ASSOCIAZIONE DI VOLONTARIATO A SOSTEGNO DEI MALATI DI MORBO DI PARKINSON

 

Notizie scientifiche pag. 6

 

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NOTIZIE SCIENTIFICHE pag. 6
 

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ULTIMISSIME DALLA STAMPA

STAMPA:  RACCOLTA DI NOTIZIE

 

 


Stimolazione magnetica del cervelletto: riduce i movimenti involontari indotti dalla levodopa

Terapia farmacologica e rischio di cadute negli anziani

Movimenti indesiderati farmacoindotti: attenzione alla levosulpiride (levopraid®)

Rasagilina (Azilect®) nella terapia della malattia di Parkinson: i risultati dello studio “ADAGIO”
Rotigotina in cerotto (Neupro®) reintrodotta sul mercato
Da fine novembre 2009 al 2011 difficoltà a reperire Sinemet e Sinemet CR

 

 

 


PARKINSON, UN AIUTO DALLA STIMOLAZIONE MAGNETICA DEL CERVELLETTO: RIDUCE I MOVIMENTI INVOLONTARI INDOTTI DALL’USO DELLA LEVODOPA

FONDAZIONE SANTA LUCIA DI ROMA  - ISTITUTO DI RICOVERO E CURA A CARATTERE SCIENTIFICO - Ospedale di rilievo nazionale e di alta specializzazione per la riabilitazione neuromotoria

Da uno studio della Fondazione Santa Lucia di Roma
 nuove possibilità di trattamento della malattia di Parkinson

Alla ricerca hanno collaborato l’Università Tor Vergata di Roma e l’Università di Siviglia

Il morbo di Parkinson è normalmente trattato farmacologicamente ricorrendo alla levodopa; tale sostanza però spesso induce anche movimenti involontari, denominati discinesie. Questi disturbi si presentano in un’elevata percentuale di pazienti dopo alcuni anni di terapia: in alcuni casi possono essere talmente intensi da divenire invalidanti, provocando difficoltà nell’esecuzione dei movimenti volontari, perdita di equilibrio e frequenti cadute. I meccanismi che provocano le discinesie ancora non sono stati completamente chiariti e la terapia medica per tenerli sotto controllo non è soddisfacente. Fino ad oggi, infatti, miglioramenti significativi potevano essere ottenuti soltanto con procedure invasive, come la stimolazione cerebrale profonda mediante neurochirurgia stereotattica.
Comprendere a fondo i meccanismi da cui originano le discinesie indotte dalla levodopa è quindi fondamentale per adottare nuove strategie terapeutiche nella cura del morbo di Parkinson. Ora una ricerca dell’IRCCS Fondazione Santa Lucia di Roma, appena pubblicata sull’importante rivista internazionale Neurology, ha dimostrato che il cervelletto può essere un nuovo potenziale bersaglio per il trattamento delle discinesie.
La ricerca è stata condotta dal Policlinico  dell'l'Università di Tor Vergata di Roma, con il contributo di un'equipe spagnola dell’Università di Siviglia.
Lo studio ha preso in esame gruppi di pazienti con morbo di Parkinson che presentavano discinesie indotte dalla terapia con levodopa. Tali pazienti sono stati sottoposti a due settimane di trattamento con stimolazione magnetica transcranica (TMS), una metodica neurofisiologica assolutamente non invasiva e in grado di indurre una modificazione della eccitabilità dei neuroni dell’area del cervello che viene stimolata.
Nel gruppo di pazienti in cui la TMS è stata applicata giornalmente sul cervelletto per alcuni minuti si è osservata una persistente riduzione della frequenza e dell’intensità dei movimenti involontari. Inoltre, si è visto che il miglioramento clinico si è associato a modificazioni nell’eccitabilità delle aree motorie connesse con il cervelletto: si è così evidenziato il ruolo importante che questi circuiti neuronali sembrano giocare nello sviluppo delle discinesie. Questa promettente ricerca ha dimostrato che, nella cura del morbo di Parkinson, alla base dei movimenti involontari indotti dalla levodopa vi può essere un alterato funzionamento di circuiti cerebrali connessi con il cervelletto e che tali alterazioni possono essere efficacemente modulate ricorrendo a tecniche di stimolazione cerebrale non invasive, come appunto quella magnetica transacranica.

