucinatorio: più frequenti le
allucinazioni visive, meno frequenti quelle uditive.
I fenomeni allucinatori hanno una durata massima di qualche minuto e raramente
si osserva uno stato di confusione mentale: quindi vi è la consapevolezza di
quello che si vive in quel momento.
Nei pazienti con morbo di Parkinson risultano più rari gli episodi psicotici, ad
esempio il disturbo delirante tipo di gelosia e tipo di persecuzione con la
paura di avvelenamento.
Negli ammalati con morbo di Parkinson si possono riscontrare anche una serie di
disturbi cognitivi.
I pazienti spesso presentano deficit nell’ambito degli esercizi di risoluzione
di problemi e di formazione dei concetti.
Può declinare in modo considerevole la capacità di insight e di giudizio.
Le persone con disturbo di Parkinson possono presentare delle difficoltà con
compiti costruttivi, nella fluidità verbale, nel ragionamento non verbale e in
certi aspetti della percezione del linguaggio.
La presenza del disturbo depressivo in molti pazienti con morbo di Parkinson
rende più difficile una corretta valutazione dello stato cognitivo del paziente.
La persona depressa, ad esempio, può affrontare una situazione di test con una
scarsa motivazione ai compiti proposti e questo stato psicologico tende a
peggiorare il rendimento alla prova.
Ritengo utile nel primo contatto dello psicologo con il malato di Parkinson, che
il professionista somministri una scala psicometrica finalizzata alla
valutazione dell’eventuale presenza di depressione.
Una valutazione psicologica fatta attraverso una scala di questo tipo risulta
inoltre molto utile per sondare l’efficacia di un intervento di sostegno
psicologico individuale al paziente, di un percorso di psicoterapia o di un
supporto psicofarmacologico.
La stessa scala somministrata può essere riproposta dopo un certo lasso di tempo
per verificare l’andamento clinico del disturbo depressivo.
La valutazione psicologica del paziente con morbo di Parkinson deve prevedere
un’indagine approfondita sullo stato emotivo del soggetto.
Bisogna verificare oltre alla presenza o assenza di disturbo depressivo, il
livello dell’ansia attuale e di tratto (indice che indica la propensione
soggettiva all’ansia).
Ritengo inoltre utile una valutazione del livello cognitivo del paziente fatta
anche con una semplice scala per la valutazione dello stato cognitivo.
Qualora si evidenziassero dei deficit sarà compito dello psicologo approfondire
la valutazione magari avvalendosi della consulenza di un neuropsicologo.
Bisogna poi sentire i familiari del paziente: da loro si possono ottenere delle
utili informazioni sul quadro psichico del loro congiunto, su eventuali
comportamenti anomali e sui possibili deficit cognitivi da loro notati (ad
esempio vuoti di memoria).
Lo psicologo avrà inoltre modo di comprendere qual è il vissuto dei familiari
rispetto alla malattia del paziente, la presenza nei familiari di eventuali
disturbi d’ansia e/o di depressione o di atteggiamenti di fuga rispetto alla
malattia del loro congiunto.
Lo psicologo deve verificare nel paziente come nel familiare eventuali
aspettative irrealistiche nei confronti delle cure, atteggiamenti di disimpegno
o di eccessiva banalizzazione dei problemi fisici e psichici del malato nella
fase iniziale della malattia.
E’, inoltre, necessario che lo psicologo rimanga aggiornato attraverso il
contatto con il neurologo che segue il paziente dei vari atti terapeutici medici
messi in atto.
In questo modo lo psicologo può essere di maggiore aiuto nel favorire la
compliance del paziente rispetto al trattamento farmacologico, che può
presentare i suoi pesanti effetti collaterali, magari sul lungo periodo, come
nel caso della terapia dopaminergica.
Queste succitate sono le premesse per poter calibrare un intervento di sostegno
psicologico con il paziente e con il nucleo familiare e qualora se ne intraveda
l’utilità, di un intervento psicoterapeutico per intervenire su eventuali gravi
disturbi psichici del paziente.
Può inoltre essere utile l’apprendimento da parte del paziente con morbo di
Parkinson di tecniche di rilassamento psicofisico su base autosuggestiva.
Una tecnica interessante è il training autogeno, che comprende una prima serie
di sei esercizi, il cosiddetto ciclo somatico, dove per mezzo di una
concentrazione psichica passiva su specifiche formule si porta il corpo ad uno
stato di rilassamento contraddistinto tra l’altro da un tono muscolare simile a
quello di una persona che dorme.
Questa serie di esercizi è utile per favorire una distensione psicofisica che
permette anche di recuperare energie; inoltre si favorisce l’autocontrollo
emotivo, attraverso l’acquisizione progressiva nell’allenamento agli esercizi,
di uno stato di calma interiore.
Gli esercizi possono essere appresi sia individualmente con il terapeuta sia in
seduta di gruppo e vanno svolti preferibilmente distesi su un lettino.
Qualora siano indicati, vi è inoltre una serie superiore di esercizi che è da
considerarsi una vera e propria psicoterapia.
Con questa ulteriore serie di esercizi si possono evidenziare anche eventuali
traumi emotivi che la persona rimuove a livello cosciente, e vissuti psicologici
personali di cui si ha poca coscienza.
Il tutto con il fine anche di una maggiore conoscenza di sé ed accettazione
della propria realtà emotiva più profonda.
Questa, come altre tecniche di psicoterapia, può portare ad un condizionamento a
livello subconscio sull’atteggiamento psichico del paziente rispetto alla sua
malattia, favorendo comportamenti più appropriati alla gestione della stessa.
Il contatto costante con i familiari e con eventuali altre persone che vivono in
stretto contatto con il paziente, risulta poi un necessario rimando allo
psicologo dell’efficacia del proprio intervento al di là della valutazione
psicologica del paziente fatta nel corso dei colloqui dal professionista stesso.

DOMANDE ALLO PSICOLOGO
risponde Joachim Kohler
neuropsicologo e psicoterapeuta*
Direttore del Centro per la malattia di Parkinson - Clinica Neurologica Humaine
di Zihlschlacht TG
1. Ultimamente mi accade
sempre più spesso di finire sotto stress quando mi trovo tra la gente a causa di
improvvisi blocchi motori oppure perché non riesco a star dietro al ritmo degli
altri. Questo mi deprime talmente che non oso più uscire da solo.
Anche se la malattia di Parkinson è una malattia neurologica
dovuta alla carenza di dopamina, sullo stato di benessere della persona giocano
un ruolo importante anche i fattori psicologici. Così, ad esempio, situazioni di
stress possono avere forti effetti negativi sui sintomi motori tali da
vanificare perfino l’efficacia del trattamento farmacologico.
Proprio in pubblico i pazienti con la malattia di Parkinson si possono trovare
in situazioni motorie imprevedibili che scatenano stress e, di conseguenza, si
accentuano i sintomi tipici della malattia.
Se queste situazioni si ripetono, non di rado il paziente cerca di evitare gli
altri, anzi, con il tempo, atteggiamenti di questo tipo possono condurre ad una
totale chiusura sociale e, in più, si aggiungono spesso anche sentimenti di
impotenza e di depressione.
In un sondaggio che ha coinvolto oltre tre mila pazienti affetti dalla malattia
di Parkinson, i due terzi hanno ammesso che già ai primi segnali di stress i
sintomi parkinsoniani erano peggiorati.
Per evitare che si arrivi a questo circolo vizioso che più a lungo dura, più
difficile è debellarlo, si dovrebbe intervenire il più presto possibile con
provvedimenti a carattere psicologico.
Durante le sedute con lo psicologo, vengono dapprima analizzate le situazioni
che provocano disagio. Il susseguente training per superare lo stress, dovrebbe
aiutare il paziente ad evitare l’isolamento sociale attraverso una migliore
accettazione della malattia e, quindi, dei disagi che può provocare, senza
vergognarsene.
E’ anche importante per il malato far conoscere ai familiari i sentimenti che
prova in quel momento: come vive la malattia e cosa significa per lui.
In determinate circostanze vengono introdotti anche “giochi delle parti” tramite
“videofeedback” così il malato può esercitarsi applicando, in situazioni
problematiche ricorrenti, determinate regole di comportamento.
Il problema non va affrontato chiudendosi in se stessi con la propria malattia e
isolandosi socialmente, è invece necessario imparare ad utilizzare al meglio i
propri spazi di benessere fisico.
2. Malgrado
il trattamento farmacologico, vivo le fluttuazioni motorie come una minaccia.
Soprattutto i momenti di blocco motorio sono per me molto penosi. Cosa posso
fare per superare questa paura?
Per i pazienti che partecipano volentieri alla vita sociale,
sono molto gravose le fasi di acinesia durante le quali la motilità è limitata o
addirittura bloccata.
Ne va della qualità della vita.
Per cercare di risolvere psicologicamente questa problematica si può ricorre a
diverse strategie.
Bisogna, prima di tutto, prendere atto che emozioni negative come paura, panico,
senso di abbandono e d’impotenza peggiorano la situazione. Si può provare ad
imparare speciali tecniche di rilassamento la cui applicazione può rivelarsi
utile anche in determinate situazioni sociali per migliorare le proprie
sensazioni ed acquisire maggiore fiducia in se stessi e maggiore stabilità.
Così è possibile sopportare meglio le crisi acinetiche senza doversi isolare
completamente.
Un altro modo di procedere potrebbe essere quello di ripensare il proprio ruolo
sociale ed eventualmente modificarlo. Non è sempre necessario, per esempio,
essere in società “il cavallo trainante”. Ci sono tanti modi diversi per
partecipare alla vita sociale e che si possono adattare meglio ad una fase di
acinesia, per esempio, l’ascolto attento. E’ bene anche che gli altri
partecipanti del gruppo siano informati sulla malattia di Parkinson, su i suoi
sintomi e siano al corrente delle esigenze personali di chi ne è affetto. In
questo modo si possono evitare per il malato ulteriori incomprensioni e
situazioni sgradevoli.
