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GENETICA
CELLULE STAMINALI
La genetica nel Parkinson
Ricerca italiana: oltre i geni, la causa è ambientale
L’importanza
della diagnosi precoce nella malattia di Parkinson
Si
può predire la malattia di Parkinson? Dai possibili indizi nessuna certezza
Nuova terapia genica contro il Parkinson
Una causa genetica del morbo di Parkinson, anche per
il Parkinson non familiare
Familiarità e genetica
L'eredità del Parkinson: le domande ricorrenti
Cause genetiche, ambientali e professionali della
malattia di Parkinson: Progetto europeo "Geoparkinson"
Genetica nel Parkinson: il terzo gene
Parkinson: scoperto un nuovo gene
Il nuovo gene: Pink1
Scoperto gene del Parkinson: un altro passo verso la
cura
Parkinson giovanile: una scoperta genetica apre la
strada alla cura

LA GENETICA NEL PARKINSON
Molti
ricercatori ritengono che la malattia di Parkin son
sia il risultato della interazione fra numerosi fattori ambientali ai quali
il
paziente è esposto durante la propria vita (sostanze tossiche, farmaci,
stili di vita, ecc.) e una predisposizione genetica ereditata all’interno
della famiglia.
E’ un po’ quello che accade per il diabete di tipo 2, l'asma, l'obesità e le
coronaropatie.
Nei casi di Parkinson, il peso delle cause ambientali è più importante della
predisposizione genetica.
Il rischio che si presenti la malattia nei familiari di primo grado dei
pazienti parkinsoniani (figli, genitori, fratelli e sorelle) è di circa il
3,5% ed è maggiore del rischio casuale della popolazione generale
di ammalarsi di Parkinson sopra i 65 anni che è dell’uno per cento.
Ciò potrebbe indicare che esiste una predisposizione familiare alle vere
cause che provocano la malattia (ad esempio, cause tossiche).
Ciò che si eredita da un familiare malato di Parkinson è quindi la
predisposizione a sviluppare la malattia.
Ci sono però, ma sono rari, casi di famiglie in cui la malattia ha
un'origine genetica ed è quindi legata alla mutazione di un gene.
Questo vuol dire che la malattia si può sviluppare senza bisogno di una
causa ambientale.
Il discorso sulla genetica è molto complesso e riguarda le malattie a
trasmissione recessiva e le malattie a trasmissione dominante. In parole
semplici: il nostro patrimonio genetico è costituito da due metà uguali.
Di ogni gene abbiamo due copie: una la riceviamo dal padre e una dalla
madre.
La malattia si trasmette nelle persone che possiedono – è l’ipotesi
recessiva - entrambe le copie del gene con una mutazione.
Invece nelle malattie a trasmissione dominante basta avere solo una copia
del gene con la mutazione per manifestare la malattia.
Sono state identificate negli ultimi anni forme di Parkinson che riconoscono
una ben precisa origine genetica.
Ne ricordiamo soltanto due, le più importanti:
1) Park 1
che è causata da una alterazione del gene della alfa- sinuclein. E’ questa
una forma, assai rara, ad ereditarietà autosomica dominante (i malati
appartengono a diverse generazioni o alla stessa generazione), che si
presenta con un quadro tipico parkinsoniano, anche se l'età di esordio è di
poco inferiore a quella della malattia di Parkinson semplice e vi può essere
una modesta compromissione cognitiva.
2)
Park 2
è
determinata da una alterazione del gene della Parkina. Questa forma ha una
ereditarietà autosomica recessiva (i membri colpiti appartengono alla stessa
generazione, fratelli e sorelle) e possiede alcune peculiarità: esordio in
età precoce (da 20 a 40 anni), progressione di malattia assai lenta con
decorso benigno, ed ottima risposta alle terapie convenzionali della
malattia. Un calcolo approssimativo indica una frequenza del 40% di questo
gene nelle persone che presentano la malattia prima
dei 30 anni.
www.limpe.it
www. italiasalute.leonardo.it

Ricerca italiana: oltre i geni, la causa è l'ambiente
"Abbiamo scoperto una nuova
connessione tra la genetica e i fattori di rischio ambientale alla base del
morbo di Parkinson".
La voce tradisce emozione, perché Alessandra Chesi, senese, un dottorato
alla Sissa di Trieste e ora ricercatrice all’Università della Pennsylvania,
a Philadelphia, ha gettato nuova luce sull’origine di una malattia
neurodegenerativa che colpisce milioni di persone, 220 mila solo in Italia,
e di cui ancora non si conoscono le cause.
Lei, con il biologo molecolare Aaron Gitler, ha studiato un gene solo di
recente associato al morbo, il «Park 9», che è mutato in una forma
ereditaria della malattia.
Che cosa significa?
«Come è stato pubblicato online su “Nature Genetics”, abbiamo studiato la
funzione del gene corrispettivo al “Park 9” nelle cellule di lievito per
capire l’interazione tra le proteine codificate dal gene e l’ambiente
esterno».
E che cosa avete ottenuto?
«Se si inserisce una cellula dotata del gene in un ambiente con
manganese, questa sopravvive, ma, se lo cancelliamo dal codice del lievito,
la cellula muore. Significa che il gene protegge dalla tossicità del
manganese».
Perché è tanto importante?
«Si sa da tempo che proprio il manganese può causare problemi simili al
Parkinson, una malattia chiamata “manganismo”, che colpisce soprattutto
minatori, saldatori e lavoratori delle acciaierie.
C’è quindi una scuola di pensiero che ritiene l’inquinamento - da pesticidi,
per esempio - una causa fondamentale per l’insorgenza di casi sporadici di
Parkinson, vale a dire quelli senza una riconoscibile storia familiare.
Per altri ricercatori, invece, è più importante la componente genetica.
Il nostro studio è tra le prime conferme che le cause genetiche e i fattori
ambientali sono collegati e che entrambi contribuiscono alla malattia: se
un individuo ha il gene “Park 9” mutato, è più suscettibile all’evoluzione
del Parkinson se vive in un ambiente ad alta concentrazione di manganese».
Perché avete condotto la ricerca con il lievito: qual è la rilevanza per
l’uomo?
«Nel lievito, quello per esempio che fa lievitare il pane, molti processi
cellulari sono gli stessi che nell’uomo. Si tratta, perciò, di un modello
che offre il vantaggio di analisi rapide».
Quali sono le possibilità di ideare nuove cure?
«Adesso dovremo verificare la funzione di “Park 9” in modo approfondito
negli animali e nell’uomo. Se i risultati saranno confermati, credo che sarà
possibile trattare l’origine del morbo e non solo i sintomi, come si fa ora.
Si gettano le premesse per intervenire, in futuro, con la terapia genica».
Come mai, a quasi 200 anni dalla scoperta del primo caso, il Parkinson è
ancora una malattia incurabile?
«Proprio perché non c’è, come in altre malattie, una sola causa o un
unico gene implicato. È una malattia multifattoriale. Solo ora, evidenziando
l’interazione genetica-ambiente, si comincia a trovare il filo in una
matassa molto imbrogliata».
www.lastampa.it

