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I problemi non motori: deficit di memoria

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I problemi non motori


IL DEFICIT DI MEMORIA

Nei processi di memorizzazione si possono distinguere almeno tre fasi indicate con i termini encoding (codifica), storage (immagazzinamento) e retrieval (recupero).
Il termine “codifica” si riferisce al modo in cui l’informazione appena appresa è immagazzinata.
Il termine “immagazzinamento” riguarda i meccanismi, peraltro poco noti, di mantenimento dell’informazione appresa.
Infine, il termine “recupero” è fondamentale per richiamare allo stato di coscienza l’informazione immagazzinata.
Ci sono due meccanismi di immagazzinamento delle informazioni, uno per la memoria a breve termine e uno per la memoria a lungo termine.
Nella memoria temporanea (a breve termine) si verifica un rapido deterioramento delle informazioni, mentre la memoria a lungo termine conserva le informazioni in modo sostanzialmente stabile.
L’informazione che arriva alla memoria a breve termine, se non è oggetto di attenzione, inizia subito a cancellarsi anche se, mediante la ripetizione, può essere restaurata.
La capacità della memoria a breve termine è quindi limitata: se una informazione non viene ripetuta con sufficiente frequenza, scompare.
Un vero disturbo della memoria, come si verifica nella malattia di Alzheimer, è rappresentato dall’incapacità di immagazzinare nuove informazioni.
Nella maggioranza dei casi, la malattia di Alzheimer inizia con un disturbo della memoria, in particolare di quella a breve termine. Niente infatti è così difficile per il malato di Alzheimer come ricordare una nuova informazione anche se questa viene ripetuta frequentemente.
Il malato non è in grado di conservare una nuova informazione.
I pazienti affetti dalla malattia di Parkinson, al contrario, hanno la capacità di immagazzinare nuove informazioni specialmente se il materiale da memorizzare viene ripetuto.
Nella malattia di Parkinson il problema consiste nella difficoltà sia di codificare in modo corretto l’informazione appena appresa che di richiamarla (recuperare l’informazione).
Ai deficit di codificazione sono spesso collegati le difficoltà riguardanti l’attenzione e la concentrazione che sono anche necessari per attivare i meccanismi cerebrali della memoria e dell’apprendimento.
Alcune esemplificazioni, un paziente con la malattia di Parkinson cammina all’interno di una stanza ma dimentica il motivo per il quale cammina all’interno della stanza oppure dimentica dove ha messo un oggetto, ad esempio la chiave della macchina.
Quando si cercano le chiavi, è necessario concentrarsi per ricordare dove si sono messe.
Se la concentrazione (attenzione) presenta dei deficit, è facile che si perdano le chiavi.
Il soggetto non ha immagazzinato correttamente (codificato) l’informazione riguardante il luogo dove ha messo le chiavi per cui per richiamarla ha talune difficoltà.
Tuttavia, se non ricorda dove sono le chiavi, non siamo di fronte ad un vero disordine della memoria ma piuttosto ad un lapsus dell’attenzione.
I motivi per i quali i pazienti con la malattia di Parkinson hanno spesso difficoltà di attenzione è collegato alle alterazioni d’ordine chimico delle vie cerebrali.
La diminuzione di dopamina all’interno del circuito corticobasale può riflettersi in un ipofunzionamento dei lobi frontali che non funzionano più in modo efficiente.
I lobi frontali interagiscono con molte importanti funzioni cognitive che includono anche l’attenzione, la vigilanza, le reazioni e la messa in atto di strategie più complesse.
Un altro motivo per il quale i pazienti con malattia di Parkinson sembrano dimenticare è causato da una minore capacità di recuperare l’informazione immagazzinata.
