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IL DOLORE NELLA MALATTIA DI PARKINSON

LA
STORIA DI UNA MIA PAZIENTE:
LA SIGNORA NORMA
Dr.ssa Laura Avesani - Medico generale - Verona
Si
apre la porta dello studio ed entra la Signora Norma con suo marito.
Ha 82 anni e viene nel mio ambulatorio quasi sempre accompagnata dal marito.
Sono sposati da 56 anni. Sempre belli, molto curati. Lui imponente, lei
minuta, curva, sempre più ricurva sotto il peso della sua malattia: il morbo
di Parkinson.
Vestita di una sobria eleganza, profuma sempre di colonia e borotalco ma
alla domanda “Come sta Signora Norma?”, oggi la risposta è “Ho
male dottoressa, ho tanto male”.
Eccoci al dolore, compagno di cammino della malattia di Parkinson, presente
in lei fin dalla fase iniziale. Abbiamo eseguito tutti gli accertamenti
necessari per verificare se ci potevano essere altri motivi per questo
dolore, e sì, c’è anche un po’ di osteoporosi, di artrosi, ma il dolore di
Norma, che mano a mano diventa una sofferenza continua, è legato alla sua
malattia. Si accompagna al tremore del capo e delle mani, aumenta quando
termina l’effetto della pastiglietta di levodopa, quando si accentua la
discinesia, è di tipo neuropatico.
Allora, io, ce l’ho davanti e penso “Cosa posso fare?".
Primo: aggiusto la terapia con Levodopa:
chiederò consiglio agli specialisti per modalità e dosaggio di
somministrazione;
Secondo: penso alla terapia specifica
per il dolore ed ai farmaci antidepressivi…
Sì, ultimamente Norma è un po’ depressa, ha paura, rammenta le sue cadute
improvvise e al costante dolore, pensa di non essere abbastanza forte, si
vede come una donna di poco carattere.
Così aggiungo un antidepressivo e aumento il gabapentin.
Penso anche a possibili terapie chirurgiche (previste solo per disabilità
più profonde). Ma non siamo ancora a questi livelli. C’è anche, e glielo
spiego, la possibilità di utilizzo di infusione diretta per questo dolore
alla schiena che lei ha ininterrottamente, però Norma mi dice: “Ma un po’
lo sopporto ancora!”.
E no, cara Norma, sono io che non sopporto che lei abbia male, il dolore è
un dolore inutile, è una pena in più per il malato, al di fuori di ogni tipo
di credenza filosofica e religiosa. Io non voglio che lei abbia male, è il
mio compito di medico alleviarle il dolore e con l’aiuto di tutti i colleghi
specialisti del caso, cercheremo di fare in modo che la sua sofferenza sia
sempre meno.
Ringrazia gentilmente, mi porge la sua fragile mano, le sue spalle sono un
po’ meno curve, prende impegnative e ricette e mi saluta con il suo solito,
amato sorriso e un grazie. Grazie a lei Norma, e a tutto quello che lei ogni
volta mi insegna.

IL
DOLORE NELLA MALATTIA DI PARKINSON
DR. MICHELE TINAZZI
Unità Operativa di Neurologia, Ospedale Civile di Borgo Trento - Verona
Sebbene
il dolore nella malattia di Parkinson sia un sintomo riportato già nelle
prime descrizioni storiche, in letteratura ci sono pochi studi riguardanti
questo aspetto della malattia di cui non si conoscono ancora quali siano i
veri meccanismi scatenanti.
Circa il 40% dei pazienti parkinsoniani lamenta sintomi dolorosi che sono
spesso invalidanti e che possono essere classificati in diverse categorie:
dolore associato alle posture o movimenti distonici (dolore distonico),
dolore muscolo-scheletrico, neuritico o radicolare e dolore centrale o
primario (dolore non distonico) e una sensazione sgradevole legata all’acatisia.
