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principi attivi e farmaci
Terapie
farmacologiche del futuro
Malattia di Parkinson: prospettive terapeutiche

TERAPIE FARMACOLOGICHE DEL FUTURO
PROF. RUGGERO FARIELLO
Newron Pharmaceuticals Spa - Gerenzano (Varese)
Dipartimento di Neurologia Università “T. Jefferson”- Filadelfia, USA
Oggi, noi tutti, stiamo
vivendo un periodo estremamente eccitante dal punto di vista delle nuove
scoperte scientifiche, in particolare per quello che sta avvenendo nel campo
della ricerca sulla malattia di Parkinson.
Il mondo della neuroscienza non è più lo stesso da quel giorno di luglio del
1961 in cui il mio maestro, il medico farmacologo Hornykiewicz, a Vienna,
convinse il clinico Walther Birkmayer ad iniettare, in endovena, ad un malato
di morbo di Parkinson, un grammo di levodopa. D’allora sono passati più di
quaranta anni.
E’ vero che ci vollero circa nove anni prima di perfezionare la terapia con la
levodopa, quindi, diciamo che sono trascorsi 30-35 anni dall’utilizzo clinico
della levodopa nel trattamento della malattia di Parkinson. In questi 30-35
anni si sono verificati significativi cambiamenti nella terapia della malattia
di Parkinson che hanno portato a notevoli miglioramenti della qualità di vita
del paziente parkinsoniano.
Dal fermento che attualmente si percepisce nelle neuroscienze, si ha la netta
sensazione di essere vicini a risultati scientifici che ci permetteranno di
effettuare un altro salto in avanti nel trattamento della malattia di
Parkinson. L’obiettivo dei ricercatori è di lasciarsi alle spalle la terapia
sintomatica del morbo di Parkinson e di arrivare ad un trattamento terapeutico
che sulla base di specifici agenti, sia essi farmacologici sia non
farmacologici, possa essere in grado di modificare il percorso della malattia:
idealmente, di annullare la malattia ma, anche, di rallentarla oppure di
fermarne il decorso.
Vorrei
trasmettere tre messaggi:
- primo, cosa succede oggi nel mondo della ricerca
scientifica riguardo al morbo di Parkinson;
- secondo, quello che sta per succedere e quindi cosa ci stiamo preparando a
fare;
- terzo, ciò che stiamo facendo noi in Italia, per noi intendo la compagnia
farmaceutica che rappresento, la Newron Pharmaceuticals spa che non è una
compagnia che vuole vendere dei prodotti farmacologici ma è una compagnia che
sviluppa nuove terapie del Sistema Nervoso Centrale per poi darli ad altri da
vendere.
OGGI,
COSA STA SUCCEDENDO
Se vi sedete di fronte al
computer e vi connettete, tramite Internet, ad un sito di un’agenzia di stampa
scientifica oppure ad un programma curato da un gruppo scientifico, vedrete
che le informazioni sul morbo di Parkinson hanno una predominanza quasi
assoluta. Ad esempio, collegandomi in questi giorni al sito Web dell’American
Academy of Neurology, ho potuto leggere almeno cinque comunicati stampa che
riguardavano il morbo di Parkinson.
In uno di questi comunicati
stampa ho letto: “i fattori neurotrofici* dimostrano incoraggianti risultati
nel morbo di Parkinson”. In questo caso, si tratta del GDNF un fattore
neurotrofico di origine gliale. Interessante è anche il BDNF (brain-derived
neurotrophic factor). Questi fattori possono rappresentare potenziali
trattamenti riparativi e protettivi. Il problema principale di questi farmaci
è che non possono essere assunti per bocca, ma devono essere iniettati
direttamente nel cervello, proprio là, nel punto dove devono agire. Sono,
quindi, dei farmaci che per agire devono essere introdotti in maniera
aggressiva in una specifica regione cerebrale.
L’importante, però, è questo:
nel caso in cui dovessero funzionare, queste sostanze dimostrano che c'è un
target, uno specifico bersaglio terapeutico per il quale si possono produrre
dei farmaci efficaci. Si deve però cercare di evitare che la loro
somministrazione debba richiedere meccanismi complicati e rischiosi.
E’ comprensibile il paziente
che dice “non voglio farmi iniettare niente nel cervello”. Ma se quella
sostanza che i pazienti si sono fatti iniettare all’interno del cervello
funziona e ferma oppure, addirittura, fa regredire la progressione della
malattia di Parkinson, vuol dire che le compagnie farmaceutiche ed i
ricercatori saranno stimolati a studiare dei farmaci che replichino l’azione
di quelle sostanze senza dover essere somministrate direttamente nel cervello.
Un altro comunicato stampa.
Questo riguarda gli effetti del ropinirolo.
Effettivamente, è possibile
valutare gradualmente quanti neuroni vengono persi lungo il decorso della
malattia di Parkinson e, quindi, valutare, nel tempo, quanta parte della
funzione dopaminergica viene persa. Ci sono delle buone evidenze, però, che
con la somministrazione precoce dei farmaci dopaminoagonisti, come il
pramipexolo e il ropinirolo, la malattia ha un decorso significativamente più
lento.
