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Abbiamo letto per voi
Il Signore e l'abisso. Preghiera
Altro amore non cerco
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Preghiera
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La levodopa
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La
mia duplice esperienza come
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Parkinson scompensato
Rispettare sempre la terapia
La mia esperienza di operatore in un centro diurno
Intervista a Mariella
Custodite i farmaci
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Il
carattere aiuta
Lettera
ad una moglie
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Una intensa
attività associativa
Con il
cattivo tempo
Lettera a mio
nonno
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preziosa informazione
Pensare
in positivo
Il
medico risponde: disturbi psicotici
Parla una
moglie: la mia esperienza
Artrite o
malattia di Parkinson
Parkinson
e diabete
Sera
d'autunno

CERCAMI
Vivo sui
ghiacci vicino al Polo
Vivo in Alaska, in una landa desolata
Vivo in Congo, una terra incantata.
Vivo in ogni luogo, in ogni terra
Vivo nella fame e nella guerra.
Sono vicino a chiunque, dovunque e comunque
non cercarmi nei simboli e nelle cose
cercami nel cuore, sono l'Amore!
Valentina Borghi - Concorso
ACISJF Parma

Abbiamo letto per Voi...
Dal diario
“Come in trasparenza” che raccoglie le poesie scritte da don Lino Cassi,
parroco della
Diocesi di Fidenza (Pr), malato di Parkinson. Queste poesie traducono
in versi
l'evoluzione spirituale di don Lino, resa più profonda dalla malattia.
"… Il Parkinson mi limita. E tuttavia continuo a sentirlo come una
grazia e benedizione. Mi sembra che mi conduca ad una condizione
più evangelica. Riducendo la mia forza e la mia efficienza (e quindi
lo spazio del "vantarsi") mi fa strumento più idoneo per l’operare di
Dio…".
"… Mi ritrovo più impegnato nel valorizzare il tanto che ancora mi è
dato, più che recriminare su quello che mi è stato tolto…".
"Devo vigilare per un buon uso della malattia. Non limitarmi a
cambatterla e accettarla. Non limitarmi a lavorare con quanto mi
resta di sano. La malattia è un modo di essere diverso...
La malattia è una scuola, tutta da imparare. La malattia è una
disciplina, cui ubbidire. La malattia è una "offerta" specifica, accanto
alle altre offerte, da offrire".

IL SIGNORE E L’ABISSO. Preghiera
Nessuna
oscurità è così densa
che Tu non possa illuminarla.
Nessuna resistenza è così tenace
che Tu non possa piegarla.
Nessun abisso è così profondo
che Tu non possa raggiungerlo.
Nessun peccato è così grave
che Tu non possa perdonarlo.
Nessun dolore è così straziante
che Tu non possa lenirlo.
Nessuna rovina è così definitiva
che Tu non possa ripararla.
Nessuna disperazione è così chiusa
che Tu non possa accendervi la speranza.
Nessuna solitudine è così vuota
che Tu non possa colmarla.
Nessuna ferita è così sanguinante
che Tu non possa medicarla.
Nessun odio è così feroce
che Tu non possa ammansirlo.
Nessuna guerra è così accanita
che Tu non possa pacificarla.
Nessuna morte è così definitiva
che Tu non possa trasformarla in vita.

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ALTRO AMORE NON CERCO
Dal cuore
della roccia,
erompe,incontenibile
impeto,
l'acqua
e nella sottostante conca
si raccoglie
e silenziosa filtrando tra
le pietre
sull'arida pianura
si distende
e la feconda.
Altro amore
non cerco.
Appagato sono
del
Tuo,
che tutto m'invade
e sazia
e per segrete vie,
oltre me, s'espande,
ed altri raggiunge
e colma,
ed altri ancora,
ed altri,
un corpo solo formando.
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IL
DONO DELL'AMORE
Il
Signore ha bisbigliato
qualcosa all'orecchio della
rosa,
ed eccola aprirsi al sorriso.
Il
Signore
ha mormorato
qualcosa al sasso
ed eccolo gemma preziosa
scintillante nella miniera.
Il
Signore ha detto
qualcosa all'orecchio del sole,
ed ecco la guancia del sole
coprirsi di mille eclissi.
Ma quale cosa mai
avrà bisbigliato il Signore
all'orecchio dell'uomo,
perché egli solo
sia capace di amare e di amarlo?
Ha bisbigliato
amore!
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Diario di una giornata "sì"
Oggi tutto è stato meraviglioso.

Ho quasi dimenticato di avere la malattia di Parkinson da undici anni,
sono riuscito a fare tutto ciò che volevo.
Adesso avrei voglia di abbracciare il mondo.
Sono felice.
Stamattina ho preso il treno, mi sono accomodato nel vagone ristorante ed
ho ordinato la colazione.
Il treno correva silenzioso verso Como.
Sono andato a casa di cari amici, in una zona che conosco fin da quando
ero bambino e dove andavo durante le vacanze estive.
Oggi mi sentivo proprio bene.
Stamattina, alzandomi dal letto, non ho avvertito alcun dolore, i
movimenti mi riuscivano bene e quella sensazione di tensione alla spalla e
alla nuca era quasi sparita.
Sono arrivato a Como alle nove e mezza, poi con i miei amici,
passeggiando, siamo andati fino al lago che luccicava sotto i raggi del
sole mattutino.
Certo, non camminavo speditamente come una volta, però non ho avuto alcun
problema motorio.
Che gioia gustare, a pranzo, i piatti locali sulla terrazza soleggiata,
chiacchierando piacevolmente.
Più tardi, ho ripreso il treno verso casa.
Ed ecco di nuovo la rigidità alla nuca, la giornata mi aveva un po’
stancato.
Mi sono addormentato lungo il viaggio per una mezz’oretta, poi ho assunto
le mie compresse senza pensare “a cosa o contro cosa” dovevano servire.
All’ora di cena ero di nuovo seduto in cucina, a casa mia, stanco,
soddisfatto e felice. Un malato di Parkinson vive come tutti gli altri.
Ho imparato ad apprezzare ciò che ho ed a prendere la vita con più
filosofia.
Nelle giornate buone prendo per mano il “mio” Parkinson e gli dico:
“Vieni, facciamo una passeggiata.
Ti mostro qualcosa di bello”.
Ho smesso da tempo di lottare contro il Parkinson. Non lo considero un
amico, questo no, però ci convivo. Accetto le giornate nelle quali mi
vuole dimostrare chi comanda fra noi due. Però adesso so anche come
imbrogliarlo. Quando ci riesco, avverto una sensazione di compiacimento:
mi sento forte e padrone della mia vita invece che in balia della
malattia. Allora sento germogliare dentro di me la speranza che magari uno
di questi giorni forse la ricerca scientifica riuscirà ad individuare la
cura giusta per la malattia di Parkinson.
M.G.