Per contrastare efficacemente il sintomo del dolore,
occorre prima di tutto stabilirne la tipologia.
I pazienti possono accusare un dolore crampiforme di tipo muscoloscheletrico
localizzato in più distretti corporei. Ad esempio, un dolore localizzato ai
muscoli che può accentuarsi con l’esercizio fisico, oppure con il cammino se
localizzato agli arti inferiori.
Taluni pazienti che sono in una fase intermedia o avanzata di malattia
soffrono di spasmi muscolari causati da movimenti involontari (discinesie)
fino ad arrivare ad un atteggiamento cosiddetto distonico, di contrattura
che a volte (ma non sempre e anche qui è difficile spiegare il perché) può
essere doloroso.
I pazienti lamentano anche dolori cosiddetti mal definiti con sensazioni di
bruciore, di formicolio, di fastidio localizzati ora ad un arto superiore,
ora ad un arto inferiore che non sono né muscolo-scheletrici, né distonici e
quindi non sono giustificati da rigidità o distonia.
Questa tipologia di dolori è definita dolore centrale o primario ed è legata
ad una disfunzione a livello del Sistema Nervoso Centrale.
La malattia Parkinson causa inoltre alterazioni posturali che diventano
ingravescenti in soggetti anziani i quali possono anche presentare una
patologia concomitante artrosica, osteoporotica… alla quale si associa un
dolore radicolare-neuropatico.
Che cosa significa dolore radicolare-neuropatico?
E’ il dolore che origina da una radice nervosa e che si distribuisce lungo
di essa. Il dolore alle spalle e alle braccia, ad esempio, è provocato da
un’irritazione dei nervi del braccio situati nella colonna vertebrale
cervicale e si osserva una distribuzione del dolore in corrispondenza della
zona del braccio servita dal nervo. Altri casi di dolore radicolare sono la
classica lombosciatalgia, la lombalgia, la cervicalgia.
Dal punto di vista clinico, la prima cosa importante è la
corretta valutazione da parte del medico del sintomo doloroso: “sì, il
dolore di cui mi parla il paziente si configura proprio come una
sintomatologia dolorosa” e, nello stesso tempo, ne deve dedurre il tipo: “il
sintomo che lui mi riferisce appartiene a questa tipologia di dolore”.
Il primo compito del medico è di capire quando il dolore lamentato è
collegato alla malattia di Parkinson o rappresenta una condizione medica che
non ha rapporti con questa malattia ma che comunque richiede altre
valutazioni.
Nei nostri studi è stata valutata la possibile associazione tra il dolore
lamentato dai malati parkinsoniani con le complicanze motorie oltreché
la possibile relazione tra tale dolore con variabili cliniche e demografiche
e con condizioni mediche che nella popolazione generale sono associate a
dolore.
A questo proposito, si riportano i risultati di uno studio condotto su 117
pazienti parkinsoniani dei quali, al momento della visita, 47 pazienti (42%)
accusavano dolore da almeno due mesi.
DISTONIA DELLA MANO (FIGURE)
I
sintomi dolorosi sono stati classificati in dolore distonico (19 pazienti)
in concomitanza di movimenti involontari o di distonie (contratture) e
dolore non distonico (16 pazienti), in 12 pazienti coesistevano entrambi i
tipi di dolore. Il dolore non diatonico è stato classificato come
muscoloscheletrico in 22 pazienti, radicolare in 4
e
centrale in 2.
Nella maggior parte dei pazienti osservati era quindi presente un dolore di
tipo muscolo scheletrico.
I pazienti con il dolore di tipo parkinsoniano erano significativamente
caratterizzati da una più lunga durata di malattia, da una più elevata
frequenza di discinesie e fluttuazioni motorie e da un più lungo trattamento
con levodopa.
Dove
si localizza più frequentemente il dolore?
