|
IL RUOLO
DEL NEUROLOGO NELLA TERAPIA CHIRURGICA DELLA MALATTIA DI PARKINSON
DR. FILIPPO TAMMA
Clinica
Neurologica - Ospedale San Paolo- Milano
La terapia chirurgica è stata utilizzata nel trattamento della
malattia di Parkinson già negli anni ’40; perfezionata sul finire
degli anni ‘50, era stata progressivamente abbandonata dopo
l’avvento della levodopa. E' stata rilanciata dalla scuola di
Grenoble dove nel 1987 sono stati effettuati i primi impianti a
livello del nucleo ventrale intermedio del talamo.
Qual è il ruolo del neurologo prima dell'intervento, in sala
operatoria e, infine, dopo l'intervento?
PRIMA DELL'INTERVENTO
Il paziente viene riferito al neurochirurgo, dal neurologo che lo
ha in cura.
E' bene che il paziente e il neurochirurgo si conoscano
reciprocamente prima di affrontare l'intervento, poiché il
neurochirurgo è colui che riceve il paziente in sala operatoria.
Il neurologo ha il compito di selezionare il paziente. Selezionare
il paziente significa individuare qual è il paziente che deve
essere candidato all'intervento. E' una fase delicata perché la
risposta all'intervento, cioè l'efficacia dell’intera procedura
chirurgica, dipende strettamente dalla corretta scelta del
paziente.
In questa fase di selezione del candidato, ritengo che sia
assolutamente logico e necessario fornire al paziente e ai
familiari tutte le informazioni riguardanti l'intervento.
Queste informazioni devono essere fornite anche ai familiari
poiché la malattia di Parkinson è una patologia che colpisce una
persona ma coinvolge anche tutti coloro che sono a fianco del
paziente.
In particolare, è necessario spiegare cosa è la DBS, quali
vantaggi si possono ottenere e quali i rischi potenziali della
procedura.
Tali informazioni devono essere fornite necessariamente in maniera
completa, esaustiva; possibilmente in più fasi, affinché il
paziente, insieme al neurologo ed ai suoi familiari, possa
arrivare in maniera consapevole e motivata alla decisione di
sottoporsi a questo intervento. Successivamente, c'è una
valutazione effettiva, reale del paziente per il quale è stata
formulata l'ipotesi di candidatura all'intervento, e che richiede
un breve ricovero.
Questa valutazione clinica consiste in una serie di test clinici e
farmacologici.
Il paziente viene valutato subito prima e poco dopo la
somministrazione di una dose di levodopa (Madopar o Sinemet) per
documentarne, anche mediante video-registrazione, l’efficacia.
Solo in caso di completa risposta alla levodopa, il paziente potrà
essere preso in considerazione per l’intervento di DBS.
Collateralmente il paziente viene sottoposto a test
neuro-psicologici e alla risonanza magnetica cerebrale: il
paziente potrà essere effettivamente candidato all'intervento
solamente se tali test risulteranno negativi.
Questi sono gli elementi fondamentali di valutazione.
IN SALA OPERATORIA
In sala operatoria vi è un vero e proprio lavoro di équipe. È
il momento in cui le tre competenze professionali del
Neurochirurgo, del Neurologo e del Neurofisiologo devono fondersi
per il raggiungimento dell’obiettivo.
Il paziente, durante l'intervento, è sveglio e deve collaborare.
Egli è a digiuno di terapia dalla sera precedente poiché durante
l'intervento deve essere bloccato: la entità del miglioramento dei
suoi sintomi, infatti, sarà predittiva del successo a lungo
termine dell’intervento. Quando, il Neurochirurgo ha raggiunto il
target prefissato sulla base dei suoi calcoli, viene iniziata la
stimolazione: il Neurofisiologo registra la attività delle cellule
e riconosce i neuroni del subtalamo. il Neurologo, a quel punto,
deve testare l'effettiva efficacia della stimolazione sui sintomi
del paziente.
Se c'è tremore, si vedrà il tremore scomparire entro pochi
secondi; se c'è ipertono, questo diminuisce fino a scomparire
entro pochi secondi.
Si assiste, quindi, a un continuo feedback tra Neurologo,
Neurochirurgo e Neurofisiologo che contemporaneamente valutano la
efficacia della stimolazione.
