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LA
DIAGNOSI DI MALATTIA DI PARKINSON
Linee
guida per il trattamento della malattia di Parkinson
I criteri clinici
La diagnosi di malattia di Parkinson è comunemente ritenuta
una diagnosi semplice.
In realtà solo il 75% delle diagnosi cliniche di morbo di Parkinson sono
confermate dai riscontri autoptici; ciò è dovuto al fatto che i segni
caratteristici della malattia parkinsoniana (segni extrapiramidali)
possono riscontrarsi frequentemente anche in altre condizioni cliniche,
nosograficamente inquadrate come parkinsonismi atipici (atrofia
multisistemica, paralisi sopranucleare progressiva, degenerazione
cortico-basale, malattia da corpi di Lewy diffusi ed altre degenerazioni
multisistemiche) o, più genericamente, come sindromi parkinsoniane
(comprendenti anche le forme secondarie a idrocefalo, lesioni vascolari,
encefalite, uso di farmaci neurolettici).
Analizzando retrospettivamente casistiche cliniche, di cui era
disponibile la verifica autoptica, sono stati, pertanto sviluppati dei
criteri diagnostici per la diagnosi clinica di malattia di Parkinson
idiopatica.
Tra quelli utilizzati più comunemente sono da considerarsi i criteri
della United Kingdom Parkinson’s Disease Society Brain Bank che
identificano:
1. I sintomi essenziali per la diagnosi si sindrome parkinsoniana;
2. Criteri di esclusione per la diagnosi di morbo di Parkinson;
3. Criteri di supporto della diagnosi di morbo di Parkinson.
Una più recente revisione dei criteri diagnostici di morbo di
Parkinson è stata svolta da Gelb ed altri, sottolineando come la
diagnosi clinica di morbo di Parkinson sia basata sulla combinazione di
alcuni segni motori cardinali e sull’esclusione di sintomi ritenuti
atipici.
Criteri diagnostici di morbo di Parkinson
secondo Gelb. et al.
Segni motori cardinali
1. tremore a riposo, distale (3-6 Hz): costituisce il
tipo di tremore più frequentemente osservato nella malattia di Parkinson
(69-100% dei casi), pur essendo riscontrabile anche in altri quadri
clinici extrapiramidali;
2. rigidità: segno comune a molte condizioni cliniche, ma
presente in una percentuale elevata di casi di malattia di Parkinson
(89-99%);
3. bradicinesia: si manifesta nel 77-98% dei casi, ma non può
considerarsi carattere esclusivo della malattia di Parkinson;
4. esordio asimmetrico: costituisce la più frequente modalità
di distribuzione iniziale della sintomatologia (72-75% dei casi), pur
essendo anch’esso un carattere non esclusivo.
L'instabilità posturale
L’instabilità posturale non viene considerata un segno cardinale essendo
riscontrabile solo nel 37% dei pazienti con durata di malattia inferiore
o uguale a 5 anni, mentre è spesso il più comune sintomo di esordio dei
parkinsonismi atipici.
Responsività alla Levodopa
Ai segni motori cardinali viene aggiunto il criterio della
responsività alla levodopa (L-dopa) che, seppur con sporadiche eccezioni
(è presente nel 94-100% dei casi), costituisce un requisito necessario
per la diagnosi, ma non esclusivo, in quanto inizialmente riscontrabile
anche in forme atipiche.
Poiché una risposta terapeutica favorevole alla terapia cronica con
levodopa e/o dopaminoagonisti è uno dei criteri principali per la
diagnosi di morbo di Parkinson, la somministrazione in acuto di una dose
di levodopa (100-250 mg per bocca) o di apomorfina (50-100 mg/Kg
sottocute) può essere predittiva della risposta cronica e rappresentare
potenzialmente un valido ausilio per la diagnosi differenziale fra morbo
di Parkinson e parkinsonismi.
Il valore predittivo positivo del test è abbastanza elevato,
collocandosi intorno all’80-90%; sfortunatamente i falsi negativi
possono raggiungere una frequenza del 40%, soprattutto nei pazienti con
malattia iniziale.
Pertanto la validità del test risulta maggiore nei pazienti con
parkinsonismo più avanzato e comunque in caso di risposta positiva.