VIVERE
CON GLI ALTRI
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IL FASCINO DEL SORRISO
Esiste un regalo che puoi fare a tutti, non importa
dove nè quando:
il tuo sorriso.
Incontrandoti con
persone sconosciute,
basta un sorriso
per renderti
amabile, perché
nasca immediatamente
la voglia
di volerti bene.
Se ti trovi in un gruppo nuovo,
durante una gita o una festa, presentati sorridendo.
Potrebbe essere proprio questo sorriso a far
nascere un’amicizia che dura tutta la vita.
Il sorriso... fa passare
la corrente.
Esso ha il potere di regalare felicità. |
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IL
DONO DI UN SORRISO
Donare un sorriso
rende felice
il cuore,
arricchisce
chi lo riceve
senza impoverire chi lo dona.
Nessuno è così ricco
da poterne
fare a meno
né così povero
da non poterlo
donare.
Il sorriso crea gioia in famiglia,
dà sostegno
nel lavoro
ed è segno
tangibile di amicizia.
Un sorriso dà sollievo
a chi è
stanco,
rinnova il
coraggio nelle prove
e nella
tristezza è medicina.
E se poi incontri chi non te lo offre, sii generoso e
porgigli il tuo: nessuno ha
tanto bisogno di un sorriso
come colui che
non sa darlo.
P. Faber

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INSIEME
Il mondo è così vuoto se si intravedono
soltanto montagne, fiumi e città.
Ma, talvolta, conoscendo qualcuno
con cui ci sentiamo in amicizia,
con il quale anche in silenzio attraversiamo la vita,
allora tutta la terra si trasforma per noi
in un popolato giardino.
Johann Wolfgang von Goethe

LA GIOIA DI CONDIVIDERE
Se uno salisse in cielo e lì potesse contemplare
l’ordinamento dell’universo
e la bellezza degli astri,
quel meraviglioso spettacolo
non gli darebbe alcuna gioia,
mentre gliene darebbe
una grandissima
se avesse anche una sola persona
con cui parlarne.
Cicerone

SCRIVIMI
Se mi ami, scrivimi, ti prego;
se sei imbronciato con me,
scrivimi lo stesso,
a dispetto del broncio.
Sarà per me una grande gioia
ricevere una lettera
da un amico
anche un po’ irritato.
Dunque, deciditi in fretta!
E non dire che non sai
cosa scrivere.
Se non hai nulla da scrivermi,
dimmi che non hai nulla
da scrivermi:
per me è già qualcosa
di importante e di bello.
San
Basilio
DIVERSAMENTE
La malattia porta con sé sentimenti e idee
che non abbiamo mai avuto da sani;
ci fa vedere meglio delle cose che la fretta
della vita o la foga di agire ci impedivano
di distinguere.
Jules Michelet


TESTIMONIANZA
La mia vita insieme a Bruno

Mio marito è affetto dal morbo di Parkinson da dodici anni.
All’inizio, quando si scoprì la malattia, è stato un bello shock per tutti
noi.
Lui, come reazione, si avvilì molto e cominciò a pensare che la sua vita
sarebbe degenerata velocemente: si vide immediatamente debilitato, molto
di più di quello che non fosse in realtà.
Fortunatamente in famiglia noi tutti siamo “positivi di natura” e non ci
lasciamo abbattere facilmente e come reazione siamo diventati combattivi,
spronandolo spesso.
A volte, quando si lamenta troppo del suo male, quasi lo sgridiamo e
cerchiamo di sdrammatizzare.
Prima della malattia è sempre stato un uomo molto attivo, amante dei
viaggi, sempre occupato in mille attività hobbistiche, disponibile con gli
amici e pieno di idee.
Ora non possiamo affermare che la sua vita sociale sia diminuita, anzi,
sempre di corsa per aiutare altri ammalati o per l’attività dell’Unione
Parkinsoniani.
Abbiamo cercato di spronarlo a continuare a viaggiare, anche se in maniera
differente rispetto a prima, ma sicuramente a non rinunciare.
Quando organizziamo una vacanza o un viaggio lui comincia a dire: “ma sto
male e se poi sto male?”…io rispondo: “va bene, ci penseremo al momento,
intanto andiamo”.
Mi sono convinta che devo sempre insistere molto per convincerlo ma, poi,
ci viene.
Una volta in vacanza si diverte e si rilassa, si dimentica quasi della
malattia.
Al rientro a casa è sempre positivo e pieno di energie.
Ciò che per noi è sicuramente diventato più difficile da seguire sono i
suoi ritmi molto frenetici e a volte ansiosi, se pensa di realizzare
qualche cosa, di qualunque tipo, deve immediatamente farla anche a costo
di rimetterci ulteriormente in salute.
Tende a crearsi situazioni particolarmente stressanti e di conseguenza
quando è a casa crolla fisicamente. Altro punto critico è la gestione dei
farmaci… come un bambino ogni giorno, ad ogni scadere di dose, se non gli
ricordiamo i farmaci se ne dimentica: ne abbiamo dappertutto anche in
macchina.
Gli abbiamo comprato dei dosatori giornalieri e delle piccole poschette
che dovrebbe avere sempre con sé ed invece si può stare sicuri che le
dimentica.
Abbiamo pensato anche ad un orologio con un timer che lo avvisi che è
l’ora della pillola ma anche questa soluzione sarebbe inutile perché, se è
fuori casa, spesso non ha i farmaci, quindi, armata di grande pazienza
continuerò a ricordarglielo.
In questi ultimi anni ho cercato di convincerlo ad andare in palestra per
fare un po’ di ginnastica, ma probabilmente per la paura del confronto con
gli altri, trovava sempre delle scuse per non andarci. Adesso che c’è il
corso di fisioterapia con il gruppo di malati organizzato dall’Unione
Parkinsoniani non solo ci va volentieri, ma si adopera affinché gli altri
partecipanti frequentino regolarmente.
Già dopo due cicli invernali i risultati sono visibili: è più elastico e
coordinato nei movimenti.
Il suo coinvolgimento attivo nell’Unione Parkinsoniani gli crea
sicuramente tensione e stress ma ho costatato giornalmente la
trasformazione positiva che ha creato in lui: ha riacquistato sicurezza in
sé, voglia di fare e le sue condizioni fisiche generali sono migliorate.
Mio marito fa in pratica le stesse cose che faceva prima della malattia,
ma con più titubanze ed incertezze: la paura di non poter gestire il suo
corpo è sempre presente nei suoi pensieri.
Ho imparato che, con lui, funziona spronarlo continuamente, lo aiuto
vivendo ogni giorno in modo positivo e propositivo senza pensare al
futuro, dandogli sicurezza in ciò che fa senza mai assecondarlo nelle sue
paure o abbatterci.
Anita Endrizzi Origano (Verona)