 
L’IMPORTANZA DELLA
DIAGNOSI PRECOCE
NELLA MALATTIA DI PARKINSON
Prof. Tommaso Caraceni
*Primario emerito di
Neurologia - Istituto Nazionale
Neurologico “Carlo Besta”
di Milano
L’argomento che
sto per affrontare è molto arduo: “Come predire la comparsa della malattia
di Parkinson quando i sintomi della malattia non sono ancora presenti?”.
E’
possibile svolgere questo compito divinatorio?
La capacità di predire è una
capacità che tutti noi ci auguriamo di poter possedere, è un desiderio
comune all’essere umano.
In tutti i tempi e in tutte le culture troviamo
sempre la figura dell’indovino.
Vediamo, in
concreto, attraverso quali elementi è possibile “indovinare” se una persona
svilupperà in un futuro la malattia di Parkinson.
In questo senso, possiamo
utilizzare vari metodi: possiamo pensare di studiare l’epidemiologia che
precede la malattia di Parkinson, cioè il
carattere pre-morboso del malato parkinsoniano, i disturbi psichici
antecedenti la malattia oppure controllare se prima della comparsa della
malattia il soggetto presentava aspetti clinici peculiari del malato
parkinsoniano.
In terzo luogo, e forse fra tutte è la metodologia più
importante e più sicura, si può ricorrere all’utilizzo di strumenti di
indagine diagnostica mediante neuro-immagini: PET e sonografia transcranica.
STUDI
EPIDEMIOLOGICI
Dagli studi
epidemiologici è stato possibile comprendere il carattere pre-morboso del
malato parkinsoniano: questi pazienti sono per lo più soggetti attenti,
scrupolosi, cauti, coscienziosi, poco flessibili, hanno un umore orientato
alla depressione, sono degli “anedonici”.
Con il termine
“anedonia” si vuole indicare soggetti che non ricercano i comuni piaceri
della vita o di ridotta ricerca della novità. Questo dato epidemiologico
deriva dal raffronto di popolazioni diverse: di popolazioni che presentano
la malattia di Parkinson rispetto a popolazioni che
non hanno manifestato il Parkinson.
Dai dati statistici risulta, quindi, una
maggiore frequenza della comparsa della malattia nei soggetti che hanno
queste specifiche caratteristiche caratteriali.
Non si può dire, tuttavia,
con certezza che chi ha un carattere di tipo “anedonico” manifesterà in
futuro la malattia di Parkinson. Troviamo anche malati parkinsoniani che
amano i cosiddetti piaceri della vita: fumano, bevono... Studi scientifici
hanno rilevato che i soggetti parkinsoniani bevono caffè o fumano in
percentuale assai inferiore ai valori normali.
Ciò sembra collegarsi a quest’assenza del desiderio della novità e del piacere. Il centro del
piacere è regolato da un meccanismo dopaminergico. La carenza della dopamina
induce alla malattia di Parkinson. Il sistema del piacere è regolato dal
sistema mesolimbico che riceve afferente dopaminergiche. Il sistema
mesolimbico è un circuito che collega la struttura della sostanza nera ad
una altra struttura cerebrale il nucleo accumbens. La trasmissione dei
segnali tra queste strutture, mediante il neurotrasmettitore dopamina,
avviene per le vie dopaminergiche che si connettono con il sistema
mesolimbico.
Si può, quindi,
effettivamente pensare che una carenza di dopamina determini questa
caratteristica pre-morbosa del carattere del malato per cui il soggetto non
fuma, non beve caffè… Non è che il fumo sia protettore nei confronti della
malattia di Parkinson: il malato non
fuma perché ha questo tipo di carattere “anedonico” e ciò dà questa falsa
idea che il fumo sia protettore nei confronti della malattia.
LA
DEPRESSIONE
A questo punto
dobbiamo passare ad una altra considerazione.
E’ stato visto che la
depressione è un elemento frequente nella malattia di Parkinson.
Gli studi
epidemiologici hanno
evidenziato che la depressione è presente in almeno il 40% dei soggetti
parkinsoniani.
Si è visto anche che nel 30% dei casi la depressione precede
la comparsa della malattia di Parkinson.
La depressione può quindi essere anticipatoria, già parecchi anni prima, della malattia di Parkinson.
La
depressione costituisce pertanto un altro elemento che potrebbe far
esprimere un giudizio predittivo per la comparsa della malattia di
Parkinson.
Anche qui, però, siamo nella stessa condizione di prima.
Si
tratta di rilevazioni statistiche, non sono quindi dati certi, specifici.
Nella realtà, infatti, tanti soggetti depressi non diventeranno mai
parkinsoniani.
Non possiamo quindi affermare che chi è depresso svilupperà
in futuro la malattia di Parkinson.
Anche per queste manifestazioni di tipo
ansioso e/o depressivo si ritiene che la causa sia la carenza di dopamina
nella struttura mesolimbica che regola il tono dell’umore.
E’ UN
CONTINUUM…
Se si considera
il carattere premorboso del malato parkinsoniano, i disturbi psichici quali
depressione e/o stato ansioso e la comparsa poi dei disturbi motori della
malattia di Parkinson, si può asserire che esiste un “continuum” di un unico
processo patologico che colpisce il sistema dopaminergico in senso lato.
L’alterazione primaria della ricerca del piacere, per cui i parkinsoniani
sono “anedonici”, è legata ad una alterazione dopaminergici che colpisce
appunto la via meso-accumbens.
In un secondo momento compare il disturbo
depressivo, il disturbo del tono dell’umore che rende i malati ansiosi e
depressi.
Il sistema dopaminergico è alterato e sappiamo che il sistema
dopaminergici sostiene il tono dell’umore, attraverso le connessioni con il
sistema mesolimbico.
Infine, ad essere colpita è la struttura che regola il
movimento.
Compaiono le manifestazioni motorie tipiche della malattia, quali
il tremore ed il rallentamento motorio, provocate dalla perdita di dopamina
nel sistema meso-striatale.
ALTRI
ASPETTI CLINICI
E’ possibile
avere dei segnali specifici predittivi della comparsa della malattia di
Parkinson, dall’osservazione visiva del malato oppure dalla sua storia
sintomatica?
Al riguardo, sono stati effettuati degli studi. Si può pensare,
ad esempio, che una estrema rarità dell’ammiccamento possa essere una
manifestazione premonitoria della comparsa della malattia di Parkinson.
Durante il cammino, le braccia oscillano normalmente, nell’asincinesia
deambulatoria questo movimento è ridotto solamente da un lato.
Un’asincinesia
deambulatoria dell’arto superiore potrebbe essere anch’esso un altro segnale
premonitore.
Sono stati fatti studi sulla stipsi.
Si è visto, attraverso
indagini retrospettive, che i parkinsoniani, molto più spesso di altri
soggetti, presentano una lunga storia di stipsi.
Così pure è
stato visto che i parkinsoniani perdono l’olfatto (anosmia) prima della
comparsa dei sintomi parkinsoniani.
Ma questa perdita dell’olfatto non è
specifica della malattia di Parkinson, è presente, ad esempio, anche nella
malattia di Alzheimer.
Sono tutti elementi utili, interessanti, di ricerca,
di studio ma non ci permettono, tuttavia, di esprimere un parere predittivo,
di fare cioè gli indovini.
A questo proposito ricordo due casi che sono
venuti alla mia osservazione.
Un ingegnere di 45 anni che presentava da
circa tre anni rigidità e tremore all’arto superiore destro, senza asincinesia deambulatoria.
Parlando,
indagando è emerso che fin dall’età di 18 anni e per tutto il periodo
universitario, in particolare, nelle situazioni di stress come quella di un
esame, gli compariva un tremore all’arto superiore destro, senza peraltro
mostrare nessun’altra manifestazione della malattia.
Il secondo
paziente, anche questo di sesso maschile, presentava all’età di cinquanta
anni un modesto quadro parkinsoniano, prevalente agli arti di sinistra, con
una buona risposta alla levodopa.
Fin dall’età di venti anni si era accorto
di un impaccio motorio all’arto inferiore sinistro che però non gli aveva
impedito di condurre una vita normale ed anche di praticare alcune attività
sportive: andare a sciare, giocare a tennis.
Era stato visitato in passato
da alcuni specialisti, ma non era emersa alcuna patologia.
Guarda caso, a
distanza di tantissimi anni, manifestava la malattia di Parkinson, con
esordio al lato inferiore sinistro.
E’ possibile
che questi sintomi che precedono anche di molti anni l’esordio della
malattia ne rappresentino una spia?
E’ possibile, certamente, però non
possiamo esserne certi.
Si potrebbe dire che il sistema nigrostriatale di
questi due malati era già in età giovanile in una situazione di fragilità o
di sofferenza preclinica e che tale sia rimasta per molti anni.
Questi
esempi sono interessanti, dimostrano che la fase che precede le
manifestazioni sintomatiche tipiche della malattia di Parkinson può durare
anche molti anni ma questi segni precoci non sono utilizzabili come mezzo
per esprimere una diagnosi predittiva.
Un altro fattore di rischio serio per
la comparsa della malattia è l’età: “più sono anziano, più probabilità avrò
di sviluppare la malattia di Parkinson”.
Ma è pur sempre un’ipotesi.
NEUROIMMAGINI
Di maggiore
valore sono gli studi mediante le neuroimmagini: PET e sonografia
transcranica.
La PET (tomografia a emissione di positroni) è una metodica di
medicina nucleare che viene utilizzata per rilevare la radioattività che noi
andiamo a dare in determinate strutture cerebrali, somministrando nel malato
per via venosa una sostanza radioattiva o tracciante.
La distribuzione
nell’organismo della sostanza radioattiva viene individuata dalle radiazioni corpuscolate che questa emette, i positroni.
In uno studio che è stato
effettuato recentemente, si è visto che somministrando fluorodopa, un
marcante radioattivo, questo dopo essere stato catturato dalle cellule
nervose implicate nel trasporto della dopamina, va a concentrarsi nei
terminali dopaminergici dello striato.
Mediante la PET è possibile
visualizzare direttamente nello striato, la struttura cerebrale che si vuole
studiare, la sostanza radioattiva accumulata nelle terminazioni sinaptiche
dei neuroni nigrostriatali.
Lo studio ha
effettuato due indagini con la PET a distanza di tre anni l’una dall’altra;
dai risultati della prima indagine emergeva una riduzione dei terminali
dopaminergici dello striato del 75% rispetto ai valori normali, mentre a
distanza di tre anni, tale riduzione era maggiore.
La riduzione
della captazione del tracciante radioattivo da parte delle cellule nervose
trasportatrici di dopamina, sta a dimostrare che si è verificata una perdita
del numero delle cellule dopaminergiche della sostanza nera.
Con l’utilizzo
dei dati rilevati mediante la PET, è possibile tracciare graficamente una
retta che ci permette di verificare l’andamento nel tempo della malattia.
Partendo dal presupposto che la perdita dei terminali dopaminergici a
livello striatale sia perfettamente uguale e costante negli anni, siamo in
grado di disegnare una linea retta andando indietro di diversi anni.
La PET
consente quindi di stabilire cinque o sei anni prima dell’esordio dei
sintomi principali della malattia se vi è una perdita neuronale, cioè se la
malattia esisteva già e di valutare nel tempo il grado di progressione della
malattia.
I limiti della PET consistono nei costi elevati della
strumentazione, nella sua disponibilità solamente in pochi Centri
universitari e nella impossibilità ad estendere questo metodo di indagine a
“screening” di massa.
Un’altra metodica interessante è la sonografia
transcranica.
La sonografia transcranica utilizza il metodo degli
ultrasuoni, genera quindi degli echi che sono particolarmente elevati in
presenza di un aumento di cellularità (come per un tumore) oppure di
depositi paramagnetici.
Questa metodica
è molto meno costosa della PET, ma ancora poco utilizzata per studiare la
malattia di Parkinson.
Si è visto che l’eco a livello della sostanza nera
dei soggetti parkinsoniani è quasi sempre maggiore, rispetto alle persone
sane.
In proposito, è
stato fatto un interessante studio che ha coinvolto 330 soggetti normali,
con l’obiettivo di controllare lo stato della sostanza nera.
Nell’8,6% di
soggetti normali è stata rilevata una alterazione di tipo parkinsoniano
della sostanza nera. Questo dato non è casuale.
Dagli esami autoptici su
soggetti morti per qualunque causa, che non presentavano la malattia di
Parkinson, si è riscontrato nell’8% circa dei casi, quindi con una
percentuale molto simile a quella rilevata con la sonografia transcranica, i
corpi di Lewy che sono, come dire, il marchio identificativo della malattia
di Parkinson.
Una parte dei
soggetti studiati con la sonografia transcranica sono stati poi studiati
anche con la PET, utilizzando come tracciante la fluorodopa, la quale
risultava significativamente ridotta a livello dello striato.
Questa
osservazione conferma che le alterazioni osservabili con la sonografia
trascranica si correlano perfettamente con quelle rilevate dalla PET.
Questo
è un dato molto interessante che apre nuove prospettive e che necessita di
ulteriori conferme.
La PET, quale
metodica di indagine attraverso le neuroimmagini, potrebbe essere riservata
in situazioni particolari (difficoltà di diagnosi o casi di malattia di
Parkinson familiare) oppure per motivi scientifici.
La PET con fluorodopa,
così come la sonografia transcranica consentono di riconoscere soggetti con
parkinsonismo preclinico, in famiglie con malattia di Parkinson familiare,
derivante da mutazioni del gene alfasinucleina oppure da mutazioni, peraltro
rare, del gene parkina.
Un esempio. La forma genetica della malattia di
Parkinson legata ad una mutazione del gene parkina colpisce più o meno la
stessa generazione.
E’ una forma di malattia che compare precocemente ed ha
un decorso particolare.
Se in una famiglia si ha un soggetto con un esordio
di malattia di Parkinson particolarmente precoce, ciò potrebbe far
sospettare che possa esistere una forma di trasmissione della malattia
legata ad una alterazione del gene parkina.
I fratelli o le sorelle che non
presentano i sintomi della malattia, ma che sono soggetti a rischio,
potrebbero effettivamente essere studiati con la PET oppure con
la sonografia transcranica.
In una ampia
classifica lo studio PET con fluorodopa ha rilevato in oltre un terzo dei
familiari asintomatici una disfunzione dopaminergici nigrostriatale in fase
preclinica. Tale dato dimostra l’alto valore predittivo della PET con
fluorodopa.
IL FUTURO
Perché vogliamo
predire il futuro?
L’abbiamo detto
prima, perché è un desiderio comune.
Ma da un punto di vista pratico, al
malato, cosa serve?
Ad una persona
che presenta fattori di rischio per lo sviluppo della malattia, ad una
persona che ha un malato in famiglia, quale senso ha predire il futuro? Qual
è l’utilità?
L’utilità
potrebbe esserci se avessimo terapie preventive efficaci, se sapessimo come
dobbiamo comportarci per impedire la comparsa della malattia. Allo stato
attuale delle conoscenze non esistono ancora cure in grado di fermare o di
rallentare il decorso della malattia
di Parkinson. Ritengo che, per alcune persone, sapere quale sarà il loro
futuro potrebbe essere un vantaggio, ma per altre potrebbe essere negativo.
Credo,
quindi, che allo stato attuale delle nostre conoscenze, sia opportuno
“ignorare” sperando di avere un ottimo futuro.