Le manifestazioni cliniche suggestive per una diagnosi alternativa a
quella di morbo di Parkinson idiopatica (sintomi atipici) comprendono,
invece, principalmente: instabilità posturale precoce (entro 3 anni
dall’esordio), fenomeni di freezing precoce, allucinazioni non
correlabili alla terapia, decadimento intellettivo precoce, paralisi
dello sguardo di verticalità, grave disautonomia non correlabile alla
terapia, movimenti involontari patologici atipici e precoci, cause
accertate di parkinsonismo sintomatico (lesioni focali, uso di
neurolettici, ecc..).
Non essendo alcun singolo parametro clinico sufficientemente sensibile e
specifico, Gelb et al. hanno proposto varie combinazioni dei parametri
clinici sopra ricordati al fine di identificare differenti livelli di
diagnosi: possibile, probabile, definita (Tab. 1).
Il rispetto di criteri clinici rigorosi riduce certamente la possibilità
di una diagnosi errata, anche se non garantisce la certezza assoluta
della diagnosi.
TABELLA 1 - Criteri per la diagnosi di malattia di Parkinson
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Possibile
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Presenza di almeno 2 dei 4 segni cardinali (di cui
uno deve essere tremore o bradicinesia)
Assenza di sintomi atipici
Documentata risposta all’uso della levodopa o dopaminoagonisti (o
mancanza di un adeguato tentativo terapeutico con levodopa o
dopaminoagonisti) |
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Probabile |
Presenza di almeno 3 dei 4 segni cardinali
Assenza per almeno tre anni di sintomi atipici
Documentata risposta all’uso della levodopa o dopaminoagonisti |
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Definita |
Presenta di tutti i criteri per la diagnosi si
malattia di Parkinson possibile
Conferma autoptica |
La diagnosi differenziale
Tra le condizioni che con maggior frequenza vengono erroneamente
diagnosticate come malattia di Parkinson idiopatica vanno annoverate il
tremore essenziale (TE) e il parkinsonismo vascolare (aterosclerotico).
Si distinguono diverse forme di tremore essenziale in relazione ad
alcuni elementi clinici: frequente familiarità, tremore con
caratteristiche prevalentemente d’azione, assenza di altri segni
extrapiramidali (talora, lieve rigidità), scarsa evolutività, assenza di
risposta terapeutica alla levodopa.
Il parkinsonismo vascolare, così come altre forme ad origine secondaria
(in corso di idrocefalo, da farmaci ad azione neurolettica, da tossici),
può invece essere sospettato in base ad una accurata raccolta dei dati
anamnestici e dal ricorso alle indagini neuroradiologiche.
PARKINSONISMI ATIPICI
Tuttavia, il principale problema diagnostico differenziale si pone nei
confronti dei parkinsonismi atipici:
-
Paralisi sopranucleare progressiva (PSP). I criteri per
la diagnosi di PSP (possibile o probabile) prevedono il riscontro di un
quadro clinico ad andamento progressivo, con un esordio dopo i 40 anni,
caratterizzato dalla presenza di un parkinsonismo associato a paralisi
dello sguardo verticale (o rallentamento dei movimenti saccadici
verticali) e marcata instabilità posturale con cadute nel primo anno di
malattia.
-
Atrofia multisistemica (AMS). I criteri per la diagnosi
di possibile AMS prevedono la presenza di segni di compromissione di
almeno due dei seguenti settori: disfunzione autonomica e urinaria,
parkinsonismo scarsamente responsivo alla levodopa, disfunzione
cerebellare. Se è presente una documentata disfunzione autonomica,
l’associazione con segni parkinsoniani o cerebellari rende la diagnosi
di AMS probabile;
- Degenerazione cortico-basale (DCB). In questa
condizione il quadro clinico può essere assai polimorfo comprendendo:
una sindrome acinetico-ipertonica (tipicamente asimmetrica), segni di
disfunzione corticale (aprassia, turbe fasiche, disturbi sensitivi,
segni di liberazione frontale, fenomeno di Babiski), movimenti
involontari (tremore posturo-cinetico, distonia segmentale, mioclono
focale), compromissione cognitiva.
Tale eterogeneità può rendere particolarmente difficile il
riconoscimento della DCB, che risulta una condizione spesso
sottodiagnosticata.
Tra i segni clinici maggiormente predittivi della diagnosi di DCB devono
essere considerati: parkinsonismo asimmetrico (senza compromissione
della deambulazione), aprassia ideo-motoria, mioclono e distonia.
-
Malattia da corpi di Lewy diffusi (DLBD).
I criteri
diagnostici si basano sul riscontro di un quadro di decadimento
cognitivo (funzioni attentive e visuo-spaziali) con tipiche fluttuazioni
e frequenti manifestazioni allucinatorio-deliranti, associato ad una
sindrome parkinsoniana di modesta entità; la diagnosi è corroborata
dalla presenza di cadute, episodi sincopali, spiccata intolleranza ai
neurolettici.