LA STIMOLAZIONE MAGNETICA TRANSCRANICA
La stimolazione magnetica transcranica (TMS) è una metodica basata sul principio dell’elettromagnetismo. E’ costituita da un generatore di corrente e da una sonda mobile che viene posta a diretto contatto della cute del cranio del paziente. Quando è attivato, il generatore di corrente produce un campo elettrico che viene veicolato lungo la sonda. A sua volta il campo elettrico produce un campo magnetico che ha la proprietà di poter passare attraverso il cuoio capelluto senza alcuna dispersione ed in modo pressoché indolore. Il campo magnetico indotto modifica l’attività elettrica della corteccia cerebrale sottostante. A seconda dei protocolli utilizzati, è così possibile attivare o inibire specifiche aree cerebrali. Tale metodica permette, quindi, di eseguire studi di neurofisiologia del sistema motorio e di varie funzioni cognitive, come la memoria o l’attenzione spaziale, sia su soggetti sani sia su quelli con patologie. Inoltre, se utilizzata in modalità ripetitiva (rTMS), con stimoli ripetuti che vengono applicati per periodi di alcuni minuti, è in grado di indurre modificazioni di lunga durata dell’attività cerebrale. La rTMS sembra essere una metodica promettente nel trattamento di varie condizioni patologiche, come la depressione e il recupero funzionale dopo l’ictus.
Nel Laboratorio di Neurologia Clinica e Comportamentale e TMS dell’IRCCS Fondazione Santa Lucia le attività di ricerca sono incentrate sulle applicazioni della TMS nello studio neurofisiologico dei processi cognitivi. La TMS viene utilizzata in soggetti sani e in pazienti con ictus, con lo scopo di studiare l’architettura funzionale delle funzioni cognitive e di individuare nuovi protocolli di riabilitazione.

 


TERAPIA FARMACOLOGICA E RISCHIO DI CADUTE NEGLI ANZIANI

Segnaliamo questo mese un’interessante meta-analisi sulla possibile associazione fra terapie farmacologiche e rischio di cadute nell’anziano (Arch Int Med 2009;169:1952-60).
Le cadute nell’anziano e le relative complicanze costituiscono un problema sanitario di notevole entità: sono la quinta causa di decesso nei paesi sviluppati, interessando circa il 30% della popolazione di età superiore ai 65 anni, e rappresentano una delle principali cause di ricovero ospedaliero, con alti costi di gestione.
E' stata effettuata un'analisi ha interessato 11118 articoli sul tema “farmaci e cadute nell’anziano”, identificati attraverso una ricerca sistematica di lavori pubblicati in lingua inglese fra il 1996 e il 2007.
Criteri d’inclusione, la presentazione di dati originali ottenuti da studi randomizzati, caso-controllo, di coorte, o trasversali che avessero indagato la possibile relazione fra farmaci e cadute in soggetti di età superiore ai  60 anni.
Solo 22 lavori sono stati giudicati idonei per la meta-analisi (nessuno studio randomizzato), per un totale di 79081 partecipanti e nove classi di farmaci: antipertensivi, diuretici, /-bloccanti, sedativi/ipnotici, neurolettici/antipsicotici, antidepressivi, benzodiazepine, analgesici, antifiammatori non steroidei (FANS). L’uso di sedativi ed ipnotici, antidepressivi e benzodiazepine è risultato associato significativamente alle cadute negli anziani. FANS (quali l’aspirina) e gli antipsicotici sono risultati associati ad un aumentato rischio di cadute, che non ha raggiunto la significatività.
Come sottolineato dagli autori, l’uso di farmaci psicotropi negli anziani è aumentato considerevolmente negli ultimi anni. Questi dati rinforzano la necessità di un uso oculato di certe classi di farmaci nell’anziano, alla luce del rischio di cadute e della ricerca ove possibile di alternative più sicure (terapie a breve termine, a base di agenti meno sedativi, psicoterapia).