Si parla molto di
neuroprotezione.
E’ un altro concetto che
rientra in quella linea di ricerca scientifica che dicevo prima: la
neuroprotezione può modificare il decorso della malattia.
In quest’altro comunicato
stampa si parla, addirittura, del trapianto di cellule fetali. Anche questo è
un meccanismo di terapia che in parte è farmacologico e in parte chirurgico.
Sono notizie che senz’altro conoscete, che leggete nella stampa la quale
spesso riprende questo argomento e, direi, con molta più facilità di quanto
non faccia con altri tipi di argomento. Queste notizie fanno clamore: come si
ottengono le cellule dai feti, quali feti utilizzare…
E’ un campo di ricerca molto
attivo. Anche in Italia abbiamo Centri di ricerca impegnati attivamente su
questo tipo di studi riguardanti la terapia sostitutiva nella malattia di
Parkinson, solo a Milano ci sono ben tre Centri: il Policlinico, il San
Raffaele, il Besta.
“Mancano quelle 250 mila
cellule neuronali nella sostanza nera?”. Cerchiamo di ridargliele alcune
attraverso il trapianto di cellule embrionali che siano in grado di produrre
un’adeguata quantità di dopamina e, quindi, di sostituire la funzione
dopaminergica nonché di ripristinare nuove connessioni con altre cellule
neuronali circostanti.
Il trapianto di cellule
embrionali si ripromette di ricostituire il circuito sostanza nera-gangli
della base degenerato nel morbo di Parkinson. Per il trapianto di cellule
fetali esistono delle grosse implicazioni etiche. E’ possibile però superare i
problemi etici ricorrendo a dei sostituti: ad esempio le cellule retiniche,
alcune di queste hanno una funzione dopaminergica, rilasciano cioè la
dopamina, il neurotrasmettitore carente nei malati parkinsoniani.
Si possono, quindi, avere
disponibili altre sorgenti di cellule, diverse da quelle embrionali, per
produrre e rimpiazzare la dopamina mancante nel cervello. Ciò può risolvere
alcuni dei fondamentali problemi etici che si pongono nel caso di utilizzo di
cellule di origine fetale.
Fortunatamente, il cervello è
abbastanza protetto dal punto di vista immunitario per cui i dati, di cui
siamo in possesso oggi, ci dicono che potrebbero essere anche possibili i
trapianti eterofetali, cioè i trapianti di cellule prese da altre specie
diverse da quella umana e che queste cellule avrebbero una buona possibilità
di sopravvivenza.
Questo chiude, direi, una
panoramica, per forza brevissima, di quello che sta succedendo oggi.
CHE COSA DOVREBBE SUCCEDERE
DOMANI
Avete sentito la novità
grossa dal punto di vista scientifico nel morbo di Parkinson: l'interazione
fra il nostro patrimonio genetico e l'ambiente, quest’ultimo è un fattore
essenziale.
In effetti, il solo patrimonio genetico nella quasi totalità dei casi non
basta allo sviluppo della malattia di Parkinson, però basta l’ambiente per
sviluppare la malattia di Parkinson. L’MPTP
(1-metil-fenil-1,2,3,6-tetraidropiridina) ne è un esempio. Se ci iniettassimo
per endovena l’MPTP, una droga sintetica, non importa il nostro tipo di genoma,
diventeremo immediatamente parkinsoniani.
Per quanto riguarda il nostro patrimonio genico, sono stati identificati, fino
ad oggi, otto geni coinvolti in rare forme familiari di malattia e, di tre
geni, è stato identificato il loro prodotto genico, cioè, è stato individuato
il tipo di proteina la cui alterazione causa la comparsa della malattia di
Parkinson.
E’, tuttavia, rilevante la
predisposizione genetica per lo sviluppo della malattia. La predisposizione
genetica personale se si combina con degli insulti esterni che provengono
dall’ambiente, può far sì che la malattia si possa manifestare.
Ecco perché è importante
conoscere i geni. I geni possono dire che cosa può succedere. Se abbiamo un
gene che produce quella proteina alterata ci potrebbe far capire come quella
proteina, in presenza di altri co-fattori, possa divenire una proteina in
grado di causare la malattia. Ad esempio, nei casi di malattia di Parkinson
familiare dovuti a mutazioni puntiformi nel gene dell’alpha-synuclina si ha un
accumulo di proteine che hanno la tendenza a precipitare in aggregati. Questo
meccanismo di accumulo di proteine, si verifica oltre che nella malattia di
Parkinson anche in molte altre malattia: nel morbo di Alzheimer, nella
malattia di Huntington, nella sclerosi laterale amiotrofica. Si formano degli
agglomerati di proteine sia all’interno della cellula, sia all’esterno della
cellula, che causano danni e anche morte neuronale.
Noi possiamo capire, tramite
lo studio di questi meccanismi, come si sviluppa la malattia, come si
danneggiano le cellule neuronali.
Di fronte a forme di malattia
di origine genetica le prime domande che gli scienziati si sono posti sono
state: cosa possiamo fare? Possiamo sostituire il gene difettoso o trasferire
il gene assente per curare la malattia? Da qui la terapia genica.
