

























 |
Quando ricorrere all'ospedalizzazione
L'ospedalizzazione del malato parkinsoniano
Informazioni utili ai malati parkinsoniani
che debbono subire un intervento chirurgico
Dalle altre pagine:
La terapia

QUANDO RICORRERE ALL'OSPEDALIZZAZIONE
Effettivamente il morbo di
Parkinson è una malattia neurologica di grande impegno sia dal punto di
vista sociale, sia economico. Nel passato, è stata una malattia
sottostimata come lo sono state, in verità, altre malattie del sistema
nervoso (ad esempio, la demenza).
Statisticamente, in una popolazione di 100.000 persone, si registra una
incidenza annuale di 20 nuovi casi di malati di Parkinson. E' stata
stimata, inoltre, un indice di prevalenza annuo di 150-200 persone
ammalate per 100.000 abitanti. In Italia le persone affette da varie forme
di parkinsonismo sono circa 100.000-150.000. Dai dati emerge la rilevante
importanza di questa malattia nel contesto socio-sanitario.
La diagnosi di morbo di Parkinson risponde prevalentemente a criteri di
tipo clinico. Occorre che siano presenti almeno due dei quattro sintomi
cardinali della malattia per poter definire un paziente affetto dal morbo
di Parkinson. I sintomi primari sono: il tremore a riposo, la bradicinesia,
l'instabilità posturale, la rigidità.
Da chi viene diagnosticata la malattia di Parkinson?
Il sospetto di essere di fronte ad un ammalato di Parkinson, in
genere, lo esprime per primo il medico generico che invia il paziente
dallo specialista il quale conferma o meno l'insorgenza della malattia.
L'avvento della terapia con la levodopa, negli anni '60, ha notevolmente
variato la prognosi della malattia riducendo la disabilità dei pazienti.
La levodopa è, infatti, in grado di migliorare e di controllare la
sintomatologia della malattia.
Gli straordinari progressi registrati nel trattamento farmacologico di
questa patologia hanno contribuito a ridurre la necessità del
ricovero ospedaliero del malato o l'accesso a particolari prestazioni
sanitarie.
Purtroppo, anche attualmente, la diagnosi di morbo di Parkinson
costituisce un problema clinico.
E' stato valutato dai reperti delle autopsie, non propriamente
corrispondenti ai criteri istopatologici di questa malattia, che circa il
30% dei casi a cui era stata diagnosticata, in vita, la malattia di
Parkinson, non ne fossero, in realtà, affetti.
Quando lo specialista ricorre alla ospedalizzazione del malato
parkinsoniano?
Il ricovero ospedaliero è necessario soprattutto in presenza di
casi di morbo di Parkinson complicato. All'inizio della malattia, per una
corretta impostazione terapeutica del paziente, è sufficiente il ricorso
alla struttura del Day-ospital oppure anche seguire il paziente
ambulatoriamente.
Nei casi di morbo di Parkinson complicato,
l'ospedalizzazione del malato si presenta necessaria sia per una
rivalutazione della terapia, sia per una rivalutazione della diagnosi.
RIVALUTAZIONE DELLA TERAPIA
In merito alla terapia necessita distinguere la presenza di problemi
di tipo motorio (complicanza da trattamento di lungo periodo da levodopa:
discinesie, fenomeno off-on, wearing-off, distonie di primo mattino,
acinesie durante la notte), oppure psichico.
Anche la sintomatologia psichica può complicare, spesso, la terapia del
paziente parkinsoniano.
Mi riferisco alle allucinazioni, agli stati confusionali che possono
sorgere sia come effetti collaterali della terapia oppure come primo
sintomo di un declino cognitivo.
Attualmente, si parla molto della demenza con Corpi di Lewy che sembra
raggiunga sino al 20% di tutti i casi di demenza e che è una entità
abbastanza difficile da diagnosticare.
RIVALUTAZIONE DELLA DIAGNOSI
Un altro problema che si può presentare è la rivalutazione diagnostica
del paziente.
I parkinsonismi atipici raggiungono il 25%-30% di tutte le diagnosi di
Morbo di Parkinson.