 


MOVIMENTI INDESIDERATI FARMACOINDOTTI: ATTENZIONE AL LA LEVOSULPIRIDE (LEVOPRAID®)

La levosulpiride (Levopraid®) è una benzamide antagonista selettivo dei recettori dopaminergici D2, soprattutto presinaptici, situati nel sistema nervoso centrale e nel tratto gastro-enterico.
È indicata nel trattamento della “sindrome dispeptica (anoressia, meteorismo, senso di tensione epigastrica, cefalea post-prandiale, pirosi, eruttazioni, diarrea, stipsi) da ritardato svuotamento gastrico legato a fattori organici (gastroparesi diabetica, neoplasie, ecc.) e/o funzionali (somatizzazioni viscerali in soggetti ansiosodepressi)”.
L’effetto procinetico del farmaco è mediato dall’inibizione dei recettori D2 centrali dell’area postrema e di quelli enterici.
La sua efficacia sulla motilità gastrica ed il buon profilo di tollerabilità hanno contribuito ad un esteso utilizzo in Europa ed in Asia.
Tuttavia il farmaco dovrebbe
essere utilizzato con cautela, specie nella popolazione anziana, in quanto possibilmente associato alla comparsa di movimenti indesiderati, quali parkinsonismi e tremore.
Si tratta di un problema spesso poco conosciuto o trascurato dai medici prescrittori, benché contemplato nel foglietto illustrativo del farmaco, come evidenziato da un recente articolo che riporta le caratteristiche cliniche dei movimenti indesiderati riconducibili all‘uso di levosulpiride in una casistica di 91 pazienti identificati fra il 2002-2008 presso il Centro Parkinson/Alzheimer “Asan” dell’Università di Seul, Sud Corea.
Dei 91 pazienti, 64 erano donne (70%) e 27 uomini (30%), di età superiore ai 60 anni nell’86% dei casi. Il disturbo del movimento più comune associato alla levosulpiride è risultato il parkinsonismo, in 85 pazienti (simmetrico nel 62% dei casi), associato a discinesie tardive in 6. Discinesie tardive, localizzate esclusivamente nell’area oro-linguale hanno interessato altri 3 pazienti; tremore isolato è comparso in 3 pazienti.
La dose media di levosulpiride associata alla comparsa dei disordini del movimento era di 74 mg/die; la durata media del trattamento, 15 mesi nei pazienti con parkinsonismo e 24 in quelli con discinesie tardive.
Gli effetti indesiderati iatrogeni non sono scomparsi dopo sospensione della levosulpiride nel 48% dei casi con parkinsonismo e nel 67% dei pazienti con discinesie tardive, mentre si sono risolti nei 3 casi con tremore isolato.
I movimenti indesiderati farmaco-indotti sono risultati severi nel 25% dei casi con parkinsonismo e le discinesie oro-linguali erano tali da ostacolare l’articolazione delle parole e la masticazione in tutti i casi osservati.
Alla luce di questi dati, gli autori consigliano di limitare il trattamento con levosulpiride a non più di 8 settimane, ricorrendo nel caso ad agenti con una più bassa capacità
di oltrepassare la barriera ematoencefalica, quali il domperidone.

 

 


RASAGILINA (AZILECT®) nel la TERAPIA del la MALATTIA di PARKINSON: i
RISULTATI del lo STUDIO “ADAGIO”