In linea teorica, mediante la
terapia genica si potrebbe sostituire il gene difettoso coinvolto nella
patogenesi parkinsoniana.
La terapia genica, però, non
consiste solamente nella sostituzione del gene difettoso con la versione
funzionante del gene in modo da rimediare al difetto: pone delle sfide
tecniche peculiari per la sua utilizzazione. Occorre, prima di tutto,
individuare qual è il giusto bersaglio per il trasferimento genico. Nella
malattia di Parkinson è, quindi, importante individuare la regione cerebrale
dove si vuole trasferire il gene.
Per il trasferimento genico,
basato sull’inserimento diretto del gene nel sistema nervoso centrale, si
utilizzano dei vettori, in primis, i virus manipolati geneticamente in modo da
non risultare pericolosi, ma ancora in grado di insediarsi all’interno delle
cellule dell’ospite.
E’ bene ricordare che un gene
è una porzione di DNA che contiene le informazioni necessarie a fabbricare una
proteina. Trasferire un gene significa trasferire un pezzo particolare di DNA.
Con le tecniche di ingegneria
genetica è possibile aggiungere al DNA del virus il gene che si vuole
trasferire nel corpo umano.
Attraverso i vettori virali,
i geni sono trasportati all’interno delle cellule bersaglio dove si
moltiplicano. I vettori, infettando le cellula bersaglio, lasciano all’interno
delle cellule quel fattore genetico che è il fattore mancante.
Sembra un po’ complicato ma,
in effetti, non lo è.
La terapia genica comporta,
quindi, il trasferimento di un gene che è terapeutico, all’interno della
cellula bersaglio.
Mediante il vettore si ha il
trasferimento di un gene che produce una determinata proteina o un
neurotrasmettitore in una precisa zona cerebrale.
Il vettore rilascia il gene
dove noi vogliamo. L’importante è l’individuazione del target, del bersaglio.
Che cosa vuol dire target?
Vuol dire che il vettore
rilascerà il gene trasportato in quel determinato bersaglio cerebrale. Il gene
trasportato deve andare a bersaglio.
Fortunatamente alcuni virus
sono neurotropi, cioè presentano affinità per il tessuto nervoso. Il virus
dell’encefalite letargica è un virus che ha un neurotropismo ben specifico e
particolare per la sostanza nera. I nostri antenati, i nostri nonni ne erano
contagiati respirando e questo virus era la causa della morte delle cellule
neuronali della sostanza nera. E’ anche accaduto che per ritrovare questo
virus sono stati riesumati corpi di persone morte a causa dell’epidemia
dell’encefalite letargica (1917-1918; 1920;1924). Il virus dell’encefalite
letargica è un virus che, nel nostro organismo, va a concentrarsi, a fissarsi
selettivamente proprio nell’area cerebrale della sostanza nera.
Vi domanderete “in che modo
viene utilizzato il virus”?
Dal virus dell’encefalite
letargica verrebbe eliminato il gene che uccide le cellule neuronali della
sostanza nera e, al suo posto, si introdurrebbe un gene che produce, ad
esempio, la dopamina oppure un gene della tirosinaidrossilasi, l’enzima che
sintetizza la dopamina. Il virus dell’encefalite letargica si concentra nella
sostanza nera all’interno dei neuroni che sono sopravvissuti, fa sì che la
dopamina venga risentitizzata.
Questo è il percorso che si
intende seguire con le varie terapie geniche nella malattia di Parkinson.
Come si somministrano questi
geni?
Dal punto di vista tecnico,
due sono gli approcci che si stanno sperimentando: il metodo in vivo e il
metodo in vitro.
Con il metodo in vivo
l’obiettivo è di trasferire il DNA direttamente nelle cellule o nei tessuti
del paziente. Si utilizzano le cellule dell’individuo, ad esempio le cellule
del sangue, al cui interno viene iniettato il virus con il gene desiderato e,
attraverso il sangue, il virus viene trasportato nell’area cerebrale
bersaglio.
Con l’altra tecnica, in
vitro, il DNA viene dapprima trasferito in cellule isolate dall’organismo e
cresciute in laboratorio. Le cellule così modificate possono essere
trapiantate nel paziente. Si agisce, cioè, sul gene difettoso al quale vengono
sostituiti quei particolari fattori genetici che causano l’alterazione
genetica. Il gene così modificato viene reintrodotto nuovamente nel paziente.
Questa procedura indiretta, anche se più lunga, offre il vantaggio di
selezionare e amplificare le cellule modificate prima della loro
reintroduzione.
Possiamo utilizzare altri
vettori non virali: i liposomi, polimeri e dendrimeri cioè dei pezzettini di
essere vivente che riescono in qualche modo a catturare, a portare con sé ed a
legarsi in maniera chimica con quel pezzo di DNA che si vuole trasferire e lo
trasportano all’interno della cellula bersaglio.
Tra i vettori virali voglio
menzionare gli adenovirus, il virus dell’Herpes simplex di tipo 1, i
retrovirus, i lentivirus che sono usati correntemente per trasferire dei
fattori che possono correggere alterazioni geniche.