Quali sintomi devono metter in allarme il clinico
affinché sospetti che non si tratta della malattia di Parkinson?
Probabilmente quando iniziano a manifestarsi dei sintomi che
non sono di tipo extra-piramidale, quando vi è una mancata risposta alla
terapia con levodopa, quando vi sono problemi con cadute frequenti, quando
vi è una ipotensione ortostatica grave.
Questi segni devono riportare ad una rivalutazione diagnostica del nostro
paziente perché potrebbe non trattarsi di Parkinson.
E' una altra indicazione per il ricovero
ospedaliero.
Il paziente cade. Molte volte ciò è legato ai sintomi del
Parkinson (instabilità posturale, presenza del freezing, ipercinesie) ma
altre volte può essere collegato ad altri problemi che esulano dalla
malattia di base (problemi ortopedici: una artosi all'anca, deformità a
livello delle ginocchia, a livello dei piedi).
Vi possono essere dei problemi cardiologici (una sincope oppure
l'ipotensione ortostatica che, peraltro, può essere causata anche
dagli stessi farmaci che usiamo per trattare la malattia).
DR. AUGUSTO SCAGLIONI
NEUROLOGO
DISTRETTO OSPEDALIERO DI FIDENZA

L'OSPEDALIZZAZIONE DEL
MALATO DI PARKINSON
Il malato di Parkinson può
presentare talvolta un quadro clinico particolarmente complesso a causa
della concomitanza di altre patologie. In tale situazione,
l'ospedalizzazione del paziente parkinsoniano potrebbe divenire
addirittura problematica. Non sempre, infatti, risulta agevole associare
fra di loro diverse terapie senza incorrere nel rischio di interazioni
farmacologiche avverse con i principali farmaci antiparkinson.
Non sussistono, comunque,
particolari problemi quando l'ospedalizzazione del paziente viene
effettuata in un reparto neurologico per motivi connessi alla stessa
malattia.
L'ospedalizzazione, in questo
caso, si può·verificare sia allo stadio iniziale sia durante il decorso
della malattia. E' possibile, quindi, individuare due differenti momenti,
ognuno dei quali presenta caratteristiche e necessità diverse:
ALL'INIZIO DELLA MALATTIA
Prima di iniziare il
trattamento farmacologico, nasce alcune volte l'esigenza di effettuare, a
livello diagnostico, indagini maggiormente accurate che permettano non
solo di accertare con sicurezza l'esordio della malattia, ma anche di
impostare una corretta terapia, specifica per il malato.
DURANTE IL DECORSO DELLA
MALATTIA
La continuità dell'assistenza
medica con visite regolari e periodiche rende non sempre necessaria
l'ospedalizzazione e, più spesso, la scelta dello specialista risulta
indirizzata, preferibilmente, verso il regime di Day hospital o,
possibilmente, verso l'attività ambulatoriale.
Si verificano, però, delle
situazioni in cui i problemi terapeutici del paziente diventano più
complicati a causa della comparsa di effetti collaterali non facilmente
controllabili, determinati dal prolungarsi del trattamento farmacologico
(sindrome da trattamento a lungo termine con levodopa).
Per valutare la
migliore strategia terapeutica da adottare diviene, quindi, necessario
ricorrere ad un periodo di osservazione in ricovero ospedaliero.
Attraverso una attenta sorveglianza clinica, lo specialista è, infatti,
in grado di apportare, in modo più mirato, i necessari aggiustamenti al
dosaggio dei farmaci ed alla distribuzione temporale della terapia. Altresì,
l'ospedalizzazione diventa indispensabile qualora si vogliano applicare
alcune procedure particolari di trattamento.
Fra queste, va ricordata
"la vacanza terapeutica" che consiste nella sospensione per
alcuni giorni della abituale terapia a base di
levodopa.
Tale procedura viene seguita sia nel tentativo di restaurare la risposta
terapeutica, sia nei casi di sovradosaggio cronico di levodopa. La ripresa
del trattamento terapeutico deve avvenire, in questo caso, in modo
graduale e con un dosaggio farmacologico complessivamente inferiore.