La somministrazione di rasagilina (Azilect®, Lundbeck Italia), appartenente alla classe degli inibitori irreversibili degli enzimi monoaminossidasi-B (MAO-B) potrebbe rallentare il decorso della Malattia di Parkinson (MP)?
E’ quanto viene suggerito, pur con molta cautela, da un lavoro pubblicato il mese scorso (N Engl J Med 2009; 361:1268-78) che riporta i risultati dello studio multicentrico, randomizzato in doppio cieco contro placebo denominato ADAGIO condotto su 1176 pazienti con malattia di Parkinson allo stato iniziale.
Lo studio era stato disegnato in modo che il gruppo di pazienti trattato con placebo ricevesse il farmaco (1 o 2 mg/die di rasagilina per 36 settimane) 36 settimane dopo gli altri 2 gruppi, trattati fin dall’inizio, per 72 settimane, con rasagilina, sempre alla dose di 1 o 2 mg/die.
L’ipotesi è che, in caso di un effetto “neuroprotettivo” del farmaco, il gruppo con trattamento ritardato (delayed-start) dovrebbe mostrare una differenza rispetto agli altri nell’evoluzione della sintomatologia, valutata secondo la scala UPDRS (Unified Parkinson’s Disease Rating Scale) (Neurol Sci 2005; 26:S19-20).
Il gruppo di pazienti trattati precocemente con 1 mg/die di rasagilina ha raggiunto i 3 end-point clinici prefissati dello studio: un minor incremento del punteggio PDRS dalla 12esima alla 36esima settimana e dalla prima alla 72esima settimana e nessuna differenza nel punteggio fra la 48esima e 72esima settimana rispetto al gruppo trattato tardivamente.
Solo due dei tre end-point sono stati invece raggiunti con la dose di 2 mg/die.
I motivi di questa discrepanza non sono stati chiariti: gli autori sottolineano che i due gruppi di pazienti trattati precocemente con il farmaco mostravano caratteristiche cliniche di base analoghe al gruppo trattato tardivamente e che il numero di “drop-out” è stato simile fra i gruppi.
Il disegno sperimentale “delayed start” non sembrerebbe ovviare ai problemi che si presentano qualora si voglia discriminare fra effetto sintomatico e “neuroprotettivo” dei farmaci (Mov Disord 008;23:784-9).
Questi problemi erano emersi già 20 anni fa con lo studio DATATOP, la prima sperimentazione clinica controllata che tentò di dimostrare e pubblicizzò l’efficacia, successivamente risultata infondata, di un altro inibitore AO-B, la selegilina (Jumex®, Chiesi Farmaceutici) nel rallentare la progressione della malaattia di Parinkinson (N Engl J Med 1989;321: 1364–71).

 

 

ROTIGOTINA IN CEROTTO (NEUPRO®) REINTRODOTTA sul MERCATO

A distanza di più di un anno dal ritiro dal commercio del “cerotto per il Parkinson” denominato Neupro® (Schwarz Pharma), a causa di problemi di cristallizzazione del principio attivo (rotigotina) sulla superficie del cerotto segnaliamo che il prodotto è nuovamente disponibile nelle farmacie.
Fra le precauzioni particolari, si raccomanda ora di conservare il cerotto in frigorifero (2°C- 8°C).
Neupro® è disponibile ai dosaggi di 2-4-6-8 mg/24 ore ed è prescrivibile secondo il Servizio Sanitario Nazionale.
 

 

DA FINE NOVEMBRE 2009 AL 2011 DIFFICOLTA' DI REPERIRE

SINEMET E SINEMET CR

Nel periodo fine novembre 2009 - 2011 si verificherà molto  probabilmente una scarsa o nulla reperibilità del Sinemet e del Sinemet CR.  Ciò  è dovuto al cambiamento della fonte di approvvigionamento della materia prima con la quale è prodotto il farmaco. La nuova fonte dovrà infatti ricevere tutte le approvazioni delle varie agenzie che regolano l'immissione di un prodotto farmaceutico sul mercato e questo comporta lungaggini burocratiche a non finire.
In ogni caso la morale della favola è che chiunque sia in cura con Sinemet deve prepararsi ad adeguare la terapia.  E questo - come riconosce la stessa Merck - è una grandissima seccatura.
Il Sinemet 250 è facilmente sostituibile dal generico TEVA 250.
I problemi però potrebbero presentarsi con il Sinemet CR che  può essere sostituito  da formulazioni di levodopa più moderne come lo Stalevo.

 


 

 

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