Le sedi più colpite dal dolore sono la colonna lombare, talvolta la zona
cervicale a livello della spalla e gli arti inferiori. Si tratta, quindi, di
regioni corporee che sono maggiormente soggette a complicazioni derivanti
dalla bradicinesia e dalla rigidità.
Tali sintomi generalmente causano un atteggiamento curvo del paziente e, per
quanto riguarda gli arti inferiori, portano ad un atteggiamento a volte
anche distonico.
Quando si verifica il dolore?
E’
emerso dallo studio effettuato che il dolore associato alle distonie si
presentava nella maggior parte dei pazienti esaminati (17) durante i periodi
di maggiore disabilità ma anche alla dose di picco di levodopa in 11
pazienti e in 3 pazienti era associato alle distonie di inizio o fine dose
di levodopa.
E’ stato pertanto osservato un tipo di dolore responsivo alla levodopa.
E’ quindi importante notare se i farmaci antiparkinson inducono, accentuano
oppure alleviano il dolore attraverso una valutazione attenta di quando
compare il dolore (“timing” del dolore).
Si è notato che il miglioramento della distonia, dovuta ad un cambiamento
terapeutico, migliorava anche il dolore associato. Anche il dolore non
associato alle distonie, in particolare il dolore muscolo-scheletrico, era
comunemente avvertito quando la disabilità era maggiore (19 pazienti), o
all’inizio o a fine dose di levodopa (9 pazienti).
E’ inoltre emerso che anche se si è in presenza di una asimmetria dei
sintomi parkinsoniani, non è detto che il dolore sia localizzato agli stessi
arti che sono coinvolti dalla sintomatologia motoria. In questo studio, il
dolore è stato riportato da 20 su 58 pazienti con sintomi parkinsoniani
localizzati da un emilato (emiparkinson) e da 27 su 59 pazienti con sintomi
bilaterali.
Dei 20 pazienti con emiparkinson, 14 pazienti riportavano dolore dallo
stesso lato in cui era presente il disturbo motorio, 2 nel lato opposto e 4
bilateralmente. Non sussiste quindi una chiara correlazione tra dolore e
disturbo motorio e questo suggerisce che il dolore non è strettamente
dipendente dalla gravità della malattia.
E’ necessario, prima di tutto, tipicizzare il dolore, cioè capire a cosa il
dolore è correlato, per poi trattarlo. Per poter arrivare ad una terapia
adeguata occorre, quindi, individuare i meccanismi che lo hanno provocato.
L’analisi statistica evidenzia una correlazione significativa sia del dolore
(distonico e non distonico) con le complicanze motorie, discinesie e blocchi
motori ma non con la durata della malattia. Chi ha, quindi, più complicanze
motorie è più soggetto ad una sintomatologia dolorosa. Alcuni pazienti
possono lamentare un dolore ad una spalla che può migliorare,
indirettamente, con la rivalutazione della terapia dopaminergica, mettendo
cioè “a posto” il dosaggio della levodopa. E’ quindi emersa una correlazione
significativa tra la gravità del dolore e le complicazioni motorie. Sulla
base di una scala (VAS) che valuta il dolore da 0 (nessun dolore) a 10
(massimo dolore), è stato riscontrato che il dolore nella popolazione di
malati parkinsoniani esaminati si poneva a livello 8.
Si è dunque visto che il dolore è direttamente correlato alla gravità delle
complicazioni motorie, più sono gravi i fenomeni “on-off”, le discinesie, le
distonie, più è grave il dolore sia muscolo-scheletrico, che distonico.
Tra il gruppo di pazienti che presentava dolore parkinsoniano e il gruppo
che non aveva questo tipo di dolore, si ponevano i pazienti con dolore
derivante da altre patologie tipiche dell’anziano (diabete, artrosi,
reumatismi, artrite, ernia del disco, osteoporosi).
Questa analisi ha evidenziato che non c’erano differenze in termini di
sensazione di dolore tra i diversi gruppi di pazienti pur derivando il
dolore da patologie diverse.