La sospensione della terapia può risultare, tuttavia, una esperienza
difficile e spiacevole rischio di grave acinesia) per il malato e va,
quindi, adottata esclusivamente da un medico esperto.
PER ALTRE CAUSE
Altre specifiche necessità
cliniche possono, inoltre, richiedere il ricovero ospedaliero del malato
in un reparto di medicina diverso da quello neurologico o geriatrico, non
specializzato a trattare la patologia di Parkinson.
Potrebbe accadere in tali
situazioni che la maggiore cura prestata dal personale sanitario alle
nuove necessità del malato ponga in secondo piano i bisogni derivanti
dalla malattia di Parkinson, fino a trascurare la
stessa terapia.
In questi casi, i rischi di complicazioni dovuti ad
una improvvisa sospensione del trattamento farmacologico, sono similari
per tutti i malati parkinsoniani.
I sintomi della malattia di
Parkinson, infatti, si ripresentano non appena il trattamento viene
sospeso e questo fa sì che la terapia antiparkinson debba protrarsi per
tutta la vita del paziente, senza alcuna interruzione.
Interrompere tale
terapia significa causare dei problemi severi al malato rappresentati dal
rischio della comparsa della sindrome ipocinetica, cioè di un insieme di
alterazioni dovute al mancato movimento. Alcune di queste alterazioni
possono manifestarsi a livello scheletrico con la perdita di calcio
(complicazioni a livello renale e fragilità ossea con un notevole
aumento del pericolo di fratture), a livello psichico (depressione, dovuta
all'isolamento dall'ambiente esterno), con lesioni cutanee (decubiti).
Pertanto, risulta indispensabile che i farmaci antiparkinson, assunti
quotidianamente dal malato, siano sempre
somministrati (anche a livello ospedaliero) come prescritto dallo
specialista. Particolari situazioni cliniche, però, potrebbero indurre a
semplificare la terapia.
Un esempio significativo‚ rappresentato dall'effettuazione di un
intervento chirurgico. In tal caso, se sono presenti importanti movimenti
involontari, bene diminuire il dosaggio dei farmaci antiparkinson per il
periodo necessario, in quanto possono interferire con i processi di
cicatrizzazione.
Occorre, comunque, che prima di apportare qualsiasi variazione alla
terapia, il reparto ospedaliero responsabile, si attivi prontamente per
richiedere il competente parere dello specialista.
La decisione relativa al
ricovero ospedaliero del malato di Parkinson dovrà essere
valutata dallo stesso paziente e dai suoi familiari con un
atteggiamento senz'altro sereno ma anche particolarmente prudenziale.
Pertanto, sarebbe opportuno:
- portare a conoscenza dello
staff ospedaliero il trattamento antiparkinson seguito dal malato;
- informare immediatamente il
neurologo di fiducia del ricovero del malato affinché possa prendere i
necessari contatti con gli operatori sanitari e concordare possibilmente
le eventuali variazioni alla terapia in corso;
- evitare che il paziente
durante la giornata rimanga a lungo fermo a letto e nel caso in cui il
malato non sia autonomo, aiutarlo a cambiare la posizione del corpo almeno
ogni due ore.
Inoltre, auspichiamo:
- una maggiore
sensibilizzazione del personale sanitario nei confronti del malato di
Parkinson a volte non pienamente compreso nelle sue difficoltà motorie
(momenti di completa autonomia si intervallano a momenti di assoluto
blocco motorio) e con cui spesso è difficile comunicare (paziente
soggetto a depressione e che può presentare problemi ad esprimersi a
causa di una voce flebile e talvolta quasi non udibile);
- che venga intensificata
maggiormente, per questa tipologia di paziente, la fisioterapia a livello
ospedaliero (mobilitazione passiva).
PROF.
MARIO PASSERI
Direttore dell'Istituto di
Clinica Medica Generale
e Terapia Medica dell'Università degli Studi di
Parma

INFORMAZIONI
UTILI AI MALATI PARKINSONIANI
CHE DEBBONO SUBIRE UN
INTERVENTO CHIRURGICO
Prima
di entrare all’ospedale
Domanda da porre al medico?