Non esiste però una ricetta standard. La formula per superare queste difficoltà
può essere assai diversa da caso a caso. Per trovarla può essere d’aiuto
rivolgersi allo psicologo.
3. Assisto
mia moglie malata di Parkinson da alcuni anni. Talvolta perdo la pazienza con
lei. Poi mi dispiace e provo dei sensi di colpa.
Specialmente nella fase precoce, subito dopo la diagnosi
della malattia di Parkinson, ma anche lungo il decorso della malattia, i coniugi
dei malati parkinsoniani hanno la tendenza ad essere troppo premurosi.
Da una parte si vorrebbe evitare, il più possibile, qualsiasi lavoro al malato e
dall’altra anche il familiare ha l’esigenza di avere i propri spazi.
Vi sono, inoltre, situazioni in cui il marito o la moglie tendono ad attribuire
al malato cattiva volontà: capita anche, nonostante sia stato tutto
accuratamente pianificato, che al malato improvvisamente non va di fare più
niente, ad esempio: andare dal medico. Allora si fa tutto con grande fatica, poi
in sala d’aspetto, è di nuovo tutto normale, come se nulla fosse successo:
tipiche situazioni di stress che possono far scappare la pazienza ai familiari.
Succede, poi, che abbiano sensi di colpa perché non sono riusciti a comportarsi
come volevano, come dei buoni partner.
E’ sicuramente vero che, a causa della malattia, i compiti giornalieri fra i
coniugi devono essere suddivisi diversamente. Dall’altra parte si deve lasciare
fare al malato, se pur lentamente, tutto quello che è in grado di fare.
Per superare queste situazioni di tensione, è importante anche per il coniuge
avere un sostegno psicologico.

LA MALATTIA DI PARKINSON NELLA FAMIGLIA
DR.SSA TERESA SERRA
Psicologa, Terapeuta della Famiglia
Centro di Psicoterapia
e Arte applicata alla Psicologia
Studi relazionali alla terapia della famiglia - Parma
LA FAMIGLIA
La famiglia è il modo prevalente in cui le persone
vivono insieme.
Comincia con una donna ed un uomo che provengono da famiglie diverse,
ognuno con proprie abitudini di convivenza. Quando si forma una nuova
famiglia, i due coniugi contrattano, sulla base delle loro esperienze
precedenti, il modo in cui vivere insieme. Infatti, la comunità sociale
dice solamente a grandi linee come deve essere la famiglia. Oggi ci si
aspetta che essa sia piuttosto autonoma dal sostegno finanziario ed
emotivo delle famiglie di origine dei due coniugi e che i ruoli sessuali
al suo interno siano tendenzialmente paritari. Sono acquisizioni
recenti. Entro questi limiti, c’è ampia libertà di scelta su come
organizzare la famiglia, ad esempio nella ripartizione dei compiti di
educazione dei figli fra due coniugi ecc., secondo le preferenze e
l’esito della contrattazione fra i suoi membri.
Si possono descrivere i rapporti fra le persone in termini di differenza
o di somiglianza. Quando in una coppia c’è una persona prepotente ed
una sottomessa, oppure una efficiente e l’altra relativamente inetta,
quando cioè i rapporti sono quasi gerarchici nella distribuzione, molto
diversa, di potere responsabilità fra due persone, per cui sembra che
una persona stia sempre sopra e l’altra sempre sotto, una comanda e
l’altra obbedisce, una decide e l’altra esegue, questi rapporti sono
organizzati per differenza. Nei rapporti organizzati per somiglianza, le
persone hanno più o meno lo stesso comportamento, come, ad esempio,
sacrificarsi per la famiglia, prendersi cura dei figli, ecc..
La contrattazione, fra una donna e un uomo che si mettono insieme a
formare una nuova famiglia, riguarda le cose più banali della vita
quotidiana. Un comportamento tipico: il marito non ripone i suoi vestiti
nell’armadio; probabilmente nella sua famiglia di origine era la
moglie a farlo (cioè i rapporti erano organizzati per differenza).
Nella definizione della famiglia di oggi, cioè paritaria, questo spetta
a lui. Perciò, se lui “se ne dimentica” sempre, lei si arrabbia.
L’esito di discussioni come questa fra marito e moglie stabilirà come
andranno le cose nella famiglia che si sta formando, nelle varie aree
della vita comune.
Altro caso, se all’inizio del matrimonio la moglie non lavora fuori e
si occupa della casa, una volta che questa trova un lavoro si altera
l’equilibrio precedente per cui, ad esempio, se prima preparava il
pranzo per una certa ora del giorno, non può più farlo. Il marito può
reagire in vari modi: sostituirla in cucina, non accettare la situazione
mutata ed aprire una discussione, mettere il muso, non dire niente e
vendicarsi in modo indiretto ecc..
Tutto questo fa parte di una contrattazione che non avviene solamente
per parole (ragionamenti, discussioni, litigi), ma anche attraverso
comportamenti quotidiani come quelli descritti. Il risultato di tutto
questo contrattare fra marito e moglie è che la famiglia che ne uscirà
avrà le sue regole particolari, che sono l’identità di questa
famiglia. E’ come con le carte francesi: si possono fare diversi
giochi, pur restando le stesse carte. Quello che decide se si tratta di
Pinnacolo anziché di Scala quaranta sono le regole del gioco. Così una
famiglia è sempre una famiglia, ma ognuna ha le sue proprie regole, che
ne fanno l’identità, l’organizzazione di quella famiglia.
La famiglia, che si è strutturata nel tempo e che si è accresciuta con
l’arrivo dei figli, è un po’ come un corpo vivente: qualsiasi cosa
possa succedere ad uno dei suoi membri influisce su tutti gli altri.
E’ un po’ come accade agli organi dentro un corpo vivente: fegato,
cervello, rene, non sono solo degli organi isolabili dal resto, ma sono
fatti anche delle relazioni che hanno con tutti gli altri organi. Questa
analogia serve per dire che si può capire il comportamento di una
persona se si guarda anche al comportamento dei suoi familiari.
La famiglia cambia nel corso del tempo, perché ci sono processi interni
ed eventi esterni che la portano continuamente a cambiare, ad
attraversare fasi diverse. Una tappa importante è la nascita del primo
figlio, che porta la famiglia a rivolgersi al proprio interno per
affrontare i compiti di accudimento. Poi c’è l’ingresso del bambino
a scuola, che è il primo confronto con la società sul tipo di
educazione che la famiglia ha dato al bambino, una specie di “primo
esame” di tutta la famiglia.
Momenti successivi sono l’adolescenza dei figli, il giovane adulto che
lascia la casa, la coppia anziana che rimane quando i figli sono andati
via. Ad ogni momento del ciclo di vita della famiglia corrisponde un
compito particolare.
L’EVENTO CRISI DELLA MALATTIA
DI PARKINSON NELLA FAMIGLIA
In generale, la malattia è un momento di crisi per la
famiglia, nel senso che arriva in una organizzazione familiare in cui
sono stati distribuiti dei ruoli, ci sono determinati compiti relativi
alla fase in cui si trova la famiglia che devono essere assolti e la
malattia viene ad interferire con tutto questo, con importanti
conseguenze. La malattia di Parkinson ha alcune caratteristiche. E’ ad
insorgenza graduale. Una malattia che aumenta a poco a poco nel tempo le
richieste alla famiglia di adattamenti necessari (che possono essere
cambiamenti di ruolo, di funzione dei suoi membri) permette una maggiore
gradualità nei cambiamenti e provoca, quindi, minore disagio di una
malattia in cui una crisi immediata (esempio ictus) comporta cambiamenti
molto forti in tempi molto brevi. Taluni casi: un padre che è stato il
maggior sostegno economico della famiglia e ha sempre prevalso nelle
decisioni, può dover essere accudito; una madre che è sempre stata
efficiente, il perno della famiglia, può dover dipendere dagli altri;
un giovane adulto che si prepara ad uscire di casa, a farsi una vita
propria, a causa della malattia di uno dei genitori può decidere di
rimandare nel tempo i suoi progetti, rinunciandovi per un certo periodo.
C’è comunque una crisi per il cambiamento di ruoli e per una perdita
dell’identità precedente della famiglia che diventa un’altra,
conservando il ricordo di quello che era, per affrontare la crisi dovuta
alla malattia. Poiché è una malattia progressiva richiede un continuo
cambiamento all’interno della famiglia ed un modo di adattarsi ad essa
che mantenga però una certa autonomia dei suoi membri. Affrontare la
malattia e salvaguardare l’autonomia delle persone dentro la famiglia
sono i due compiti cui far fronte. Anche se la malattia di Parkinson non
influisce sul rischio di vita, mette ugualmente di fronte a situazioni
di perdita: di funzioni, di ruolo sociale, di alcune capacità. Tali
situazioni richiedono un certo lavoro di elaborazione del lutto, di
ridimensionamento dei propri progetti di vita.
E’ una malattia inabilitante, anche se in maniera molto graduale. Il
maggior disagio nella famiglia viene dal fatto che può essere
inabilitante a livello dell’autonomia motoria e talora delle funzioni
cognitive. Un elemento facilitante che arriva ad esserlo, però,
abbastanza tardi nel tempo, così che, una volta conosciuta la diagnosi
e il decorso della malattia, c’è modo di progettare la propria vita e
quindi, di essere preparati a far fronte alle richieste che la malattia
farà in futuro. E’ importante il senso di competenza che si riesce ad
avere riguardo la malattia e questo viene dal conoscerla e dal trovare
le risorse per affrontarla.
IL CICLO
DI VITA DELLA MALATTIA
Come la famiglia, anche la malattia ha il suo ciclo di
vita, ad ogni fase del quale corrispondono compiti specifici.
L’esordio della malattia, cioè il momento della diagnosi, convoglia
le energie della famiglia al proprio interno, come per la nascita del
primo figlio, per il carico dei nuovi compiti: affrontare il dolore,
abituarsi a conviverci, ad averlo in casa, sopportare il carico della
riabilitazione, dei rapporti con l’ospedale ed altro ancora.