Si può predire la malattia di Parkinson?
Dai
possibili indizi nessuna certezza
Che cosa
dobbiamo fare quando la tecnologia ci mette a disposizione delle risposte?
Il fatto di
conoscere che abbiamo una predisposizione dal punto di vista organico ad una
malattia non sempre significa che svilupperemo in futuro questa malattia.
Ricordo una decina di anni fa che all’American Academy of Neurology era
stato presentato un caso patologico di malattia di Huntington che presentava
l’atrofia del nucleo caudato.
Il paziente, però, era morto di tutt’altro,
non aveva avuto i sintomi della malattia di Huntington. Sappiamo, inoltre,
di soggetti, che pur presentando ad un riscontro anatomo-patologico
post-mortem i corpi di Lewy, corpuscoli caratteristici del morbo di
Parkinson, non erano affetti in vita da questa malattia.
Non parliamo poi
della malattia di Alzheimer.
Nel cervello di molti soggetti sono state
riscontrate, attraverso l’autopsia, un numero di placche abbastanza
consistente negli spazi tra i neuroni da presupporre una diagnosi di
malattia di Alzheimer, mentre, in realtà, questi soggetti sono morti per
cause diverse.
Per sviluppare la malattia occorrono altre concause.
Il
meccanismo della patogenesi, attraverso il quale le cause della malattia
agiscono per scatenarne l’evoluzione è differente dall’eziologia, che studia
le cause della malattia.
L’eziologia può essere presente, il fenotipo cioè
la manifestazione fisica della malattia, può non essere presente.
In questo
caso è meglio “ignorare”.
Il problema sollevato è enorme, poiché la
tecnologia, per quanto sia avanzata, dà delle risposte ma non delle
certezze.
Prof. Ruggero Fariello
Newron
Pharmaceuticals SpA, Gerenzano (Varese)
I COMMENTI DEGLI SPECIALISTI
Sono d’accordo con tutti, a mio avviso però il messaggio
importante è questo: si deve credere nel progresso, non si deve fare oscurantismo.
Occorre credere nel progresso e nelle capacità di giudizio e
di competenza di chi ci sta vicino perché, senza di queste, il progresso da solo
induce in errore.
Prof. Tommaso Caraceni* -Istituto Nazionale Neurologico "Carlo Besta" di Milano
I due casi che il Prof. Caraceni ha presentato: sia quello
del paziente con comparsa di tremore all’arto superiore destro durante situazioni
emotive come gli esami universitari, sia l’altro di un paziente con impaccio
motorio fin dall’età giovanile e che poi è andato avanti negli anni fino alla successiva comparsa
della malattia, non sono sufficienti per affermare che tutti coloro che oggi
presentano tremore emotivo, anche asimmetrico, svilupperanno domani la malattia di Parkinson
oppure che i soggetti con un impaccio motorio manifesteranno in futuro la
malattia.
Queste problematiche sono comuni in tutte le patologie,
soprattutto nelle malattie neurologiche.
E’ vero che le neuro-immagini aiutano moltissimo, ma possono
anche individuare delle situazioni di falsi positivi creando dei grossi
problemi.
Oggi abbiamo una tecnologia che è sviluppata al massimo e si
sta sviluppando ulteriormente.
Utilizzata come strumento diagnostico è di
notevole supporto.
Il suo impiego però può essere anche rischioso, se si limita
all’applicazione di tante nozioni che perdono di vista l’insieme dell’individuo.
Prof. Domenico Mancia
Istituto di Neurologia - Università degli Studi di Parma

NUOVA TERAPIA GENICA CONTRO IL PARKINSON
La prima parte della sperimentazione clinica ha
dimostrato sicurezza e decisi miglioramenti dei pazienti
Si è conclusa nel modo
migliore la prima tappa dell'iter che potrebbe portare a una terapia
efficace contro il morbo Parkinson.
La prima fase della sperimentazione umana di una terapia genetica ha dato
risultati incoraggianti.
I ricercatori del NewYork-Presbyterian Hospital e del Weill Cornell Medical
Center hanno riscontrato in 11 uomini e in una donna che il trattamento è
sicuro e migliora le capacità motorie compromesse a causa della
neurodegenerazione cerebrale del Parkinson.
La terapia genetica utilizzata consiste nell'inserimento nel cervello di un
virus inattivato in grado di trasportare un gene importante per i neuroni.
La somministrazione è avvenuta tramite un catetere in corrispondenza degli
elettrodi DBS.
"I virus esistono in natura principalmente per trasferire i loro geni
nelle cellule ospiti", ha spiegato
Michael Kaplitt, il primo chirurgo al mondo a eseguire un intervento di
chirurgia genetica contro il Parkinson. "Pertanto, abbiamo modificato un
virus in modo che trasportasse l'unico gene che volevamo fosse consegnato
nel sito cerebrale da curare".
Il gene in questione si chiama Gad (acido glutamico-decarbossilasi).
"Questo gene produce un neurotrasmettitore, chiamato Gaba, che aiuta i
neuroni a riattivarsi", ha aggiunto il medico. "Nei pazienti con
Parkinson, oltre alla dopamina, si riduce anche l'attività dei Gaba e questo
provoca disfunzioni nel circuito cerebrale che presiede alla coordinazione
motoria".
L'iniezione della terapia genetica per la introduzione del gene nel nucleo
subtalamico è stata effettuata su 12 portatori di DBS e aveva l'obiettivo di
valutare la sicurezza della tecnica, ma ha anche valutato la sua efficacia.
La terapia è stata somministrata da un lato solo del nucleo subtalamico.
Già dopo tre mesi, la funzione motoria dei pazienti è risultata migliorata
del 25-30 per cento e i miglioramenti sono risultati evidenti anche dopo un
anno.
In alcuni di loro, i progressi sono stati impressionanti, tra il 40 e il 65
per cento.
Anche la scansione cerebrale con Pet ha riscontrato attività cerebrale
normale nei punti in cui è stato effettuato il trattamento.
La prossima sperimentazione verrà effettuata su un numero maggiore di
pazienti.
The Lancet

UNA CAUSA GENETICA DEL MORBO DI PARKINSON
ANCHE PER IL PARKINSON SPORADICO, NON FAMILIARE
La
mutazione del gene LRRK2 è responsabile del cinque per cento dei casi
ereditari e di circa il due per cento dei casi non ereditari.
Uno studio pubblicato sul
numero del 29 gennaio di "The Lancet" suggerisce che una mutazione in un
gene di recente scoperta costituisca la più diffusa causa genetica
finora identificata della malattia di Parkinson.
La scoperta, effettuata da un team internazionale di ricercatori, fornisce
nuove prove della possibile origine genetica di alcuni casi della malattia.
Il morbo di Parkinson è un disturbo neurologico progressivo causato
dalla degenerazione dei neuroni nella parte del cervello che controlla i
movimenti.
Da tempo gli scienziati sospettano che la genetica abbia un ruolo nello
sviluppo della malattia.
Ora i ricercatori hanno scoperto che una mutazione nel gene LRRK2 sembra
verificarsi in almeno una persona su 60 fra i pazienti con la malattia.
Nel complesso, la mutazione potrebbe essere responsabile fino al cinque
per cento dei casi ereditari, e di circa il due per cento dei casi non
ereditari.
"Fra le forme di Parkinson che hanno un'origine genetica, -
commenta Andrei Singleton del National Institute on Aging degli Stati
Uniti, uno degli autori - questa mutazione provoca più casi di
ogni altra scoperta fino ad oggi. Sapere che questa mutazione è
importante non soltanto nelle forme familiari del morbo, ma anche nella
malattia sporadica, potrebbe condurci verso tecniche per una diagnosi
anticipata. Ulteriori studi del funzionamento di questo gene, inoltre,
potrebbero aiutare gli scienziati a identificare nuove cure".
Lo studio è stato condotto da William C. Nichols del Children's
Hospital Medical Center di Cincinnati ed è stato finanziato dal National
Institute of Neurological Disorders and Stroke (NINDS) degli Stati Uniti.