Pur rispettando i criteri clinici proposti, il valore predittivo della
diagnosi clinica di “parkinsonismo atipico” risulta inferiore a quello
della diagnosi di malattia di Parkinson idiopatica.
In conclusione:
- la diagnosi clinica di
morbo di Parkinson è basata sull’identificazione di alcune combinazioni
di sintomi/segni motori cardinali;
- la diagnosi clinica di morbo di Parkinson può non essere
semplice e deve prendere in considerazione l’esclusione di forme di
parkinsonismo atipico o secondario;
- la sicurezza diagnostica è fornita solo dall’esame autoptico o
suggerita dalla verifica nel tempo della corrispondenza con i criteri
clinici.
Neurological Sciences-
Supplement Volume 23- Settembre
2002

DIFFICOLTÀ
DIAGNOSTICHE
L’USO DELLA PET
Dr. Michael Rezak
Glenbrook Hospital - Glenview, IL - USA
__________________________________________
“The American Parkinson Disease Association, Inc. - APDA” New York
Ho 32 anni e in questi ultimi mesi ho consultato diversi specialisti ma,
purtroppo, non mi è stata ancora diagnosticata con certezza la causa dei
miei disturbi motori.
Un neurologo ritiene che i miei disturbi siano causati dalla malattia di
Parkinson, mentre un altro neurologo, al quale mi sono rivolto per avere
un secondo parere, lo esclude decisamente.
Un altro specialista mi ha proposto di sottopormi alla terapia con il
Sinemet (carbidopa/levodopa) per verificare se, con la somministrazione
della levodopa, i miei disturbi migliorano: una buona risposta a tale
trattamento è, infatti, considerata importante per la diagnosi di morbo di
Parkinson.
L’applicazione di questo criterio diagnostico richiede però un adeguato
periodo di tempo e, da quanto ho letto, non sembra che sia una buona idea
fare assumere levodopa ad una persona giovane.
Ho anche letto che la tecnica PET è una metodica utile per chiarire dubbi
diagnostici ma che il suo utilizzo è limitato essendo un esame piuttosto
costoso.
Mi è difficile, tuttavia, credere che il ricorso alla PET sia più oneroso
di tutte le spese che ho sostenuto per sottopormi ai vari test e per
consultare i diversi specialisti, con risultati, peraltro,
insoddisfacenti.
La mia domanda è questa: che cosa è la PET e perché nessun medico sembra
volerla utilizzare come strumento diagnostico?
La tomografia ad emissione di positroni o PET è una tecnica di immagine
scintigrafica che permette, in definitiva, di visualizzare e di misurare
la quantità di dopamina nei gangli della base.
Il tracciante somministrato in questo test è la
18Fluoro-Dopa
che viene poi convertito a
18Fluoro
Dopamina e, successivamente, attraverso la PET, può essere visualizzato e
quantificato nei neuroni dopaminergici dei gangli della base.
Il tracciante
18Fluoro-Do-pa
è stato utilizzato in numerosi studi ed è ritenuto un efficace marker
biologico per valutare la funzionalità delle vie nigrostriatali nella
malattia di Parkinson.
Tuttavia, la diagnosi di malattia di Parkinson è soprattutto una diagnosi
di tipo clinico che rimane alla valutazione del neurologo.
Altre malattie neurodegenerative possono, infatti, causare una perdita di
neuroni dopaminergici della Sostanza Nera riducendo, conseguentemente, la
quantità di dopamina nei gangli della base, come accade nella malattia di
Parkinson.
Altri traccianti utilizzati con la tecnica PET (ad esempio
18Fluoro-2-Deossi-
Glucosio) possono essere utili per differenziare la malattia di Parkinson
da altre forme di parkinsonismo.
La PET fa ricorso ad una strumentazione alquanto costosa che non tutti i
Centri hanno in dotazione e richiede, inoltre, operatori molto esperti,
per cui non è possibile applicarla come normale metodica di indagine.
Nella maggior parte dei Centri, la Risonanza magnetica nucleare è
l’indagine neuroradiologica di scelta per i pazienti affetti da sospetta
malattia di Parkinson.
È una tecnica diagnostica che non utilizza mezzi di contrasto (cioè
sostanze, spesso radioattive, da somministrare al paziente) e che consente
una rappresentazione morfologica dettagliata delle strutture dell’encefalo
fornendo informazioni di tipo prevalentemente anatomico.