PREGHIERA
Signore, quando sono affamato
donami qualcuno che ha bisogno di cibo.
Quando ho sete,
mandami qualcuno
che ha bisogno d’acqua.
Quando ho freddo,
mandami qualcuno da riscaldare.
Quando sono ferito,
donami qualcuno da consolare.
Quando la mia croce diventa pesante,
donami la croce di un altro da condividere.
Quando sono povero,
conduci a me qualcuno che è nel bisogno.
Quando non ho tempo,
donami qualcuno che io possa aiutare
almeno un istante.
Quando sono umiliato,
donami qualcuno di cui possa tessere le lodi.
Quando sono scoraggiato,
mandami qualcuno da incoraggiare.
Quando ho bisogno
della comprensione degli altri,
donami qualcuno che ha bisogno della mia.
Quando ho bisogno
che ci si prenda cura di me,
mandami qualcuno
che abbia bisogno delle mie attenzioni.
E quando non penso che a me,
volgi i miei pensieri verso qualcuno.
Composta
da un gruppo di cooperatori giapponesi di Madre
Teresa di Calcutta

LA DIETA
Quale ruolo ha la dieta nel
trattamento della malattia di Parkinson?
Perché la levodopa sia efficace è necessario che il farmaco superi lo
stomaco. La levodopa non è assorbita a livello gastrico ma soltanto a
livello intestinale. Un rallentamento della motilità e dello svuotamento
gastrico possono essere causati dalla stessa malattia, dalla presenza di
cibo (soprattutto lipidi), dall’eccessiva acidità gastrica o
dall’assunzione concomitante di farmaci anticolinergici. Se la levodopa
rimane nello stomaco non è, quindi, efficace. Un ritardo nello svuotamento
gastrico può provocare, infatti, un prolungato “off” pomeridiano o anche
un completo fallimento della compressa di levodopa. E’ stato dimostrato
che la compressa può restare nello stomaco per diverse ore dopo
l’assunzione: in alcuni pazienti lo svuotamento gastrico può richiedere
addirittura 12 ore di tempo. L’uso di formulazioni liquide di levodopa ed
un regime dietetico appropriato possono migliorare o addirittura risolvere
il problema. È buona regola, ad esempio, preferire cibi facilmente
digeribili a basso contenuto di lipidi, in quantità ridotte, da consumarsi
con maggiore frequenza durante il giorno.
DR. FABRIZIO STOCCHI
Consulente scientifico IRCCS Neuromed, Pozzilli


PREGHIERA DEL MEDICO
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Signore
aiutami a ricordare
che il corpo umano
non è una macchina
da curare soltanto fisicamente
o da trattare
soltanto chimicamente:
perché ogni infermità è legata
a tutto il mistero dell’uomo
e il corpo appartiene
a una meravigliosa
e complessa realtà di persona
che pensa e che ama.
Io ogni giorno ho fra le mani
il capolavoro della creazione:
non farmi scordare che anche
il corpo dell’uomo e della donna
è stato creato “a tua immagine”.
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Signore, rendimi consapevole
del grande compito che mi affidi:
continuare a fare il miracolo
che mantiene in vita la vita.
Donami il coraggio e la gioia
di tentare tutto perché,
da quando hai vinto la morte stessa,
l’uomo ha il diritto di lottare
contro tutti i suoi limiti fisici.
Signore, che sempre di fronte
a qualsiasi infermo
io metta tutto l’impegno,
la delicatezza e la generosità
nel curarlo che vorrei avessero
con me, il giorno che mi trovassi
sul letto del dolore.
J. Arias
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CONSIGLI UTILI
Come
posso contrastare efficacemente i disturbi della malattia di Parkinson?
Con i farmaci oggi disponibili il malato affetto da malattia
di Parkinson è in grado di avere una buona qualità di vita.
Tuttavia, anche il trattamento riabilitativo costituisce parte integrante
della terapia antiparkinson.
Le condizioni psicofisiche dell’ammalato possono, infatti, sensibilmente
migliorare seguendo un programma di esercizi fisici, partecipando a gruppi
di supporto psicologico, adottando una dieta alimentare equilibrata ed
adeguata alle proprie esigenze.
Alcuni consigli pratici:
- l’attività fisica non deve essere praticata solamente
durante i cicli di riabilitazione motoria riconosciuti dal Servizio
Sanitario Nazionale che generalmente sono effettuati due volte l’anno:
nella vita di tutti i giorni deve sempre trovare spazio un po’ di
movimento (riabilitazione permanente).
La fisioterapia stimola la funzione respiratoria e quella cardiaca,
migliorandole, stimola il complesso muscolare, rafforzandolo, mobilizza le
articolazioni, rendendole più elastiche.
I pazienti che seguono un trattamento fisioterapico hanno maggiori
vantaggi sui sintomi della malattia;
- rispettare gli orari di somministrazione dei farmaci, in
particolare della levodopa, tenendo presente di: a) assumere la levodopa
prima dei pasti (circa mezz’ora prima);
b) i farmaci dopaminoagonisti vanno di regola assunti a stomaco pieno per
evitare possibili nausee.
Non sussistono interferenze dietetiche per l’assorbimento di questi
farmaci.
Lo schema terapeutico predisposto dal medico deve essere osservato
scrupolosamente.
Si raccomanda quindi di assumere la giusta dose di farmaco al momento
giusto.
Diversamente, il malato potrebbe incorrere nel rischio di non riuscire a
controllare adeguatamente la malattia.
Per una migliore impostazione della terapia farmacologica, è molto
importante determinare la durata d’efficacia di ogni singola dose di
farmaco assunta;
- un effetto indesiderato che segue l’assunzione di una dose
di farmaco deve essere subito segnalato al medico. E’ bene, infatti, che
lo specialista conosca esattamente il tipo di risposta del malato al
farmaco prescritto. Queste informazioni lo aiuteranno a consigliare al
meglio il malato e ad impostare una terapia antiparkinson personalizzata,
maggiormente corretta ed efficace;
- assumendo preparati di levodopa solubile, è bene versare nello
stesso bicchiere una seconda dose di acqua e berla: l’esperienza insegna
che, proprio perché solubili, tali preparati possono rimanere in parte
sulle pareti del bicchiere;
- l’alimentazione del malato parkinsoniano non differisce da
quella del soggetto normale e deve comprendere tutti gli alimenti
necessari: proteine, zuccheri, grassi, vitamine... Gli alimenti devono
essere variati e rispettare le quantità necessarie al singolo individuo.
Non bisogna porsi dei problemi soprattutto nella fase iniziale di
malattia.
Solamente in caso di fluttuazioni motorie, che consistono in variazioni
importanti dello stato di autonomia del paziente durante la giornata, può
essere indicata una dieta ipoproteica per migliorare l’assorbimento della
levodopa.
Le proteine contenute negli alimenti, in particolare gli aminoacidi che le
compongono, possono competere a livello dell’intestino tenue con la
levodopa, anch’essa aminoacido, riducendone l’assorbimento.
Risulta, allora, che una minore quantità di levodopa raggiunga il cervello
e l’effetto del farmaco è inferiore.
Attenzione però alle diete “fai da te” che possono causare carenze
alimentari.
È opportuno seguire i consigli di un dietologo;
- l’assorbimento intestinale della levodopa è influenzato anche
dalla motilità dell’intestino spesso pigro nel malato parkinsoniano. È
buona regola bere liquidi in abbondanza (circa un litro e mezzo d’acqua il
giorno);
- mantenere il peso corporeo controllato.
La malattia di Parkinson non ha bisogno di aumenti supplementari di peso
corporeo che provocano impaccio nei movimenti.
In caso, invece, di perdita di peso occorre valutarne le cause.
La riduzione dell’apporto alimentare può essere dovuta ad una depressione
del tono umorale. La depressione si caratterizza, infatti, con una perdita
dell’appetito.
In questo caso è chiaro che bisogna curare la depressione.
Altre volte, ancora, la riduzione dell’alimentazione è provocata dalla
difficoltà che la malattia determina nei processi di masticazione,
deglutizione e manipolazione dei cibi. In questa situazione è necessaria
un’accurata assistenza e ricorrere a sostanze altamente nutritive,
integratori proteici, supplementi di vitamine e di calcio.
Poiché è dimostrato che l’effetto dei farmaci antiparkinson migliora il
processo di masticazione e deglutizione, sarà opportuno rivalutare la
terapia con levodopa o con dopaminoagonisti e raccomandare di alimentarsi
solamente quando vi è evidente l’effetto terapeutico;
- controllare periodicamente la pressione arteriosa e potendolo
fare, verificarla da sdraiati e subito dopo in piedi;
- tra pazienti che inghiottono passivamente i farmaci e coloro che
invece affrontano attivamente la loro malattia c’è un abisso. Due vite
nemmeno paragonabili tra loro. Non affidarsi all’idea dell’attesa del
farmaco magico che risolverà tutti i problemi.
Da “About Parkinson’s Disease. N.Y.

