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RACCOLTA NOTIZIE SCIENTIFICHE
ULTIMISSIME DALLA SCIENZA
ULTIMISSIME DALLA STAMPA
STAMPA: NOTIZIE 2003
Levodopa e omocisteina in pazienti
con malattia di Parkinson
Dispensazione di Provigil (Modafinil) secondo il Servizio Sanitario Nazionale
Farmacovigilanza: il Ministero della Salute introduce nuove norme
Disturbi
delle valvole cardiache e agonisti dopaminergici derivati dell'Ergot
Stimolazione
cerebrale profonda: pro e contro
L’attenzione e’ di nuovo puntata
sul mitocondrio
Le indicazioni dell’accademia
americana di neurologia
Effetto placebo nella malattia di
Parkinson
Levodopa, pramipexolo e progressione
della malattia di Parkinson
Attacchi di sonno e nuovi agonisti
dopaminergici: si tratta realmente di un nuovo effetto collaterale?
Eccessiva sonnolenza diurna e
attacchi di sonno: speciali avvertenze e precauzioni d’uso
Due casi di alopecia
La prescrivibilita’ ssn degli
antipsicotici atipici
Caffe’ e malattia di
Parkinson
Come procedere nella sostituzione dei
farmaci dopaminoagonisti
Trapianto di cellule dopaminergiche
fetali nella malattia di Parkinson
Levodopa o agonisti dopaminergici
nella terapia iniziale della malattia di Parkinson? Pro e contro
Cabaser (cabergolina): un nuovo
agonista dopaminergico nella terapia della malattia di Parkinson
Farmaci per i disturbi
gastrointestinali e parkinsonismi iatrogeni
La diatermia provoca gravi lesioni in
pazienti parkinsoniani portatori di impianto di neurostimolazione cerebrale
Genetica Parkinson: il terzo gene
Trapianti
di cellule staminali
Individuare
le cause della malattia di Parkinson
NOTIZIE SCIENTIFICHE
(Notizie selezionate da
http://www.neuro.unibo.it/farm/pillole.htm)
LEVODOPA E OMOCISTEINA
IN PAZIENTI CON MALATTIA DI PARKINSON
L'Omocisteina è un aminoacido che si forma in seguito a
perdita di un gruppo metilico da parte della Metionina, aminoacido essenziale
introdotto con la dieta.
Alte concentrazioni plasmatiche di Omocisteina vengono
considerate come uno dei più importanti fattori di rischio cardiovascolare.
Una iperomocisteinemia è causata principalmente dalla
carenza di vitamine del gruppo B, soprattutto Acido Folico, ma anche vitamine B
6 e vitamina B 12.
Di recente è emerso il dato che pazienti parkinsoniani in
terapia cronica con Levodopa mostrano concentrazioni plasmatiche di Omocisteina
significativamente più alte rispetto a pazienti con malattia di Parkinson non
trattati con Levodopa o a soggetti di controllo (Eur Neurol 1998;40:225;
Lancet 1999;254:126).
Gli alti livelli di Omocisteina non derivererebbero
però in questi pazienti da un deficit di vitamine del gruppo B, ma sarebbero il
risultato delle reazioni metaboliche di transmetilazione della Levodopa ad opera
dell’enzima Catecol-O-Metil-Transferasi (COMT).
La possibile relazione fra
alti livelli di Omocisteina nel plasma e aumentato rischio cardiovascolare in
pazienti trattati con Levodopa è stata valutata in uno studio apparso nel
numero di gennaio degli Archives of Neurology (2003;60:59).
Il lavoro conferma che i pazienti trattati con Levodopa
(n=201) mostrano livelli significativamente più alti di Omocisteina rispetto ad
un gruppo di pazienti di controllo non trattati (n=34).
Fra i pazienti in
terapia con Levodopa, il sottogruppo (circa il 20%) con i livelli plasmatici
più alti di Omocisteina (>17 µmol/L), potenzialmente più rischiosi per
eventi avversi cardiovascolari (JAMA 1995;274:1049), sembrano mostrare
una maggiore probabilità di aver sviluppato problemi cardiaci, valutati in base
alla anamnesi di eventi infartuali pregressi, interventi di bypass coronarici e
di angioplastiche.
Tuttavia è importante osservare che questo sottogruppo di
pazienti differiva anche per l’età più avanzata e i livelli più bassi di
acido Folico e vitamina B 12, tutti fattori che, in associazione alla Levodopa,
possono aver contribuito all’incremento osservato di Omocisteina.
Lo studio
quindi, anche a causa di una serie di problemi metodologici, ribadisce
semplicemente la possibile associazione fra iperomocisteinemia e rischio
cardiaco, ma non prova che la Levodopa di per sé comporti un aumento di
malattie cardiache nei pazienti parkinsoniani.


DISPENSAZIONE DI PROVIGIL (MODAFINIL)
SECONDO IL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE
Provigil (principio attivo Modafinil) è un farmaco indicato
nel trattamento della narcolessia, una sindrome cronica del sistema nervoso
centrale caratterizzata da eccessiva sonnolenza diurna e “attacchi di sonno”
incontrollabili, che può condizionare pesantemente le attività quotidiane dei
pazienti.
L’esatto meccanismo d’azione del Provigil non è stato ancora
chiarito.
A differenza di altri agenti psicostimolanti, quali le
amfetamine, non sembra attivare i sistemi dopaminergico e noradrenergico, mentre
è stata ipotizzata una sua possibile interazione con il sistema gabaergico.
Il farmaco è prescrivibile secondo Servizio Sanitario
Nazionale (SSN) dietro compilazione di un Piano terapeutico (PT) rilasciato da
centri accreditati dalle varie regioni.
A BOLOGNA
Si ricorda che il Centro per lo Studio e la Cura dei Disturbi
del Sonno della Clinica Neurologica di Bologna (Via Ugo Foscolo 7- 40123
Bologna- Tel. 051-6442197 E Fax 051-6442190) è uno dei centri accreditati al
rilascio dei Piani Terapeutici. Inoltre, da questo mese, sarà possibile per i
pazienti residenti in Bologna, che siano in possesso del Piano Terapeutico,
rilasciato dagli specialisti del Centro Sonno della Clinica Neurologica,
ritirare il farmaco direttamente presso gli Ambulatori.