Questo sta a significare che il dolore parkinsoniano è un dolore reale,
presente nella malattia di Parkinson e che non dipende da altre patologie.
RISULTATI
I risultati dello studio confermano che il dolore rappresenta un aspetto
significativo della malattia di Parkinson e il sintomo del dolore può essere
classificato in distinti sottotipi che talora si sovrappongono.
Il dato interessante che emerge è la mancanza di una correlazione fra il
dolore nella malattia di Parkinson e altre condizioni mediche che causano
dolore nella popolazione generale.
Ciò supporta il fatto che il dolore sia un sintomo rappresentativo della
malattia di Parkinson.
La positiva associazione fra dolore e complicanze motorie può avere diverse
spiegazioni.
Il dolore potrebbe essere almeno in parte la conseguenza di una frequente e
prolungata iperattività associata alle discinesie e alle fluttuazioni
motorie.
Sebbene si sia trovata una significativa correlazione tra il dolore e la
gravità delle complicanze motorie, l’osservazione che una parte di pazienti
con emiparkinson ha riferito dolore spesso o esclusivamente dal lato non
affetto dalla malattia indica che il dolore non può essere considerato una
semplice conseguenza delle complicanze motorie.
In alternativa, il dolore e le complicanze motorie possono condividere
meccanismi patofisiologici simili.
Ad oggi le nostre conoscenze ci permettono di affermare che anche i sistemi
di trasmissione non dopaminergica dei nuclei della base (GABA, gluttamato,
encefaline), probabilmente implicati nella patogenesi delle complicanze
motorie, potrebbero contribuire anche alla genesi del dolore avendo un ruolo
rilevante nell’integrazione sensitivo-motoria. Ciò può spiegare l’aumento
del dolore connesso con la malattia del Parkinson.
A tal riguardo è stato recentemente riportato che la soglia del dolore è
significativamente più bassa sia nei pazienti parkinsoniani rispetto ai
soggetti sani, sia nei pazienti “con” che “senza dolore” e anche in fase
“off” e “on”.
In uno studio recente è stato infatti dimostrato che la soglia del dolore
provocato da stimoli termici (heat pain thresholds) è significativamente più
bassa nei pazienti affetti da malattia di Parkinson rispetto a controlli
sani, significativamente più bassa nei soggetti parkinsoniani con dolore
rispetto a quelli senza dolore, e significativamente più bassa dal lato
maggiormente affetto dalla malattia nei pazienti con malattia di Parkinson
unilaterale.
Che cosa significa?
Significa che i malati parkinsoniani sono più suscettibili al dolore. I
risultati dello studio, confermati anche in letteratura, supportano
l’ipotesi che i pazienti affetti da malattia di Parkinson potrebbero
presentare una predisposizione a manifestare una sintomatologia dolorosa e
che fattori loco-regionali (spasmi muscolari e posture anomale secondarie a
bradicinesia/rigidità) potrebbero in parte determinare l’eterogeneità dei
vari tipi di dolore.
TERAPIA
Come si tratta il dolore?
La premessa per un trattamento corretto è tipicizzare il dolore che il
paziente descrive, se ad esempio è causato dalla malattia di Parkinson
oppure è di tipo muscolo-scheletrico o radicolare…
Se si individua il tipo di dolore è possibile risolverlo o indirettamente se
correlato al disturbo motorio o direttamente se non è correlato a quest’ultimo.
L’aggiustamento terapeutico dei farmaci dopaminergici migliora, allevia o
risolve la sintomatologia dolorosa quando questa è dovuta alla rigidità
parkinsoniana, distonia, acatisia ed in alcuni casi di dolore centrale.
Nel caso in cui il dolore non venga considerato collegato al quadro clinico
della malattia di Parkinson è opportuno continuare gli accertamenti
diagnostici e approfondire il problema valutando altre direzioni.