Un esempio è l’incapacità del paziente parkinsoniano di ricordare i nomi delle persone.
E’ ricorrente che il paziente parkinsoniano, durante le visite di controllo, si lamenti con il medico di questo problema: “Ieri, fino a che mia moglie non mi ha dato dei suggerimenti, non ricordavo il nome del mio vicino di casa, ho il timore di sviluppare la malattia di Azheimer”.
Questo tipo di perdita di memoria  causata da una incapacità momentanea i accedere all’informazione (recuperare) che è già tata immagazzinata a livello cerebrale.
Quando però è fornita una traccia  dato un suggerimento, l’informazione viene subito richiamata alla memoria. Questo fenomeno di avere l’informazione sulla punta della lingua è osservato frequentemente anche nella popolazione generale di pari età.
E’ considerato, comunque, un segnale positivo la capacità del paziente di recuperare l’informazione dalla memoria attraverso una traccia oppure un’indicazione.
Questo significa che i neuroni del cervello sono ancora capaci di immagazzinare nuove informazioni e quindi sono intatti e funzionanti.
Anche le alterazioni delle funzioni cognitive dell’attenzione/codificazione e recupero dell’informazione possono essere anche più gravi dei disturbi motori causati dalla malattia di Parkinson.
In circa il 30% dei pazienti affetti dalla malattia di Parkinson i deficit cognitivi possono interferire nella gestione delle attività basilari della vita quotidiana, ad esempio nelle decisioni di fare, di prendersi cura della casa o dei propri affari. In queste condizioni, un malato di morbo di Parkinson può presentare una demenza.
E’ importante per i medici, per i familiari e per gli stessi pazienti parkinsoniani riconoscere il prima possibile la presenza di una perdita progressiva di memoria che interferisce con la qualità della vita e con le attività quotidiane.
Anche per i disturbi della memoria vale la regola che l’efficacia di un intervento terapeutico è condizionata dalla tempestività con la quale questi disturbi si riconoscono.
Come accade per ogni altra malattia cronica, è importante osservare se sussistono altre potenziali cause (oltre la malattia di Parkinson) che possono causare un declino cognitivo.
Quando si verificano degenerazioni cerebrali, altre condizioni che possono causare facilmente un declino delle funzioni intellettive e promuovere perfino stato confusionale e perdita di memoria, includono la depressione, i tumori cerebrali, le carenze di vitamine, i traumi cranici, l’idrocefalo, le infezioni (AIDS, meningite, sifilide), l’uso non appropriato di farmaci, in particolare ansiolitici e sonniferi, i problemi tiroidei.
I disturbi emozionali come la depressione o l’ansietà possono causare significativi problemi dell’attenzione e necessitano di essere riconosciuti come cause potenziali di una demenza.
La depressione e l’ansia sono le due cause principali dei problemi di memoria soprattutto in età anziana: monopolizzano l’attenzione in modo da rendere impossibile al soggetto di concentrarsi su qualsiasi altra cosa.
In questi due stati emotivi non si ascolta veramente, non si notano particolari significativi del mondo esteriore, i soggetti sono occupati verso se stessi: non si registra quindi - come di solito accade quando si ha la mente disponibile.
Le decisioni sul trattamento richiesto dalla perdita di memoria associata con la malattia di Parkinson si deve basare su molti fattori che includono la severità della perdita della memoria, la severità dei deficit motori della malattia di Parkinson e altre condizioni mediche concomitanti.
Peraltro, sebbene il trattamento della perdita della memoria richieda di essere personalizzato, esistono alcuni principi comuni.