FARMACOVIGILANZA:
IL MINISTERO DELLA SALUTE INTRODUCE NUOVE NORME
Con un comunicato del 12 marzo (n° 37), il Ministero della
Salute ha annunciato il varo di nuove norme atte a rendere più efficiente, nel
contesto europeo, il sistema di sorveglianza delle reazioni avverse dei
medicinali in Italia. Le nuove norme dovrebbero favorire prima di tutto una
maggiore diffusione della cultura della farmacovigilanza. In questo contesto si
inserisce l’uscita di un nuovo bollettino, Farmacovigilanza News, a
cadenza bimestrale, a cura dell’Ufficio di Farmacovigilanza del Ministero, che
avrebbe lo scopo di fornire un supporto di informazione e aggiornamento
scientifico agli operatori sanitari più agile e diretto riguardo la sicurezza
dei farmaci.
Fra i punti salienti delle nuove norme inoltre, l’abrogazione
delle sanzioni penali in caso di violazione dell’obbligo di segnalazione da
parte dei medici e dei farmacisti e la modifica della tipologia delle reazioni
avverse da segnalare. Per il secondo punto in particolare, nell’ottica di
individuare specialmente nuove reazioni da farmaci, verrà richiesto di
segnalare soltanto eventi gravi o inattesi, mentre la segnalazione di tutti gli
eventi, anche non gravi, sarà richiesta nel caso di vaccini e farmaci specifici
sottoposti a monitoraggio intensivo. Sarà compito del responsabile della farmacovigilanza delle strutture sanitarie l’acquisizione dei dati, la
verifica e la gestione degli stessi.
A BOLOGNA
Si ricorda a tutti gli interessati che i moduli per eventuali segnalazioni di
reazioni avverse da farmaci che dovessero essere osservate in pazienti afferenti
alla Clinica Neurologica di Bologna (Via Ugo Foscolo 7- 40123 Bologna- Tel.
051-6442197 E Fax 051-6442190) potranno essere registrate sulle apposite schede
disponibili nei Reparti e negli Ambulatori e consegnate al Laboratorio di
Neurofarmacologia (referente, Dr.ssa Manuela Contin) per la trasmissione
telematica al Ministero.


DISTURBI DELLE VALVOLE CARDIACHE
E AGONISTI DOPAMINERGICI DERIVATI DELL’ERGOT
L’uso cronico di alcuni farmaci a base degli alcaloidi dell’ergot,
come l’Ergotamina, impiegati nella terapia antiemicranica, è stato associato
in passato alla comparsa di disturbi anche gravi a carico delle valvole
cardiache (Ann Intern Med 1992;117:50). Alla classe dei derivati dell’ergot
appartengono anche alcuni dopamino-agonisti largamente utilizzati nella terapia
del Morbo di Parkinson, quali la Bromocriptina (Parlodel, la Pergolide (Nopar),
e la Cabergolina (Cabaser). Due lavori pubblicati di recente hanno riportato
la comparsa di rigurgito della valvola tricuspide, severo ed inspiegabile, in
tre pazienti in terapia cronica con Pergolide (Mayo Clinic Proceeding
2002;77:1280) e un caso di fibrosi di tre valvole cardiache in un paziente in
terapia con Bromocriptina (Cardiol Rev 2002;10:334). Fra le rare ma gravi
complicanze dell’uso cronico dei dopaminergici ergot-derivati sono state già
descritte sindromi fibrotico-infiammatorie, quali fibrosi polmonare,
retroperitoneale e pericardica (Mayo Clinic Proceeding 1999;74:371).
Da quanto
ci risulta, gli effetti collaterali sopradescritti a carico delle valvole
cardiache non erano stati finora riportati per questi farmaci. Per quanto
riguarda la Pergolide in particolare, la prima paziente descritta è una donna
di 72 anni presentatasi all’attenzione dei medici con una storia di circa 7
mesi di severo edema agli arti inferiori, aumento di peso e soffio cardiaco, in
terapia con Pergolide (dapprima 3 mg, portati a 6 mg/die) da 4 anni.
La seconda
paziente, di 74 anni, presentava da circa 2 anni dispnea ed edema alle
estremità inferiori, ed era in terapia con il dopamino-agonista da 3 anni, ad
una dose di 1,5 mg/die. La terza paziente, di 61 anni, presentava un soffio
cardiaco da diversi anni ed era in trattamento con Pergolide da 7 anni, ad una
dose di 3,75 mg/die.
Le prime due pazienti mostravano una insufficienza cardiaca congestizia prevalente a destra. In tutti e tre i casi l’ecocardiografia
rivelava un grave rigurgito della valvola tricuspide. Due delle pazienti sono
state sottoposte ad intervento di sostituzione valvolare; l’analisi istologica
delle valvole sostituite mostrava lesioni superficiali fibroproliferative con un’architettura
sottostante conservata. Le caratteristiche ecocardiografiche e istologiche di
questi casi erano molto simili a quelle associate ai disturbi delle valvole
cardiache indotti da sindromi carcinoidi e dall’ergotamina.
Da sottolineare
che almeno due delle pazienti descritte erano in terapia con alte dosi del
farmaco (range terapeutico suggerito: 0,75-4 mg/die). Data la possibile
associazione fra terapia cronica con Pergolide e disturbi delle valvole
cardiache, gli autori raccomandano di sottoporre a controlli cardiovascolari ed
ecocardiografici quei pazienti in cui comparisse un soffio cardiaco, e di
procedere alla sospensione del farmaco qualora venissero identificati problemi
valvolari.


STIMOLAZIONE CEREBRALE PROFONDA: PRO E CONTRO
Cominciano ad essere pubblicate le prime casistiche
sull’efficacia a lungo termine (fino a 3 anni) degli impianti di stimolazione
cerebrale profonda nei pazienti con malattia di Parkinson. L’osservazione
longitudinale dei pazienti è un requisito essenziale per poter valutare vantaggi
e svantaggi di un trattamento che negli ultimi 5 anni ha avuto un notevole
sviluppo e creato molte aspettative nei pazienti. Questa tecnica neurochirurgica
consiste nell’erogare una modesta stimolazione elettrica in specifiche aree
cerebrali (attualmente il sito d’elezione è considerato il nucleo subtalamico),
coinvolte nella comparsa dei sintomi parkinsoniani. Il sistema (Activa,
Medtronic) è composto da un elettrocatetere collegato da un sottile cavo di
estensione a un neurostimolatore, piccolo dispositivo funzionante a batteria,
impiantato in zona sotto clavicolare. La stimolazione elettrica continua del
nucleo subtalamico blocca i segnali che causano i sintomi della malattia e i
pazienti possono ottenere un miglior controllo motorio riducendo
significativamente (fino al 50%) la dose della terapia antiparkinsoniana. La
riduzione della dose di levodopa in particolare si accompagna ad una riduzione
di effetti collaterali particolarmente invalidanti, quali le discinesie, che
complicano la risposta farmacologica a lungo termine. Per regolare la
stimolazione, viene utilizzato un piccolo programmatore che comunica mediante
radiofrequenza con il neurostimolatore impiantato.
I REQUISITI RICHIESTI PER L'IMPIANTO DI STIMOLAZIONE
PROFONDA
Il paziente candidato all’impianto di stimolazione deve rispondere
ad una serie di requisiti molto rigorosi, che includono fra gli altri:
►Età < 70 anni
►Stadio di malattia avanzato (punteggio motorio, nello stadio “off”, sulla
scala UPDRS-Unified Parkinson’s Disease Rating Scale- fra 40-80)
►Buona risposta alla levodopa
►Discinesie severe farmaco-indotte
►Punteggio per la valutazione delle funzioni cognitive > 24/30 sulla base del
test MMSE (mini-mental state examination)
►Assenza di depressione
►Assenza di allucinazioni farmaco-indotte o altri sintomi psicotici
►Forte motivazione
I VANTAGGI E SVANTAGGI
La maggior parte degli studi longitudinali che hanno preso in esame
vantaggi e svantaggi della terapia a lungo termine (12-36 mesi) con gli
stimolatori mostrano un buon controllo della sintomatologia parkinsoniana, che
sembra mantenersi nel tempo.
Il sistema richiede comunque un notevole impegno congiunto, del neurochirurgo e
del neurologo, nell’ottimizzazione dei parametri di stimolazione e della terapia
farmacologica in fase postoperatoria, e regolari controlli nel tempo.
Per quanto riguarda gli effetti avversi non reversibili, desta qualche
preoccupazione l’alta incidenza riportata in alcune casistiche (Neurology
2002;58:1546) di ipofonia e disartria (articolazione difettosa delle parole).
Altri effetti collaterali a lungo termine includono depressione e disturbi
cognitivi e comportamentali (J Neurol Neurosurg Psichiatry 2002;72-Suppl -I:32).
Sono stati segnalati inoltre aumento di peso e possibile incremento della
frequenza cardiaca (Neurology 2002;59:1657).
Tutti questi dati sottolineano l’importanza di una corretta tecnica chirurgica,
di una accurata selezione dei pazienti, specie riguardo le condizioni psichiche
e cognitive preoperatorie, e di una attenta gestione postoperatoria del
paziente, sia dal punto di vista terapeutico che psicologico.