LA LEVODOPA
Come è stata scoperta la levodopa?
La scoperta della levodopa è dovuta
alla fortunata coincidenza del lavoro svolto da due ricercatori che
operavano autonomamente ed indipendentemente l’uno dall’altro, il Dr.
Carlsson e il Dr. Hornykievicz. Il Dr. Carlsson, svedese, studiava nel suo
laboratorio di Goteborg l’effetto che provocava la reserpina nei topi da
esperimento. La reserpina è una sostanza ad azione antipertensiva, che è
stata utilizzata per molti anni per la cura dell’ipertensione arteriosa
nell’uomo.
Somministrando la reserpina ai suoi topolini Carlsson osservò che gli
animali diventavano acinetici, non si muovevano più, avevano il dorso
incurvato e presentavano dei tremori.
I topolini avevano un comportamento simile a quello del soggetto
parkinsoniano (siamo alla fine degli anni ’50).
Il ricercatore svedese osservò anche che la reserpina provocava una
deplezione di dopamina e di noradrenalina in una determinata struttura del
cervello, in particolare dello striato (lo striato contribuisce alla
elaborazione dei comandi necessari per l’attività motoria, sia volontaria,
sia automatica). Ebbe la fortunata idea di somministrare la levodopa ai
topolini che avevano assunto la reserpina ed osservò che i sintomi
parkinsoniani regredivano completamente, questo perché la levodopa veniva
trasformata in dopamina proprio nello striato e determinava il ritorno ad
una condizione di normalità.
In Austria a Vienna, Hornykievicz stava facendo ricerche sul cervello dei
soggetti parkinsoniani, e studiava in particolare il contenuto di alcune
sostanze biochimiche delle regioni cerebrali tipicamente colpite dalla
malattia.
Fu così che per primo individuò il principale e caratteristico difetto
biochimico della malattia: la notevole riduzione di dopamina a livello dello
striato.
Aveva dimostrato lo stesso difetto biochimico nella stessa regione
cerebrale, che era stato trovato da Carlsson nei topolini.
La possibilità di antagonizzare l’effetto della reserpina con la levodopa,
come dimostrato da Carlsson nell’animale da esperimento, ha suggerito ad
altri ricercatori l’idea di provare questa stessa sostanza, la levodopa,
anche nell’uomo colpito dalla malattia di Parkinson.
Fu così che negli anni ’60 furono compiute le prime sperimentazioni nei
soggetti parkinsoniani e si vide la grande efficacia della levodopa che in
pochi anni venne introdotta in tutti i paesi del mondo.
Questa fu una grande scoperta per tutti i malati parkinsoniani perché, dopo
l’introduzione della levodopa nella terapia della malattia di Parkinson, la
qualità di vita dei parkinsoniani migliorò consistentemente.
(www.limpe.it)

IL DIO DELLA MIA FEDE
Non credo nel Dio della pace bugiarda,
nel Dio dell’ingiustizia impopolare
o delle venerande tradizioni nazionali.
Non credo nel Dio costruito a immagine
e somiglianza dei potenti,
nel Dio inventato come sedativo
alla miseria ed ai dolori dei poveri.
Non credo nel Dio che dorme tra i muri
o si nasconde negli scrigni delle Chiese.
Non credo nel Dio delle
Feste Natalizie commerciali,
nel Dio delle pubblicità sgargianti.
Il Dio della mia fede
nacque in una grotta.
Era ebreo, fu perseguitato
da un re straniero
e camminò errante per la Palestina.
Il Dio della mia fede
poneva l’uomo al di sopra
della legge e l’amore al posto delle
vecchie tradizioni.
Non possedeva neppure
un sasso sul quale
appoggiare la testa e
si confondeva tra i poveri.
Il Dio della mia fede non è altri che
il Figlio di Maria, Gesù di Nazareth.
Tutti i giorni egli muore crocifisso
dal nostro egoismo.
Tutti i giorni egli risorge
con la forza del nostro amore.