I trattamenti non farmacologici richiedono:

1. essere sicuri di aver prestato la piena attenzione. Dovete prendere una importante decisione? Cercate di prenderla quando avete la mente ben riposata. Evitate ogni disturbo esterno proveniente, ad esempio, da radio o televisione che può ridurre l’attenzione. Anche le condizioni ambientali in cui si apprende e il tempo che a questa attività si dedica hanno una grande importanza: sarà sempre più difficile ricordare cose lette in fretta, magari in un ambiente rumoroso e disturbati da altri stimoli.
 

Quando si memorizza un ricordo, una rete specifica di neuroni si stabilisce nelle diverse strutture cerebrali, in particolare  nell'ippocampo, per poi fissarsi nella cortec-cia, il luogo dell'immagazzinamento defini-tivo dei ricordi.

 

 


2. E’ importante l’esercizio. L’esercizio può essere costituito da riassunti di letture o di programmi televisivi mentalmente o ad altavoce, almeno una volta al giorno; una alternativa è la ripetizione, che ricorda i tempi della scuola, di filastrocche, poesie e storielle.
Se si parla ad alta voce si hanno maggiori vantaggi: mediante l’ascolto viene stimolata l’attenzione al suono e viene aiutata la memorizzazione attraverso l’uso della memoria uditiva.
3. Per l’informazione. Avete la necessità di ricordare 12 parole? Pensate a loro in termini di categoria (ad esempio: 4 frutti, 4 verdure, 4 tipi di carne). In questo modo il ricordo si semplifica. La creazione di collegamenti tra nomi, oggetti o fatti, oppure la loro trasposizione in immagini, colori o numeri richiedono l’elaborazione del contenuto di una informazione da ricordare e costituiscono un altro metodo diffusamente impiegato per facilitare il ricordo.
4. Seguite la routine. Ad esempio, imparate ogni giorno a riporre le chiavi nello stesso posto. Questo richiederà un po’ di pratica ma una volta presa l’abitudine, vi accorgerete che occorrerà meno tempo per cercarle. Le buone abitudini sono difficili da perdere come le cattive abitudini.
5. Utilizzate un blocco per gli appunti oppure una agenda o un calendario, preferibilmente di piccole dimensioni in modo che possa stare in tasca o in borsa. Così avrete sempre a portata di mano le informazioni che ritenete più utili per voi. E’ bene prendere l’abitudine di consultare l’agenda ogni giorno, a colazione. Anche i computer, i registratori servono per fissare le informazioni che si vogliono conservare;
6. Si può ricorrere ad ausili esterni che servono a ricordare che si deve fare qualche cosa anche se non specificano cosa si deve fare (sveglie, timer, nodi ai fazzoletti, ...).
Recentemente i risultati di uno studio hanno dimostrato che tenendo il proprio cervello impegnato in attività intellettuali e sociali si combatte la perdita di memoria e diminuisce il rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer. Questo studio sembra confermare che “l’abilità non sfruttata viene perduta”. Non ci sono terapie farmacologiche che sono state approvate dalla Food and Drug Administration (FDA), l’ente che autorizza la commercializzazione dei farmaci negli USA, per il trattamento della perdita di memoria associata alla malattia di Parkinson. Tuttavia, recenti studi clinici hanno segnalato un promettente numero di farmaci.
Questi includono gli inibitori dell’enzima acetilcolinesterasi, come la galantamina (Reminyl), la rivastigmina (Exelon o Prometax), il donepezil (Aricept o Memac) e la tacrina che metabolizza l’acetilcolina, un neurotrasmettitore che inviando messaggi da una cellula all’altra, consente alle cellule del cervello di dialogare tra loro organizzando i pensieri e che ha un ruolo chiave nei processi della memoria e dell’apprendimento.
L’acetilcolina è pertanto il più importante neurotrasmettitore implicato nello sviluppo della memoria e delle funzioni cognitive.
L’enzima acetilcolinesterasi ha la funzione di distruggere l’acetilcolina dopo che questa è stata utilizzata, in modo che non si accumuli tra le cellule nervose e non causi complicazioni.
Perciò inibendo l’enzima che distrugge l’acetilcolina, gli scienziati sperano di mantenere nel cervello una più elevata concentrazione di acetilcolina intatta e di migliorare la comunicazione tra le cellule nervose permettendo di migliorare anche la memoria, l’attenzione e la partecipazione.
La galantamina, la rivastigmina, il donepezil e la tacrina funzionano, appunto, come inibitori dell’acetilcolinesterasi e diminuiscono la distruzione dell’acetilcolina rendola più disponibile a livello cerebrale.
Attualmente questi farmaci sono stati approvati dalla Food and Drug Administration (FDA) solamente per il trattamento della malattia di Alzheimer producendo benefici nella forma lieve-moderata della malattia.
Talune ricerche hanno infatti dimostrato che non c’è sufficiente acetilcolina nel cervello dei malati di Alzheimer.
Le vitamine del gruppo B (B12, B 6) e l’acido folico possono avere un ruolo importante nel ridurre il rischio di sviluppare la demenza abbassando nel sangue un fattore chimico chiamato omocisteina (aminoacido).
Alti livelli di omocisteina sono stati associati all’arteriosclerosi e alla perdita di memoria. Grazie alla sua attività antiossidante, taluni studi hanno sostenuto l’utilizzo di alte dosi di vitamina E per preservare meglio la memoria.

Zoran Grujic neurologo e Michael Mercuri responsabile
del programma per migliorare la memoria - Ospedale di GlenBook

 

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