L’ATTENZIONE
E’ DI NUOVO PUNTATA SUL MITOCONDRIO
Negli ultimi anni molti progressi sono stati fatti nella
conoscenza dei meccanismi patogenetici della Malattia di Parkinson, mentre
rimangono ancora poco chiare le cause (eziologia) della malattia.
Le ipotesi
attualmente più seguite chiamano in causa fattori genetici predisponenti e il
possibile contributo di agenti tossici ambientali, in particolare i pesticidi.
Viene messo in risalto comunque che più fattori eziologici contribuirebbero all’insorgere
della malattia.
Un possibile coinvolgimento del mitocondrio, la "centrale
energetica" della cellula era stato ipotizzato fin dagli anni ’80 sulla
base della scoperta che il metabolita attivo della sostanza
1-metil-4-fenil-1,2,3,6 tetraidropiridina (MPTP) è in grado d’inibire l’attività
del complesso I mitocondriale (Biochem Biophys Res Commun 1987;143:294-9) e di
causare una sindrome parkinsoniana in soggetti tossicodipendenti che avevano
fatto uso di eroina tagliata con MPTP (Science 1983;219:979-80).
Un deficit del
complesso I venne successivamente identificato post mortem nella substantia
nigra di cervelli di pazienti parkinsoniani (Lancet 1989;1:1269), così come in
altri tessuti, quali il muscolo e le piastrine, sia di pazienti parkinsoniani
sia di pazienti affetti da altre patologie neurodegenerative (malattia di
Huntington, morbo di Alzheimer) (Ann Neurol 1992;31:119-30). Le ricerche in
questo campo sono proseguite in questi anni senza produrre risultati definitivi.
Due studi recenti hanno riportato alla ribalta l’ipotesi mitocondriale nell’eziologia
della malattia di Parkinson.
Dal punto di vista sperimentale, la
somministrazione cronica per via endovenosa di rotenone, un composto naturale
inibitore specifico del complesso I mitocondriale, largamente usato come
insetticida, è in grado di provocare nei ratti una sindrome molto affine dal
punto di vista neuropatologico e clinico al morbo di Parkinson (Nat Neurosci
2000;3:1301-6).
Dal punta di vista clinico-terapeutico, la somministrazione ad
alte dosi (1200 mg/die) di Coenzima Q10 (Ubidecarenone), importante cofattore
nella catena delle reazioni chimiche che portano alla produzione di energia nel
mitocondrio, e agente antiossidante, sembrerebbe rallentare il declino delle
funzioni motorie in un gruppo di 80 pazienti parkinsoniani ai primi stadi della
malattia, che hanno preso parte di recente ad uno studio multicentrico
longitudinale della durata di 16 mesi (Archives of Neurology 2002;59:1541-50).
Si tratta, in modo particolare per quest’ultimo studio, di dati molto
preliminari, e gli stessi autori sconsigliano ai pazienti di assumere Coenzima
Q10 fino a quando questi risultati non saranno corroborati da studi più ampi e
definitivi. Tutti questi dati sembrerebbero quindi rafforzare l’ipotesi di un
coinvolgimento mitocondriale negli eventi che portano alla morte delle cellule
dopaminergiche.
Altri studi sono in corso per stabilire se il deficit
mitocondriale del complesso I sia su base genetica o indotto da agenti tossici
ambientali.


LE INDICAZIONI DELL’ACCADEMIA AMERICANA DI NEUROLOGIA
Prendendo in esame i dati della letteratura
pubblicati dal 1996 al 2000, valutati secondo criteri d’analisi della medicina
basata sull’evidenza, un comitato istituito appositamente dall’Accademia di
Neurologia Americana ha pubblicato nel mese di gennaio 2002 (Neurology
2002;58:11) delle linee guida inerenti la terapia iniziale del Morbo di
Parkinson. Sono stati presi in considerazione alcuni dei temi più dibattuti
negli ultimi anni, quali:
a) il presunto effetto "neuroprotettivo" della selegilina (Jumex,
Egibren, Xilopar) negli stadi iniziali della malattia;
b) se sia meglio iniziare il trattamento dopaminergico specifico con la
levodopa (Madopar, Sinemet) o gli agonisti dopaminergici (Parlodel, Nopar,
Requip, Mirapexin, Cabaser);
c) se le formulazioni a rilascio controllato di levodopa siano da preferire a
quelle a rilascio normale nella terapia dei pazienti agli stadi iniziali.
Dall’analisi dei dati della letteratura gli autori hanno
stilato le seguenti indicazioni:
a) La selegilina mostra un blando effetto sintomatico, che
può essere preso in considerazione nella scelta del farmaco agli stadi iniziali
della malattia, prima di intraprendere un trattamento con agenti dopaminergici.
Non ci sono evidenze sufficienti per poter raccomandare la selegilina come
agente neuroprotettivo, in grado cioè di rallentare il progredire della
malattia.
b) Nei pazienti per i quali si richiede un trattamento
dopaminergico la scelta fra levodopa e agonisti dopaminergici può essere fatta
indifferentemente, tenendo presente che gli agenti dopaminergici sembrano avere
un profilo più favorevole in termini di complicanze motorie a lungo termine
(comparsa di fluttuazioni motorie, movimenti indesiderati) rispetto alla
levodopa, ma mostrano un’efficacia minore e possono comportare un rischio
maggiore d’effetti collaterali neurologici e psichiatrici.
c) Le formulazioni a rilascio controllato di levodopa non
sembrano conferire nessun vantaggio, in termini di comparsa di complicanze
motorie a lungo termine, rispetto alle formulazioni normali.