Quando la risposta clinica ed elettrofisiologica è soddisfacente,
viene posizionato l'elettrodo definitivo.
Secondo la procedura messa a punto a Grenoble, viene esaminata
un'area abbastanza estesa mediante un apparecchio a cinque tracce
concentriche che consente di studiare un'area più ampia. Altrove,
tale valutazione la si fa con una sola traccia e, successivamente,
in caso di non sufficiente risposta clinica, si passa a valutare
le tracce parallele che tra di loro sono vicinissime.
Basta a volte un millimetro, un millimetro e mezzo di distanza dal
punto ideale per ottenere un effetto clinico nettamente inferiore,
nel lungo termine, in condizioni croniche.
DOPO L'INTERVENTO
Dopo l'intervento, il paziente viene riaffidato dal
Neurochirurgo al Neurologo.
Il compito del Neurologo è quello di valutare sul paziente che ha
oramai gli elettrodi impiantati, l'efficacia della stimolazione
che è già stata, sostanzialmente, testata in sala operatoria.
Soprattutto, deve impostare i parametri di stimolazione
(intensità, frequenza e durata dell’impulso) e adattare la terapia
farmacologica alla nuova situazione per poter ottenere il massimo
della efficacia possibile.
Mentre la frequenza e la durata dell'impulso sono abbastanza fissi
e costanti per tutti i pazienti, il voltaggio può variare in un
range abbastanza ampio: non deve essere troppo alto poiché può
dare degli effetti collaterali, non deve essere neanche troppo
basso poiché, altrimenti, si perde l'effetto clinico.
Gli elettrodi, inoltre, portano alla loro estremità quattro
piccoli contatti. Il Neurologo deve scegliere quale di questi
contatti attivare. Può, anche, decidere di somministrare corrente
in maniera bipolare, attivando due di questi piccoli contatti.
I pazienti parkinsoniani, dopo l'intervento, presentano condizioni
cliniche che consentono di ridurre drasticamente la terapia
antiparkinsoniana che assumevano prima dell'intervento. I farmaci
vengono in media ridotti del 60%, con una estrema frequenza
dell'80%, in rari casi del 100%.
GLI ANNI SUCCESSIVI
Il paziente e il neurologo dovranno continuare a frequentarsi,
soprattutto, nei primi mesi, nel primo anno dopo l'intervento.
Successivamente, si vedranno, in genere, molto di meno. Una volta
all'anno, per la prevista visita di controllo.
Da quando alla fine del 1993 a Grenoble, per la prima volta, è
stato effettuato, in un paziente parkinsoniano, un intervento di
neurostimolazione cerebrale profonda a livello del nucleo
subtalamico, questo è senz'altro il target di scelta per la DBS.
Ciò dipende dalla osservazione che nel paziente parkinsoniano
rispetto alla persona normale c'è una iperattività del nucleo
subtalamico e questo comporta, a catena, una serie di effetti per
cui compaiono i sintomi parkinsoniani. La DBS sembra agire con una
inibizione, mette a tacere queste cellule senza danneggiarle.
Probabilmente, attraverso la stimolazione, viene inviato un
messaggio incomprensibile a queste cellule e, di conseguenza,
inibendo questo nucleo, si ha un controllo netto dei sintomi
parkinsoniani.
La terapia antiparkinsoniana deve essere ridotta e anche sospesa
nella fase immediatamente precedente l'intervento in maniera da
poter testare, in diretta in sala operatoria, gli effetti della
stimolazione sui sintomi.
L'intervento è un intervento non doloroso, si svolge in anestesia
locale ma è abbastanza lungo e può richiedere diverse ore. È
faticoso sia per il paziente che per i medici. A seconda delle
tecniche che sono utilizzate nei vari Centri, può oscillare tra le
sei e le dodici ore.
Pochi giorni dopo, l'elettrodo viene connesso allo stimolatore che
è intascato in regione subclaveare.
Una volta che è stato impiantato, il paziente sperimenta una nuova
situazione, poiché ha due grosse armi per contrastare la malattia:
i farmaci e la stimolazione.
Queste armi devono essere bilanciate. La fase del bilanciamento
consente, direi quasi sempre, di ridurre clamorosamente i farmaci.