Ad un livello più profondo, si tratta di affrontare la domanda sul
significato che ha questa malattia.
C’è poi il periodo della cronicità, che permette di rivolgersi
ancora verso l’esterno, e quindi di salvaguardare l’autonomia dei
membri della famiglia e insieme sopportare i compiti continui di
accudimento che richiede la fase della malattia. La malattia di
Parkinson ha poi una terza fase con una caratteristica che in altre
malattie si ha all’inizio, e cioè quella della crisi che mette di
fronte a bruschi cambiamenti. Succede quando la terapia che fino allora
funzionava inizia a perdere rapidamente efficacia ed occorre cambiarla.
Da questo aggravamento ne deriva la possibilità di crisi che provocano
riorganizzazioni talora necessariamente repentine all’interno della
coppia.
IL DISAGIO DELLA FAMIGLIA DI
FRONTE ALLA MALATTIA DI PARKINSON
Ci sono problemi dovuti all’interferenza della
malattia con una fase del ciclo vitale della famiglia che richiede che,
in quel momento, il grosso delle sue energie vitali sia speso fuori. Ad
esempio, durante l’uscita dalla famiglia di un figlio che può, così,
restare bloccato un po’ di tempo. A causa della malattia, la famiglia
può cambiare oppure restare bloccata all’organizzazione precedente.
Se il periodo in cui è richiesto il lavoro coordinato di tutti per far
fronte alla malattia si prolunga più del tempo necessario, ci possono
essere dei disagi per le persone, che non fanno la propria vita.
Ci sono problemi legati all’organizzazione familiare, specie se questa
è dotata di scarsa flessibilità. Ad esempio, una famiglia organizzata
rigidamente in termini di differenze in cui uno è sempre responsabile e
l’altro da accudire, può non essere in grado di attuare la
riorganizzazione necessaria. Ci sono esempi di persone poco
collaborative con la riabilitazione perché mantengono un ruolo
inadeguato, rifiutando che altri si prendano cura di loro, ed esprimono
la difficoltà a cambiare ruolo con una sorta di dispettosità verso chi
le accudisce.
C’è tutta una serie di reazioni tipiche, che sono state descritte
nella letteratura medica, che andrebbero comprese nei termini di
rapporti fra le persone. La famiglia risponde alla sofferenza di avere
un suo membro malato in molti modi, alcuni difensivi. In alcuni tipi di
malattia (non questa) la famiglia rende responsabile il malato stesso,
quando può metterla in relazione con abuso alimentari o di altro tipo.
A volte la malattia è l’occasione per riequilibrare i rapporti: se
una persona era troppo prepotente, la malattia viene utilizzata per
limitarne il potere, Il che può essere giusto, dipende dagli spazi di
sopravvivenza psicologica che vengono lasciati. Una altra reazione è
quella di curare eccessivamente, infantizzando l’altro, o di non
coinvolgerlo nei problemi della vita futura che riguardano tutta la
famiglia. Un altro modo è quello di voler evitare al malato turbamenti
e quindi di metterlo da parte rispetto alle decisioni importanti della
famiglia o a fatti che potrebbero fargli dispiacere; questo però lo
emargina. Alle reazioni alla malattia da parte dei familiari,
corrispondono modi di “fare” il malato che appaiono incomprensibili
se si osserva solo lui e cioè rifiutare le cure, negare di avere la
malattia, sfuggire con sotterfugi alla riabilitazione ecc.. Sono tutti
segnali di una sofferenza che può essere compresa allargando il campo
di osservazione a tutta la famiglia.
Un altro tipo di problema può venire dal fatto che ambedue i coniugi,
nelle rispettive famiglie di origine, avevano avuto a che fare con
malattie, magari più gravi, ma dalle caratteristiche diverse da quella
di Parkinson. Ad esempio, l’ictus, che porta uno sconvolgimento brusco
nella vita familiare, o malattie a rischio di vita, che comportano il
compito di anticipare il dolore della perdita. Sono malattie più gravi
ma che lasciano impreparati di fronte ad una malattia che pone compiti
diversi. C’è poi la situazione, poco frequente, di famiglie che
presentano problemi molto gravi in conseguenza di malattie di questo
genere. Sono famiglie che avevano già in sé una grossa sofferenza e
che rispondevano alla forte emotività, per la presenza di conflitti al
proprio interno, con la malattia; sono le cosiddette famiglie
psicosomatiche.
Infine può essere che il disagio portato dalla malattia si sommi
ad una difficoltà preesistente nella famiglia, come una altra malattia,
per cui il carico dei compiti da sopportare diventa troppo gravoso.


IL SOSTEGNO PSICOLOGICO A MALATI E FAMILIARI
Nel
morbo di Parkinson molte sono le situazioni di "bisogno" che vengono
manifestate dal paziente nel corso della malattia.
Oltre a trattare la malattia seguendo costantemente una complessa
terapia farmacologica e riabilitativa, occorre prestare molta attenzione
alle importanti esigenze che investono la sfera psico-sociale
dell'individuo.
I disagi creati dalla malattia costringono il malato a prendere atto
della nuova realtà che sta vivendo.
Essere malato di Parkinson non comporta solamente un mutamento spesso
significativo delle proprie abitudini di vita determinato dai sintomi
della malattia, ma anche preoccupazioni per la vita familiare, per il
danno economico, per la temuta estraniazione dalla vita sociale.
Di fronte a questi problemi la persona pone, spesso, in atto dei
meccanismi di difesa che determinano conseguenti comportamenti.
Tali comportamenti, è bene dirlo, non sono tipici od esclusivi di una
particolare patologia.
Possono essere, infatti, rilevabili in qualsiasi stato di sofferenza che
investe la persona.
Per esemplificare, indichiamo alcuni atteggiamenti fra quelli più comuni
che si riscontrano generalmente nel malato:
- negazione (non è nulla passerà): è prevalente il rifiuto di ammettere
l'ingresso della malattia, pur convivendo con l'angoscia del dubbio che,
con il peggioramento delle condizioni di salute, si fa sempre più
certezza;
- accusa rivolta all'ambiente circostante di mostrare scarso interesse
verso i problemi causati dalla malattia (Nessuno si interessa a me!). La
persona ha rapporti sempre più difficili nell'ambito familiare;
- attribuzione
ad altre cause esterne e generiche del peggioramento della malattia (Mi sento debole, ma sono i farmaci che mi buttano giù!);
- regressione (Non posso pensare ad altro, ho bisogno di curarmi!):
viene accentrata l'attenzione unicamente sul proprio status di malato,
trascurando qualsiasi altro interesse anche precedentemente molto vivo;
- remissività (Me l'ha ordinato il medico, devo assolutamente...): il
malato tende a diventare eccessivamente remissivo e compiacente,
annullando la propria personalità e capacità critica;
- isolamento (Mi sento in difficoltà con gli altri, tutti notano il mio
tremore!): si evitano i contatti sociali per timidezza o per paura di
essere rifiutato a causa delle proprie condizioni fisiche;
- depressione (Sono finito!): la consapevolezza di perdere la salute,
con la conseguente accettazione dei propri deficit fisici, può rendere
la persona malata indifferente e distaccata verso il mondo esterno.
Questi atteggiamenti, in una malattia cronica come il morbo di
Parkinson, possono accentuarsi con il passare del tempo e spesso, per
essere attenuati, richiedono una risposta di tipo assistenziale.
La malattia del congiunto può avere profonde ripercussioni anche sulla
famiglia, così da richiedere uno sforzo di adattamento da parte di tutti
i suoi componenti.
In genere si è propensi a ritenere che quando la malattia colpisce un
familiare, i congiunti devono quasi automaticamente reagire in modo
razionale, manifestando un senso di solidarietà e di comprensione verso
il malato. In realtà, però, la malattia può provocare nei familiari
reazioni impreviste ed impensabili che possono diversamente
configurarsi.
Ad esempio, la famiglia cerca di vivere positivamente la malattia e
collabora con gli operatori sanitari nella cura del congiunto.
Altre volte, invece, la famiglia non riesce ad accettare la malattia.
Questo comportamento può, addirittura, danneggiare l'attività
terapeutica ed assistenziale rivolta al paziente.
In alcuni casi, la famiglia manifesta stanchezza e sofferenza per lo
stress psico-fisico causato dall'assistenza in casa del malato oppure
per il protrarsi dei tempi di degenza ospedaliera.
Si possono verificare situazioni in cui la famiglia non è in grado di
assistere il malato per cause obiettive di tempo e di disponibilità dei
familiari, per l'anzianità dell'altro coniuge, ecc.
Ne deriva che un corretto intervento assistenziale e terapeutico deve
coinvolgere oltre al malato anche i componenti del nucleo familiare.
I familiari, infatti, necessitano sia di aiuto pratico, sia di sostegno
affettivo per riuscire ad adattarsi agli aspetti negativi della
situazione creatasi.
Informazioni ed assistenza psicologica possono, perciò, rivelarsi
essenziali e decisivi per aiutare sensibilmente i malati ed i familiari
ad affrontare questa nuova situazione e a migliorare la solidarietà
all'interno della famiglia.
E', infatti, solo attraverso l'accettazione dei reciproci problemi che i
nuclei familiari colpiti possono reagire in modo costruttivo e ciò va,
senz'altro, a beneficio del malato e delle persone che gli vivono
accanto.
La nostra Associazione, consapevole dell'esistenza di queste complesse
problematiche, organizza già da vari anni, presso la propria sede, incontri di
gruppo, formati dai malati e dai loro familiari.
Per il malato far parte di un gruppo di sostegno può significare:
- rompere l'isolamento in cui vive;
- avere la possibilità di confidare i propri disagi ed esprimere le
proprie difficoltà legate alla malattia;
- confrontarsi con altre persone che hanno problemi analoghi;
- aiutare se stesso e gli altri attraverso lo scambio reciproco delle
proprie esperienze;
- individuare i bisogni e i problemi comuni per poterli risolvere
insieme.