I trattamenti farmacologici che possono essere di aiuto negli altri tipi di
dolore sono l’utilizzo di analgesici convenzionali, gli oppiacei, gli
antidepressivi triciclici, il litio, il gabapentin ed anche neurolettici
atipici.
Pertanto, se il dolore nella malattia di Parkinson è correlato a bassi
livelli di dopamina, è la spia di una insufficiente terapia dopaminergica,
così pure di un eccesso di dopamina.
Ad esempio, una distonia associata alle fluttuazioni motorie che può essere
dolorosa, è una spia di un eccesso di dopamina. Occorre quindi trattare
queste situazioni aumentando o riducendo la terapia con levodopa in modo
tale da aumentare o ridurre la componente motoria disturbante, invalidante
per agire indirettamente sul dolore.
Dai risultati degli studi condotti, e a parte la letteratura medica, si ha
la percezione che il dolore nel malato parkinsoniano è reale ed è un dolore
che limita il movimento. Limitando il movimento, il sistema motorio può
vanificare tutto ciò che è di terapeutico sia che si tratti di terapia
farmacologica, che riabilitativa della funzione motoria.
Ecco, quindi, che i due problemi sono in sintonia, cioè vanno trattati
sinergicamente. E’ necessario agire sul sistema motorio con la terapia
antiparkinson e la riabilitazione, ma occorre anche agire sul dolore
direttamente o indirettamente per arrivare ad un miglioramento dello stato
di salute complessivo del paziente e per evitare che il dolore riduca la
funzione motoria che già di per sé è compromessa.
In conclusione, la diagnosi e il trattamento del dolore è un punto critico
nella gestione del paziente parkinsoniano, non solo per l’alterazione della
qualità di vita che ne consegue, ma anche perché il dolore cronicamente
presente può accentuare la difficoltà nel movimento e ridurre la mobilità
dei pazienti.


DOMANDE
SUL DOLORE
D.
Quali sono i farmaci più adatti per togliere il dolore da contrazione
muscolare di cui spesso soffrono i pazienti parkinsoniani?
R.
Prima
di tutto la terapia antiParkinson deve essere adeguata perché il dolore può
essere un segnale di terapia insufficiente. Se non è così e non vi è stata
risposta ai comuni analgesici detti FANS (ad esempio: Aulin, Sinflex,
Aspirina...), vi sono farmaci antinevralgici che agiscono sul dolore
neurogeno (gabapentina, pregabalin).
Dr. ANTONIO SAGINARIO Dirigente medico psichiatra -
Dipartimento di salute mentale- Ospedale Civile di Piacenza
_________________________________________________
D.
“Mio
marito di 55 anni, parkinsoniano da 7, si lamenta da circa 3 anni di
frequenti e più o meno costanti dolori nella regione lombare dal lato destro
e, da non molto, il dolore si diffonde alla coscia destra. Uscire dalla
macchina diventa difficile e molto doloroso. Cosa è possibile fare?
R.
Il
dolore può essere una manifestazione della malattia e si presenta con una
frequenza notevole in tutte le fasi della malattia, cioè sia in fase
iniziale sia in fase avanzata. Per potere distinguere se il dolore fa parte
della malattia o è dovuto ad altra causa è necessario cercare di comprendere
il suo rapporto con la malattia.
La
malattia peggiora, il dolore peggiora. Il dolore compare quando finisce
l’effetto della medicina antiparkinson e si attenua o svanisce dopo
l’assunzione del farmaco.
In
questo caso il dolore dipende dalla malattia e la sua cura è la stessa della
malattia, si richiede perciò un semplice aggiustamento della terapia,
cambiando le dosi nel numero e/o nella quantità. Se le caratteristiche del
dolore fossero diverse bisogna pensare ad altre origini ed è opportuno
sentire il proprio medico e/o lo specialista.