Tuttavia, che si tratti di
procedure in vivo o in vitro lo scopo è lo stesso: il gene deve essere
trasferito all’interno delle cellule bersaglio, e una volta inserito deve
resistere per un periodo sufficiente. In questo periodo di tempo il gene deve
poter produrre sufficienti quantità di proteina rimediando così al difetto
genetico. Il gene estraneo si deve esprimere in modo efficace nell’organismo
ospite.
In sintesi, partendo da un
vettore virale il meccanismo della terapia genica è il seguente: si toglie dal
DNA del virus una piccola parte, si inserisce il gene desiderato o suoi
frammenti. Il virus modificato entra all’interno della cellula bersaglio. Il
virus si moltiplica utilizzando le proteine della cellula bersaglio e genera,
così, nuovi virus guaritori che una volta in circolazione, potranno infettare
e guarire altre cellule con cui possiedono affinità interferendo nello
sviluppo della patologia. I virus da agenti infettivi e lesivi del sistema
nervoso centrale vengono trasformati in agenti guaritori.
C’è molto più fermento nella
ricerca scientifica riguardante il morbo di Parkinson che in altre malattie
neurologiche e questo perché il morbo di Parkinson ha particolari
caratteristiche che lo fanno essere un modello, quasi ideale, di malattia
neurodegenerativa.
Le motivazioni sono: la
malattia di Parkinson colpisce solamente una parte ben caratterizzata del
cervello sia dal punto di vista anatomico, sia biochimico. Questa zona del
cervello è una parte estremamente limitata in rapporto al volume della massa
cerebrale.
Sono convinto che il morbo di
Parkinson sarà la prima malattia neurodegenerativa che verrà “risolta”
definitivamente sia attraverso la prevenzione, sia bloccando la progressione
della malattia con un ritorno del malato alle condizioni precedenti.
COSA
STIAMO REALIZZANDO
La nostra Compagnia, la
Newron Pharmaceuticals Spa, ha sintetizzato una molecola denominata Safinamide
(NW-1015) che presenta molteplici meccanismi di azione per il trattamento
della malattia di Parkinson oltreché dell’epilessia. Questa molecola è un
bloccante del canale del sodio. I canali del sodio generano “potenziali di
azione” cioè generano quel meccanismo elettrofisiologico che permette alle
cellule di comunicare fra di loro. La safinamide blocca i canali del sodio
solamente quando sono in uno stadio di particolare attivazione e modula i
canali del calcio. In più questa molecola, oltre ad essere un inibitore dell’uptake
della dopamina, è un potente inibitore, reversibile, delle monoaminoossidasi
di tipo B (MAO-B). Questi due ultimi meccanismi permettono di sfruttare al
massimo l’azione di quella poca dopamina residua nel cervello dei pazienti
parkinsoniani.
In pratica, anche la
selegilina (Jumex) è un inibitore dell’enzima MAO-B ma è irreversibile. La
selegilina si lega all’enzima MAO-B opponendosi, in modo irreversibile, alla
sua azione di degradazione metabolica della dopamina consentendo, così, sia un
potenziamento dell’effetto antiparkinson della levodopa, sia una riduzione
della sua dose giornaliera.
La safinamide si lega invece
con una affinità più alta all’enzima MAO-B rispetto alle MAO-A ed è
reversibile, dura fintanto che il farmaco è in circolo (circa 24 ore).
La safinamide è un nuovo
farmaco che si sta sviluppando per la cura della malattia di Parkinson dove
agisce per merito di tutti questi suoi meccanismi ma è, soprattutto, un
neuroprotettore.
In caso di insulti cerebrali,
quali ischemie, emorragie, traumi (quali i traumi che causano la malattia di
Parkinson), la safinamide riesce a proteggere i neuroni dalla morte cellulare
e la dimostrazione sperimentale è abbastanza chiara ed evidente.
L’MPTP
(1-metil-4-fenil-1,2,3,6-tetraidropiridina), una sostanza sintetica ad effetto
analgesico-narcotico (detta anche eroina sintetica), è stata identificata come
tossina responsabile del quadro parkinsoniano. La correlazione tra l’MPTP e la
malattia di Parkinson è stata ipotizzata per la prima volta nello studio di un
caso di grave parkinsonismo ad esordio rapido, verificatosi nel 1977 in un
giovane chimico californiano che aveva fatto uso di droghe sintetiche da lui
stesso preparate. Iniettata in animali, è stata utilizzata per produrre
modelli animali di parkinsonismo, in particolare nei roditori e nei primati
(scimmie).
L’MPTP si lega con elevata
affinità alle cellule dopaminergiche della parte compatta della sostanza nera,
distruggendole. Per divenire tossica per il sistema nervoso centrale, l’MPTP
deve essere, però, biotrasformata nel metabolita MPP+ (ione 1-metil-4fenil
piridinio) ad opera delle monoaminossidasi di tipo A (MAO-A) e soprattutto di
tipo B (MAO-B).