Notiziario UP


UN ANNO CON I MALATI
Le osservazioni della psicologa che ha condotto
per un anno le sedute di gruppo di malati
parkinsoniani, tenute settimanalmente nella sede dell'associazione
In generale, la malattia è un
momento di crisi nella famiglia.
Nel senso che la famiglia, nel tempo, si è data una organizzazione ed ha
distribuito dei ruoli.
Ha un suo modo di funzionamento che le è peculiare e quando, all'interno
della famiglia, c'è la malattia di un suo membro, la famiglia si deve
riorganizzare per fare fronte a questa malattia.
La malattia di Parkinson ha la caratteristica di essere ad insorgenza
graduale.
Quindi, più di altre malattie che sono improvvise (ad esempio
un ictus), questa malattia permette alla famiglia di modificarsi nel
tempo per adattarsi alle varie necessità del malato.
Caratteristica,
quindi, della malattia di Parkinson è, appunto, quella di essere
progressiva e questo dà la possibilità alla famiglia di riorganizzarsi,
di avere un certo lasso di tempo per adattarsi.
Le crisi, però, si possono avere un po' più avanti nella malattia,
quando i farmaci che fino a poco prima erano efficaci, perdono la loro
efficacia, quando occorre aggiustare la terapia farmacologia.
La malattia è un evento che riguarda tutta la famiglia.
La famiglia funziona come un organismo.
La malattia di un suo membro influisce su tutti gli altri.
La malattia si colloca in un momento della vita della famiglia.
La famiglia ha un ciclo di vita simile a quello degli individui.
La famiglia richiede di affrontare compiti diversi nel corso del tempo
(nasce il primo bambino, i figli vanno a scuola...).
Con i gruppi di sostegno ho
conosciuto delle persone per lo più in età avanzata (il morbo di
Parkinson, però, si manifesta anche in età meno avanzata).
Il problema che si pone spesso ai figli, in giovane età, il cui padre si
è ammalato, è di rimandare o meno il momento dell'uscita dalla famiglia
di origine, proprio per la necessità di sostenere i genitori in questa
difficile prova.
Un altro problema del malato è quello dell'andare in pensione.
Molti uomini parkinsoniani hanno dovuto lasciare il lavoro a causa della
malattia e questo provoca dei contraccolpi sul senso di identità
sociale.
La depressione che spesso è associata alla malattia di Parkinson, avrà
cause sicuramente mediche. Si è visto che la depressione può precedere
il manifestarsi dei sintomi molto più specifici della malattia ma,
sicuramente, ha anche a che fare con le perdite che si subiscono in
questa malattia che sono perdite di autonomia ma anche di ruolo sociale.
Questo è un aspetto particolarmente doloroso per gli uomini in quanto
l'identità legata al lavoro è l'identità stessa della persona.
L'esperienza che ho avuto in questi gruppi di sostegno, è che per le
donne l'impatto è molto meno doloroso perché l'identità della
donna è strutturata molto più sul suo essere perno all'interno della
famiglia e sul prendersi cura degli altri.
Tutti aspetti che difficilmente vengono meno anche in una malattia come
il Parkinson e quindi, la perdita di ruolo all'interno della famiglia,
per la donna, non avviene mentre per l'uomo è la perdita del ruolo
lavorativo e sociale che si somma anche alla necessità di ridefinire i
ruoli all'interno della famiglia.
Quando la malattia si manifesta in età avanzata, la persona che si
prende cura del malato è il coniuge, di solito la moglie.
Mentre i figli vanno via di casa, rimane al coppia da sola.
C'è il timore del coniuge sano della perdita di un interlocutore valido
perché c'è il fantasma della perdita delle capacità cognitive da parte
del malato, di una relativa perdita della capacità di essere nel
rapporto.
In ogni caso le risorse nel rapporto per affrontare la malattia in gran
parte sono le risorse della famiglia, risorse familiari.
La presenza di una rete di figure di sostegno, sia a livello di rapporti
interpersonali (parenti, amici), sia sociale (come può essere
l'associazione, la parrocchia...) sono essenziali per la capacità della
famiglia di far fronte alla malattia.
Ci sono delle famiglie che riescono ad riorganizzarsi facilmente al loro
interno in cui i ruoli sono abbastanza flessibili e quindi fanno fronte
più facilmente alla malattia e ci sono famiglie che sono più rigide al
loro interno e lì è più difficile rimaneggiare i ruoli.
Per esempio, la dispettosità del malato nel collaborare alle cure.
I modi in cui si manifesta la mancanza di collaborazione nelle cure
spesso può avere il significato simbolico di non voler rinunciare ad un
ruolo di preminenza, di una ridefinizione di ruolo che non si accetta
più di tanto.
Quindi, l'aspetto è quello della capacità della famiglia di
riorganizzarsi.
Questo riguarda le famiglie al loro interno e poi c'è l'aspetto di
mobilitare risorse esterne da parte della famiglia oppure di essere già
in una rete sociale che sostiene.
Ci sono famiglie che sono in grado di attivare o di mantenere una rete
sociale che già hanno e di altre famiglie o di altri malati che tendono
all'isolamento a causa della malattia.
Questi sono i fattori che predicono quanto un malato, quanto una
famiglia riuscirà ad adattarsi più o meno bene alla malattia.
I familiari vivono un disagio particolare. Tante persone si occupano dei
malati e si tiene meno in conto il disagio dei familiari che è
grandissimo, che spesso si manifesta come un senso di colpa che non si
riesce a curare.
Vorrei dire che per i familiari una risorsa loro personale è il malato
stesso.
Il malato può essere il sostegno della persona che se ne prende cura.
C'è un modo in cui il malato può rispondere a quelle cure del proprio
coniuge, del proprio figlio che rende più forte la persona che si fa
carico del prendersi cura di lui. Il malato è anche un supporto. Riesce
a supportare chi gli da aiuto.
Accanto ai familiari che hanno bisogno di un supporto, di una rete
sociale ci saranno anche famiglie che riescono a fare da sole, in
maniera egregia, e questo ci dice che quando offriamo qualcosa (come
l'Unione Parkinsoniani ecc..) dobbiamo anche aspettarci che ci siano
delle famiglie che non usufruiscono di tutto quello che viene offerto ma
anche che possono sentire una minaccia di regressione un ulteriore aiuto
offerto ma non necessario.
Sempre nell'ambito dell'associazione si può ripetere l'equilibrio, da
una parte il malato riceve supporto da una persona, ma il riconoscimento
che dà alla persona che si prende cura di lui a sua volta riesce a
rendere migliore questa persona —che è più capace di prendersene cura.
Questo succede nella serie di iniziative o nel catalogo che una
associazione può offrire.
Accanto ai gruppi di sostegno può offrire al malato la possibilità di
organizzare in prima persona la vita dell'associazione.
Può essere oggetto di supporto e supportare l'associazione.
Anche questo è un aspetto.
Un gruppo di malati e uno di familiari aventi cadenza quindicennale.
Significato: un ritrovarsi e un confronto di strategie, la maniera di
affrontare la malattia che fa uscire dall'isolamento e la possibilità
di avere un contatto intimo là dove c'è una sofferenza molto intima,
molto particolare, dei malati ma anche dei familiari ma che è difficile
dire fra malati e familiari mentre all'interno di un gruppo omogeneo di
soli malati o di soli familiari si può dire fino in fondo lo sconforto o
anche trovare una maggiore serenità proprio perché viene dalla
condivisione.


UN ANNO CON I FAMILIARI
Le osservazioni della psicologa che ha condotto
per un anno le sedute di gruppo di familiari di malati
parkinsoniani, tenute settimanalmente nella sede dell'associazione
Caratteristica dei familiari dei
malati di Parkinson è il senso di colpa perché devono dare al congiunto
i limiti della loro disponibilità ed affrontare la tristezza del malato
se dicono di no.
Stiamo parlando soprattutto di mogli di malati.
Questa minaccia della tristezza del malato è così forte che qualche
moglie ci prova, con serietà, ad essere santa, a nascondere i propri
limiti umani, la propria stanchezza al marito.
La malattia esercita nei rapporti fra coniugi, soprattutto, il richiamo
di una simbiosi, in cui si sta vicini, si condivide tutto, quasi ci si
confonde l'uno con l'altra.
Queste situazioni, però, possono far crescere contraddizioni.
Il desiderio della moglie di partecipare alla vita dei figli e dei
nipoti, di avere spazi propri si può scontrare con il risentimento del
malato per il solo fatto che la moglie ha "preso aria", si è
appassionata a qualcosa fuori dalla famiglia.
La contrattazione, cioè fare i conti con i propri limiti, è necessaria e
non negativa: ne è un esempio il patto di una figlia con la propria
madre di riportarla a casa dal day hospital finché cammina (sarà,
probabilmente, l'ultima autonomia che la madre perderà).
Il timore più grande dei familiari è di perdere, nel malato, un
interlocutore valido: nel caso del coniuge di perderne l'appoggio e il
dialogo.
Da un lato la diminuzione di capacità, di autonomie, che investe il
malato, l'andare in pensione (cioè perdere il ruolo lavorativo su cui si
è costruita gran parte dell'identità sociale, almeno per l'uomo), la
ridefinizione del proprio ruolo all'interno della famiglia perché si
diventa dipendente ecc.; dall'altro il doversi prendere cura del malato
da parte della moglie che può comportare a quest'ultima il compito di
indicare realisticamente al marito, per quanto con molto tatto, i suoi
limiti, sono tutte cose che richiedono un adattamento reciproco molto
grande.
La dispettosità mostrata dal malato, il suo rifiuto a collaborare per
non creare troppi problemi a chi si prende cura di lui, sono segnali di
questa difficoltà ad accettare un cambiamento di ruolo.
Molte delle "ostinazioni" attribuite ai malati hanno come
contenuto di mantenere un ruolo di preminenza, che prima era dato per
scontato e che ora, nel nuovo assetto familiare dovuto alla malattia,
appare di prepotenza o dispettosità.