LA MIA DUPLICE ESPERIENZA COME TERAPISTA DELLA RIABILITAZIONE E FIGLIA
DI UN MALATO DI PARKINSON
Sono figlia di un malato di
Parkinson e mi occupo da molti anni, come terapista della riabilitazione,
dei problemi della disabilità dell'adulto.
Ritengo, sia per esperienza personale, sia per la mia attività
lavorativa, che la famiglia rivesta un ruolo molto importante nella cura
del malato parkinsoniano.
Già al primo stadio della malattia, quando iniziano a manifestarsi i
sintomi tipici del Parkinson, la famiglia si trova ad affrontare numerosi
problemi fra i quali, a mio avviso il più importante, "aiutare il
proprio congiunto ad accettare la malattia".
La persona che ne viene colpita ha inizialmente un rifiuto di questa
malattia e, conseguentemente, rifiuta tutte quelle proposte
medico-riabilitative necessarie per migliorare e contrastare i propri
disturbi.
La famiglia è soggetta a cambiamenti improvvisi al suo interno. Deve
riorganizzarsi velocemente per far fronte alle emergenze e alle necessità
del proprio congiunto ammalato.
Questi cambiamenti possono causare delle crisi fra i suoi componenti,
impreparati a fronteggiare le diverse difficoltà che si presentano.
Vediamo, di conseguenza, accrescersi notevolmente l'impegno della famiglia
rivolto sia all'assistenza e al sostegno del malato, sia a ritrovare un
nuovo equilibrio dopo i mutamenti inevitabili a cui è andata incontro a
causa della malattia del proprio familiare.
Con il progredire della malattia, quando si accentuano di più i problemi
della deambulazione, del linguaggio e il malato manifesta delle difficoltà
a svolgere le normali attività della vita quotidiana (nell'igiene della
persona, nell'alimentazione, nello spostarsi, ad esempio, dalla camera da
letto al bagno), la famiglia viene a trovarsi, nuovamente, di fronte ad
altri e differenti disagi da fronteggiare. Un familiare ha la necessità di
essere sempre a disposizione. Non si può pensare di lasciare il malato da
solo. In un attimo può inciampare, cadere. E' indispensabile che ci
sia sempre qualcuno.
Direi che uno dei compiti più impegnativi della famiglia sia quello
di far mantenere al malato la propria personalità nonostante la
malattia.
Occorre, quindi, stimolarlo continuamente, anche dal punto di vista della
socializzazione.
Cercare di fargli mantenere gli interessi che aveva prima della malattia.
Motivarlo ad uscire di casa per andare, ad esempio, allo stadio a vedere
una bella partita di calcio, oppure al cinema dove proiettano un film
interessante o al bar per ritrovare i propri amici.
Deve rendersi conto che nonostante la malattia ha una sua personalità
e che deve continuare a vivere qualitativamente nel modo migliore.
Mi rendo, comunque, conto che è difficile trovare la giusta via: stimolare
il malato da un lato e, dall'altro, non eccedere nelle richieste.
Se chiediamo al malato delle cose impossibili peggioriamo la situazione
creandogli delle frustrazioni.
Il risultato è che, poi, dal punto di vista emozionale, può avere dei
problemi. Nello stesso tempo, anche l'aiutarlo troppo può compromettergli
quel poco di autonomia di cui dispone.
E' difficile, quindi, per i familiari essere sereni, pazienti, disponibili
nell'aiutare il malato.
Non si sa mai con esattezza fino a che punto si è utili.
Qual è, allora, il comportamento migliore da attuare
da parte della famiglia per garantire al malato una buona qualità di
vita?
Quando il problema si è verificato all'interno della mia famiglia, essendo
terapista della riabilitazione e conoscendo questa realtà, sono stata
sicuramente facilitata sia a gestire i conflitti e i disagi che
naturalmente nascevano fra i miei familiari sia ad aiutare mio padre, come
malato e come persona. Capisco, quindi, le sofferenze ed i bisogni
emergenti delle famiglie che normalmente non hanno alcuna conoscenza di
tipo medico-sociale nell'affrontare improvvisamente una malattia cronica
come il morbo di Parkinson, che non sanno a cosa vanno incontro e quali
necessità richieda l'assistenza di questo tipo di malato.
La famiglia ha l'assoluto bisogno di essere aiutata, anche con semplici
suggerimenti pratici.
Il malato di morbo di Parkinson da solo non riesce ad allacciarsi le
stringhe delle scarpe.
Può essere utile suggerire di sostituire le stringhe delle scarpe con del
velcro.
Per spostarsi più agevolmente in bagno può risultare vantaggioso
installare una maniglia vicino al water.
Consigli anche banali ma che sono utili per affrontare i problemi
quotidiani e che, se non risolti adeguatamente, possono creare ulteriori
difficoltà e tensioni.
Una migliore gestione del malato (anche sul piano pratico) contribuisce a
migliorare la vita del malato e della sua famiglia.
Un familiare

HO RESPONSABILIZZATO MIA MADRE
Mia madre da circa dieci anni è affetta dalla malattia di Parkinson.
Gestire razionalmente questa situazione non è stato e non è assolutamente
facile.
Teoricamente, l'assistenza di un buon neurologo, le terapie farmacologiche
e riabilitative prescritte dovrebbero essere non la panacea di tutti i
mali ma, comunque, dovrebbero sicuramente aiutare ad alleviare i sintomi
della malattia ed a migliorare la qualità di vita del malato.
Ma non è così semplice.
Durante il decorso della malattia ho constatato in
mia madre un atteggiamento sempre più accentuato di autovittimismo
che, a mio avviso, rende nebulosi i confini fra i veri disagi derivanti
dalla malattia e quello che è un lasciarsi andare di fronte a queste
difficoltà.
Disagi e difficoltà che, forse, potrebbero essere meglio affrontati ed
alleviati se il malato avesse una maggiore volontà di reagire.
Purtroppo, anche l'avanzare dell'età contribuisce già di per sé ad
attenuare questa volontà.
Il rapporto con mia madre l'ho impostato facendomi guidare da una visione
realistica dei suoi bisogni, sdrammatizzando situazioni di vittimismo e,
nello stesso tempo, cercando di motivarla e di incoraggiarla
"in ciò che
deve fare".
Prima di tutto, abbiamo voluto responsabilizzarla il più possibile.
Si è provveduto a crearle condizioni abitative funzionali, adatte alle sue
difficoltà, affinché‚ potesse autogestirsi agevolmente.
Tutti noi, in famiglia, siamo sempre disponibili ad aiutarla però, in
questo aiuto, stiamo attenti (dove possibile) a rimanere sempre entro
certi limiti.
Vogliamo stimolarla nella sua indipendenza.
Mia madre, ad esempio, assume le pillole autonomamente rispettando gli
orari prescritti dallo specialista.
Non occorre l'intervento di qualche familiare per ricordarglielo ogni
volta.
Insisto continuamente con lei sulla necessità che reagisca ai disagi della
malattia, che non si lascia andare, che si rammenti di dedicare un po' di
tempo della sua giornata agli esercizi fisioterapici (da effettuare non da
sola, ma con qualcuno di noi familiari sempre lì vicino).
La sprono costantemente a fare del movimento.
Alcune volte noto la differenza di comportamento di mia madre quando sono
presente io rispetto a quando c'è qualcun'altro.
Se ci sono io e le dico: "mamma,
per favore, perché‚ non fai questa cosa?",
la fa senza nessun problema. Se c'è un'altra persona che invece si
sostituisce a lei in qualche lavoro domestico, tende a lasciarselo fare,
con tutta tranquillità.
A mio parere, se si aiuta il malato anche in quello a cui può provvedere
da solo non si fa, aiutandolo, il bene del malato.
Il malato deve sentirsi (per quanto possibile) autosufficiente.
I risultati di questi sforzi sono confortanti e li constato concretamente.
Dopo dieci anni di malattia mia madre, pur assistita, ha una buona
capacità di autogestione rapportata alla gravità della malattia ed alla
sua evoluzione.
Testimonianza di un familiare