EFFETTO PLACEBO NELLA MALATTIA DI
PARKINSON
Per effetto placebo si intende un effetto esercitato
da un trattamento (sia attivo che inattivo) semplicemente in virtù dell’aspettativa
del beneficio da parte di chi lo riceve e apparentemente non mediato da alcun
effetto chimico o fisico del trattamento stesso. Tale fenomeno è un fattore
confondente ben noto quando si va a valutare l’efficacia di un intervento
terapeutico, e in alcune patologie, come il Morbo di Parkinson, può avere un
ruolo considerevole (Neurology 2000;54:710).
In uno studio pubblicato di recente (Science 2001;293:1164)
alcuni ricercatori canadesi hanno dimostrato, mediante la tecnica di Tomografia
ad Emissione di Positroni (PET) che la somministrazione del placebo in pazienti
parkinsoniani è associata ad un rilascio significativo di dopamina endogena
nello striato, cui si accompagna una risposta clinica che può essere della
stessa entità di quella esercitata da dosi terapeutiche di due dei farmaci più
attivi nella terapia della Malattia di Parkinson, quali la Levodopa e l’Apomorfina.
I pazienti parkinsoniani che ricevono un farmaco attivo nel contesto di un
protocollo di studio controllato contro placebo possono così beneficiare dell’effetto
del farmaco quanto di quello del placebo. I risultati dello studio non
dimostrano comunque un effetto sinergistico del placebo nell’aumentare l’effetto
del farmaco attivo, così che le conclusioni tratte da studi clinici controllati
con placebo non sembrano poter essere messi in discussione da queste nuove
evidenze in vivo.


LEVODOPA, PRAMIPEXOLO E PROGRESSIONE
DELLA MALATTIA DI PARKINSON
In un articolo pubblicato nel mese di aprile 2002 (JAMA
2002;287:1653) alcuni ricercatori americani hanno riportato i risultati di uno
studio multicentrico intrapaziente longitudinale, della durata di 46 mesi, che
ha messo a confronto i possibili effetti di due dei farmaci attualmente più
utilizzati nella terapia della malattia di Parkinson, la Levodopa (Madopar e
Sinemet) e il Pramipexolo (Mirapexin) sulla velocità di progressione della
malattia.
Sulla base dei dati ottenuti mediante tecniche di
neuroimmagine (Tomografia Computerizzata ad Emissione di Singolo Fotone, SPECT)
che permettono di quantificare i trasportatori neuronali della dopamina (DAT),
considerati un indice dell’integrità dei terminali dopaminergici, i 42
pazienti inizialmente trattati con Pramipexolo hanno mostrato una velocità di
riduzione dei DAT significativamente inferiore rispetto ai 40 pazienti trattati
con Levodopa.
Nel commentare i risultati, gli stessi autori del Gruppo di
Studio Parkinson, già divulgatori negli anni passati di un possibile effetto
"neuroprotettivo" (riconosciuto successivamente infondato) di un altro
farmaco antiparkinsoniano, il Deprenyl (Jumex) sono cauti nell’avanzare
ipotesi riguardo ipotetici effetti "neuroprotettivi" del Pramipexolo.
Oltre alle difficoltà tecniche legate alla metodica SPECT, specie per quanto
riguarda l’analisi quantitativa e la capacità di risoluzione delle varie aree
cerebrali prese in esame, alcuni ricercatori hanno avanzato l’ipotesi che il
trattamento farmacologico possa di per sé alterare il legame dei traccianti
utilizzati per la misura dei DAT, complicando quindi l’interpretazione dei
dati di quantificazione della residua integrità neuronale (Neurology
2001;56:1559). Inoltre, poiché lo studio in esame ha confrontato due
trattamenti attivi senza ricorrere ad un gruppo trattato con placebo, non si
può distinguere direttamente se le differenze riscontrate nella velocità di
riduzione dei DAT siano riconducibili ad una ipotetica diminuzione dovuta al
Pramipexolo, ad un aumento legato all’uso di Levodopa o ad entrambi i
fenomeni. Altri studi sembrano quindi necessari prima di poter consigliare, come
apparso di recente sulla stampa nazionale (vedi Repubblica, 12 Aprile 2002, pag.29),
l’uso indiscriminato di Pramipexolo nelle fasi precoci della malattia.


ATTACCHI DI SONNO E NUOVI AGONISTI DOPAMINERGICI: SI TRATTA
REALMENTE DI UN NUOVO EFFETTO COLLATERALE?
In letteratura sono stati segnalati di recente
diversi casi di "addormentamenti", anche improvvisi, in pazienti
affetti da sindromi parkinsoniane in terapia con due agenti dopaminergici della
nuova generazione con un’affinità marcata per i recettori di tipo D3, il
pramipexolo (Mirapexin) e il ropinirolo (Requip) (Neurology1999;52:1908-10;
Neurology 2000; 54:275). Alcuni di questi non meglio definiti "attacchi di
sonno", avvenuti mentre i pazienti erano alla guida di autoveicoli, hanno
avuto come conseguenza il verificarsi di incidenti stradali ed hanno suscitato
molta preoccupazione fra i pazienti e i medici curanti, al punto che la Food and
Drug Administration (USA) ha imposto di inserire uno specifico avvertimento nel
foglietto illustrativo del pramipexolo relativo alla "possibile improvvisa
insorgenza di sonno con o senza precedente sensazione di sonnolenza". Tali
episodi, verificatisi nella maggior parte dei casi con dosi di pramipexolo di
4,5 mg/die, considerate al limite superiore del range terapeutico consigliato si
sono risolti dopo riduzione della dose o sospensione del farmaco. A queste
osservazioni sono seguite speculazioni riguardo un possibile ruolo specifico dei
recettori D3 nel regolare i meccanismi di sonno-veglia. "Attacchi di
sonno" sono stati riportati, dopo l’allarme suscitato dalla segnalazione
dell’effetto indesiderato del pramipexolo, anche in pazienti in terapia con i
dopaminergici derivati ergotaminici della "vecchia generazione",
attivi prevalentemente a livello dei recettori di tipo D2, quali la pergolide (Nopar),
e la bromocriptina (Parlodel) (Lancet 2000; 355:1332-3; Lancet 2000, 355:
1333-4). Fenomeni di "addormentamento" sono stati osservati del resto
anche in pazienti in monoterapia con levodopa (Madopar, Sinemet) (Mov Disorder
2000; 15 Suppl.3:129). Nell’insieme questi dati sembrano confermare l’impressione
clinica che "attacchi di sonno" possano presentarsi dopo
somministrazione di tutti gli agenti dopaminergici e non siano una prerogativa
dei nuovi dopamino agonisti. I meccanismi implicati nella comparsa di questi
effetti, che possono essere particolarmente invalidanti per i pazienti,
rimangono tuttora poco conosciuti e sono oggetto attualmente di diverse
ricerche.