L’esame, se eseguito all’esordio della malattia di Parkinson, ha
essenzialmente lo scopo di escludere la presenza di alterazioni secondarie
che possono essere responsabili di parte o dell’intera sintomatologia
(lesioni vascolari).
È quindi in grado di discriminare tra malattia di Parkinson e sindromi
parkinsoniane proprio per il riscontro di anomalie morfologiche che sono
ben definite solamente in queste ultime.
L’utilizzo della levodopa per diagnosticare la malattia di Parkinson
idiopatica, è controversa e non è una pratica particolarmente
raccomandata.
Studi su animali hanno rilevato che esponendo soggetti particolarmente
sensibili perfino ad una singola dose di levodopa, si può anticipare lo
sviluppo di fluttuazioni motorie e di discinesie.
E’ certamente più appropriato iniziare il trattamento antiparkinson con un
farmaco dopaminoagonista quali il Mirapexin o il Nopar.
Dalla mia personale esperienza, ritengo più opportuno effettuare i test
con levodopa solamente nei casi di difficile diagnosi, caratterizzati da
una disabilità significativa del paziente che non risponde efficacemente a
dosi terapeutiche del dopaminoagonista e/o al preventivo trattamento con
levodopa.
Con tale test si somministra al paziente una dose relativamente alta di
levodopa e, attraverso un’accurata osservazione, si valuta se si
verificano miglioramenti nelle condizioni motorie.


PET, RISONANZA MAGNETICA FUNZIONALE (fMri) E SPECT
Permettono di studiare direttamente il funzionamento delle cellule e di
individuare i processi patologici

La PET è l'esame più sofisticato che esista oggi: mostra il
cervello che pensa; ha detto qualcuno che può fotografare le idee, la
memoria, i sentimenti.
La PET (Tomografia a emissione di positroni), l’fMri
(Risonanza magnetica funzionale) e la SPECT (tomografia a singola
emissione di fotoni) catturano immagini tridimensionali dell’attività di
specifiche aree cerebrali e permettono di valutarne il loro funzionamento.
PET
La PET
(tomografia ad emissione di positroni) è una tecnica di medicina nucleare
che permette di localizzare con precisione, all’interno del cervello o di
altri organi, una sostanza debolmente radioattiva, marcata con un
radioisotopo che emette positroni (elettroni positivi), precedentemente
somministrata al paziente.
La Pet, quindi, non solo fotografa l’aspetto degli organi, nel nostro caso
le strutture cerebrali, ma anche il loro funzionamento ed è quindi in
grado di rilevare eventuali alterazioni con estrema precisione.
DI CHE COSA SI TRATTA
La PET
registra le radiazioni emesse dall’organismo dopo la somministrazione al
paziente di un composto radioattivo che può essere di vario tipo e, a
seconda del tracciante utilizzato, si ottengono informazioni differenti.
In pratica, un radiofarmaco marcato con un isotopo che emette positroni,
viene iniettato al paziente per via endovenosa. La PET permette di seguire
il percorso del radiofarmaco nell’organismo e visualizza il decadimento di
queste molecole radioattive.
Tale degenerazione libera positroni che, a loro volta, scontrandosi,
producono radiazioni elettromagnetiche (gamma).
Le radiazioni gamma vengono poi registrate ed elaborate al computer in
modo da creare immagini che corrispondono a precise zone del cervello.
La PET è in grado di visualizzare quale regione cerebrale accumula il
liquido radioattivo impiegato; così è possibile, per esempio, con l’uso di
glucosio radioattivo, visualizzare le regioni che hanno un metabolismo
particolarmente attivo in un determinato momento: dal punto di vista
fisiologico durante l’esecuzione di un particolare compito, ad esempio di
specifici atti motori, o dal punto di vista patologico nel caso di focolai
epilettici o tumori. La tomografia ad emissione di positroni è quindi il
mezzo più sensibile e specifico per visualizzare percorsi di molecole
marcate e questi dati, elaborati al computer, forniscono una immagine
radiologica istantanea della funzionalità dell’organo preso in esame.
Al paziente che deve essere sottoposto ad una tomografia di questo tipo,
verrà inserito nel braccio un piccolo ago da iniezione.
Esteriormente, lo strumento della PET è uguale a quello della TAC e cioè
un cilindro di materiale plastico.