Ad esempio, non sfuggirà il significato simbolico dell'ostinazione
dell'uomo che non cede il posto a capotavola anche se le difficoltà di
postura suggerirebbero di occupare la parte larga del tavolo; oppure di
chi vuole comandare sul telecomando anche se poi sonnecchia davanti alla
TV.
Per chi si occupa del malato, c'è il grande timore che la malattia possa
cambiarlo nel carattere.
Può essere disorientante, ad esempio, trovarsi davanti due persone
diverse a seconda dell'effetto o meno dei farmaci; una personalità in
continuità con quella conosciuta nel passato, l'altra "cattiva"
dei momenti di blocco motorio.
La "cattiveria" consiste in una sorta di "egoismo" e in un
eccesso di pretese, come se la difficoltà, l'urgenza del bisogno
facessero ritornare bambini.
Peggio ancora, si temono peggioramenti psichici, il "non starci con
la testa", che possono far perdere al familiare l'appoggio e il
dialogo.
Soprattutto se il malato è il coniuge; ma anche nel caso di un genitore:
la perdita della mimica del volto, dell'espressività, possono mettere
molto in ansia.
A volte si ha l'impressione che il malato voglia mettere alla prova chi
si prende cura di lui: "non sanno se è amore o compassione" dice
una, per cui sembra che mostrino di non farcela.
"Mi manda via se si accorge di essere aiutato senza amore" dice
un'altra.
Mantenere la giusta distanza per non suscitare irritazioni o dipendenza
eccessiva e invalidante, ma essere comunque presenti al bisogno, è il
problema di molte mogli.
"Quando è arrabbiato lui ce la fa" dice una, mentre un'altra
osserva che la sua sola presenza presso il marito a volte sembra
renderlo incapace e nella necessità di farsi aiutare anche per quello
che normalmente sarebbe in grado di fare da solo.
Impressione confermata dall'osservazione comune che con gli estranei i
malati "si tengono", forse per non essere compatiti.
In molti casi, la dispettosità del malato, e le osservazioni che ne
riceve in cambio in famiglia, sembrano essere un'efficace reazione
contro la depressione (non solo del malato ma anche del familiare), con
gradi diversi di consapevolezza da caso a caso.
Lo si fa "perché non si lasci andare" si dice a volte.
Arrabbiarsi, per quanto sia sgradevole, testimonia che ci si tratta da
interlocutori validi, ed è rassicurante per tutti e due: che non si è
degni solo di compassione; che l'altro è tuttora un proprio pari.
Quanto detto fin qui vale poco per le donne malate di Parkinson.
Questo avvalora la tesi che la maggiore difficoltà per gli uomini
provenga dalla perdita del ruolo sociale-lavorativo (mi riferisco alla
popolazione dell'Associazione, quasi tutti pensionati) e dal
ridimensionamento del ruolo familiare.
Per le donne, si è osservato, le cose cambiano poco, anche se devono
rinunciare al lavoro, perché "dal prendersi cura degli altri non si
va in pensione". "Le donne hanno meno paura" si è detto:
infatti perdono meno.
Al posto degli uomini "si lascerebbero andare di meno". In
effetti sono più autonome e sembrano cavarsela meglio (almeno quelle
dell'Associazione).
La dipendenza è un altro grande
tema, che presenta spesso contraddizioni. Si è parlato del timore del
cambiamento del carattere nel malato. E' stato osservato che il più
grande cambiamento non è dovuto alle medicine o alla malattia in sé,
quanto al fatto di "sentirsi umiliato", specie nei malati più
giovani, per il senso di perdere "tutto quello che si era, il ruolo
sociale".
Da qui il conflitto: "di avere bisogno della moglie che però gli
ricorda il suo fallimento".
Non ferire la sensibilità del malato richiede spesso grande accortezza,
essere presenti e astenersi dall'intervenire per aiutarlo, ma pronte in
caso di bisogno.
Qui il malato sembra ridiventare ragazzo, che ha bisogno di un appoggio
che non lo sostituisca ma lo stimoli a farcela.
Qualcuno ha bisogno di mettere alla prova l'amore della moglie, per
sapere se si è conservato nonostante la malattia, arrivando magari a
fare delle prove generali di sparizione, per osservare le ricerche
ansiose e i richiami della moglie, o anche per verificare la sua
capacità di essere più forte di lui nel saper contenere l'ansia di tutti
e due e, quindi, di poterlo sostenere.
A volte i figli sembrano non capire il legame speciale che c'è fra i
genitori anche sotto le critiche e le apparenti insofferenze.
Quando si rientra a casa, guai se non ci fosse quella persona, per
quanto malata, "se no c'è il silenzio", ci ha detto una
partecipante al gruppo.
La presenza stessa significa, l'intendersi avviene per i segnali
infinitesimi di una vita insieme.
Quando i figli cominciano a parlare di ospizio, di decisioni da
prendere, è una spia che sono stati troppo coinvolti, che credono, a
torto, di doversi sostituire al genitore malato nel sostegno e nel
dialogo con l'altro.
Allora bisogna spiegare loro che non è così, che se pure ci sono
critiche e asprezze, non c'è solo quello.
La dipendenza del malato è materiale ma anche affettiva, e quest'ultima
riguarda anche chi se ne prende cura, ovviamente.
La malattia spinge alcune coppie a stare ancora più vicine, a voler
condividere ogni difficoltà, a voler proteggere il partner malato, come
quella moglie che si rammarica di "non poterci fare niente",
quando il blocco motorio prende il marito sul lavoro, dove lei non c'è.
Dipende certo molto da come era la coppia prima della malattia il modo
in cui si declina la dipendenza reciproca dopo.
Qui ognuno può riconoscere a quale stile è più vicina la sua famiglia.
Qualcuno, ad esempio, non ammette di dipendere, chiede il meno
possibile, rifiuta l'aiuto dei familiari, dice che con loro "non si
trova" a fare certe cose mentre con estranei (o esperti) si.
C'è chi coscientemente lotta, con l'aiuto di un esperto, contro la
propria tendenza- stimolata dalla malattia e che tanti assecondano- a
rinchiudersi, a "sentirsi in colpa" per un giro fuori casa, anche
se necessario, che lascia solo il malato, "come se lui si dovesse
dispiacere".
Forse così affronta più sensi di colpa; si chiede se "non se ne
pentirà".
Una posizione del genere è difficile, richiede un sostegno particolare,
persone che dicano che fa bene, così anche il malato è stimolato ad
uscire.
Alcune hanno delineato la storia e la personalità del marito precedenti
alla malattia come di persone poco rispettate, poco considerate, con
pochi diritti nelle loro famiglie d'origine.
Mi sono chiesta se la naturale comprensione per gli aspetti più sofferti
della vita precedente, che viene in seguito alla malattia, non abbia
influenzato il bilancio di queste vite.
Forse, a cercare bene nella vita di ognuno di noi, si possono trovare
situazioni subite con poca lucidità e potere contrattuale.
Oppure, si può trovare una connessione di questo tipo, come già è stato
fatto per altre malattie, tra tipo di personalità e disturbo fisico,
anche per il Parkinson, come veniva suggerito nel gruppo.
Venire al gruppo per alcuni/e è stato problematico, in alcuni momenti,
perché si è portati a fare paragoni che turbano.
Ci sono almeno due modi di affrontare la malattia: parlarne apertamente,
appoggiarsi all'ottimismo medico, mettere tra parentesi gli aspetti più
deprimenti e andare avanti; oppure guardare a fondo, anche se non sempre
ci si riesce, specie nei momenti di maggiore vulnerabilità.
Chi è più predisposto al secondo modo, è più facile che partecipi al
gruppo.
A cosa è servito il gruppo: qualcuna ha trovato appoggio nella
sua scelta di non isolarsi e di non farsi rinchiudere, di stabilire una contrattualità con il malato per avere i suoi spazi pur prendendosi cura
di lui.
In gruppo si sono potuti dire i propri limiti, senza vergogna. E' venuta
fuori la grande sofferenza dei familiari, impastata di sensi di colpa,
di bisogni di rassicurazione.
Solo dal gruppo dei familiari è venuto il timore che i congiunti, nel
loro gruppo, ne approfittassero per parlare male dei loro familiari (non
è avvenuto).
Solo il gruppo dei familiari ha espresso insoddisfazione, perché io,
come psicologa, non darei consigli: in realtà i suggerimenti spesso non
erano riconosciuti o seguiti, non essendoci un impianto di autorità. C'è
stato un confronto di strategie per affrontare i problemi di rapporto
fra i familiari legati alla malattia di uno di loro, avendo, sullo
sfondo, il confronto fra diversi tipi di famiglie e i loro stili.
E' capitato infine di riconoscere nella malattia una occasione di
maturazione, di apprendimento: "sono i guai che maturano" è stato
detto nel gruppo.
Occasione di "crescita e di approfondimento di rapporti, scoperta di
aspetti sconosciuti del matrimonio, di sentirsi più libera anche dovendo
rinunciare a tante cose".
Occasione che ha permesso di sentirsi "persone, non macchine per
soldi".
E' il guadagno conquistato, in modo inatteso, con la malattia.
Che significa libertà da un modello di consumi e di rappresentazione
sociale di sé come persona di successo: è proprio un'altra cultura.
DR.SSA TERESA SERRA -
Psicologa, Terapeuta della Famiglia
Centro di Psicoterapia
e Arte applicata alla Psicologia
Studi relazionali alla terapia della famiglia - Parma


LE RISPOSTE DELLA PSICOLOGA
In
che modo il malato può rassegnarsi alla malattia?
Nei
nostri incontri di gruppo fra malati e familiari sono emersi diversi
modi attraverso i quali le persone elaborano la malattia.
"Rassegnarsi alla malattia" forse vuol dire proprio questo:
"dare un significato personale o anche universale, esistenziale a
ciò che ci ha colpito. In questo caso la malattia".
Tutti noi mettiamo inconsapevolmente in atto differenti strategie allo
scopo di "darci una ragione" di quello che ci accade di
spiacevole.