Attraverso l’utilizzo di uno
specifico farmaco, come la safinamide, che blocca le MAO-B non si avrà,
quindi, la comparsa del parkinsonismo indotto da MPTP. Questo, pur essendo
stato dimostrato, non dimostra però che la safinamide, inibitore delle MAO-B,
protegge i neuroni dopaminergici da morte cellulare.
Abbiamo semplicemente
dimostrato nel modello animale di parkinsonismo, ottenuto iniettando l’MPTP,
che la somministrazione della safinamide (come anche della siligilina)
inibisce la trasformazione dell’MPTP in MPP+.
Mediante la somministrazione
della safinamide non si è sviluppata la neurotossicità dopaminergica da MPTP
e, quindi, non si sono visti gli effetti tossici a livello dei neuroni
dopaminergici.
Più interessante è quando si
fa riferimento ad un protocollo che è terapeutico.
Cosa significa?
Si somministra prima l’MPTP,
la sostanza tossica. In un periodo di tempo di quattro ore l’MPTP si trasforma
in MPP+. A questo punto, somministrando la safinamide è possibile controllare
se, mediante questo farmaco, i neuroni dopaminergici sono stati o no protetti
da morte cellulare.
Come è possibile controllare
se l’MPTP è stata trasformata in MPP+?
Si sa perché nel topo, a
diversità che nella scimmia, gli effetti della neurotossicità da MPTP
investono zone più ampie del cervello. Nella scimmia l’MPTP viene trasportata
all’interno delle cellule della sostanza nera e, lì, viene trasformata in
tossina inducendo in maniera preponderante una perdita (morte) dei neuroni
dopaminergici della sostanza nera (parte compatta). Tali animali, così
lesionati, mostrano, infatti, una marcata perdita neuronale nella zona
compatta della sostanza nera. Nel topo, invece, l’MPTP viene accumulato e
immagazzinato a livelli potenzialmente tossici dai terminali dopaminergici del
nucleo del caudato, del putamen (cioè nella zona dello striato) nonché della
sostanza nera, entrando dentro le cellule distrugge i terminali dopaminergici.
Le cellule neuronali muoiono per una lesione retrograda dei terminali
dopaminergici.
Per sapere se, in effetti,
c’è stata la trasformazione dell’MPTP in neurotossina cosa è necessario fare?
Si prova a misurare nel roditore la dopamina presente nel nucleo del
caudato-putamen: se si è verificata una deplezione della dopamina, significa
effettivamente che c’è stato danno neuronale.
Una volta certi che la
tossina da MPTP si è trasformata in MPP+ e si è diffusa nella via
nigro-striatale, si valuta il numero delle cellule neuronali dopaminergiche
della sostanza nera che sono sopravvissute.
Nel grafico si può vedere che
ad un roditore normale con parkinsonismo da MPTP, alla somministrazione di 20
mg, di 40 mg, di 80 mg di safinamide si è verificato un significativo
salvataggio dei neuroni della sostanza nera, cioè la somministrazione di
safinamide ha neuroprotetto le cellule dopaminergiche dal danno neuronale.
Su questa base direte
“benissimo, allora la Newron Pharmaceuticals Spa svilupperà questo farmaco
come neuroprotettore”. Ahimè, no. Questo non è possibile perché per dimostrare
neuroprotezione occorrono studi lunghissimi e costosissimi, nell’ordine di
centinaia di milioni di Euro.
Questi studi verrebbero a
coinvolgere centinaia di pazienti che dovrebbero essere suddivisi in tre
gruppi destinati, rispettivamente: il primo gruppo a controllo; il secondo
gruppo ad un trattamento effettivo con i farmaci antiparkinson oggi
disponibili; il terzo gruppo al trattamento con il nuovo farmaco.
Controllo vuol dire placebo.
Si tratta di studi che devono andare avanti per due anni, due anni e mezzo,
come minimo. Da qui il problema etico. Chi eticamente mi dà il permesso di
somministrare ad un paziente parkinsoniano per due/tre anni solamente il
placebo e niente altro? E’ necessaria inoltre avere una significatività di
risultati dagli esami accettati PET e SPECT. Alla fine della sperimentazione,
c’è anche il rischio che le autorità sanitarie che debbono autorizzare il
farmaco, non diano il permesso di introdurre il farmaco sul mercato con
l’etichetta di neuroproteggente.
Dato questo rischio,
piuttosto alto, nessuna casa farmaceutica si impegna a sviluppare un prodotto
solo sulla base del suo potenziale neuroproteggente.
Allora, la strategia da
seguire qual è? E’ quella di dire: “il prodotto fa stare meglio i pazienti
parkinsoniani e, quindi, chiediamo che sia messo in commercio”.
Dopo che il farmaco sarà
commercializzato, probabilmente, le case farmaceutiche che ne ricaveranno un
introito, investiranno ulteriori capitali per dimostrare che quel farmaco è
neuroprotettore.
Oltre alle problematiche
scientifiche ci sono delle problematiche socio-politiche, più che altro a
carattere sociale, che devono essere affrontate e sulle quali le associazioni
di pazienti, come l’Unione Parkinsoniani, possono dare input notevoli per
aiutare ad indirizzare la ricerca scientifica nella maniera giusta.