FAMILIARITA’ E GENETICA NELLA MALATTIA DI PARKINSON
Dr. EDITO FABRIZIO - DR. VINCENZO BONIFATI
Centro per la malattia di Parkinson e le altre malattie
extrapiramidali. Responsabile Prof. G.Meco
Dipartimento di Scienze Neurologiche- Università “La Sapienza” di Roma
PARKINSONISMI MONOGENICI
“Nelle sindromi di Parkinson monogeniche la
malattia può essere ricondotta di volta in volta alla mutazione in un
determinato unico gene.”
La malattia di Parkinson è diffusa
in tutto il mondo ed è in costante incremento.
Nei paesi occidentali, considerati nel loro complesso, i casi di morbo di
Parkinson sono circa 200 per 100.000 abitanti. E’ quindi una malattia che
interessa all’incirca il due per mille della popolazione generale. Questi
dati dimostrano come la malattia di Parkinson necessiti di un notevole
contributo scientifico per chiarirne appieno l’eziologia e per impostare un
intervento terapeutico il più possibile mirato.
Lo stato attuale delle conoscenze indirizza verso una genesi multifattoriale
della malattia in cui hanno importanza sia i fattori di tipo genetico, sia i
fattori di tipo ambientale. In realtà, una percentuale di contributo
genetico può esserci in tutte le forme di morbo di Parkinson, però, le forme
aventi un’origine esclusivamente genetica, intesa questa in senso mendeliano,
monogenico, sono molto circoscritte, riguardano una piccola percentuale di
casi così come le forme di origine esclusivamente ambientale.
In realtà, nella maggiore parte dei
casi, allo sviluppo della malattia di Parkinson ha contribuito l’intervento
sia di fattori genetici, sia ambientali.
Al momento, le forme individuate di
morbo di Parkinson con una trasmissione di tipo mendeliano sono otto. Alcune
forme di malattia sono di tipo autosomico dominante e alcune di tipo
autosomico recessivo. In alcuni casi, come nel PARK 1 e nel PARK 2, sono
stati identificati anche i prodotti genetici per esempio alpha-Synucleina e
parkina. Ciò ha portato ad una maggiore comprensione anche del meccanismo
patogenetico della malattia di Parkinson.
C’è, tuttavia, ancora molto lavoro da fare. Sono state individuate, per
esempio, in associazione a rarissime sindromi di Parkinson con eredità di
tipo autosomico dominante, alterazioni in altri loci cromosomici (PARK 3,
PARK 5) ma i geni responsabili della mutazione genetica non sono stati fino
ad ora identificati e, quindi, rimane sconosciuto il prodotto genetico.
Queste forme di trasmissione ereditarie della malattia di tipo monogenico
riguardano una piccola percentuale di casi della malattia di Parkinson. Ha,
comunque, una notevole importanza continuare questo tipo di studi per
arrivare proprio ad una nuova classificazione della malattia.
Quello che emerge al momento dalla genetica è che ci potrebbero essere due
sottogruppi di malattia: uno con caratteristiche di maggiore benignità e con
età di esordio più precoce ed invece un’altra forma con età di esordio più
tardiva.
FAMILIARITA’
Di familiarità, in generale, nella malattia di Parkinson se ne parla da
circa un secolo. Già dai primi studi nel 1949 era stato osservato che
esisteva una certa incidenza di familiarità nei malati parkinsoniani,
intorno al 41%, anche se, in seguito, questi studi sono stati criticati da
un punto di vista metodologico. Si è arrivati, tuttavia, anche con altri
studi effettuati negli anni ’70 e negli anni ’80, a definire un 20-30% di
ricorrenza familiare della malattia di Parkinson nella stessa famiglia. La
familiarità non e’ intesa necessariamente come ereditarietà ma come
aggregazione particolare di casi in una determinata famiglia, che può
dipendere sia da cause di tipo ereditario, trasmissibili, ma anche da
fattori ambientali.
Non necessariamente familiarità significa trasmissione genetica della
malattia di Parkinson.
STUDI SUI GEMELLI
Negli anni ’80 erano state manifestate molte perplessità sull’ipotesi
genetica della malattia di Parkinson. Gli studi effettuati sui gemelli
omozigoti e dizigoti, usando la concordanza tra gemelli, avevano in un certo
senso evidenziato che non sussistevano dati a favore di una trasmissione di
tipo genetico della malattia.
Questi studi sono stati successivamente rivisti con tecniche innovative come
la tomografia con emissione di positroni (PET) che studia il danno della via
nigro-striatale e che può evidenziare anche un parkinsonismo sub-clinico,
cioè, può evidenziare un danno a livello della via nigro-striatale prima che
si manifesti la malattia. La PET ha dimostrato la presenza di alterazioni
dopaminergiche subcliniche in molti co-gemelli monozigoti e solo in pochi
dizigoti; inoltre, una seconda PET effettuata dopo alcuni anni, ha mostrato
una progressione delle alterazioni nigro-striatali nei soli co-gemelli
monozigoti. Tali risultati suggeriscono fortemente l’esistenza di una
possibile ipotesi genetica nella eziopatogenesi della malattia di Parkinson,
almeno per la espressione del deficit nigro-striatale a livello subclinico.
E’ possibile che per la progressione della malattia fino a livello clinico,
siano necessari altri fattori, di tipo genetico e/o non genetico.
LA FAMIGLIA DI CONTURSI
A partire dagli anni ’90, gli studi di genetica della malattia di Parkinson
hanno avuto un notevole impulso e hanno portato alla descrizione clinica di
famiglie, con ampia genealogia, che presentavano, in più generazioni, una
numerosa ricorrenza di casi di malattia di Parkinson.
La famiglia più interessante che è stata descritta agli inizi degli anni ’90
è stata la famiglia denominata di Contursi, dal nome del paesino del
salernitano dove ha avuto origine all’incirca nel ‘700. Ha poi dato luogo a
varie ramificazioni di cui molte anche negli Stati Uniti dove, inizialmente,
è stata studiata. Nel 1996 erano stati raccolti addirittura 60 casi di
malattia di Parkinson in cinque generazioni.
Nella famiglia di Contursi è stata individuata, per la prima volta, una
causa ben precisa che ha portato allo sviluppo della malattia di Parkinson.
Dall’analisi genetica molecolare tramite la sequenzializzazione del DNA,
risultò infatti che i componenti malati della linea genealogica degli
appartenenti alla famiglia di Contursi presentavano, sul braccio lungo del
cromosoma 4, una mutazione nel gene dell’alpha-Synucleina, una proteina
presente nelle terminazioni neuronali presinaptiche, che causava la malattia
di Parkinson (Polymeropoulos e coll. 1996).
Inizialmente, questa scoperta è stata accolta con notevole entusiasmo.
PARKINSONISMI EREDITARI AUTOSOMICO DOMINANTI
L’alterazione riscontrata nel gene dell’alpha-Synucleina poteva essere la
causa della malattia di Parkinson genetico. I risultati di numerosi studi
effettuati poi su altre famiglie di origine europea, statunitense ma anche
di altra provenienza, hanno smentito che le mutazioni nel gene dell’alpha-Synucleina
siano così frequenti, anzi non ne sono state riscontrate. Il gruppo di
studio europeo del quale anche io faccio parte , non ha evidenziato
mutazioni nel gene dell’alpha-Synucleina in 230 famiglie studiate.
E’ stato evidenziato in seguito, dallo stesso Polymeropoulos, in altre tre
famiglie di origine greca, una mutazione a livello del medesimo gene dell’alpha-Synucleina
con la sostituzione della Guanina in posizione G209A con l’aminoacido
Alanina. Probabilmente, questa mutazione genetica uguale a quella della
famiglia di Contursi potrebbe essere riconducibile ad uno stesso comune
antenato.
Le mutazioni nel gene dell’alpha-Synucleina sono state ritenute una causa
abbastanza rara di un parkinsonismo a trasmissione autosomica dominante
ad alta penetranza.
In una famiglia tedesca è stata successivamente scoperta una sola altra
mutazione del gene dell’alpha-Synucleina ma in un altro sito, con la
sostituzione sempre della Guanina in posizione 88 con una citosina.
Ciò è stato molto importante poiché ha confermato il possibile ruolo
patogeno della mutazione del gene dell’alpha-Synucleina.
Le mutazioni del gene dell’alpha-Synucleina hanno sicuramente un carattere
di tipo monogenico anche se sono abbastanza rare e sono caratteristiche di
alcune ampie genealogie.
Del resto anche le caratteristiche cliniche di questa forma di parkinsonismo
sono diverse dalle caratteristiche cliniche della classica malattia di
Parkinson. L’età di esordio è più precoce, la progressione della malattia è
molto rapida, in genere c’è l’exitus verso i 9,2 anni, la risposta alla
levodopa non è proprio eccellente, c’è inizialmente poi tende a perdersi,
c’è una incidenza maggiore di demenza e molto spesso si presentano anche
severa disfagia ed instabilità posturale. E’ un parkinsonismo più
aggressivo.
E’ stato poi dimostrato che l’alpha-Synucleina è uno dei costituenti dei
corpi di Lewy che sono una delle caratteristiche anatomo-patologiche più
importanti della malattia di Parkinson. Nei casi delle famiglie esaminate
che hanno raggiunto il tavolo autoptico, erano, infatti, presenti i corpi di
Lewy.
Nel 1998 Gasser e Coll. hanno evidenziato, in un gruppo di famiglie di
origine europea ed americane di origine europea, un nuovo locus genetico di
suscettibilità per la malattia di Parkinson sul braccio corto del cromosoma
2. Le caratteristiche cliniche della malattia sono molto più simili a quelle
di una forma classica di malattia di Parkinson: l’età media di esordio verso
i 59 anni, la progressione della malattia abbastanza lenta, l’unilateralità
dei sintomi all’esordio, una buona rispondenza alla levodopa. Si riscontra
però una maggiore percentuale di demenza. I corpi di Lewy sono presenti in
un caso all’autopsia. Il gene non è noto e non si conosce, quindi, il
prodotto genico. Lo studio è ancora in corso. Come per gli altri casi,
questo locus genetico non è stato più confermato in nessuna altra famiglia.
Si tratta di sei famiglie europee fra cui una italiana, due della Danimarca,
una tedesca; molti dei discendenti vivono oggi in USA e Canada e gli
individui affetti possiedono marcatori genetici identici lungo una regione
discreta del locus, suggerendo una probabile mutazione comune in un
progenitore ancestrale e rafforzando la probabilità che tale regione del
cromosoma 2 contenga un gene di suscettibilità per la malattia.
Sono state, poi, identificate altre due alterazioni sempre con la
trasmissione di tipo dominante sul braccio corto del cromosoma 4 di cui uno
negli Stati Uniti. Si tratta di un parkinsonismo giovanile, con una buona
risposta alla levodopa in fase iniziale, una maggiore incidenza di demenza,
decorso aggressivo con exitus dopo 5-15 anni, presenza dei corpi di Lewy.
Nella famiglia sono presenti anche casi di tremore posturale isolato senza
altre caratteristiche di tipo parkinsoniano.
Un altro locus individuato sempre sul cromosoma 4 riguarda delle mutazioni
che coinvolgono il gene dell’Ubiquitina Idrolasi-L1 carbossi-terminale
(UCH-1). E’ stato descritto studiando, in una famiglia tedesca, due fratelli
affetti dalla malattia di Parkinson. La UCH-1 è un enzima molto abbondante
nel cervello costituendo il 2% di tutte le proteine cerebrali. La sua
mutazione porta ad una significativa riduzione dell’attività enzimatica e
potrebbe innescare, tramite una alterata degradazione proteica, un accumulo
di proteine con una conseguente morte delle cellule nervose. Tale mutazione
potrebbe essere importante: confermerebbe un coinvolgimento diretto delle
vie di degradazione proteica intracellulare nella malattia di Parkinson.
Sono stati però identificati solo due casi sulle 73 famiglie studiate. Si
tratta quindi di casi abbastanza rari.
Recentemente è stato isolato in Giappone nel marzo 2002 un nuovo locus che
ha determinato il Parkinson 8. In questo caso si tratta di una malattia di
Parkinson proprio del tutto tipica soltanto con l’età di esordio
anticipata, in genere intorno ai 51,6 anni, Il gene è ancora in via di
caratterizzazione, è stato isolato solo il locus.
FORME DI PARKINSONISMO EREDITARIO AUTOSOMICO RECESSIVO
A mano a mano che si raccoglieva i dati sulle famiglie che presentavano una
sindrome di Parkinson a carattere autosomico dominante, è stato evidenziato
anche un diverso tipo di parkinsonismo autosomico recessivo in cui si
presentavano, nella stessa famiglia, più casi di fratelli affetti dalla
malattia con genitori in genere sani. Queste famiglie, descritte nel 1998 in
Giappone (ma qualche descrizione sporadica era stata effettuata anche nelle
famiglie europee), sono state, inizialmente, un po’ trascurate. Si pensava
che fossero dei casi legati soprattutto alle famiglie giapponesi con
consanguineità (matrimoni tra parenti). Si trattava, più specificatamente,
di parkinsonismo ad esordio giovanile (sono descritti perfino casi con
esordio nell’infanzia).
Di queste forme, che sono state individuate in quattro famiglie giapponesi,
è stato localizzato il gene sul braccio lungo del cromosoma 6. Il gene è
stato denominato Parkin e il prodotto genetico parkina.
Le alterazioni riscontrate nelle famiglie giapponesi sono state poi
riscontrate anche in famiglie europee. Lo studio più grosso, finora
condotto, ha coinvolto due gruppi: uno formato da 73 famiglie e l’altro da
100 pazienti, questi ultimi con malattia di Parkinson di tipo sporadico,
senza familiarità (almeno non riscontrata). Caratteristica comune dei due
gruppi era la presenza di casi di malattia con esordio prima dei 45 anni di
età.
I risultati di questo studio mostrano che circa:
- il 49% dei casi famigliari avevano mutazione del gene Parkin (in ben 36
famiglie delle 73 esaminate);
- il 18% dei casi isolati di malattia presentava una mutazione del gene
Parkin, soprattutto nella fascia ad età di esordio molto precoce, prima dei
20 anni. Tra 21-30 anni, dei 23 casi osservati, 6 erano portatori di tale
mutazione. Nei casi di inizio di malattia sopra i 30 anni, solo il 3% dei
pazienti aveva una mutazione del gene Parkin (2 casi su 64).
Questi dati mostrano, quindi, che ci può essere un diverso sottotipo di
malattia con esordio molto precoce, con progressione lenta, senza la
presenza dei corpi di Lewy.
Le caratteristiche cliniche di questo forma di parkinsonismo sono:
possibilità di distonie dell’arto inferiore all’esordio nel 42% dei casi, la
simmetria dei sintomi nell’89% dei casi come nella forma classica di morbo
di Parkinson, riflessi osteo-tendinei vivaci, possibile urgenza urinaria,
buona risposta alla levodopa, l’incidenza di discinesie e fluttuazioni
motorie indotte da levodopa è molto elevata. Sono assenti i disturbi
cognitivi e autonomici gravi.
La struttura del gene Parkin è stata abbastanza caratterizzata. Il prodotto
del gene Parkin è una proteina di 465 aminoacidi (parkina), con un segmento
iniziale simile a quello dell’Ubiquitina. Ciò ha fatto ipotizzare che anche
la proteina parkina partecipi al processo di degradazione proteica mediato
dalla Ubiquitina. La presenza di proteine in eccesso prodotte a livello
neuronale che portano alla morte i neuroni, potrebbe essere causata da una
alterazione della funzionalità del gene della parkina. Le precise funzioni
della parkina restano in ogni modo da chiarire.
Questo può spiegare anche la mancanza dei corpi di Lewy. La parkina è
essenziale per la formazione dei corpi di Lewy. Se il gene per la parkina è
deficitario, viene a mancare la funzione della parkina per la degradazione
proteica. I precursori proteici sia accumulano intorno alla cellula. Non si
formano per questo motivo i corpi di Lewy.
Studiando, successivamente, le famiglie parkina-negative, sono stati
identificati altri due geni recessivi, entrambi sul braccio corto del
cromosoma 1, a poca distanza l’uno dall’altro: PARK 6 (posizione p35-36) e
PARK 7 (posizione p-36). Il PARK 6 è stato individuato esaminando una
famiglia di origine siciliana, di Marsala. Questo risultato è stato poi
confermato in altre 8 famiglie delle 28 famiglie europee controllate.
Per il PARK 7, il gene è stato individuato dal Dr.Bonifati, esaminando le
famiglie del sud-est della Danimarca isolate geneticamente, con un alto
numero di matrimoni tra consanguinei, ed una famiglia italiana.Il gene
individuato e’ stato denominato DJ-1 ed e’molto interessante perche’ la
proteina codificata, anche se ancora sconociuta nella funzione, e’ connessa
a meccanismi responsabili dello stress ossidativo considerato come una delle
cause della morte neuronale nella malattia di Parkinson.
Nella trasmissione autosomica recessiva è spesso emerso il dato della
consanguineità.
Questi casi sono stati individuati, molto frequentemente, in paesini
piccoli, isolati geograficamente e si sono riscontrati anche dei casi di
trasmissione di tipo pseudo-dominante. In una famiglia in cui sia il nonno,
sia il papà più tre fratelli erano affetti dalla malattia di Parkinson,
sembrava essere di fronte ad una trasmissione della malattia di tipo
autosomico dominante. In realtà, tutti i pazienti erano positivi per la
parkina. Andando a ricostruire l’albero genealogico, è stato scoperto che
provenivano da un paesino di 300 abitanti e che si erano verificati
matrimoni tra consanguinei.
Al momento le forme riscontrate di trasmissione monogeniche della malattia
di Parkinson sono otto: cinque autosomico dominanti e tre autosomico
recessive.
Le sindromi di Parkinson ereditarie autosomico dominanti sono estremamente
rare e rappresentano reperti isolati. Al contrario, molto più frequenti sono
i pazienti con parkinsonismo autosomico recessivo e mutazioni del gene
Parkin (PARK2) così che tali forme genetiche sono significative per la
pratica clinica.