- Oltre a ricorrere
all’intervento chirurgico esistono altre possibilità di cura?
-
I benefici che si possono ottenere con l’intervento chirurgico
giustificano i rischi che esso comporta?
-
Qual è il tipo di anestesia maggiormente compatibile con la malattia di
Parkinson?
-
Quanto durerà pressappoco la degenza in ospedale?
-
Dopo l’intervento, quando potrò iniziare ad assumere di nuovo i farmaci
antiparkinson?
-
Dopo la degenza in ospedale, sarà necessario un aiuto domiciliare o un
soggiorno di convalescenza?
IMPORTANTE
Chieda
al medico di elencare nella lettera destinata all’ospedale anche i
farmaci antiparkinson.
IN OSPEDALE
Per sicurezza prenda con sé una scorta sufficiente di farmaci
antiparkinson. E’ possibile che la farmacia dell’ospedale non abbia in
riserva esattamente i prodotti da lei assunti o il suo dosaggio abituale.
Si informi se può prendere autonomamente i farmaci antiparkinson oppure
se sono distribuiti dal personale curante.
Parli personalmente con l’anestesista (che di regola visita l’ammalato
la sera prima dell’intervento).
Si accerti che sia informato che lei
soffre della malattia di Parkinson, affinché per dormire, in preparazione
all’anestesia e nel corso della stessa, le siano somministrati soltanto
farmaci compatibili con il morbo di Parkinson.
Di regola occorre sospendere la selegilina (JUMEX) alcuni giorni prima
dell’operazione.
Tutti gli altri farmaci antiparkinson, con il consenso
della anestesista, si possono assumere fino a poco prima dell’intervento
e, dopo lo stesso, appena potrà ricominciare a mangiare.
Se ciò
richiederà più tempo (per esempio dopo interventi a livello
dell’addome) esistono anche farmaci antiparkinson che si possono
somministrare per perfusione intravenosa (amantadina).
Se ha esigenze o problemi particolari (per esempio situazioni di blocco,
orari insoliti per la somministrazione dei farmaci) informi il personale
curante competente.
Eviti di raccontare al personale infermieristico ogni minimo dettaglio
della sua malattia.
Il tempo del personale curante è prezioso.
Prima di essere dimesso dall’ospedale chieda se è necessario un
programma di riabilitazione.
INFORMAZIONI
PER GLI ANESTESISTI
Consigli in merito all’anestesia in caso di intervento chirurgico
ANESTESIA
GENERALE (NARCOSI):
Si consigliano le narcosi barbiturico-azoto protossido-oppiaceo,
etomidato-azoto protossido-oppiaceo o narcosi con associazione di
enflurano o isoflurano nonché i miorilassanti competitivi.
La narcosi all’alotano, a causa della possibilità di sensibilizzazione
del miocardio all’adrenalina, richiede prudenza.
Sono controindicati gli antagonisti della dopamina (per esempio: i
neurolettici del tipo fenotiazine, butirrofenoni e reserpina), come si
usano per esempio nella classica neurolettico-analgesia.
ANESTESIA
LOCALE:
Nella terapia con levodopa gli anestetici locali si possono utilizzare
soltanto senza aggiunta di adrenalina. Spesso l’anestesia locale (o
l’anestesia spinale) è preferibile all’anestesia generale poiché la
durata dell’immobilizzazione è più breve.
TERAPIA
PERIOPERATORIA:
La terapia con farmaci antiparkinson e la fisioterapia non devono essere
interrotte.
Eventualmente, il giorno dell’intervento chirurgico e dopo lo stesso i
farmaci antiparkinson vanno somministrati con sonda gastrica o per via
parenterale, con la consulenza del neurologo.
Occorre, infatti, che sia tenuto presente il rischio
dell'insorgenza di una "sindrome maligna da astinenza da L-dopa” o
di una sindrome anticolinergica centrale.
Da
“Informazioni per i parkinsoniani che devono subire un’operazione”
e “Informazioni per gli anestesisti” -
Associazione Svizzera del morbo di Parkinson- Hinteregg
|