Prof. TOMMASO CARACENI
- Primario emerito di Neurologia - Istituto Nazionale Neurologico "C. Besta"
- Milano

IL DOLORE ASSOCIATO ALLA MALATTIA DI PARKINSON
Accade freq uentemente ai malati di morbo di Parkinson di avvertire dolore
che purtroppo non è sempre ben capito.
Può manifestarsi ad un arto o alla schiena sottoforma di dolore articolare
oppure essere a carattere muscolare.
La sua intensità può anche divenire molto forte, così forte da descriverlo
addirittura come bruciante o lancinante.
Il dolore si può aggravare quando si è coricati ed, in particolare, la notte
quando si cerca di dormire, rendendo la persona irrequieta ed irritabile.
Il dolore è stato associato alle fluttuazioni motorie che si manifestano nel
corso della giornata assumendo levodopa.
Questi dolori possono manifestarsi con crampi muscolari oppure in rapporto a
movimenti involontari degli arti.
Il dolore si può presentare solamente quando il malato è “off”, cioè quando
gli effetti dei farmaci antiparkinson diminuiscono e i sintomi della
malattia peggiorano.
Mentre, per altri pazienti, il dolore compare in modo più costante od è
collegato ad intensi movimenti involontari provocati dalla levodopa.
I
DOLORI ADDOMINALI
I dolori addominali nella malattia di Parkinson non costituiscono di per se
stessi un sintomo comune della patologia e, quindi, possono essere scambiati
per un disturbo gastrointestinale.
La stitichezza si manifesta in oltre il 90% dei pazienti parkinsoniani e
frequentemente è accompagnata da gonfiori addominali.
Quando il paziente si lamenta dei dolori addominali, generalmente si presume
che siano dovuti ad una ridotta motilità intestinale e, conseguentemente, ad
un cattivo funzionamento gastrointestinale.
Anche la disfunzione vescicale è abbastanza comune nella malattia di
Parkinson e ad essa può essere data la colpa dei sintomi al basso ventre.
Solitamente il dolore addominale è associato ad affezioni intraddominali.
In alcuni pazienti parkinsoniani, i dolori addominali sono direttamente
collegati ai sintomi motori di bradicinesia e rigidità.
Il dolore è descritto con diverse espressioni: “pungente”, “come una
contrazione improvvisa”, “una fitta costante al fianco” ed, inoltre, il
malato ha difficoltà a rilassare la parete addominale.
Il dolore può anche impedire alla persona di terminare di pranzare
aumentando durante il pasto la tensione addominale.
La posizione seduta, inoltre, favorisce e accresce ancora di più questo
disagio.
Spesso il dolore diviene così intenso che la persona si corica e può provare
anche una sensazione di oppressione e di difficoltà di respiro.
Questi sintomi possono manifestarsi abbastanza presto nella malattia di
Parkinson, prima ancora di avere iniziato il trattamento farmacologico.
È, tuttavia, abbastanza evidente che questi sintomi sono correlati alla
sintomatologia motoria della malattia di Parkinson ed il dolore si manifesta
allorché la terapia farmacologica inizia a diminuire i propri effetti.
È stato, peraltro, osservato che questo dolore di tipo addominale si
manifesta quando aumentano la tensione muscolare e la rigidità a causa di un
minore effetto della levodopa.
In alcuni di questi pazienti è palpabile il muscolo teso della parete
addominale ed è simile alla rigidità che si avverte negli arti.
Per essere certi che il dolore non sia dovuto da un’altra malattia
intraddominale è importante effettuare esami clinici all’intestino e ad
altri organi intraddominali.
I
semplici esami radiografici (come il bario per lo stomaco e per l’intestino)
possono escludere l’esistenza di altre cause sebbene alcuni medici
preferiscono prescrivere altri esami clinici: gli ecotomo addominali, esami
radiografici ai reni ed alla vescica e perfino l’esplorazione diagnostica
dell’addome con tomografia computerizzata o con risonanza magnetica.