GLOSSARIO ILLUSTRATO
LE CELLULE
Le cellule sono le unità di base di ogni organismo vivente. Dentro ogni
cellula c’è un ambiente acquoso e quasi ogni cellula contiene una copia
completa del nostro Gemona cioè del materiale genetico che costituisce il
nostro organismo. Il Gemona è come una nazione: ogni cromosoma è una diversa
regione e i più dei centomila geni sono le sue città e i suoi paesi.
Il DNA
La sua struttura a cerchi è fatta di zuccheri e di fosfati, come una scala a
chiocciola, la famosa doppia elica contiene la ricetta stessa della vita.
Gli scalini della scala del DNA sono fatti di quattro elementi chimici
conosciuti con le lettere A (adenina) T (timina) G (citosina) e C (guanina).
La sequenza del DNA non è altro che il modo in cui 3.1 miliardi di lettere
sono combinate fra di loro.
IL CROMOSOMA
Un cromosoma è un piccolo insieme di geni all’interno del nucleo di una
cellula.
Ognuno di noi possiede 46 cromosomi fra cui:
- due cromosomi sessuali: il cromosoma X e il cromosoma Y. Le femmine
possiedono due copie dell’X (XX) e i maschi possiedono un cromosoma X e un
cromosoma Y (XY). Nell’accoppiamento ogni genitore dona un cromosoma di
ciascun paio in modo che il figlio abbia metà cromosomi dalla madre e metà
dal padre;
- 44 cromosomi non sessuali (autosomi) uguali a due a due. In altre
parole 22 coppie di autosomi.
IL GENE
Dato che i cromosomi si presentano a coppia, noi possidiamo due copie dello
stesso gene. Ciascuno cromosoma della stessa coppia (autosoma) contiene,
quindi, una copia dello stesso gene, detta allele. Un allele proviene dal
padre e uno dalla madre. Ogni essere umano ha 3.2 miliardi di copie di geni.
Non sempre gli alleli sono uguali fra di loro, anzi spesso presentano delle
differenze.
Un individuo che possiede due alleli diversi si dice eterozigota.
Un individuo che possiede due alleli uguali dello stesso gene si dice
monozigota.
LA PROTEINA
Ogni proteina è il prodotto di un particolare gene. Il nostro corpo non
potrebbe funzionare senza le proteine che lavorano all’interno delle cellule
e svolgono una serie di attività agendo come enzimi, come ormoni, come
anticorpi.
MALATTIA MONOGENICA O MENDELIANA: sono malattie dovute all’alterazione di un
singolo gene che si possono trasmettere con tre modalità diverse: autosomica
dominante, autosomica recessiva e legata all’X.
LA TRASMISSIONE AUTOSOMICA DOMINANTE si verifica quando la presenza di un
solo allele alterato (cioè di una copia dello stesso gene) è sufficiente per
dare origine alla malattia. La malattia quindi si manifesta sia negli
individui eterozigoti che omozigoti. E’ come se l’allelle alterato dominasse
su quello normale, per questo si parla di trasmissione dominante. Per questa
modalità di trasmissione non esistono portatori sani.
LA TRASMISSIONE AUTOSOMICA RECESSIVA perché si verifichi la malattia è
necessario che entrambi gli alleli (le due copie dello stesso gene) siano
alterati. La malattia si manifesta solo negli individui omozigoti, mentre
gli eterozigoti sono portatori sani.