Il malato che dice "ho avuto una buona vita, ne sto pagando adesso
il prezzo", sta cercando di accettare a suo modo la malattia.
Un altro malato ha elaborato delle strategie di controllo della malattia
compilando delle tabelle che illustrano l'andamento della funzione
motoria durante la giornata e questo controllo riesce a dargli una
maggiore padronanza nell'organizzare la vita quotidiana. E' anche questo
un altro modo per cercare di convivere meglio con la malattia.
Una persona potrebbe, ad esempio, partire da questa considerazione:
"ho vissuto in occidente, sono maschio, sono bianco, tutto sommato
non sono stato sfortunato anche se mi è successo questo".
I modi per dare un significato a quello che si sta vivendo possono
essere molteplici.
Per la verità, nessuno si rassegna alla malattia.
Anche il malato che dice: "ho avuto una buona vita", potrebbe
dire: "però, vorrei avere di più".
Come ci si può rassegnare alla malattia, alla fine?
Ce ne possiamo fare una ragione ma, forse, non riusciamo mai, fino in
fondo, a rassegnarci a quello che ci è accaduto di spiacevole.
"Rassegnarsi" significherebbe perdere la speranza, gettare le
armi. E' estremamente utile, invece, cercare anche il nuovo farmaco,
impegnarsi in nuove strategie riabilitative.
I
gruppi di sostegno possono essere anche un modo per riuscire a superare
la paura dell'evoluzione della malattia?
Ci
sono stati dei familiari che inizialmente hanno partecipato ai gruppi di
sostegno, poi si sono spaventati dicendo: "ci sono delle persone il
cui familiare è ad uno stadio della malattia più avanzato del mio
congiunto" e così non sono più intervenuti ai nostri incontri.
Si è verificato anche questo.
Dall'altro lato, però, partecipare al gruppo ha permesso sia ai malati,
sia ai familiari di avere la possibilità di confrontare le diverse
strategie che attuano giornalmente per affrontare meglio la loro
situazione. Ha permesso loro di confrontare i differenti modi attraverso
i quali vivono i problemi quotidiani. Essere in gruppo ha significato
anche essere meno soli. Sentirsi soli è poi la cosa peggiore, che mette
più in ansia.
Il gruppo ha in sé la capacità di far aumentare fra i partecipanti la
forza emotiva, di dare a questi una nuova speranza.
Attraverso il confronto delle proprie cose, attraverso l'aiuto che si può
dare agli altri ricevendo nello stesso tempo aiuto, si diventa più
forti.
DR.SSA TERESA SERRA
Psicologa, Terapeuta della Famiglia
Centro di Psicoterapia
e Arte applicata alla Psicologia-
Parma

COME
FAR FRONTE ALLA MALATTIA DI PARKINSON
Quali
sono le esigenze essenziali del malato parkinsoniano che vive
giornalmente una situazione di costante bisogno? E quali sono le
problematiche del familiare che quotidianamente affronta la difficoltà
di assistere il proprio congiunto?
Da un interessante seminario organizzato dall'Associazione Svizzera del
morbo di Parkinson, a cui hanno partecipato un gruppo di malati e di
familiari, sono emersi in modo chiaro e spontaneo i desideri, le
aspettative, i giusti comportamenti che sia i pazienti sia i familiari
auspicherebbero che fossero realizzati oltre che osservati dal
rispettivo partner nella vita di ogni giorno.
LE RICHIESTE DEI PAZIENTI
*
sarebbe auspicabile, in alcune situazioni, una maggiore pazienza da
parte del partner di fronte alla nostra lentezza, causata dalla
malattia. Vorremmo che questo problema fosse tenuto nella dovuta
considerazione;
* desidereremmo essere amorevolmente incentivati a svolgere qualche
attività. Talvolta, però, "non far niente" e
"nascondersi dietro la malattia" può anche essere piacevole;
* è estremamente importante che l'abitazione in cui viviamo presenti
una struttura adeguata alle nostre difficoltà motorie. Non dovrebbero,
quindi, essere privilegiati unicamente gli aspetti estetici;
* è nostro grande desiderio avere un più intenso colloquio con i
familiari ed essere maggiormente coinvolti nei problemi e negli
interessi della famiglia;
* comprendiamo l'impegno del nostro partner nell'assisterci e vorremmo
anche noi dedicarci a lui (o a lei) in uno scambio di aiuto reciproco;
* un nostro prioritario obiettivo è mantenere il più a lungo possibile
la nostra indipendenza. A volte, un aiuto non necessario rischia di
renderci maggiormente disabili;
* vorremmo poter decidere da soli quando è necessario l'aiuto degli
altri e quando non lo è. Anche se l'aiuto tempestivo può risultare
alquanto utile in alcune occasioni, in altre può indurre
all'autocommiserazione ed alla depressione;
* spesse volte non occorre alcun aiuto, abbiamo solamente la necessità
di avere un po' più di tempo per svolgere le nostre "attività",
quindi "avere tempo e dare tempo";
* le persone che ci assistono dovrebbero essere maggiormente informate
sulla malattia in modo da capire più intensamente i nostri problemi.
LE RICHIESTE DEI FAMILIARI
I
familiari hanno indicato espressamente "ciò" che il paziente
"dovrebbe fare" giornalmente:
* impegnarsi a collaborare spontaneamente e regolarmente nelle attività
domestiche, sempre nei limiti delle sue possibilità, fornendo, in
questo modo, un certo sollievo ai familiari. Si potrebbe, ad esempio,
incaricare il paziente a svolgere piccole mansioni fisse;
* manifestare una maggiore fiducia nei confronti delle persone che lo
assistono ed accettarne l'aiuto, abbandonando qualsiasi atteggiamento
negativo;
* compiere maggiori sforzi per attenersi al programma giornaliero
(rispettare, ad esempio, il mattino,
l'ora stabilita per alzarsi dal letto, gli orari dei pasti, ecc.);
* passare meno tempo a guardare i programmi televisivi. Sarebbe una
situazione ottimale per il paziente potersi occupare maggiormente dei
propri interessi, dedicarsi a nuove attività.
LE ESIGENZE DEI FAMILIARI
*
avere maggior tempo, nell'arco della giornata, per se stessi. Dedicare,
infatti, un po' di tempo alla propria persona è utile e necessario per
recuperare le energie richieste da una assistenza costante verso il
malato (ad esempio: uscire ogni giorno da soli; in estate lavorare in
giardino, lontano dal partner; poter usufruire di qualche ora di libertà
durante la giornata senza provare dei sensi di colpa; stabilire delle
priorità personali; ecc.).
Dall'esame
dei risultati del seminario appare chiaramente che i problemi
psicologici sono assai frequenti sia nel paziente, sia nei familiari.
Entrambi necessitano di maggiori informazioni sulla malattia nonché di
un più specifico sostegno psicologico da parte di personale
specializzato che sia in grado di aiutare il malato ed i familiari a
fronteggiare in modo migliore e più adeguato le difficili situazioni
create dalla malattia.


L'IMPEGNO DEI FAMILIARI
Disturbi fisici, disagi
psicologici e sociali rappresentano le conseguenze più frequenti
riscontrabili nel familiare impegnato, in modo continuo e costante,
nella cura del proprio congiunto affetto dalla malattia di Parkinson.
Questi "non positivi" risultati sono emersi da un recente studio
effettuato in Svizzera che ha coinvolto circa 180 familiari.
Dai dati dell'indagine appare immediatamente, fra gli intervistati, la
prevalenza del sesso femminile (76%).
Ciò sta a significare che dedicarsi all'assistenza del proprio familiare
ammalato costituisce, secondo i ruoli tradizionali, una attività
prevalentemente e tipicamente femminile.
Numerose persone impegnate nell'assistenza di malati o infermi soffrono
di problemi di salute.
In genere, si tratta di disturbi di tipo muscolo-scheletrico e anche di
problemi psichiatrici (insonnia e depressione).
Un terzo degli intervistati ritiene che dedicarsi alla cura di un
familiare (ad esempio, del proprio padre) possa avere anche
ripercussioni negative nel rapporto con il rispettivo partner ("non
hai mai tempo per me", "non possiamo mai andare in vacanza", "ti stanchi
troppo" ecc.).
Più della metà di queste persone si sente disturbata nel riposo e nel
sonno.
Il 72% dei familiari che assistono il proprio congiunto non sono in
alcun modo remunerati per il loro lavoro.
Per il 25% degli intervistati la malattia del familiare ha peggiorato la
loro situazione economica.
Assistere un familiare ammalato viene considerato "normale ed ovvio" da
parte del 60% degli intervistati ("è mio dovere morale").
Il 20% degli intervistati non dimentica la promessa matrimoniale ("il
matrimonio ci ha unito nella buona e nella cattiva sorte").
Prendersi cura di un familiare è ritenuta una attività sensata e
saggia (70%).
L'assistenza al proprio congiunto significa anche "rispettare un valore
umano" che viene "sentito e vissuto con amore" e ciò compensa il
sacrificio e le privazioni che ne derivano.
L'espressione "facciamo qualcosa di importante" è stata
confermata dal 90% degli intervistati. L'89% dei familiari vuole evitare
che il proprio congiunto sia trasferito in una casa di cura.
"Parkinson"- Notiziario
dell'Associazione Svizzera del morbo di Parkinson"- Hintereg


E’ MOLTO IMPORTANTE LA COLLABORAZIONE TRA
FAMILIARI E MEDICO
Numerosi
studi hanno dimostrato che un malato di morbo di Parkinson seguito
costantemente dalla famiglia è in grado di rispondere meglio al
trattamento farmacologico proprio perché più disponibile alla
somministrazione dei farmaci e più sereno ad accogliere eventuali
variazioni del loro dosaggio.
E’ necessaria, quindi, una stretta collaborazione tra lo specialista e
la famiglia del malato che insieme possono contribuire a migliorare la
qualità della vita di chi è affetto da questa malattia, rendendolo
anche più ottimista e più sereno verso il futuro.