PARKINSON SCOMPENSATO
Un mio caro parente è affetto dalla malattia di Parkinson da circa dieci
anni.
Ho vissuto, fin dall'inizio, insieme a lui, tutti i disagi causati dalla
malattia.
Inizialmente era solo preoccupato di questo nuovo stato ora, che sono
passati quasi dieci anni e che le discinesie (movimenti involontari) e i
dolori muscolari lo tormentano, è molto spaventato.
Durante il decorso della malattia ha sempre seguito diligentemente tutte
le istruzioni degli specialisti sia per quanto riguarda la terapia
farmacologica, sia per quanto riguarda le terapie riabilitative.
Ha effettuato con costanza gli esercizi di fisioterapia e quelli per la
rieducazione del linguaggio.
Le sue condizioni di salute, in tutti questi anni, sono state discrete ed
ha anche beneficiato di una buona autonomia.
Questi ultimi mesi, però, sono i peggiori che ha vissuto fino ad ora a
causa dei disturbi che lo affliggono dovuti a forti discinesie, a dolori
muscolari, a crampi agli arti ed a un notevole deperimento fisico.
L'ultimo ricovero ospedaliero è avvenuto qualche mese fa.
Lo scopo era quello di migliorare la terapia farmacologica però,
nonostante le modifiche effettuate dallo specialista, non è stato
riscontrato alcun miglioramento.
La domanda che si pone è questa:
"cosa dobbiamo fare?".
Un familiare
RISPOSTA
Se dalla terapia farmacologica non è possibile ottenere alcun
risultato positivo, se i blocchi motori (fenomeno "on-off") sono molto
frequenti, se i movimenti involontari (discinesie) sono così violenti da
non permettere al malato di camminare oppure se i dolori muscolari sono
così intensi da non farlo neppure dormire durante la notte allora, per
queste situazioni così estreme, potrebbe essere opportuno ricorrere alla
pallidotomia (un intervento chirurgico lesivo di una area cerebrale del
Globus Pallidus) oppure all'impianto di un neurostimolatore a livello di
alcune strutture profonde del cervello (nuclei della base) dove hanno
origine i disturbi del morbo di Parkinson.
Risposta a cura del Dr. Augusto Scaglioni- Neurologo- Azienda
USL di Parma

RISPETTARE SEMPRE LA TERAPIA
Sono una ammalata
di Parkinson e alcune volte, quando avverto il sopraggiungere dei sintomi
della malattia, anticipo l'orario di assunzione del farmaco oppure ne
assumo un dosaggio maggiore.
Il mio è un comportamento corretto? E', invece, più opportuno
rispettare scrupolosamente la terapia prescritta sia nel dosaggio che
negli orari, pur stando male?
RISPOSTA
Secondo la mia esperienza di
neurologo un comportamento che il malato non deve mai adottare è di
assumere il "pezzettino" di compressa in più oppure di spostare l'orario
di assunzione della terapia, senza prima avere consultato il medico.
Se questo accade, lo specialista che cura il malato non potrà mai avere
dei punti di riferimento certi per migliorare la terapia ed adattarla alle
condizioni soggettive del paziente, ove se ne presenti la necessità.
Se il malato dice: "sono bloccato dalle ore 10 alle ore 11", lo
specialista, valutando il tipo di terapia, è in grado di apportarvi le
giuste correzioni: aggiungere, ad esempio, una dose maggiore di levodopa,
prescrivere un farmaco dopaminoagonista o, comunque, mettere in atto
qualsiasi altra strategia terapeutica avente l'obiettivo di eliminare (o,
quanto meno, di alleviare) i problemi ed i disagi del paziente.
Il mancato rispetto da parte del malato sia dei tempi di assunzione del
farmaco, sia del dosaggio farmacologico crea notevoli difficoltà al
controllo effettivo della malattia.
E' importante, quindi, che il paziente rispetti il dosaggio e gli orari
stabiliti nella somministrazione dei farmaci. Anche se ciò potrà
significare avere delle discinesie, dei blocchi motori improvvisi, delle
allucinazioni...insomma "succeda quel che succeda".
Dr. Augusto Scaglioni- Neurologo-
Azienda USL di Parma

LA
MIA ESPERIENZA DI OPERATORE IN UN CENTRO DIURNO
Molte volte anche
lo stesso operatore che si occupa dell'anziano malato di Parkinson viene a
trovarsi in uno stato di agitazione quando si rende conto che il malato
inizia a manifestare degli effetti collaterali (un maggiore tremolio,
blocco motorio) in orari della giornata "non sospetti", essendo (almeno
sulla carta) coperti dalla terapia farmacologica.
Mi sono resa conto in tanti anni di lavoro in un centro diurno per
l'assistenza agli anziani che occorre "tempo" per trattare adeguatamente
questo tipo di malato.
Molte volte il maggior tremore può scaturire dall'emotività, da
qualcosa che ha turbato improvvisamente il malato, che lo ha colpito nel
sentimento.
Per far superare questi momenti di maggiore sconforto, una
buona conoscenza del malato può aiutare l'operatore ad adottare la giusta
strategia. Ad esempio, farlo passeggiare, farlo parlare.
Attraverso la messa in atto di opportuni comportamenti si arriva a calmare
anche il tremore, indipendentemente dal farmaco.
Questo richiede tempo. Ci vuole tempo a gestire in modo adeguato questi
malati.
Un operatore di un Centro Diurno di Parma