L’EREDITARIETÀ’ DEL PARKINSON
LE DOMANDE PIU' RICORRENTI
Qual è il rischio genico del Parkinson comune, non familiare, sporadico che
è la forma più comune della malattia di Parkinson?
Esiste un certo rischio genico, sempre pero’ molto basso, nelle forme ad
esordio precoce della malattia, prima dei 40-45 anni e soprattutto nelle
forme precocissime (prima dei 20 anni), soprattutto con la presenza delle
mutazioni del gene Parkin. Per le forme autosomico dominanti il rischio di
trasmissione genetica della malattia di Parkinson è molto basso e comunque
quasi irrilevante
Con una storia di familiarità, il peso genetico e’ maggiore. Per quanto
riguarda le forme di malattia di Parkinson sporadiche non sono state
ancora identificate alterazioni geniche, l’ipotesi più accreditata e’
quella multifattoriale.
In che modo si può affermare che in una famiglia ricorrono casi di
familiarità della malattia di Parkinson?
E’ più complesso di quanto si pensi.
Le diagnosi del passato sono, in gran
parte, poco attendibili. I criteri diagnostici di venti anni fa erano
diversi da quelli attuali e non si diagnosticavano tante forme di malattia
che assomigliano alla malattia di Parkinson e che si possono confondere con
questa.
Di fronte ad una persona che dichiara una familiarità di malattia di
Parkinson occorre verificare, veramente, che questa ci sia e che si parli
della stessa malattia.
E’ necessario fare molta attenzione. Non si devono
quindi includere come casi familiari i parkinsonismi.
Nel caso in cui ci sia una familiarità netta, chiara, si deve allora
risalire alla storia genealogica della famiglia per verificarne le
caratteristiche.
In questo caso si può discutere anche dell’eventuale
discendenza.
Generalmente, si riscontra una rara familiarità. In una famiglia ci possono
essere una oppure due persone affette dalla malattia di Parkinson, in alcuni
casi anche tre o più, però c'è da considerare anche il rischio
che per pura casualità in una stessa famiglia ci sia più di un malato.
Quando si deve pensare di trovarsi alla presenza di una sindrome di
Parkinson su base genetica?
L’indicazione più importante è una anamnesi positiva (ciò significa altri
componenti della famiglia ammalati).
Attualmente, l’unica forma conosciuta
di malattia di Parkinson monogenica, clinicamente rilevante, è la forma
associata alla mutazione del gene Parkin. A causa della ereditarietà di tipo
recessivo è tuttavia spesso difficile rilevare una anamnesi familiare
positiva. Si dovrebbe però pensare ad una sindrome di Parkinson, con
mutazione del gene Parkin, particolarmente in presenza di una età precoce di
insorgenza e in presenza di sintomi clinici aggiuntivi.
E’ possibile fare dei test genetici?
I test genetici per la mutazione del gene Parkin sono estremamente
dispendiosi sia in termini di tempo che di denaro e al momento sono
possibili solo nel contesto di progetti di ricerca condotti da cliniche
universitarie che si occupano specificatamente di genetica del Parkinson.
Anche per le famiglie-Parkinson con eredità di tipo dominante o recessivo,
senza mutazione del gene Parkin, possono essere condotti esami di genetica
molecolare principalmente (tramite l’analisi di accoppiamento) nei centri
appositi.
Cosa è l’analisi di accoppiamento?
L’analisi di accoppiamento (linkage) si basa sulla tendenza di due geni
diversi ad essere ereditati insieme e aventi collocazione sullo stesso
cromosoma. Si necessita di famiglie con ampia genealogia, nel migliore dei
casi che presentino almeno da otto fino a dieci persone colpite dalla
malattia. L’obiettivo è di trovare, tramite un marker genetico, nel
cromosoma, la localizzazione del gene che si ipotizza portatore della
mutazione che causa la malattia di Parkinson. Non appena la localizzazione
genetica è conosciuta, viene ricercata nella regione cromosomica la
mutazione nei geni candidati di maggiore interesse.
L’attuale terapia farmacologica antiparkinson è efficace per queste forme di
Parkinson ereditario?
Tutte le sindromi di Parkinson descritte rispondono bene alla terapia con
levodopa. In particolare, il parkinsonismo associato al gene Parkin. In
questo caso, a causa della sua precoce età di insorgenza e della normale
aspettativa di vita del soggetto giovane che ne viene colpito, si deve
considerare un decorso molto lungo della malattia. Dopo anni di terapia con
levodopa, per i giovani pazienti è da aspettarsi la comparsa di
complicazioni motorie indotte dalla levodopa, come per esempio le
fluttuazioni motorie e le discinesie. Per tale motivo, per questi pazienti,
dal punto di vista terapeutico è da preferire in prima istanza una terapia
con dopaminoagonisti o una terapia di combinazione con dopaminoagonisti e
levodopa.
Mia nonna era affetta dalla malattia di Parkinson e
adesso anche mio padre. E’ una malattia ereditaria?
La preoccupazione espressa dalla sua domanda è assai
diffusa e del tutto comprensibile.
La probabilità di una trasmissione ereditaria del
morbo di Parkinson è oggi nota. Sono stati addirittura identificati almeno
due geni che sembrano essere responsabili della trasmissione della malattia.
Questa mutazione genetica riguarda, per fortuna, solo un numero estremamente
limitato di famiglie nel mondo e la stragrande maggioranza degli individui
parkinsoniani esaminati ne sono risultati indenni. La ricerca di questa
mutazione ha oggi un senso solo nell’ambito della ricerca scientifica.
La malattia parkinsoniana risulta quindi ereditaria
in senso stretto solo in casi eccezionali.
Anche in assenza di anomalie genetiche in grado di
determinare la trasmissione diretta di questa malattia ad alcuni dei
discendenti, sembra che alcune persone con un parente stretto affetto dalla
malattia di Parkinson, abbiano una maggiore probabilità di sviluppare la
malattia.
Si tratta probabilmente di una predisposizione a
contrarre la malattia lievemente superiore rispetto alla norma, ma questa
maggiore probabilità è talmente bassa da non poter essere quantificata con
esattezza.