Nei primi mesi sarà necessario effettuare frequenti controlli
clinici per aggiustare al meglio le possibilità di questa terapia,
per ottenere il massimo risultato.
Qual è il paziente candidato
all’intervento?
Una premessa, tutti i criteri che io vi elencherò non sono
assolutamente rigidi.
Come in tutta la medicina, ogni paziente deve essere valutato
separatamente.
Ci sono, però, necessariamente, delle linee guida.
Parliamo, innanzitutto, della vera malattia di Parkinson
idiopatica e non di altro. Inoltre, il paziente deve essere nella
fase avanzata della malattia, quando tutte le strategie
farmacologiche a nostra disposizione sono state esperite e non
consentono condizioni di vita accettabili.
Il paziente deve essere sano, non deve presentare nessuna altra
patologia importante, meglio se di età inferiore ai 60/65 anni. Si
è visto nell'esperienza mondiale, nell'esperienza grenoblese in
particolare, che sicuramente i pazienti più giovani rispondono
meglio all'intervento. In ogni caso, quella che conta è l'età
biologica più che l'età anagrafica: ci sono delle persone che a
settanta anni sono perfettamente conservate ed hanno una vita
attivissima.
Il paziente non deve mostrare, sostanzialmente, sintomi di
depressione né deterioramento cognitivo.
Infine, il paziente deve essere motivato all'intervento, lo deve
volere lui. Nessuno lo deve convincere, neanche il suo partner.
Il ruolo del Neurologo è quello di informarlo, di dirgli ciò che
può ottenere con l'intervento dopo di che è il paziente che deve
decidere se fare questo intervento o meno.
Le condizioni del candidato ideale sono quelle tipiche della fase
scompensata della malattia. Deve, cioè, presentare essenzialmente
lunghi periodi di “off “ (blocco motorio) e brevi periodi di “on”
(buona motilità). Questi brevi periodi di “on” sono spesso resi
più difficili dalla presenza di movimenti involontari.
Con il passar del tempo, si osserva che i pazienti operati a
partire dal 1993 continuano a star bene, a non avere grossi
problemi. Attraverso questi risultati, l'indicazione per questo
tipo di intervento, forse, si sta un po' allargando.
Non è giusto, a mio parere, arrivare proprio all'estremo, o meglio
allo stremo del paziente e dei suoi famigliari, per decidere di
affrontare l'intervento: non deve essere troppo presto ma nemmeno
troppo tardi.
Fondamentale è questo punto: il paziente deve ancora rispondere
bene allo stimolo dopaminergico. Almeno in un breve periodo della
sua giornata, deve essere in grado di muoversi in maniera
pressoché normale, presentare ancora una ottima risposta al
farmaco.
Infine, la risonanza magnetica deve essere negativa, non devono
essere presenti importanti alterazioni di tipo vascolare o
atrofico.
I parkinsonismi, cioè le sindromi parkinsoniane, non rispondono
alla DBS.
Spesso si sente dire dai pazienti "no, io in testa non mi faccio
mettere nulla!".
Il paziente, a volte, non ha voglia di sottoporsi all'intervento,
ha paura dell'intervento, non ha fiducia. Sono opinioni
rispettabili. Si può al limite spiegare, specificare che sì, c'è
qualcosa in testa ma non è qualcosa di invasivo, non è qualcosa di
doloroso, non si diventa automi, è semplicemente fruire delle
innovazioni tecnologiche che noi medici, ma soprattutto i
pazienti, abbiamo oggigiorno a disposizione.
Le aspettative del paziente sugli esiti
dell’intervento
Sicuramente il controllo dei tre principali sintomi parkinsoniani:
la rigidità, la bradicinesia (o lentezza dei movimenti) e il
tremore. Soprattutto direi, o anche insieme, la scomparsa delle
fluttuazioni giornaliere.
Il paziente, in genere, viene stabilizzato su una situazione che è
uguale nell'arco di tutte le ventiquattro ore.
Non sperimenta più quei grossi problemi dovuti, appunto, ai
cambiamenti di condizioni cliniche da un ora all'altra, da un
minuto all'altro, da un secondo all'altro.
Naturalmente avrà una grossa riduzione del dosaggio dei farmaci,
con le conseguenze piacevoli e positive che ne possono derivare
come, ad esempio, una riduzione degli effetti collaterali, dei
movimenti involontari, e del rischio di ipotensione ortostatica.