INTERVISTA A MARIELLA
Alcuni malati hanno una comprensibile reticenza
ad entrare in associazioni di volontariato perché la malattia non causa
loro alcun problema e temono di inquietarsi e di soffrire moralmente
nell’incontrare malati in condizioni più gravi. Altri, invece,
percepiscono difficoltà e disagio nel rendere pubblica la loro condizione
e nell’esporre i loro famigliari al confronto pubblico.
Perché Lei ha scelto di entrare nell’Unione Parkinsoniani e qual è stata
la sua esperienza e quella che ha fatto fare alla sua famiglia? Come ha
fatto Lei e come fanno i soci dell’associazione a scoprire e assumere un
proprio ruolo entro l’associazione? Ci vuole raccontare la sua storia?
Essendo una
famiglia molto unita, mi è sembrata la cosa più logica e normale aiutare
Bruno quando è stato colpito dalla malattia.
Conoscendo e condividendone le problematiche ho esteso la mia dedizione
anche agli altri malati.
E’ stato invece più difficile accettare la sua patologia e vincere il
naturale rispetto umano nel rivelarlo alla cerchia della parentela, degli
amici e conoscenti che non sempre hanno la sensibilità e il rispetto nei
confronti di un malato.
Poiché ero in pensione da un paio di anni, l’Associazione mi ha, da
subito, offerto la possibilità di esprimere alcune potenzialità che sento
di avere sfruttandole per aiutare che è meno fortunato: questo mi
gratifica e mi da sempre nuova energia per proseguire nell’impegno che ho
assunto.
Quando sono entrata nell’associazione era soprattutto Bruno che si
occupava delle relazioni con le strutture pubbliche e sanitarie così ho
cominciato a collaborare in modo sempre più intenso diventando il suo
braccio destro.
Spesso ci spartiamo i compiti, sempre in pieno accordo, per conseguire gli
obiettivi in modo rapido e nella forma migliore.
Sono i pazienti stessi che spesso manifestano i loro problemi quotidiani e
ci chiedono di aiutarli a trovare un possibile rimedio: ciò costituisce il
motore che stimola e dirige i nostri sforzi.
La mia speranza è che l’Unione Parkinsoniani si estenda su tutta la
Provincia di Verona sensibilizzando altre persone a collaborare
attivamente per il bene dei malati e delle loro famiglie.
Prof. Mariella Origano ,
Unione Parkinsoniani di Verona


CUSTODITE I FARMACI
Abito insieme a
mia figlia ed alla sua famiglia. Mi chiedo cosa possa accadere e, in tal
caso, come dobbiamo comportarci se uno dei miei nipotini ingerisse
casualmente qualcuna delle compresse antiparkinson che uso giornalmente (Sinemet,
Parlodel, Jumex).
I farmaci
antiparkinson possono provocare nella maggior parte delle persone vomito,
variazioni della pressione sanguigna, abnormi movimenti involontari e
cambiamenti della personalità (stato di eccitazione, paranoie, ...).
Si raccomanda, pertanto, di tenere questi farmaci lontano dalla portata
dei bambini e degli animali domestici. In caso di ingestione accidentale,
rivolgersi subito al Pronto Soccorso.


E'
PARKINSON?
Il tremolio della mano destra, imbarazzante e complessante in
presenza di terze persone, anche degli stessi parenti, una camminata
incerta ed insicura, infine, il braccio destro con una articolazione
particolare "a ruota dentata" che si muove a scatti, come appunto accade
ad una ruota dentata.
Tutti questi strani comportamenti mi hanno suggerito di consultare un
neurologo.
Paradossalmente, un oculista è stato il primo medico a ritenere che le mie
difficoltà potessero essere causate dalla malattia di Parkinson.
Il medico di famiglia, però, era di diverso parere e mi ha consigliato una
visita neurologica.
In un primo tempo anche il neurologo ha escluso questa patologia
successivamente ha rivisto la sua diagnosi prescrivendomi alcuni calmanti.
Il sintomo del tremore però è migliorato temporaneamente, poi è
ricomparso.
Un altro neurologo, dopo una certa esitazione, mi ha invece prescritto la
terapia antiparkinson ed il miglioramento è stato subito palese e
duraturo.
Con i benefici di questo trattamento farmacologico ho ritrovato un po' più
di coraggio.
Il mio piede inciampa meno spesso e urta i gradini con minore frequenza
quando salgo le scale.
Diverse "astuzie" gestuali mi aiutano a minimizzare i miei disturbi.
Mi accade di pensare che lo stato dell'umore gioca un ruolo non
trascurabile nella mia situazione.
Il timore di tremare in pubblico è
molto forte.
Questo timore si trasforma a volte in una vera e propria fobia mettendo a
dura prova la mia stessa volontà. Anche lo scrivere è divenuto per me
fonte di ansia.
Provo sentimenti di impazienza, di insofferenza di fronte alla lentezza
della mia mano destra incapace di scrivere con una calligrafia leggibile e
regolare.
Il pensiero di ciò che devo scrivere è più veloce della mia mano.
Vorrei scrivere veloce e bene invece mi rendo conto di tracciare solamente
degli scarabocchi sul foglio di carta e ciò mi irrita, mi angustia
notevolmente.
Ho deciso, inoltre, di passare il mio tempo libero leggendo dei libri ma
mi accorgo che ho una certa difficoltà di concentrazione e una facile
stancabilità.
Questa agitazione, questi momenti di difficoltà motoria, di ansia, di
maggiore faticabilità sono proprio sintomi del morbo di Parkinson?
Gli specialisti che ho contattato hanno mostrato, inizialmente, difficoltà
ed incertezza ad esprimere una precisa diagnosi, i loro pareri sono stati
discordanti, rendendo particolarmente complicata (e ritardando) una
valutazione obiettiva e corretta del mio caso.
Riflettendo, capisco che, in fin dei conti, questi sintomi possono
essere simili a tanti altri disturbi neurologici e che sono comprensibili
(a volte) l'esitazione e i dubbi dello specialista a diagnosticare la
malattia di Parkinson partendo da un tremore o da qualche altra difficoltà
fisica, come l'inciampare camminando.
Lettera Firmata