Per favorire un adeguato funzionamento dell’intestino basta ricorrere a cure
semplici che aiutino a ridurre i problemi di stitichezza e facilitino
l’evacuazione.
Tuttavia, perfino quando viene accertata una normale funzionalità
intestinale e gli esami clinici sono negativi, il dolore addominale nel
paziente parkinsoniano può persistere essendo correlato ai sintomi della
malattia di Parkinson oppure ad una minore risposta dell’organismo al
trattamento farmacologico con levodopa.
E’, quindi, molto utile annotare in un diario il momento in cui si manifesta
il dolore e l’orario di somministrazione della terapia antiparkinson.
L’obiettivo è di verificare se c’è correlazione tra la malattia di Parkinson
ed il dolore addominale.
Se sussiste tale correlazione, per superare ed alleviarne i disturbi, il
medico può iniziare la terapia antiparkinson oppure apportare variazioni al
trattamento farmacologico.
È peraltro importante che lo specialista che si trovi, per la prima volta, a
prescrivere al malato la terapia con levodopa o con altri farmaci
antiparkinson consideri attentamente che il paziente presenta anche dolori e
tensione ai muscoli addominali. Mentre al malato già in terapia, al quale si
è riscontrata la comparsa del dolore ad intervalli prevedibili dopo
l’assunzione del farmaco antiparkinson, si dovrebbe accorciare l’intervallo
di assunzione delle varie dosi per anticipare l’effetto farmacologico.
I pazienti in trattamento che hanno un costante dolore addominale traggono
spesso beneficio dall’aumento del dosaggio della levodopa oppure
dall’aggiunta di altri farmaci antiparkinson al fine di migliorare le
funzioni motorie.
Nella maggior parte dei casi, un modo più appropriato di assumere i farmaci
antiparkinson ed eventuali variazioni alla terapia possono migliorare
considerevolmente la sintomatologia del dolore addominale legato alla
rigidità muscolare.


DOLORI
CAUSATI DA RADICOLOPATIA
“The
American Parkinson
Disease Association, Inc.- APDA”- New York
Molti
pazienti affetti dalla malattia di Parkinson lamentano dei continui e sordi
dolori dovuti ad una compressione ai nervi radicolari del collo (radicolopatia
cervicale) oppure della schiena (radiocolopatia lombare).
Questi dolori sono causati da una irritazione o da una infiammazione della
radice dei nervi spinali.
La loro insorgenza non deriva dalla malattia di Parkinson anche se i
disturbi, provocati dall’infiammazione di questi nervi, diventano
maggiormente intensi a causa della rigidità dei muscoli, sintomo primario
della malattia di Parkinson.
Con il diminuire dell’effetto del farmaco antiparkinson e prima
dell’assunzione di una nuova dose di levodopa, la rigidità e la tensione
muscolare che si vengono a creare, coinvolgendo anche la colonna vertebrale,
può favorire una maggiore compressione alla radice dei nervi spinali.
Una volta accertato che il trattamento antiparkinson seguito dal malato è
corretto ed adeguato alle sue esigenze, occorre separare le due terapie.
La radicolopatia dovrà essere trattata con una combinazione di farmaci
antinfiammatori, terapia fisica e/o manipolazione della colonna o, comunque,
dovranno essere seguite le cure più efficaci per migliorare lo stato della
schiena e per contrastare i dolori al collo.
Se i disturbi provocati dall’infiammazione di questi nervi persiste e se a
questi sintomi si associano cambiamenti dei riflessi propriocettivi,
debolezza motoria o insensibilità, può essere a volte necessario ricorrere
ad un intervento chirurgico.
In questo caso, se possibile, è meglio per il malato evitare l’anestesia
generale e nel caso in cui assuma il farmaco Jumex (principio base:
selegilina) è necessario sospenderlo due settimane prima dell’intervento
chirurgico.
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