Attraverso quali fasi entra in commercio un farmaco?
La commercializzazione di un
nuovo farmaco è attualmente preceduta da ricerche in vitro,
farmacotossicologiche sull’animale ed indagini rigorosamente controllate
sull’uomo sano (fase I) e malato (fase II e fase III) che garantiscono
l’individuazione delle reazioni indesiderate al farmaco che compaiono con una
frequenza superiore a 1 su 1000 somministrazioni e queste sono riportate nel
foglietto illustrativo e nella scheda tecnica.
E’ dopo la commercializzazione (fase IV) che da decine di migliaia di persone
(30-40.000 e più) trattate con il farmaco può aversi la quasi assoluta
certezza di cogliere un’azione sfavorevole imprevista, di regola le più
pericolose, che abbia una frequenza di circa 1 su 10.000 assuntori del
medicamento.
Azioni sfavorevoli di un farmaco con così bassa incidenza o con lunga latenza
non possono essere messe in evidenza prima di alcuni anni di
commercializzazione, a prescindere dall’accuratezza con cui gli studi di fase
II e III sono stati condotti.
Inoltre, data la molteplicità dei fattori interferenti, è spesso assai
difficile stabilire con certezza un rapporto causa-effetto fra farmaco e
reazioni sfavorevoli.
In quale fase di
sperimentazione clinica è il prodotto Safinamide?
La
Newron Pharmaceuticals spa ha recentemente annunciato i risultati positivi
ottenuti da uno studio di fase II condotto con il suo prodotto più avanzato in
via di sviluppo, la safinamide in pazienti affetti da malattia di Parkinson.
I dati hanno dimostrato che i
pazienti ai quali è stata somministrata safinamide in aggiunta ad una terapia
dopaminoagonista hanno manifestato un miglioramento delle loro prestazioni
motorie, evidenziato da una riduzione del 30% sul valore della scala UPDRS. Il
potenziale di più grande interesse della safinamide è di poter agire da
neuroprotettore ritardando il processo di morte dei neuroni nella sostanza
nera e questi dati trovano fondamento nei molteplici meccanismi d’azione della
safinamide che concorrono al rafforzamento della resistenza neuronale alle
varie sostanze tossiche che sono state implicate nella patogenesi della
malattia di Parkinson.
La dimostrazione di un
effetto neuroprotettivo dovrà, comunque, essere differita a dopo l’ottenimento
della dimostrazione dell’efficacia sintomatica.
In uno studio in doppio-cieco
a disegno parallelo, multinazionale (Italia, Francia, Germania, Belgio e
Polonia), un totale di 162 pazienti sono stati selezionati in modo
randomizzato per ricevere safinamide a 0,5 o 1,0 mg/kg una volta il giorno o
placebo per tre mesi. I pazienti non erano stati trattati in precedenza
(pazienti de-novo) oppure safinamide veniva aggiunta ad un precedente
trattamento stabilizzato con un solo dopaminoagonista, la modalità terapeutica
attualmente raccomandata per l’inizio del trattamento nella malattia di
Parkinson.
In tutti i pazienti la
tollerabilità di safinamide è risultata molto favorevole. Inoltre, è stato
raggiunto l’obiettivo di efficacia primario, in quanto i dati hanno dimostrato
che l’aggiunta di safinamide (1.0 mg/Kg/die) ha portato ad un miglioramento
statisticamente significativo, quantificabile con una riduzione di almeno il
30% dei segni motori valutati con la scala UPDRS III, in quei pazienti
trattati con una dose stabile di dopaminoagonista. Nei pazienti de novo
safinamide ha indotto un miglioramento motorio superiore al placebo che però
non ha raggiunto significatività statistica. Le ragioni di questa differenza
sono oggetto di studio da parte degli scienziati della Newron.

LA MALATTIA DI PARKINSON: PROSPETTIVE TERAPEUTICHE
PROF.
RUGGERO FARIELLO
T. Jefferson University, Philadelphia
Rispetto
ad altre patologie neurodegenerative (come la sclerosi laterale amiotrofica, il
morbo di Alzheimer, la malattia di Huntington
ecc...) la malattia di Parkinson presenta dei primati importanti. E' stata la
prima condizione morbosa ad essere stata diagnosticata sulla base della
sintomatologia. E' stata la prima malattia neurodegenerativa per la quale è
stato utilizzato un trattamento farmacologico che agisce sui sintomi e per
quanto sia palliativo, ha consentito un miglioramento della qualità ed un
allungamento delle aspettative di vita dei malati parkinsoniani. E' stata la
prima condizione morbosa in cui la terapia di rimpiazzo del deficit di dopamina
attraverso la somministrazione di levodopa si è mostrata assai efficace.
Oggi
come oggi, il parkinsonologo ha a sua disposizione un buon armamentario
farmacologico e non farmacologico, una diversità di approcci terapeutici tra
cui optare per affrontare con maggiore efficacia la malattia uguagliabile ad
altre patologie. Forse, solo gli epilettologi possono attualmente disporre di un
numero maggiore di farmaci. Le loro scelte però sono meno diversificate di
quelle attualmente disponibili per la malattia di Parkinson.