CAUSE
GENETICHE AMBIENTALI E PROFESSIONALI
DELLA
MALATTIA DI PARKINSON
PROGETTO EUROPEO “GEOPARKINSON”
Dati
preliminari
DR. GIUSEPPE DE PALMA
Laboratorio di Tossicologia Industriale
Dipartimento di Clinica Medica, Nefrologia e
Scienze della Prevenzione, Sez. Medicina del Lavoro Università di Parma
Il titolo
della presentazione riprende l’acronimo del progetto sulle interazioni tra
fattori genetici ed ambientali (G sta per gene; E sta per environment,
ambiente) nella malattia di Parkinson, finanziato dall’Unione Europea e che
è entrato nel terzo ed ultimo anno di svolgimento. Ci sembrava giusto in
questa occasione del Convegno organizzato dall’Unione Parkinsoniani,
presentare alcuni dati che possono essere considerati, per il momento, solo
preliminari in quanto lo studio sarà concluso a metà dell’anno 2003.
Il
progetto è nato da uno studio pilota condotto quattro anni fa dal nostro
Dipartimento in collaborazione con l’Istituto di Neurologia dell’Università
degli Studi di Parma, con lo scopo di studiare le interazioni tra fattori
genetici e fattori ambientali e professionali nello sviluppo della malattia
di Parkinson.
Queste
interazioni sfavorevoli sembrano essere alla base della maggior parte delle
forme di morbo di Parkinson che si presentano sporadicamente
all’osservazione.
Il
progetto iniziale si è ampliato coinvolgendo quattro Università di quattro
diversi paesi europei: l’Università di Parma, l’Università di Linköping
(Svezia), l’Università di Bucarest (Romania) e l’Università di Aberdeen
(Scozia), che coordina il progetto e dove saranno elaborate statisticamente
le informazioni inviate da parte di ciascun Centro di ricerca.
Lo studio
è multicentrico, in accordo con l’obiettivo di studiare le interazioni tra
fattori su una casistica sufficientemente ampia, sicchè i risultati possano
raggiungere la stabilità statistica e dunque essere considerati affidabili.
Un ulteriore vantaggio offerto da tale studio è che coinvolgendo quattro
paesi dell’Unione Europea, a differenti latitudini, il progetto consente di
valutare il ruolo dei diversi fattori di rischio presenti, sia genetici che
ambientali nei singoli paesi. Nei paesi di diversa la latitudine,
l’incidenza di tali fattori dovrebbe essere rappresentata con frequenze
diverse dal punto di vista quantitativo nonché qualitativo.
Lo studio
è del tipo caso-controllo e prevede l’arruolamento in totale di 2400
pazienti, ripartiti in 800 casi e 1600 controlli. Il contributo di ciascun
Centro di ricerca è di 200 casi (soggetti affetti da morbo di Parkinson) e
400 controlli (soggetti non affetti da morbo di Parkinson al momento del
reclutamento).
L’IPOTESI
DELLO STUDIO
Ciascun
soggetto partecipante allo studio ha risposto ad un questionario strutturato
per la raccolta di informazioni relative all’esposizione a fattori di
rischio ambientali e professionali. Sono state contestualmente effettuate,
su campioni di sangue prelevati dagli stessi soggetti partecipanti, delle
analisi genetiche per caratterizzare i polimorfismi degli enzimi del
metabolismo intermedio che intervengono nella biotrasformazione delle
sostanze chimiche ed i polimorfismi di alcuni geni implicati nel metabolismo
e nell’attività della dopamina: recettori della dopamina D2, trasportatore
presinaptico della dopamina (DAT), monoaminoossidasi di tipo A e B (MAO-A e
MAO-B), che intervengono nella degradazione metabolica della dopamina.
Il
loro polimorfismo può rappresentare un indicatore biologico di
suscettibilità individuale per lo sviluppo della malattia di Parkinson.
L’ipotesi
che guida il progetto è che la maggior parte dei casi di malattia di
Parkinson, in quanto malattia multifattoriale, possa derivare più che da un
intervento esclusivo di agenti chimici o da un intervento esclusivo di
fattori genetici, da una interazione sfavorevole che si viene a creare tra
le sostanze chimiche assorbite dall’organismo ed il metabolismo delle
stesse. In condizioni di particolare suscettibilità individuale, questa
interazione può condurre a situazioni di “stress ossidativi” a livello dei
neuroni della sostanza nigra, provocandone la perdita e quindi favorire lo
sviluppo della malattia di Parkinson.
Molto
sinteticamente, per valutare la suscettibilità a sviluppare la malattia di
Parkinson, l’attenzione è stata rivolta al processo di biotrasformazione,
che è di fatto quel complesso di reazioni metaboliche a cui vanno incontro
le sostanze chimiche assorbite dall’organismo e che schematicamente può
essere suddiviso in una “Fase uno” ed in una “Fase due”. La “Fase uno” ha un
significato di bioattivazione metabolica, ossia di conferimento di proprietà
tossicologiche alle sostanze chimiche assorbite, la “Fase due” è la fase
invece di detossificazione, che favorisce l’escrezione delle sostanze
tossiche dopo coniugazione con molecole endogene altamente solubili.
L’ipotesi
è che ci possa essere nei soggetti suscettibili uno sbilanciamento tra le
due fasi, favorente lo sviluppo di uno “stress ossidativo”, nei confronti
del quale la sostanza nigra presenta una vulnerabilità particolare.
I dati
sin qui analizzati, raccolti a Parma, si riferiscono a 203 pazienti e a 200
controlli; i pazienti erano soggetti con la forma idiopatica classica di
malattia di Parkinson.
LE CAUSE
AMBIENTALI E PROFESSIONALI
L’età
media dei pazienti esaminati è di circa 67 anni e quella del gruppo di
controllo di 65 anni. I soggetti affetti da malattia di Parkinson avevano
una durata di malattia media di circa 7 anni.
I fattori
di rischio indagati dal questionario, riguardavano alcuni fattori
socio-demograficici: l’età, il sesso, la scolarità, la residenza dei
pazienti, le abitudini voluttuarie dei pazienti con particolare riferimento
al fumo di tabacco e all’abitudine di bere caffè, la familiarità di primo
grado (genitori, fratelli) e di secondo grado (collaterali), l’aver bevuto
l’acqua di pozzo nel corso della propria vita, l’esposizione professionale
ad agenti chimici generici, a solventi organici, a metalli, a erbicidi e a
pesticidi.
Dai dati
raccolti non sembra esserci nel gruppo dei pazienti un eccesso significativo
di esposizione a fattori di rischio ambientali - professionali. Fa eccezione
l’esposizione a pesticidi - erbicidi che riguarda 42 casi e 27 controlli,
con un rischio di 1,77.
Viene
confermato il ruolo protettivo, segnalato già da numerosi studi in
letteratura e anche dal nostro precedente lavoro, dell’abitudine al fumo di
sigaretta e a bere caffè. Per il caffè, il ruolo protettivo sembra essere
dose-dipendente (due-quattro tazzine di caffè).
Per la
distribuzione della familiarità, in accordo con i dati già presenti in
letteratura, nel gruppo dei pazienti c’è un eccesso di casi ricorrenti di
malattia nella stessa famiglia (31 casi di familiarità di primo grado e 18
casi di familiarità di secondo grado), rispetto ai controlli.
Benché
avere subito traumi cranici e avere bevuto acqua di pozzo siano stati
considerati in letteratura altri fattori patogenetici, il nostro studio,
parimenti a quello precedentemente condotto, non evidenzia un eccesso di
rischio significativo.
FREQUENZE
DEI POLIMORFISMI
L’analisi
della distribuzione dei fattori genetici non evidenzia, almeno al momento,
un ruolo di maggiore rischio per lo sviluppo della malattia da parte di
varianti in un qualche fattore genetico tra quelli considerati: le
glutatione S-transferasi M1, T1, M3, P1; l’enzima NQO1 deputato alla
riduzione dei chinoni; il citocroma P4501B1 espresso a livello della
sostanza nigra cerebrale.
INTERAZIONI
Dopo
l’analisi dei singoli fattori siamo passati allo studio delle interazioni
che per il momento, dato l’esiguo numero di dati disponibili, è stato
affrontato con un approccio limitato al gruppo dei casi. Non si è, cioè,
tenuto conto, in tale analisi, del gruppo di controllo.
Viene
confermato il risultato, già emerso nello studio precedente, di una
interazione negativa tra fumo di sigaretta e genotipo GSTM1 positivo.
L’effetto “protettivo” del fumo sembra essere limitato al gruppo di soggetti
con genotipo GSTM1 positivo. In proposito abbiamo formulato delle ipotesi,
aspettiamo comunque la conferma di questo risultato dall’analisi della
casistica completa.
Un’ulteriore interazione evidente è quella fra la variante normale del
citocroma P4501B1, enzima di “Fase 1” espresso a livello della sostanza
nigra cerebrale, e l’esposizione a pesticidi-erbicidi, con un rischio di
circa 3 per la presenza dei due fattori. Alcuni pesticidi, per i quali
peraltro è stato descritto un accumulo, in reperti autoptici di soggetti
affetti da malattia di Parkinson, proprio a livello della sostanza nigra,
sono bioattivati da questo enzima. E’ possibile che questo meccanismo di
attivazione a livello della sostanza nigra, con produzione locale di
radicali liberi, possa supportare questa interazione.
Si è
inoltre visto nel nostro campione una sovra-rappresentazione dell’allele
CYP1B1 “normale” nei pazienti con familiarità di primo grado. Ci siamo
chiesti quale fosse il significato. Sicuramente CYP1B1 non è un gene che
possa determinare dal punto di vista genetico una trasmissione autosomica
dominante. In queste famiglie potrebbe esserci un eccesso, per abitudini
particolari, di un qualche fattore di rischio che interagisce negativamente
con questo particolare allele CYP1B1.
Abbiamo
inoltre valutato, sempre in maniera preliminare, come le differenti
esposizioni ambientali – professionali possono influenzare il decorso
clinico della malattia di Parkinson.
Fra i
soggetti non esposti l’età di esordio della malattia di Parkinson è intorno
ai 61 anni mentre nei soggetti invece che presentano una storia positiva di
esposizione professionale a solventi e metalli abbiamo evidenziato un
anticipo dell’esordio della malattia (58,2 e 55,7 anni, rispettivamente).
L’analisi
definitiva dei dati potrà condurre ad una verifica su scala europea e,
quindi, ad una migliore comprensione dei meccanismi di malattia, utile per
la messa in atto di strategie terapeutiche e preventive sempre più efficaci.
In
conclusione, un ringraziamento a tutti i pazienti che hanno partecipato allo
studio contribuendo al suo svolgimento.
DOMANDA
C’è una
correlazione negativa tra fumo di sigaretta e il rischio di Parkinson, forse
per un assetto neuro-endocrino di chi è destinato al Parkinson diverso da
quello di chi il Parkinson non l’ha. Non vorrei che passasse il messaggio
che fumare non espone il rischio del Parkinson.
RISPOSTA
Certo, ha
ragione, dai nostri dati e dai dati di letteratura si può dire che tra la
malattia di Parkinson e fumo esiste un’associazione di tipo negativo, per
cui si attribuisce un effetto di tipo “protettivo” al fumo di sigaretta. La
spiegazione della plausibilità biologica di questo ruolo “protettivo”
richiede ulteriori studi e dimostrazioni.