ECCESSIVA SONNOLENZA DIURNA E ATTACCHI DI SONNO: SPECIALI
AVVERTENZE E PRECAUZIONI D’USO
Dopo le allarmanti segnalazioni pubblicate circa due anni fa
(Neurology 1999;52:1908-10; Neurology 2000;54:275) di "addormentamenti",
anche improvvisi, in pazienti affetti da sindromi parkinsoniane in terapia con
due agenti dopaminergici della nuova generazione, il Pramipexolo (Mirapexin) e
il Ropinirolo (Requip), sono stati segnalati sulle riviste specializzate diversi
casi di eccessiva sonnolenza diurna (EDS) e di attacchi di sonno anche in
pazienti in terapia con i dopaminergici ergotaminici della "vecchia
generazione", quali la Pergolide (Nopar), la Bromocriptina (Parlodel) e
pure con Levodopa (Madopar, Sinemet).
Il Ministero della Salute, con un decreto pubblicato sulla
Gazzetta Ufficiale del 2 Maggio 2002, ha fatto obbligo di modificare gli
stampati del foglio illustrativo di tutti gli agenti dopaminergici per la
terapia della Malattia di Parkinson attualmente commercializzati (Apomorfina,
Bromocriptina, Cabergolina, Diidroergocriptina, Levodopa, Lisuride, Pergolide),
includendo, fra gli effetti indesiderati, la sonnolenza e, sia pure raramente,
episodi di attacchi di sonno improvviso.
Fra le AVVERTENZE e PRECAUZIONI D’USO si fa, ora, espresso
riferimento alla particolare attenzione da porre durante la guida di veicoli o l’uso
di macchinari. Si ricorda che fino ad ora queste avvertenze erano incluse nel
foglietto illustrativo dei soli Ropinirolo e Pramipexolo.


DUE CASI DI ALOPECIA
Nel numero di marzo della rivista Neurology (2002;58:829)
sono stati segnalati due casi di alopecia (perdita dei capelli) associata alla
assunzione degli agonisti dopaminergici (Pramipexolo, Mirapexin e Ropinirolo,
Requip) in due pazienti di sesso femminile in terapia antiparkinsoniana.
In un caso la perdita di capelli, cominciata dopo circa due
mesi dall’inizio del trattamento con Pramipexolo, ad una dose di 1,5 mg/die,
si è risolta dopo la sostituzione del Pramipexolo con il Ropinirolo.
Nel secondo caso il fenomeno, comparso dopo circa un anno
dall’inizio della terapia con Pramipexolo, a distanza di un mese dall’incremento
della dose da 3 a 3,5 mg/die, è ulteriormente peggiorato dopo la sostituzione
con Ropinirolo ed è cessato solo dopo la sospensione degli agonisti
dopaminergici e la sostituzione con Levodopa (Madopar, Sinemet).
In passato casi analoghi di alopecia erano stati segnalati in
corso di trattamento con altri farmaci dopaminergici: Bromocriptina (Parlodel),
Pergolide (Nopar) e Levodopa.
L’alopecia del resto è un effetto collaterale, sia pure
raro, di diverse classi di farmaci psicotropi (Tabella) che può portare ad una
assunzione irregolare o sospensione del trattamento da parte del paziente.
Fra gli antidepressivi, il Litio può essere associato a
perdita di capelli in circa il 12-19% dei pazienti in terapia cronica. Fra gli
antiepilettici, l’Acido Valproico (Depakin, Depamag) può causare alopecia,
apparentemente dose-dipendente, in circa il 10% dei pazienti trattati (Neurology
1997;48:182) e la Carbamazepina (Tegretol) in circa il 6%.
La diagnosi di alopecia farmaco-indotta rimane comunque
difficile da formulare e l’unico modo per confermarla è di verificare se una
riduzione della dose o la sospensione del farmaco permetta la regressione dei
sintomi.
L’efficacia terapeutica di integratori minerali, suggerita
da alcuni ricercatori, rimane dubbia.
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CLASSE FARMACI |
CATEGORIA TERAPEUTICA |
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LITIO
INIBITORI RICAPTAZIONE SEROTONINA (Fluoxetina,
Fluvoxamina, Paroxetina, Sertralina)
TRICICLICI (Imipramina)
TRAZODONE |
Antidepressivi |
|
ACIDO VALPROICO
CARBAMAZEPINA
FENITOINA
VIGABATRIN
GABAPENTIN |
Antiepilettici
|
|
AGONISTI DOPAMINERGICI (Bromocriptina,
Pergolide, Pramipexolo, Ropinirolo)
LEVODOPA |
Antiparkinsoniani
|
|
BUTIRROFENONI (Aloperidolo)
ANTIPSICOTICI ATIPICI (Olanzapina, Risperidone) |
Neurolettici
|


LA PRESCRIVIBILITA’ SSN DEGLI ANTIPSICOTICI ATIPICI
Con una nota del 18 marzo 2002, il Ministero della Salute ha
esteso a tutti i farmaci antipsicotici atipici, attualmente in commercio, la
possibilità di prescrizione nei disturbi psicotici e comportamentali dei
pazienti con demenza o malattia di Parkinson.
Tale possibilità era stata
precedentemente accordata solo alla Clozapina (Leponex) e alla Quetiapina (Seroquel),
con esclusione del Risperidone (Belivon; Risperdal) e dell’ Olanzapina (Zyprexa).
La prescrizione di questi farmaci a carico del Servizio Sanitario Nazionale (SSN)
rimane comunque vincolata alla diagnosi e piano terapeutico dei centri
specializzati individuati dalla Regione.
Il piano terapeutico deve contenere l’indicazione
della diagnosi, il farmaco prescritto, la posologia e la durata del trattamento
e deve essere inviato al medico curante e al Servizio Farmaceutico dell’ ASL
di residenza dell’assistito.
Per l’erogazione di questi farmaci è prevista
la duplice via di distribuzione, sia in forma diretta da parte dell’Azienda
sanitaria, sia tramite le Farmacie aperte al pubblico.


CAFFE’ E MALATTIA DI PARKINSON
Hanno suscitato curiosità e sono oggetto di discussione
sulle riviste specializzate i risultati di uno studio epidemiologico
longitudinale (JAMA 2000;283:2674-79) , condotto da un gruppo di ricercatori
americani su una popolazione di 8000 uomini seguiti per 30 anni, in base ai
quali i soggetti che non facevano consumo di caffè hanno presentato un rischio
3 volte maggiore di sviluppare la malattia di Parkinson rispetto ai consumatori
di caffè. Semplificando molto il significato di studi osservazionali di questo
tipo, si è arrivati addirittura ad ipotizzare un "effetto protettivo"
della caffeina contenuta nel caffè per quanto riguarda il rischio di sviluppare
la malattia di Parkinson (BMJ 2000;320:1492).
Diverse ricerche epidemiologiche
in passato hanno segnalato anche una percentuale molto bassa di fumatori fra i
pazienti parkinsoniani rispetto a gruppi di soggetti di controllo non affetti
dalla malattia (per una rassegna sull’argomento si può fare riferimento a Neurology 1995;45:1041-51).
Studi neuropsicologici hanno d’altro canto
tracciato il profilo del paziente parkinsoniano come quello di un soggetto fin
da giovane (secondo alcuni autori la malattia presenterebbe una fase
presintomatica molto lunga) molto controllato, introverso, poco incline alle
novità e in particolare al consumo di alcolici e tabacco.
Come commentato
ironicamente da altri ricercatori (JAMA 2000;284:1378-9), sarebbe quindi la
malattia di Parkinson a proteggere dall’uso di queste sostanze.