Ancora
oggi la levodopa costituisce il farmaco cardine della terapia antiparkinson ma
già all'inizio della malattia è possibile impostare il trattamento terapeutico
con altri farmaci diversi dalla levodopa (i dopaminoagonisti) e fra qualche anno
si potrà disporre di una rosa di farmaci ancora più ampia.
Esistono,
infatti, altre forme di trattamento farmacologico che si stanno sviluppando: gli
inibitori di altri enzimi come le COMT; gli inibitori dei recettori del
glutamato ed altri.
Un
altro primato della malattia di Parkinson che ha permesso di raggiungere una
migliore conoscenza della malattia, è stato ottenuto con la
realizzazione di un modello sperimentale di parkinsonismo. La
somministrazione sistematica di una sostanza tossica MPTP negli animali da
laboratorio (in particolare, nella scimmia) provoca selettivamente una lesione
anatomica e biochimica simile a quella della malattia di Parkinson (ndr l'MPTP
è una sostanza prodotta erroneamente nel tentativo di ottenere eroina
sintetica).
E'
stata, inoltre, la prima affezione in cui si è mostrata l'efficacia della
terapia dei trapianti all'interno del cervello impiegando tessuto autologo della
midollare del surrene invece che i
tessuti fetali.
Le
grandi case farmaceutiche attualmente mostrano particolare interesse per quelle
sostanze che possano annullare gli effetti collaterali da terapia a lungo
termine della levodopa. Sappiamo, come clinici, che se l'azione della levodopa
potesse avere per venti anni gli stessi effetti dei primi tre o quattro anni di
trattamento, sarebbe il farmaco ideale.
Premesso
questo, esaminiamo le prospettive future dei diversi tipi di approccio
terapeutico nel trattamento della malattia di Parkinson riguardanti: gli agenti
farmacologici, la neurochirugia stereotassica, la trapiantologia, la prevenzione
e la terapia genetica.
GLI
AGENTI FARMACOLOGICI
La
ricerca farmacologica è indirizzata verso l'individuazione di un elemento che
nelle fasi tardive della malattia possa abolire le complicazioni da levodopa.
La
terapia recettoriale ha forse esaurito le proprie possibilità?
I vari farmaci antiparkinson riescono a correggere i difetti funzionali
attraverso la continua stimolazione dei recettori della dopamina.
Il
recettore non è però una struttura tanto semplice. Si può influenzare con la
stimolazione farmacologica oltre che il punto di contatto del recettore con le
altre terminazioni nervose anche la zona ad esso circostante nonché i canali
che possono venire in qualche modo modulati. Attraverso degli agenti
farmacologici è possibile quindi attivare solo specifiche parti del recettore
importanti per la funzione motoria.
Sono
allo studio, in fase preclinica, alcuni farmaci dopaminoagonisti che, negli
animali con lesioni sperimentali, si sono mostrati estremamente potenti e
selettivi determinando sensibili miglioramenti del movimento senza causare
discinesie.
Un
farmaco agonista dell'Alfa9, un sottotipo di recettore colinergico nicotinico,
si è rivelato molto promettente in fase di sperimentazione preclinica riuscendo
a correggere, attraverso la stimolazione del recettore, il deficit di motilità
in un modello animale di scimmia. Somministrando i farmaci dopamino-agonisti
classici ad una scimmia con lesione parkinsoniana, questa non era in grado di
aggirare l'ostacolo (una lastra di plexiglas) per andare a prendere una banana.
La scimmia sbatteva contro il vetro. Con la somministrazione dell'agonista
nicotinico riusciva, invece, a raggiungere in modo corretto la banana mostrando
una certa razionalità nell'organizzare il movimento.
Nel
morbo di Parkinson si trovano moltissimi di questi fenomeni che potrebbero
essere responsabili del freezing, di moltissime altre difficoltà motorie che
non sono legate solamente alla rigidità ed alla acinesia ma anche a fenomeni
neurodegenerativi maggiormente complessi.
LA
NEUROCHIRURGIA STEREOTASSICA
La
terapia chirurgica presenta già di per sé stessa diverse opzioni: la lesione
(a livello del talamo, del nucleo sub-talamico, del pallido), la
neurostimolazione cerebrale profonda attraverso degli elettrodi. Nel futuro è
difficile individuare altre aree cerebrali da stimolare ed inoltre si ricorrerà
sempre di meno alla tecnica chirurgica della lesione. La frontiera futura è
passare alla microiniezione, in aree cerebrali localizzate, di agenti
farmacologici specifici. Si possono immettere dei piccoli "serbatoi"
anche della durata di un anno che rilasciano minuscole dosi di sostanza chimica
a livello di una determinata area cerebrale. Il vantaggio rispetto al farmaco
somministrato per via sistemica è che vengono stimolati solo alcuni tipi di
popolazione neuronale ben localizzata con minimi effetti collaterali.