Un altro vantaggio importante della DBS è la scomparsa dei dolori
che il paziente presenta nella fase di off. Infine vi è un netto
miglioramento del riposo notturno e questo è un vantaggio non solo
per il paziente ma anche per la persona che gli sta a fianco. Ciò
si verifica perché la situazione viene stabilizzata sulle
ventiquattro ore.
I limiti di efficacia di questo tipo di
intervento
Il paziente non può attendersi il ritorno a condizioni che non
erano presenti nemmeno durante il migliore “on” pre-operatorio.
Quello che l'intervento è in grado di fare è allungare quelle
condizioni migliori verificate in fase preoperatoria con il test
alla levodopa, cioè dilatare queste condizioni sulle ventiquattro
ore.
Questo è il massimo che si può ottenere.
Se il paziente, prima dell'intervento, non è in grado di camminare
correttamente neanche al meglio dello stimolo dopaminergico,
questo non potrà essere più dato dalla terapia chirurgica. Non
migliorano i sintomi parkinsoniani che non rispondono alla
levodopa, cioè non sono levodopa-sensibili e, ovviamente, non
migliorano i sintomi che con il Parkinson non c'entrano nulla.
Non è un intervento che elimina la malattia
L'accenno del Dr. Landi alle possibilità che questo intervento
influisca sull'andamento della malattia è qualcosa di eccitante,
di estremamente interessante per tutti coloro che si occupano di
questa malattia.
Sono d'accordo con lui che è ancora prematuro dirlo. Si può
solamente dire che nei pazienti operati sei anni e mezzo fa, non
si è vista una progressione della malattia pari a quella che
sarebbe stato lecito attendersi in assenza della DBS. Da qui a
dimostrare che effettivamente la malattia è bloccata, ne corre
sicuramente.
Possiamo dire, per il momento, che a distanza di sei anni e mezzo
da quell'intervento, i pazienti stanno ancora bene.
Dopo l’intervento, le condizioni motorie del paziente sono
valutate applicando i parametri della scala UPDRS e studi clinici
hanno osservato che la percentuale di miglioramento in assenza di
farmaco nei pazienti operati nel subtalamo, si attesta intorno al
55%-60% a sei mesi, a dodici mesi e oltre.
Gli effetti collaterali.
I risultati di cinque studi effettuati in cinque Centri
diversi hanno rilevato, prima di tutto, che non ci sono stati
decessi a causa dell’intervento di DBS. In un caso si è verificata
una emorragia grave però sopra-ventricolare, cioè, non legata alla
sede del subtalamo, alla sede del target desiderato. Si sono
manifestate, ma in bassa percentuale, difficoltà della parola (disartria)
e transitoria confusione nell’immediato post-operatorio. In due
casi si sono verificate complicanze infettive. Possono
manifestarsi anche problemi depressivi. Presso il Centro di
Grenoble è in corso uno studio sugli effetti comportamentali
successivi all'intervento.
DOMANDE AL DR. FILIPPO
TAMMA
D.
Ha parlato dei pazienti candidati che
dovrebbero essere autonomi. Se questi pazienti però presentano
degli accorciamenti muscolari, hanno delle limitazioni articolari,
questi problemi che importanza hanno nella valutazione del
candidato ideale? Un paziente può essere autonomo ma avere già
delle limitazioni articolari.
R.
Se ci sono questi problemi articolari con
l’intervento potrebbero essere ancora reversibili, probabilmente.
In effetti, ci sono stati dei casi di malati trattati che
presentavano problemi di mobilità importanti ma quello che era
reversibile è stato recuperato. In sostanza, non penso che siano
elementi da tenere in estrema considerazione per valutare se il
paziente è candidabile o meno all’intervento di neurostimolazione
cerebrale profonda.
_______________________________
D. I
sintomi dolorosi di fase “off” scompaiano con l’intervento?
R.
I sintomi dolorosi di fase “off” si
manifestano in fase di blocco, quando il farmaco non funziona e,
quindi, rispondono alla terapia. Sono una indicazione importante
per decidere se ricorrere o meno a questo tipo di terapia
chirurgica.
Sono uno dei sintomi che rispondono meglio in assoluto alla
terapia chirurgica.
INDIETRO
|