COME PROCEDERE NELLA SOSTITUZIONE DEI FARMACI DOPAMINOAGONISTI
Gli agonisti dopaminergici sono una classe di farmaci
utilizzati largamente nella terapia della Malattia di Parkinson che
interagiscono direttamente con i recettori dopaminergici e non necessitano,
contrariamente alla levodopa, (il farmaco ancora più usato ed efficace nel
trattamento di questa malattia) del passaggio di trasformazione presinaptica a
dopamina.
Il loro uso è però complicato da un profilo farmacocinetico
generalmente non ottimale (soprattutto una biodisponiblità orale bassa e molto
variabile), una moderata efficacia terapeutica e un’alta incidenza di effetti
collaterali sia di tipo dopaminergico centrale (sonnolenza, sedazione,
allucinazioni, discinesie), sia periferico (nausea, vomito e ipotensione
ortostatica, quest’ultima mediata in parte da meccanismi centrali).
I composti
attualmente in commercio in Italia e più utilizzati includono i "vecchi dopamino-agonisti" derivati dell’ergotamina, quali la bromocriptina (Parlodel)
e la pergolide (Nopar) e i "nuovi agonisti" ropinirolo (Requip) e
pramipexolo (Mirapexin).
Uno dei problemi che spesso si trova a fronteggiare il
clinico, specie negli stadi avanzati della malattia, è quello di sostituire un
agente dopaminergico con un altro, nel tentativo di migliorare il controllo
della sintomatologia del paziente.
Il sistema più usato è generalmente quello
di ridurre lentamente il dosaggio del dopaminergico da sostituire e di procedere
successivamente con la graduale introduzione dell'altro agente prescelto.
Queste
lente fasi di titolazione delle dosi possono però accompagnarsi ad un
peggioramento dei sintomi, forse dovuto ad un effetto "negativo" degli
agonisti dopaminergici a basse dosi (J Neural Transm [P-D Sect] 1993;6:81-7) e
sono talvolta causa di complicazioni cliniche generali e ospedalizzazione.
Più
recentemente sono state proposte delle modalità di sostituzione
"immediata" da un dopaminergico ad un altro, sulla base di rapporti
teorici di dosi equivalenti ricavati dagli studi clinici pubblicati.
Queste
modalità di sostituzione sembrerebbero più facili da gestire e meglio
tollerate dai pazienti.
Qui di seguito si riportano i rapporti empirici di dosi
equivalenti approssimate suggeriti per i farmaci dopaminergici sopraelencati.
|
Agenti dopaminergici |
Rapporto empirico
dose equivalente |
|
Bromocriptina/Pergolide |
10/1 |
|
Bromocriptina/Ropinirolo |
2/1 |
|
Bromocriptina/Pramipexolo |
10/1 |
|
Pergolide/Ropinirolo |
1/3 |
|
Pergolide/Pramipexolo |
1/1 |
|
Ropinirolo/Pramipexolo |
3/1 |


TRAPIANTO DI CELLULE DOPAMINERGICHE FETALI NELLA MALATTIA DI
PARKINSON
In un articolo pubblicato nel mese di marzo 2001 (New Engl J Med
2001;344:710), che ha avuto larga risonanza sulla stampa internazionale, sono
stati riportati i risultati del primo studio prospettico di confronto fra 20
pazienti sottoposti a trapianto di cellule fetali (isolate da feti umani di 4-6
settimane, dopo aborto elettivo) e 20 pazienti "di controllo",
sottoposti ad un intervento chirurgico "placebo", ossia senza
trapianto di cellule.
Dopo un anno dall’intervento, lo studio ha evidenziato
un modesto miglioramento nella rigidità e nell’impaccio (ma non nella marcia
e nel tremore) solo nei 10 pazienti di età inferiore ai 60 anni sottoposti al
trapianto rispetto al gruppo di controllo, mentre nessuna differenza
significativa è emersa fra i due gruppi per i pazienti oltre i 60 anni di età.
Gli esami di neuroimmagine hanno documentato un aumento significativo dei
neuroni dopaminergici nel cervello dei pazienti sottoposti a trapianto rispetto
alla situazione pre-operatoria, ma questo aumento non è risultato correlato ad
un miglioramento delle prestazioni motorie.
Il dato che ha suscitato più
sconcerto è stato la comparsa di movimenti indesiderati estremamente
invalidanti nel 15% dei pazienti sottoposti a trapianto a distanza di due anni
dall’intervento.
Questi effetti collaterali non sono regrediti neanche dopo la
completa sospensione della terapia con levodopa.
I risultati del primo studio
controllato sul trapianto di cellule fetali nei pazienti parkinsoniani sono da
considerare quindi piuttosto deludenti, e gli autori stessi sono concordi nel
ritenere che si è ancora lontani da una completa comprensione dei meccanismi
che regolano la funzionalità delle cellule dopaminergiche trapiantate.
La
ricerca continua comunque molto attivamente in campo neurochirurgico, anche se i
risultati di questo studio suggeriscono che è necessaria molta cautela nel
proporre ai pazienti interventi in fase ancora altamente sperimentale.


LEVODOPA O AGONISTI DOPAMINERGICI NELLA TERAPIA INIZIALE DELLA
MALATTIA DI PARKINSON ? PRO E CONTRO
La scelta della terapia nel trattamento della malattia di
Parkinson in fase iniziale è oggetto di discussione ormai da diverso tempo
sulle riviste specializzate. A distanza di più di trenta anni dalla sua
scoperta la levodopa, in associazione con gli inibitori delle dopa
decarbossilasi periferiche (carbidopa nel Sinemet , benserazide nel Madopar)
rimane il farmaco più efficace. La terapia cronica con levodopa è però
complicata dalla comparsa di effetti collaterali (quali fluttuazioni delle
prestazioni motorie in relazione all’orario di assunzione delle dosi,
movimenti indesiderati) il cui meccanismo d’insorgenza non è ancora
completamente chiarito e che sono molto invalidanti per i pazienti. Negli anni
passati studi non controllati avevano suggerito che il trattamento iniziale con
agonisti dopaminergici, come la bromocriptina (Parlodel), anche in associazione
con basse dosi di levodopa potesse ritardare significativamente l’insorgenza
di queste complicazioni (Neurology 1985;35:1196). In uno studio prospettico
controllato della durata di 2 anni, pubblicato di recente (JAMA 2000;284:1931),
la levodopa è stata messa a confronto con il pramipexolo (Mirapexin) nel
trattamento di pazienti con malattia di Parkinson in fase iniziale. Seguendo un
disegno sperimentale randomizzato, in doppio cieco, a 151 pazienti è stato
assegnato il trattamento con pramipexolo, associato al placebo di levodopa e a
150 pazienti è stata somministrata levodopa, associata al placebo di
pramipexolo. Nell’arco di 10 settimane il dosaggio dei due farmaci poteva
essere incrementato fino ad un massimo di 4,5 mg/die per il pramipexolo e 600
mg/die per la levodopa. Successivamente, ai pazienti che non avevano raggiunto
un controllo soddisfacente dei sintomi poteva essere somministrata levodopa in
aperto. Al termine dello studio, i pazienti in terapia con pramipexolo, ad una
dose media di 2,8 mg/die (associato nel 53% dei casi a levodopa, ad una dose di
264 mg/die) hanno mostrato discinesie e fluttuazioni motorie nel 28% dei casi,
una percentuale significativamente inferiore in confronto ai pazienti trattati
con levodopa (51% dei casi), ad una dose media di 500 mg/die. Tuttavia, il
miglioramento della sintomatologia nel gruppo di pazienti trattati con
pramipexolo è risultato nettamente inferiore e più alta è stata l’incidenza
di allucinazioni e sonnolenza. Questi dati confermano in parte i risultati di
uno studio analogo condotto in pazienti "de novo", di confronto fra
levodopa e ropinirolo (Requip), un altro dopaminergico della nuova generazione
(New Engl J Med 2000:342:1484). Come sottolineato dagli stessi autori, è
impossibile suggerire il trattamento iniziale ottimale valido per tutti i
pazienti. La terapia deve essere individualizzata, sulla base anche dell’età
e delle esigenze del paziente nello svolgere le proprie attività quotidiane,
tenendo presente che gli agenti dopaminergici sembrano avere un profilo più
favorevole in termini di complicanze motorie rispetto alla levodopa, ma mostrano
un’efficacia minore e possono comportare un rischio maggiore di effetti
collaterali neurologici e psichiatrici.