NOTIZIARIO
“UP”

IL RAPPORTO MEDICO - PAZIENTE NELLA MALATTIA DI
PARKINSON
Il morbo di Parkinson è una patologia che colpisce la
funzione motoria.
E' importante che il rapporto che si instaura fin dall'inizio della
malattia tra lo specialista, la sua équipe, e il paziente insieme alla
sua famiglia sia sereno e proficuo.
Da entrambe le parti è indispensabile operare affinché questo
reciproco rapporto di comunicazione interattiva, specialista -
paziente), sia mantenuto stabile, nel tempo.
Ciò riveste una notevolissima importanza per riuscire a gestire in modo
ottimale e a lungo termine, una malattia cronica come il morbo di
Parkinson.
Quando il morbo di Parkinson viene diagnosticato molti pazienti hanno già
notato una modificazione del proprio tono muscolare ed una lieve
alterazione di questo.
Inizialmente, il paziente si presenta dal neurologo con grande ansia ma
può trascorrere molto tempo (uno o più anni), con continue visite
specialistiche, prima che possa essere diagnosticata esattamente questa
malattia.
Durante il periodo iniziale o di diagnosi incerta, il paziente può
trovarsi a vivere momenti di grossi dubbi e di grandi paure, temendo
anche che possa essere diagnosticata una forma tumorale o qualche altra
gravissima malattia neurologica.
Molte volte, per alcuni pazienti, una diagnosi definitiva di morbo di
Parkinson può rappresentare un sollievo sia perché, finalmente,
ricevono delle spiegazioni e dei chiarimenti sui loro sintomi, sia perché
ottengono utili indicazioni per vivere nel miglior modo possibile,
nonostante la malattia di Parkinson.
LO SPECIALISTA DEVE PREPARARE
IL PAZIENTE
Molti pazienti, quando inizialmente viene loro
diagnosticato la malattia di Parkinson, si trovano nella condizione di
non aver compreso di cosa si tratti e non sanno come affrontare la
malattia.
Conseguentemente, a questi pazienti non dovrebbe mai essere soltanto
detto: "Hai il morbo di Parkinson, questa è la prescrizione
farmacologica, torna per una visita fra sei mesi". Un tale
comportamento potrebbe essere deleterio per molti malati i quali già
vivendo con difficoltà la loro situazione e, poi, per di più, non
sentendosi a proprio agio con lo specialista, lasciano, al termine della
visita, lo studio del medico emotivamente molto provati.
Dalla nostra esperienza si ritiene che sia assolutamente indispensabile
avere colloqui personali con lo specialista, soprattutto nel periodo
immediatamente successivo alla diagnosi della malattia di Parkinson. E'
necessario, infatti, per il malato, avere l'opportunità di fare domande
e di ricevere delle risposte appropriate. Può, invece, essere oggetto
di malessere e a volte anche causare sensazioni di paura, leggere
articoli di carattere generale sul morbo di Parkinson, soprattutto nella
fase iniziale. Occorre, quindi, al primo stadio della malattia,
selezionare accuratamente il materiale scritto da proporre al paziente,
nel contempo, inoltre, bisogna essere disponibili a dare risposte
adeguate ai quesiti del malato e della sua famiglia.
Lo specialista e gli altri membri dell'équipe medica, devono tenere
conto del substrato culturale del paziente e del suo desiderio di
conoscere la malattia. Altresì, con le loro risposte, devono offrire
informazioni corrette che includano le caratteristiche del trattamento
prescritto, la prognosi, gli effetti positivi dei farmaci e di altre
terapie, nonché gli eventuali effetti collaterali che potrebbero
manifestarsi, diminuendo i risultati terapeutici. E' utile spiegare il
decorso della malattia e la cura appropriata in modo tale che il
paziente possa diventare un interlocutore attivo ed intelligente e, per
ottenere ciò, è opportuno utilizzare diagrammi, analogie, piuttosto
che ricorrere ad un linguaggio scientifico comprensibile solo agli
esperti.
Durante lo stabilirsi di questo rapporto di reciproca conoscenza fra
medico e paziente, deve essere cura dello stesso paziente fornire allo
specialista tutte le informazioni utili inerenti la sua persona: la
professione che esercita o che ha esercitato, il tipo di studi che ha
eseguito, la sua famiglia. Queste notizie rivestono notevole importanza
per la maturazione futura di tale rapporto di conoscenza in quanto
consentono allo specialista di rivolgersi al paziente stesso nella
maniera più spontanea e più semplice possibile, tale da rendere la
comunicazione con il malato comprensibile ed amichevole.
EDUCARE PER GESTIRE LA MALATTIA
Un paziente dovrebbe chiedere al medico chiarimenti,
spiegazioni, indicazioni, direttive, assistenza.
E' stato constatato che il paziente, culturalmente più attento e
preparato, necessita maggiormente di indicazioni esplicite, di
rassicurazioni e di appoggio, essendo più in imbarazzo a porre domande.
Il malato dovrebbe essere informato sulla natura dei vari farmaci usati
per trattare il morbo di Parkinson e cosa aspettarsi dopo ogni
somministrazione. Dovrebbe essere messo al corrente degli effetti
collaterali più comuni, di quelli potenziali ed egli dovrebbe,
comunque, imparare a riconoscere il dosaggio adeguato alle sue esigenze.
Lo scopo di educare il paziente, dandogli le opportune informazioni,
consiste nel formare in lui la capacità di sviluppare strategie di
"autocura" così che la sua vita possa svolgersi nel modo più
normale possibile.
Ciascun paziente, così come ogni singolo membro della famiglia, ha
differenti necessità mediche e psicosociali, derivanti dalla sua storia
passata, dai problemi correnti e da precedenti esperienze. Già fin dai
primi rapporti con lo specialista è importante che una persona con il
morbo di Parkinson divenga un "partner attivo" nella cura,
"non una vittima".
LA FAMIGLIA: CAMBIANO I RUOLI
Compito del medico e di altri operatori sanitari è
comprendere l'impatto che la malattia ha sull'individuo, anticipare i
problemi del paziente e della sua famiglia, guidandoli a trovare una
soluzione che sia utile ad affrontare la quotidianità lungo il decorso
della malattia. Il paziente e la sua famiglia devono sviluppare e
mantenere il più possibile "un senso di controllo", senza
lasciarsi andare perché sommersi dalle nuove difficoltà causate dalla
malattia e ciò per vivere nel modo qualitativamente migliore la loro
vita.
Questo si realizza imparando l'importanza di acquisire una sempre
maggior conoscenza relativa al morbo di Parkinson ed al suo trattamento.
I ruoli nella famiglia e le responsabilità al suo interno vengono
spesso modificati quando un proprio membro che si è sempre occupato
degli altri famigliari, necessita, ora, delle loro cure e della loro
assistenza. In questo modo il ruolo del genitore e del figlio possono
invertirsi. Il paziente con il morbo di Parkinson, percepito come
disabile all'interno della famiglia, assume, appunto, il ruolo del
figlio. Questa inversione di ruolo genitore/malato/figlio può divenire
causa di "stress" per tutti i membri della famiglia. Occorre,
quindi, una ridefinizione corretta delle responsabilità in seno al
nucleo famigliare.
Un metodo di condotta per superare il disagio derivante dal cambiamento
di ruolo è quello di considerare la nuova realtà che si presenta da
parte di coloro che si trovano coinvolti in tale situazione. La presa di
coscienza dei problemi pratici che necessitano di affrontare, muove i
componenti della famiglia ad agire nel modo opportuno, senza riguardo al
ruolo che rivestono nel suo ambito. L'esperienza ha dimostrato che molte
famiglie accettano spontaneamente questa nuova ridefinizione dei ruoli e
spesso, infatti, non sono neppure consapevoli che tali cambiamenti
possono produrre "stress" nell'ambito famigliare.
CONTROLLARE LA MALATTIA
E' importante per il paziente, all'inizio del trattamento,
accettare l'assistenza, la comprensione e la cooperazione sia degli
altri membri della famiglia, sia del gruppo sociale.
Il paziente ed il suo morbo di Parkinson devono essere valutati nel
contesto della famiglia, considerando tre elementi fondamentali: il
substrato culturale, la professione, la personalità. Ciò include, per
lo specialista che si avvicina al malato, la necessità di comprendere
l'auto-immagine che il paziente ha di se stesso, l'intensità e la forza
di relazione esistente all'interno
della famiglia. La
complessità del morbo di Parkinson ed il suo controllo presentano
numerose difficoltà. Per alcuni pazienti è estremamente difficile
adattarsi ai cambiamenti che si verificano nella quotidianità della
loro vita, portati dalla malattia. Quando un paziente non è in grado di
accettare la situazione che si trova a vivere, spesso dà la
responsabilità delle sue difficoltà ai componenti della famiglia e
agli operatori sanitari. Nel lungo termine, ottiene migliori risultati
nella gestione della malattia chi acquisisce tecniche per superare le
difficoltà di movimento, chi apprende nuove informazioni ed impara ad
applicarle ai problemi che incontra con il morbo di Parkinson. Altresì,
è di grandissimo aiuto avere "un attivo rapporto di
partecipazione" con il sistema di cura prescritto, oltre che una
buona comunicazione con il proprio medico. In altre parole, è il
miglior controllo della propria situazione che contribuisce a rendere più
efficaci i risultati del programma terapeutico. Quando le cose non vanno
bene nel controllo della malattia del morbo di Parkinson si determinano
frustrazioni, disappunto, disperazione e spesso amarezza.
Dovrebbe essere fatto un elenco delle attività specifiche per le quali
il paziente ha difficoltà di esecuzione, delle attività che limitano
la sua capacità di compiere un lavoro e di quelle che affaticano il suo
fisico. Un specifica difficoltà può divenire l'obiettivo della terapia
ed essere usata come parametro per misurare l'efficacia della stessa.