Il lettino dove è sdraiato il paziente viene fatto scorrere all’interno
del cilindro, dove un computer registra le radiazioni emesse e le traduce
in immagini. Le immagini della PET possono essere rielaborate ancora dal
computer, per ottenere rappresentazioni del corpo umano in tre dimensioni
che sono estremamente realistiche.
CHE COSA SONO I TRACCIANTI

Il ciclotrone.
In un ciclotrone vengono prodotti dei radioisotopi, sostanze radioattive
per un tempo molto breve, mediante un bombardamento di particelle
atomiche pesanti.
La
preparazione della sostanza tracciante si effettua in un ciclotrone, uno
strumento che produce radioisotopi, le sostanze radioattive emittenti
positroni che, diluite in un liquido, sono iniettate al paziente.
Entrate nel circolo sanguigno, queste sostanze si fissano in quantità più
o meno variabile negli organi e nelle strutture corporee che si vuole
studiare.
La loro prerogativa di emettere radiazioni rende visibili, di conseguenza,
anche gli organi.
Seguendo il percorso del tracciante lo specialista può ricostruire con
grande precisione la forma e la funzionalità degli organi ed è in grado di
capire come funzionano.
Vengono impiegati traccianti diversi, a seconda della zona corporea oppure
delle anomalie che si vogliono esaminare.
COME SI SVOLGE L’INDAGINE
Sono
necessarie numerose misurazioni per poter garantire un esame completo.
In alcuni casi le misurazioni vengono effettuate subito, in altri casi
dopo qualche minuto o addirittura dopo ore, a seconda della velocità con
cui le sostanze radioattive raggiungono l’organo che deve venire
esaminato. Durante queste misurazioni il paziente dovrebbe muoversi il
meno possibile, in modo che le immagini non risultino mosse.
Un movimento respiratorio troppo intenso può causare disturbi di immagine.
L’esame di una regione corporea dura circa 30-40 minuti, un esame di tutto
il corpo circa 60 minuti.
RISONANZA MAGNETICA FUNZIONALE (fMri)
La
risonanza magnetica funzionale è, invece, meno invasiva e non richiede
l’uso di composti radioattivi.
Questa tecnica si basa sulla polarità magnetica del sangue.
Le zone del cervello che in un preciso momento sono più attive di altre
prelevano ossigeno dal sangue per avere una energia maggiore e questo
processo modifica le caratteristiche magnetiche del plasma.
Lo scarto magnetico viene, dunque, rilevato dalla Risonanza Magnetica
Funzionale.
Studi in Risonanza Magnetica Funzionale confermano dati già evidenziati
con studi PET che pazienti affetti dalla malattia di Parkinson presentano,
durante l’esecuzione di movimenti semplici, alterazioni nell’attivazione
di regioni corticali motorie, anche se influenzate dalla presenza di un
eventuale stimolo farmacologico.
Ciò spiega la difficoltà dei pazienti parkinsoniani nella programmazione
dei movimenti volontari o nell’esecuzione di movimenti sequenziali.
SPECT
Nei
reparti ospedalieri di medicina nucleare è ormai diffusa la SPECT o
Tomografia computerizzata a
singola emissione di fotoni che fotografa le aree cerebrali in cui scorre
una maggiore quantità di sangue.
La
SPECT è una tecnologia simile alla PET ma più semplice, che usa composti
radioattivi che emettono direttamente radiazioni gamma e che si utilizzano
anche per tutti i più comuni esami scintigrafici.
Per la
PET, invece, occorrono radiofarmaci marcati con isotopi emittenti
positroni ed è necessario
un
ciclotrone per la loro sintesi in loco.
Come
accade nel caso della PET (anche se con una risoluzione più bassa), viene
iniettato nella persona un liquido radioattivo, dopo di che ruotando
attorno al paziente la telecamera, lo scan cattura le particelle
radioattive e le trasforma in informazioni che il computer traduce in
filmati tridimensionali.
Può
essere impiegata per visualizzare una riduzione dell’attività cerebrale
causata da malattie
neurodegenerative e per confermare la loro diagnosi.
Può
anche aiutare ad evidenziare processi di neurodegenerazione focali come le
demenze frontotemporali.
Non è
richiesta comunque nella diagnosi di routine, poiché nella maggior parte
dei casi (malattia di
Alzheimer e demenze cerebrovascolari) non aumenta la precisione
diagnostica.
Notizie
da:
“Imaging cerebrale morfo-funzionale nella
malattia di Parkinson e nelle sindromi
parkinsoniane- di R. Ceravolo, P. Piccini - Pacini
Editore e altre fonti.
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