CABASERÒ (CABERGOLINA): UN NUOVO AGONISTA DOPAMINERGICO NELLA TERAPIA DELLA MALATTIA
DI PARKINSON
Dalla fine di Aprile 2001 è in commercio anche in Italia la
Cabergolina (Cabaser Ò) (Pharmacia & Upjohn), un agonista dopaminergico
derivato dell’ergotamina che trova indicazione nel trattamento dei sintomi
della Malattia di Parkinson, sia in monoterapia, nei pazienti di nuova diagnosi,
sia in associazione alla terapia con levodopa. Il farmaco è collocato in fascia
A, in compresse da 1, 2 e 4 mg. Le informazioni riguardo le caratteristiche
cinetiche della cabergolina, riportate in tabella, sono incomplete, a causa
della difficoltà nella misura delle bassissime concentrazioni plasmatiche del
farmaco alle comuni dosi consigliate. Sulla base della lunga emivita di
eliminazione urinaria, la posologia consigliata è in un’unica dose, da
assumere dopo il pasto. La somministrazione di cabergolina non sembra alterare
la farmacocinetica plasmatica della levodopa (Clin Neuropharmacol
1997;20:455-65). Analogamente agli altri dopamino agonisti ergot-derivati (quali
la bromocriptina e la pergolide), gli effetti collaterali più comunemente
riportati sono a carico del sistema dopaminergico cerebrale (sonnolenza,
confusione, allucinazioni, discinesie), periferico (nausea, vomito, aritmie
cardiache), o di tipo misto, centrale e periferico, quali ipotensione
ortostatica. Sono stati segnalati anche alcuni casi di fibrosi pleurica e
pericardica (Mayo Clin Proc 1999,74:371-5).
|
CABERGOLINA: caratteristiche cinetiche |
|
|
Tempo
di concentrazione plasmatica al picco ( h) |
2 |
|
Emivita
di eliminazione (escrezione urinaria) (h) |
63-101 |
|
Biodisponibilità
orale (%) |
Non
disponibile |
|
Legame
alle proteine plasmatiche (%) |
~
40 |
|
Eliminazione |
metabolica
(~ 85%) |
|
Dose
giornaliera suggerita (mg/die) |
2-6 |


FARMACI
PER I DISTURBI GASTROINTESTINALI E PARKINSONISMI IATROGENI
Ci sono arrivate ultimamente segnalazioni e richieste di
informazioni circa la comparsa di sindromi parkinsoniane in pazienti in terapia
con Motilex (Clebopride). Si tratta di un farmaco appartenente alla classe delle
benzamidi, commercializzato in Italia e in Spagna per il trattamento di
dispepsia e vomito, che possiede attività antidopaminergica centrale, con
affinità per i recettori dopaminergici D2. Come segnalato per la prima volta
alcuni anni fa da un gruppo di ricercatori (Montagna et al., Mov Dis 1992;7:89),
l’assunzione cronica (1-3 mesi) di questo farmaco, anche a basse dosi (1-1,5
mg/die) può indurre progressivamente la comparsa di disturbi extrapiramidali,
caratterizzati da bradicinesia, rigidità e più raramente tremore. Come per
altri parkinsonismi iatrogeni, questi sintomi sembrano comparire più
frequentemente in pazienti anziani e di sesso femminile, hanno spesso un esordio
bilaterale e sono in genere reversibili nell’arco di alcuni mesi dopo
sospensione del farmaco. In alcuni casi si può instaurare una sintomatologia
irreversibile (Mov Dis 1994;9:114) che potrebbe essere indice, secondo alcuni
ricercatori, di una sindrome parkinsoniana preesistente a livello subclinico. La
clebopride del resto appartiene alla stessa classe di farmaci della
Metoclopramide (Plasil) (vedi Tabella) di cui è ben nota da anni la possibile
azione parkinsonizzante. Dopo la recente severa restrizione della prescrizione
ai soli centri ospedalieri della Cisapride, uno degli agenti procinetici più
utilizzati in passato, si può ipotizzare un incremento dell’uso di farmaci
come la clebopride, la cui possibile azione parkinsonizzante, alle comuni dosi
terapeutiche, è talvolta sottovalutata dai medici prescrittori. Il Domperidone
(Motilium, Peridon), un altro farmaco procinetico molto usato, possiede un’attività
antidopaminergica prevalentemente periferica, con bassa capacità di
oltrepassare la barriera ematoencefalica e il suo utilizzo cronico sembra quindi
presentare minori rischi di indurre sindromi extrapiramidali. Qui di seguito
vengono riportate alcune delle classi di farmaci, con i nominativi di alcuni
principi attivi rappresentativi, che possono causare parkinsonismi iatrogeni.
|
CLASSE
FARMACI |
CATEGORIA
TERAPEUTICA |
|
BUTIRROFENONI
Aloperidolo
(Serenase ) |
Neurolettici |
|
FENOTIAZINE
Clorpromazina
(Largactil) |
Neurolettici |
|
CALCIO
ANTAGONISTI
Cinnarizina
(Cinazyn)
Flunarizina (Flunagen ; Issium)
Fluxarten
Diltiazem (Dilzene)
Nifedipina (Adalat)
Verapamil (Isoptin) |
Vasodilatatori
periferici e cerebrali
Cardiovascolari,
antiipertensivi |
|
BENZAMIDI
Clebopride
(Motilex)
Levosulpiride (Levopraid 25)
Metoclopramide (Plasil ) |
Procinetici
|
|
INIBITORI
RICAPTAZIONE SEROTONINA Fluoxetina cloridrato
(Diesan ,Fluoxeren ,Prozac)
Fluvoxamina maleato
(Dumirox ,Fevarin, Maveral
)
Paroxetina cloridrato (Sereupin, Seroxat) Zoloft)
|
Antidepressivi |