GENETICA NEL PARKINSON: IL TERZO GENE
E’ stata scoperta recentemente una mutazione del gene della proteina Dj-1,
localizzato sul cromosoma 1, in due famiglie con una storia di malattia di
Parkinson ad esordio precoce.
In una famiglia d’origine italiana la proteina era inattiva, mentre
nell’altra, olandese, era completamente assente. Il ruolo della proteina
Dj-1 nell’organismo è ancora sconosciuto.
Dati preliminari fanno ritenere che possa proteggere le cellule
dall’ossidazione, prevenendo la formazione dei radicali liberi e quindi
potrebbe esserci un legame tra l’alterazione di questo gene e lo stress
ossidativo, presente nella malattia di Parkinson.
Dopo il gene dell'alpha- Synucleina e il gene della parkina si tratta del
terzo gene al quale è stato identificato il prodotto genetico (DJ-1).La
mutazione del gene della proteina Dj-1 potrebbe inoltre aiutare a
comprendere i meccanismi di azione che portano alla comparsa di casi precoci
di Parkinson.

PARKINSON, SCOPERTO UN NUOVO GENE
Ricerca
italiana sulla forma che colpisce i giovani, Dallapiccola: primo passo per
farmaci rivoluzionari
Una famiglia di
Marsala, diversi matrimoni fra consanguinei, la stessa malattia che colpisce
quattro persone tra padri, figli e nipoti.
E’ su questo quartetto così speciale che i neurologi dell’Università Cattolica
di Roma 4 anni fa decidono di indagare.
Vogliono scoprire qual è il segreto che li lega e li condanna a una forma di
Parkinson giovanile.
L’avventura attraverso i misteri della degenerazione cerebrale che non ha
risparmiato personaggi celebri (il Papa, Cassius Clay) si è conclusa ieri, con
la pubblicazione dello studio sulla rivista Science. Le nuove conoscenze
potrebbero determinare una cambiamento radicale nelle cure e portare alla messa
a punto dei primi farmaci terapeutici e addirittura preventivi.
Ci vorranno alcuni anni, ma la prospettiva non è remota.
Il segreto è racchiuso in un gene di una piccola regione cromosomica,
ribattezzato Pink1, che i quattro componenti della famiglia siciliana
condividono.
E’ questo piccolo elemento del DNA che, se alterato, impedisce il corretto
funzionamento dei mitocondri, minifabbriche di energia per le cellule del
cervello.
Ecco allora che, in presenza del difetto genetico, i neuroni non vengono
alimentati e vanno incontro a deterioramento.
Col tempo, mano a mano che le cellule nervose muoiono, compaiono i segni del
Parkinson.
“Possiamo pensare di sperimentare sui pazienti dei farmaci che permettono al
mitocondrio di mantenere la sua funzione di motore – spiega Alberto
Albanese, il neurologo dell’Università Cattolica che ha seguito la
ricerca dall’inizio, assieme ad Anna Rita Bentivoglio -. Terapie del genere
esistono già, sono utilizzate per altre patologie, si tratta di provarle per il
Parkinson. Per la prima volta possiamo ipotizzare di cambiare il destino del
morbo”.
Allo studio pubblicato da Science hanno partecipato diversi gruppi, quasi tutti
italiani.
Il gene PINK1 è stato individuato da Enza Maria Valente, giovane neurogenetista,
ex della Cattolica, anni di formazione a Londra, ora in forze presso l’istituto
romano Mendel diretto da Bruno Dellapicocla.
I finanziamenti sono arrivati da Telethon, che ha investito in questo settore
750 mila euro dal 1997, per sette progetti.
“Comprendere le basi biologiche di una malattia è il primo passo per
impostare strategie farmacologiche – dice Dallapiccola – non tutte le
forme di Parkinson sono ereditarie e non sappiamo quanto sia diffusa quella
della famiglia di Marsala e delle altre tre che, successivamente, sono state
identificate in Italia e Germania. Il PINK1 sembra avere un ruolo speciale
rispetto ai cinque geni che già conosciamo”.
Il Parkinson è la più frequente malattia degenerativa dopo l’Alzheimer, una
delle più diffuse dell’età avanzata.
Colpisce il 2% della popolazione dopo i 65 anni e il 3-4% dopo i 75, può
esordire anche in età giovanile.
CORRIERE DELLA SERA- aprile 2004

IL NUOVO GENE: PINK1
Con la recente
pubblicazione (Science
Online del 15 aprile) di una ricerca internazionale è stato raggiunto un
progresso molto importante per comprendere meglio le cause della malattia di
Parkinson.
Al lavoro hanno partecipato ricercatori di 5 paesi (Italia, Regno Unito,
Germania, Spagna, Usa) con un ruolo leader dell'Istituto Mendel di Roma e
l'Ospedale Queen Square di Londra, tra gli altri partecipanti sono l'università
di Francoforte oltre alle università Sapienza e Cattolica di Roma, le Università
di Modena e Reggio Emilia e l'Istituto Carlo Besta di Milano.
Analizzando il DNA di due famiglie italiane e una famiglia spagnola i cui membri
soffrono di una forma ereditaria della malattia ad esordio precoce, è stato
scoperto il gene responsabile di questa forma ereditaria (esistono altre forme
ereditarie e la grande maggioranza dei casi non è ereditaria, ma le scoperte
genetiche gettano comunque luce su tutte le forme della malattia).
Il gene si chiama PINK1 ("PTEN-induced kinase 1") e corrisponde alla
localizzazione cromosomica di nome PARK6 che era stata
individuata 3 anni fa.
La novità importante della scoperta sta nel fatto che conferma il ruolo
fondamentale di una disfunzione dei
mitocondri (strutture cellulari che producono l'energia) nello sviluppo
della malattia. Il gene codifica infatti una proteina finora sconosciuta della
membrana dei mitocondri che, secondo i primi esperimenti eseguiti su colture
cellulari, potrebbe preservarne la funzione quando vengono sottoposti a stress
ossidativi.
Da tempo si sa che la malattia è associata a una disfunzione dei mitocondri in
quanto altre loro proteine (soprattutto il complesso I) perdono parte della loro
efficienza nel cervello dei malati di Parkinson.
La scoperta della mutazione sottolinea il ruolo centrale dei mitocondri in modo
inequivocabile e avrà un ruolo importante per indirizzare verso questa strada la
ricerca di cause, prevenzione e terapia.


SCOPERTO GENE DEL PARKINSON
UN ALTRO PASSO VERSO LA CURA
La malattia di
Parkinson si sviluppa in genere intorno ai 60 anni di età per cause quasi sempre
sconosciute.
Ma quando i primi sintomi compaiono a 30 o 40 anni e il morbo è ricorrente
all’interno di una stessa famiglia, si può star certi che il problema è
localizzato nel DNA.
Uno dei geni responsabili del Parkinson giovanile è stato appena individuato da
una équipe internazionale guidata dalla giovane Enza Maria Valente e dal
genetista Bruni Dallapiccola dell’Istituto Mendel di Roma.
Si tratta di un frammento di DNA battezzato Pink1 che è stato localizzato sul
cromosoma 1.
Gli studi sono stati condotti su due famiglie italiane (una siciliana e una del
centro) che erano in cura all’Università Cattolica di Roma e su una terza
famiglia spagnola.
Il ruolo di Pink 1 consiste nel codificare una proteina importante per il
funzionamento dei mitocondri, le centrali energetiche che permettono alle
cellule di sopravvivere.
l malfunzionamento di Pink1 provocherebbe una sorta di crisi energetica della
cellula (nel caso del Parkinson il neurone), rendendola molto debole di fronte
allo stress dell’ambiente esterno, in particolare quelli ossidativi (causati ad
esempio dai radicali liberi).
La scoperta, finanziata anche da Telethon e pubblicata oggi dalla rivista “Science”,
sottolinea per la prima volta il ruolo dei mitocondri nella progressione di
questa malattia neurodegenerativa.
Ai ricercatori si apre una nuova prospettiva di studio, e ai farmacologici una
nuova via di sviluppo di medicinali.
L’esatto meccanismo che porta al Parkinson attraverso la distruzione progressiva
di alcuni tipi di neuroni (quelli responsabili della produzione del
neurotrasmettitore dopamina, attraverso il quale le cellule del cervello
comunicano fra di loro) è infatti ad oggi ancora sconosciuto.
E non è escluso che questa scoperta possa essere utile a svelare anche i
meccanismi dell’Alzheimer un’altra malattia neurodegenerativa dai contorni
ancora sconosciuti.
La Repubblica 16
aprile 2004

PARKINSON GIOVANILE
UNA SCOPERTA GENETICA APRE LA STRADA ALLA CURA
E’ stato
individuato un gene responsabile di una forma rara ed ereditaria del morbo di
Parkinson.
La causa di questa malattia sarebbe da attribuire a una mutazione del gene Pink1
che, in condizioni normali, avrebbe invece la funzione di proteggere i neuroni
dallo stress indotto da disfunzioni dei mitocondri.
Questo gene, dunque, svolgerebbe un ruolo importante nel mantenimento della
corretta funzione dei mitocondri e nella protezione delle cellule nervose da
condizioni di stress, come ad esempio lo stress ossidativo.
Ma a fronte di una mutazione di Pink1, i neuroni dopaminergici (quelli colpiti
dal Parkinson) diventano più vulnerabili a condizioni di stress.
La conseguenza è un processo di neurodegenerazione e lo sviluppo della malattia.
La scoperta del gruppo coordinato dalla ricercatrice Enza Maria Valente è stata
effettuata nei laboratori dell’Istituto Mendel di Roma, diretto dal genetista
Bruno Dallapiccola ed è frutto di un progetto finanziato da Telethon e condotto
in collaborazione con l’Università Cattolica sotto il coordinamento del Prof.
Alberto Albanese.
Lo studio, pubblicato su “Science” apre la strada alla ricerca di nuove cure per
il morbo di Parkinson Il Sole 24 ore,
16 aprile 2004
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