D'altra parte, un paziente non sa cosa aspettarsi da un particolare
dosaggio di farmaco. Pensa che la somministrazione farmacologica serva
ad eliminare la malattia e non si rende conto, invece, che l'effetto del
farmaco non è costante nell'arco della giornata e, peraltro, da
ciascuna dose si possono avere risultati diversi. Può, perciò, provare
delusione nell'accorgersi che il dosaggio assunto non dà gli effetti da
lui attesi. Dopo dosi di farmaco si possono riscontrare miglioramenti
per aree di funzioni: disturbi del controllo motorio, cammino, postura,
oscillazioni delle braccia, vestirsi, espressione del viso, volume della
voce, capacità di intervenire nella conversazione.
APPLICARE CORRETTAMENTE LE
ISTRUZIONI MEDICHE
Medico, paziente, famiglia, raggiunto un accordo sulla
priorità di alcuni obiettivi da stabilirsi, condividono i risultati
attesi di ogni specifica dose di farmaco e suggerimento terapeutico. La
mancanza di un accordo provocherà incomprensione e delusione
sull'esito, in quanto verrà disattesa la realizzazione di una cura
globale. Entrambe le parti (medico/paziente) devono fare in modo che le
istruzioni impartite durante la visita siano comprese, ascoltate,
seguite in modo da ottenere una appropriata applicazione nella gestione
a lungo termine del morbo di Parkinson.
RILEVAZIONI NEGLI STATI UNITI
Da uno studio statistico negli Stati Uniti è stato
rilevato che il mancato rispetto delle prescrizioni mediche da parte dei
malati sia una delle situazioni più serie e pertanto, un problema molto
costoso, in America, per la sanità. Viene stimato che una elevata
percentuale delle prescrizioni mediche (30% - 50%) non vengono seguite
correttamente dai pazienti. Molte prescrizioni non sono, perfino,
effettuate.
INCONVENIENTI DI UNA ERRATA
COMUNICAZIONE
Quando accade di prescrivere cambiamenti da seguire nella
condotta di vita, metà dei pazienti o trascurano di rispettarli o li
rispettano in modo non corretto. Il paziente abitualmente incolpa di ciò
il medico che può, per questo, anche essere rimproverato.
Molti possono essere i motivi che determinano questo errato
comportamento del paziente, da ricondurre, nella maggior parte dei casi,
alla mancanza di una corretta comunicazione fra medico e
paziente. Il medico spesso affronta la malattia con cautela, lasciando
il paziente con la sensazione che non si sia fatto tutto il possibile.
Un paziente, può, inoltre, interpretare in modo errato, il consiglio
del medico o dimenticare ciò che questo gli ha detto pochi minuti dopo
che ha lasciato il suo studio. Il medico, può, invece, esagerare i
benefici della terapia. Il paziente può interrompere la terapia stessa
quando si accorge che non si realizzano i rapidi miglioramenti sperati,
oppure il medico può minimizzare o tralasciare di comunicare al
paziente i possibili effetti secondari, inducendo il paziente a
sospendere la terapia qualora tali effetti si verifichino. In entrambi i
casi si attuano delle interruzioni nella terapia, non dando la
possibilità alla stessa di manifestare completamente il proprio
effetto.
UTILIZZO DI NUOVI STRUMENTI (PERCHE'
NON SERVIRSENE?)
Per ovviare ad incomprensioni sulla modalità di seguire la
terapia e stato riscontrata l'utilità di servirsi sia di un
"registratore", sia di una "videocassetta" che
riporti l'incontro fra lo specialista, il paziente e i famigliari.
Nella pratica, si raccomanda al paziente di usare un registratore, prima
scrivendo quello che lo specialista dice e poi ripetendo le istruzioni
ad alta voce allo specialista, per essere certi che sia stato capito,
nella maniera esatta, il trattamento da seguire. E' utile, anche,
registrare gli specifici argomenti trattati durante la visita. Quando
sussiste un problema di notevole rilevanza e complessità, è importante
organizzare un incontro fra lo specialista, il malato e i suoi
famigliari. In tal caso, si è constatato l'utilità di registrare con
una videocassetta tali incontri per dare, poi, la possibilità sia al
paziente, sia ai famigliari, di riesaminare il filmato e risentire ciò
che si è detto e ciò che si deve fare nel modo corretto. La tecnica
della videocassetta si è dimostrata di grande utilità per risolvere
problemi famigliari che turbavano e creavano disagi, causati dalla
malattia oppure, anche, da altri eventi. Dal filmato, il paziente può
vedere la sua immagine, constatando che la terapia seguita può
determinare uno stato "normale" alle sue condizioni così che
i momenti di blocco possono essere superati.
La registrazione in videocassetta può, inoltre, aiutare ad imparare a
comunicare.
Nella comunicazione interattiva "A" manda un messaggio a
"B", che lo riceve. "B" risponde al messaggio di
"A" che comprende la risposta. Per capire il messaggio è
necessario che le parole usate da ambedue le parti siano semplici e
chiare e che sussista una reciproca volontà per risolvere i problemi.
E' INDISPENSABILE CAPIRSI
Nello sforzo di risolvere i problemi nel trattamento del
morbo di Parkinson, i pazienti, i loro famigliari, gli specialisti
devono capirsi reciprocamente. Presentando i problemi con chiarezza allo
specialista e ricevendo chiare e sicure risposte da quest'ultimo, si
possono ottenere per la cura del morbo di Parkinson risultati
soddisfacenti, nel lungo periodo. Agendo altrimenti, si perde
l'opportunità di utilizzare il potenziale bagaglio di conoscenze ed
esperienze disponibili.
Pazienti e medici possono e dovrebbero imparare reciprocamente.
"THE
AMERICAN PARKINSON DISEASE ASSOCIATION" - APDA -
"TWO WAY COMMUNICATION: THE PATIENT-DOCTOR RELATIONSHIP IN
PARKINSON'S DISEASE" ROBERT G. FELDMAN


IL RAPPORTO MEDICO DI BASE - SPECIALISTA - PAZIENTE
Dr.
Augusto Scaglioni
Neurologo
Ambulatorio Parkinson
Ospedale Civile di Fidenza (PR)
E'
molto importante che si instauri un rapporto di collaborazione fra lo
specialista ed il medico di base. Dalla mia esperienza di familiare di
un malato ho, però, potuto constatare che il medico di base "fa un
po' fatica" ad entrare nel rapporto specialista - paziente.
Domenico, familiare
E' vero che la terapia antiparkinson deve essere seguita con criteri
specialistici (prescrivere la somministrazione della levodopa nella
giusta dose e al momento giusto) ma è pur vero che la collaborazione
fra medico di famiglia - neurologo - paziente è estremamente
importante. Il medico di base ha un rapporto più confidenziale e più
continuo con il malato che magari assiste da anni e ne conosce
complessivamente tutti i problemi. Un rapporto più vicino, più stretto
con il neurologo permette al medico di base di segnalare qualsiasi nuova
problematica del malato allo stesso specialista ("Guarda che si è
venuta a creare questa situazione") consentendo un intervento
sanitario più tempestivo che, generalmente, porta a risultati più
soddisfacenti.
Presso il Centro neurologico della malattia di Parkinson e delle altre
malattie extrapiramidali di Fidenza, dove svolgo la mia attività,
abbiamo creato un filo diretto con il medico di famiglia lasciando
spazio per una o due visite urgenti alla settimana. Il medico di
famiglia può, quindi, inviare al nostro ambulatorio i casi che ritiene
più urgenti.

COSA DIRE ALLO SPECIALISTA
E’ molto
importante durante la visita medica parlare con chiarezza dei propri disturbi.
Spesso, però, mentre si è seduti di fronte al medico, non si ricorda sempre
tutto.
E’ allora consigliabile annotare su un taccuino ciò che si vuole dire al medico.
In questo modo si è sicuri di non dimenticare proprio di nulla.
Come si
deve organizzare il discorso?
E’ bene,
prima di tutto, stabilire lo scopo della visita.
In questo modo è più facile poter chiarire quegli aspetti della malattia di cui
si è maggiormente preoccupati.
Per quanto
riguarda la terapia farmacologica, come parlarne?
Occorre
pensare alla terapia che si sta seguendo.
Ad esempio, è bene informare il medico se, rispetto all’ultima visita
specialistica, si sono modificati i tempi di assunzione dei farmaci
antiparkinson, se accade di dimenticare di assumere una dose di farmaco, se sono
stati aggiunti alla terapia altri farmaci come i farmaci da banco oppure le
vitamine.
E’ anche importante informare il medico di essersi sottoposti ad altre visite
specialistiche a causa, ad esempio, di un’emergenza oppure per la diagnosi di
un’altra malattia.
Se il paziente non sta bene e per questo motivo ha chiesto la visita medica, il
suo discorso deve essere arricchito da ulteriori elementi:
- se si sono verificati cambiamenti nella sua dieta, nelle abitudini del
sonno, nella routine giornaliera...
- quando è il momento in cui inizia a sentirsi male oppure quando
peggiorano i sintomi parkinsoniani e come si sente;
- in caso di dolore, che tipo di dolore prova e dove. E’ bene, comunque,
descrivere qualsiasi altro sintomo: nausea, vomito, giramenti di testa…
Se la visita
medica è legata alla malattia di Parkinson, è necessario che il paziente metta
in evidenza qualsiasi variazione del suo stato di salute (una intensificazione
dei sintomi, nuovi sintomi, cambiamenti dei sintomi) e quando si verifica (dopo
avere preso i medicinali, dopo mangiato...).
Una
raccomandazione: è importante preparare la lista completa dei farmaci che si
assumono (farmaci antiparkinson, farmaci da banco, prodotti di erboristeria,
vitamine ed integratori nutrizionali), in questo modo il medico ha la visione
completa dei farmaci utilizzati.
Il paziente
che si prepara in anticipo a questo appuntamento è in grado di comunicare meglio
con il medico: aiutando il medico, il paziente aiuta se stesso.
"THE
AMERICAN PARKINSON DISEASE ASSOCIATION" - APDA -

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