LA
DIATERMIA PROVOCA GRAVI LESIONI IN PAZIENTI PARKINSONIANI PORTATORI DI IMPIANTO
DI NEUROSTIMOLAZIONE CEREBRALE
Gli impianti di neurostimolazione cerebrale profonda (DBS) (Activa
, Medtronic) sono dei sistemi di terapia neurochirurgica messi a punto nella
metà degli anni 90, che utilizzano degli impulsi elettrici per stimolare il
cervello e bloccare i segnali trasmessi da aree cerebrali (globo pallido, nucleo
subtalamico) la cui iperattività si traduce nelle manifestazioni cliniche della
malattia di Parkinson ed è coinvolta nei meccanismi di comparsa dei movimenti
indesiderati indotti dalla terapia con levodopa.
Questi sistemi, (riservati a
gruppi di pazienti accuratamente selezionati, per i quali il controllo farmacologico dei sintomi sia diventato estremamente difficile, specie a causa
di discinesie molto invalidanti) includono l’impianto di un elettrodo in aree
cerebrali ben definite (attualmente, prevalentemente nel nucleo subtalamico),
collegato ad uno stimolatore, simile a un pacemaker cardiaco, a sua volta
impiantato sotto la pelle, nella regione sottoclavicolare e attivato dal
paziente mediante un magnete.
In una lettera del 6 Luglio 2001, la ditta Medtronic segnala che si sono verificati di recente incidenti seri a pazienti
impiantati con DBS che si sono sottoposti a trattamenti di diatermia (ossia
produzione di calore) elettromagnetica, ad onde corte, microonde e ultrasuoni.
I
trattamenti diatermici vengono usati da molti operatori sanitari, compresi i
fisioterapisti, per mitigare il dolore, diminuire la rigidità e gli spasmi
muscolari, ridurre le contratture, favorire le cicatrizzazioni.
Quando l’energia
della terapia diatermica interagisce con i sistemi di neurostimolazione, può
provocare danni ai tessuti nervosi e gravi conseguenze per il paziente, in
quanto l’energia della diatermia può essere trasmessa attraverso il sistema
impiantato.
La diatermia può danneggiare anche il sistema di neurostimolazione,
con conseguente perdita dell’efficacia terapeutica, rendendo necessario un
trattamento chirurgico per rimuovere o sostituire parti del sistema impiantato.
E’ quindi molto importante che i pazienti, prima di
sottoporsi a qualunque tipo di "applicazioni", facciano presente di
essere portatori di impianto di DBS.


GENETICA
PARKINSON:
IL TERZO GENE
E’ stata scoperta recentemente una mutazione del gene della proteina Dj-1,
localizzato sul cromosoma 1, in due famiglie con una storia di malattia di
Parkinson ad esordio precoce.
In una famiglia d’origine italiana la proteina
era inattiva, mentre nell’altra, olandese, era completamente assente. Il ruolo
della proteina Dj-1 nell’organismo è ancora sconosciuto.
Dati preliminari
fanno ritenere che possa proteggere le cellule dall’ossidazione, prevenendo la
formazione dei radicali liberi e quindi potrebbe esserci un legame tra l’alterazione
di questo gene e lo stress ossidativo, presente nella malattia di Parkinson.
Dopo il gene dell'alpha- Synucleina e il gene della parkina si tratta del terzo gene
al quale è stato identificato il prodotto genetico (DJ-1).
La mutazione del gene della proteina Dj-1 potrebbe inoltre aiutare a comprendere i
meccanismi di azione che portano alla comparsa di casi precoci di Parkinson.


TRAPIANTI
DI CELLULE STAMINALI
Si sente
parlare di trapianti di cellule staminali per risolvere la malattia di
Parkinson. Cosa c'è di vero in tutto questo?
Di
positivo, di vero, di giusto c'è molto, di concreto sull'uomo ancora molto
poco.
Sono in corso sperimentazioni volte alle modificazioni di cellule germinali, di
cellule staminali, per renderle produttrici di dopamina, oppure di
precursori della dopamina e, nello stesso tempo, per dare, a queste cellule, un
comportamento biologico tale per cui, una volta inserite all'interno del
cervello del paziente parkinsoniano, non solo non vengano rifiutate dal
cervello, ma creino un net-work, cioè, si associno con tutti gli altri neuroni
già preesistenti e praticamente comincino a funzionare.
Sono
stati effettuati già degli impianti sull'uomo ma con risultati dubbi o scarsi a
causa di tutta una serie di non conoscenze di tipo neurobiologico. Non erano cioè
stati presi in considerazione tutta una serie di fattori che, poi, hanno portato
al fallimento di questi impianti. In un futuro che è situabile fra 6/10 anni,
potrebbe emergere qualcosa di concreto anche per l'uomo. Sicuramente, è il grande futuro
per la cura del morbo di Parkinson.
Dr
Andrea Landi-
Neurochirurgo-
Ospedale San Gerardo di Monza


INDIVIDUARE LE CAUSE DELLA MALATTIA DI PARKINSON
Una esposizione lavorativa o anche accidentale agli idrocarburi solventi come benzina, trielina, resine e propellenti possono provocare la malattia di Parkinson? Anche l'esposizione a campi elettromagnetici molto forti può causare tale malattia? In che modo possiamo difenderci?
Tutti noi possiamo venire a contatto con agenti chimici sia per esposizione ambientale, sia per esposizione lavorativa.
Molti studi epidemiologici hanno dimostrato delle associazioni tra fattori ambientali, professionali e morbo di
Parkinson. Però, a volte, questi studi sono stati fra di loro contradditori.
Rispetto al problema dell'esposizione agli idrocarburi (come benzina, trielina, resine e propellenti, ecc...) sono stati descritti dei casi di parkinsonismo susseguenti a intossicazioni acute provocate da solventi. A questo proposito, si richiama il caso di un soggetto giovane, avvezzo a sniffare la colla a scopo voluttuario che ha manifestato il morbo di
Parkinson.
In genere, questi episodi, però, non rispecchiano quello che accade veramente quando si manifesta la malattia di Parkinson convenzionale. Questi casi, conseguenti ad esposizione acuta ad idrocarburi, sono da classificare più come parkinsonismi che non come morbo di
Parkinson.
La malattia di Parkinson idiopatica probabilmente riflette l'esposizione a sostanze chimiche potenzialmente lesive, a dosi anche minori, però per periodi di tempo prolungati.
Rispetto al problema dei campi elettromagnetici, sinceramente al momento non ho notizie di una associazione dimostrata tra campi elettromagnetici e morbo di
Parkinson.
Come ci si può difendere? Promuovendo al riguardo studi e indagini epidemiologiche.
Dr. Giuseppe De Palma
Istituto di Medicina del Lavoro
Università degli Studi di Parma

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