TRAPIANTOLOGIA
I
trapianti effettuati con tessuto fetale presentano delle notevoli problematiche
non solamente dal punto di vista scientifico ma anche etico se si pensa al
pericolo di una eventuale commercializzazione dei feti.
C'è
però la possibilità di utilizzare cellule staminali ottenibili da un solo feto
(contro i 10-12 necessari attualmente) che possono essere coltivate, fatte
sviluppare in cellule che producono dopamina e utilizzate per una molteplicità
di trapianti. Queste cellule possono essere manipolate geneticamente e rese
resistenti ad un ipotetico fattore responsabile della morte dei neuroni
dopaminergici della sostanza nera. L'obiettivo è di riuscire a trapiantare
cellule in grado di produrre dopamina oppure di evitare che esistano geni che
rendano l'individuo predisposto a sviluppare la malattia di Parkinson.
TERAPIA
GENETICA
In
linea teorica mediante la terapia genica si potrebbe sostituire un gene
difettoso coinvolto nella patogenesi parkinsoniana, introdurre geni funzionali
in grado di garantire una produzione continua di dopamina nello striato,
bloccare il prodotto tossico di un gene mutato, rilasciare o incrementare la
produzione di una proteina potenzialmente neuroprotettiva o neuroriparatrice.
Con la terapia genetica "in vitro" si può• fare quasi tutto. I
problemi sorgono nel momento in cui viene inserito nell'organismo il virus
capace di veicolare un determinato gene nell'area cerebrale selezionata. Le
cellule non trattengono il virus, lo "sputano" fuori. Credo però che
questo tipo di problematica sarà superata nel giro dei prossimi cinque anni.
Esistono
dei virus denominati neurotropi che qualsiasi sia la via di ingresso
nell'organismo umano si localizzano selettivamente in una specifica area del
sistema nervoso centrale. Il virus dell'encefalite letargica (che causò
l'epidemia della spagnola del 1920), ad esempio, ha la caratteristica di
raggiungere selezionate cellule della sostanza nera. Una volta reso inattivo
attraverso l'eliminazione della parte patogena (cioè dei geni che producono le
tossine) è possibile utilizzarlo come vettore per trasportare proteine sane in
quella specifica zona della sostanza nera (striato) in grado di produrre
dopamina.
STRESS
OSSIDATIVO - STRATEGIE NEUROPROTETTIVE
Nei
modelli animali con lesione parkinsoniana provocata da MPTP sono stati
osservati, nelle aree lese, elevati indici di stress ossidativo il quale
potrebbe causare la perdita dei neuroni nella sostanza nera. I livelli di
glutatione (GSH), una sostanza la cui funzione è di proteggere i neuroni
eliminando i radicali liberi prodotti dallo stress ossidativo, sono
significativamente ridotti nella sostanza nera dei pazienti affetti dalla
malattia di Parkinson.
Se
fosse possibile rinforzare i sistemi antiossidativi una volta individuati
(personalmente ritengo che il glutatione non costituisca il sistema di elezione
che possa proteggere completamente i neuroni dal danno ossidativo) si potrebbe
modificare il corso della malattia di Parkinson.
MICROCHIMICA
La
microchimica ha riportato l'attenzione sui meccanismi patogenetici unitari di
moltissime malattie neurodegenerative: morbo di Alzheimer, sclerosi laterale
amiotrofica, corea di Huntington ed altre.
In
tutte queste malattie si verifica comunemente la deposizione di una sostanza
proteica all'interno dei neuroni che aggrega a sè altre proteine causandone la
morte. Tale proteina che deriva da un prione (ndr particella infettiva
costituita da una molecola proteica e priva al suo interno di materiale
genetico, non è quindi un virus) "prende per mano",
"conduce" altre proteine che, per motivi fisico-chimici, si
autodepositano all'interno della cellula nervosa con una struttura ben precisa,
con una periodicità ben specifica creando quel "seme" attorno al
quale tendono ad essere innescati tutti gli altri processi degenerativi. Ciò
accade nei corpi di Lewy i quali costituiscono la caratteristica anatomica del
morbo di Parkinson.
La
possibilità terapeutica è di poter bloccare all'origine questo processo
patogeno che provoca la deposizione di sostanze proteiche all'interno del
neurone (ammesso che tale processo sia veramente la causa di questi eventi
patologici che conducono alla morte le cellule).
Un
gruppo di ricerca si sta occupando attualmente di un prodotto antidepositante
capace di sciogliere questa occlusione avente proprietà antiossidanti ed
inibitore dell'enzima MAO-B.
Si
è osservato nelle sperimentazioni animali con lesioni parkinsoniane da MPTP,
che questa sostanza è in grado di prevenire la morte delle cellule neuronali
senza, però, prevenire la deplezione della dopamina nelle cellule gliali.
Ciò
significa che tale prodotto potrebbe avere funzioni protettive e svolgere un
effetto anticinetico sulle discinesie.
Dai
risultati finora ottenuti e dalle prospettive terapeutiche future sono
estremamente convinto che il morbo di Parkinson sarà la prima malattia
neurodegenerativa ad essere definitivamente sconfitta. Occorre la saggezza di
ieri e la tecnologia di oggi.

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