FOCALIZZANDO L'ATTENZIONE
Ho insegnato per oltre venti anni in una scuola media Matematica e
Scienze Naturali.
Quest'anno è arrivato per me il momento della pensione e finalmente posso
dedicare il tempo libero che ho a disposizione ai miei hobby preferiti.
Da circa sette anni sono, purtroppo, affetto dalla malattia di Parkinson e
presento un forte tremore alla mano ed alla gamba destra che si accentua
quando sono particolarmente nervoso ed agitato.
Seguo scrupolosamente il trattamento farmacologico prescrittomi dal
neurologo con buoni risultati ma, recentemente, ho notato un sensibile
miglioramento delle mie condizioni fisiche che mi è stato anche confermato
dallo stesso specialista (che fra l'altro si è anche stupito poiché sembra
che i miglioramenti nella malattia di Parkinson non siano frequenti).
Da alcuni mesi partecipo, come cantore, all'attività di un piccolo coro
della mia città.
Durante un concerto, mentre la mia attenzione era rivolta al testo della
musica, all'ascolto delle note ma, soprattutto, al maestro del coro
(dovendo seguire con scrupolo ed esattezza le sue direttive), la mia mano
ha cessato improvvisamente di tremare.
Allora, meravigliato, mi sono concentrato sulle parole del brano che
stavamo cantando e dopo poco tempo era scomparso ogni tremore.
Dopo questa meravigliosa esperienza, ho riflettuto attentamente e sono
arrivato a questa conclusione.
Ciò che mi è accaduto è il risultato di un insieme concomitante di
fattori: l'ambiente piacevole che mi circondava, essere impegnato in una
attività gratificante ma soprattutto avere "focalizzato" molto
intensamente la mia attenzione verso una ben precisa direzione.
Ritengo che ciò che mi è successo possa trovare sicuramente riscontro
anche in altre situazioni.
Sarei, pertanto, lieto di conoscere, attraverso l'Associazione, se questa
mia esperienza sia stata già vissuta anche da altri malati.
Tanti cari saluti a voi tutti.
Giovanni- Brescia


IL CARATTERE AIUTA
Mio padre è affetto dalla malattia di Parkinson da 25 anni. Si è
ammalato a 45 anni e, purtroppo, ha perso mia madre 15 anni fa.
E' una persona che rimane tuttora autonoma.
Anche se vive insieme a noi, si occupa personalmente di tutte le sue
necessità: si rifà il letto da solo, si cucina il pranzo, mangia da solo.
In famiglia lo lasciamo molto libero.
E' così autonomo forse perché ha una forma non grave di tremore ma è così
anche per il suo carattere.
Non si è mai lamentato.
Dal momento in cui si è ammalato, fino a quando è andato in pensione, a 55
anni, ha continuato a lavorare anche se ha dovuto affrontare molte
difficoltà. Difficoltà che non ha mai fatto pesare in famiglia.
In tutti questi anni si è gestito da solo ed ha accettato la sua malattia.
"Andare nel bosco per funghi" è una delle sue passioni.
Quando decide di andare a cercare i funghi, uno di noi familiari lo
accompagna in una determinata zona della montagna parmense (che conosce,
ormai, molto bene) e, poi, ad un orario prestabilito, lo va a riprendere.
Cammina da solo, per ore, nel bosco. Ha, comunque, sempre con sé il
telefonino attraverso il quale rimaniamo in costante contatto.
Ho parlato di mio padre per dare concrete speranze a tanti malati: la
malattia consente nonostante tutto di avere una vita normale.
Domenico- Parma

LETTERA
AD UNA MOGLIE
Mia
cara,
sono
passati circa quarant'anni dall'ultima volta che ti scrissi: avevi allora
le trecce bionde che io insolentemente tiravo per trasmettere un insolito
messaggio, di amore.
"Tempus
fugit" e con il passare degli anni la soglia del livello emozionale
si abbassa: meglio quindi scrivere così i turbamenti si nascondono
meglio.
Scrivo
per esprimerti la mia gratitudine perché vivi con me la mia malattia
facendo rinunce, manifestandomi una dedizione assoluta.
E'
molto importante trasmettere, come fai tu, sicurezza in un soggetto che a
volte è smarrito ed incerto, cercando di minimizzare le patologie e,
novello Cerbero, controllando la corretta assunzione dei farmaci, elemento
indispensabile per una accettabile condizione di vita.
Poi gli interventi
su tutte le azioni che costellano il quotidiano e per le quali, nonostante
la mia buona volontà, non riesco a superare le difficoltà oggettive.
Per
questo il tuo aiuto mi è prezioso ed indispensabile anche quando, per
celia, mi chiami Mennea!
Così quando riposi, o fai finta di riposare, ripetendo il messaggio di
allora, ti accarezzo i capelli, ora non più biondi, piano piano per non
farti male.
A.


IN
VACANZA
CON IL VIDEO
Carissimi,
meritate
una lode tutti per la realizzazione della videocassetta "Esercizi
motori nel morbo di Parkinson". E' utile, spinge ad imitare quando
"non ce la facciamo", è divertente per chi ci aiuta, fa fare
ginnastica anche ai familiari.
Può
lasciare la voglia di andare "in giro", anche in vacanza, con il
proprio video.
Posso
fare delle richieste?
Nello
spazio "nero" tra un esercizio e l'altro, non si può registrare
un numero progressivo? Allora gli esercizi numerati si possono trovare più
facilmente; possono essere usati in diverse serie, per specifici motivi...
Guardando
il video e sulla cassetta non ho visto il marchio registrato del prodotto:
è conveniente? E l'indirizzo dell'UP?
Un
altro desiderio, magari già esaudito.
Quest'anno di tempo perturbato, dal
punto di vista meteorologico, ne abbiamo avuto dopo Pasqua. Domando: è
possibile sapere cosa succede alle amiche e amici quando c'è tempo
brutto? Ho l'impressione che il saperlo, in quei momenti, mi possa
facilitare la convivenza con "l'off" e mi possa aumentare
l'umorismo, il sorriso e l'amicizia.
Ultima,
mi è stato detto: "Vuoi fare una cosa utilissima per vincere la
malattia di Parkinson? Dona il tuo cervello a chi lo potrà
studiare". Si può sapere qualcosa?
Finisco
con un grazie a tutti, perché io sono contento di essere in mezzo a voi.
G.L. Parma
Grazie
amico della lettera e delle lodi. Ti rispondo subito: mi fa molto piacere
che sia utile la nostra videocassetta per gli esercizi motori oltre che a
te anche alla tua famiglia e spero che te la porterai in vacanza.
Per
le tue richieste mi auguro che gli altri amici vorranno risponderti di
come si sentono quando c'è tempo "brutto" e, poi, per una
domanda così difficile, riguardante l'aiuto che si può dare alla scienza
con il dono del proprio cervello, so che a Londra esiste la Banca del
Cervello. In Italia, non risulta che ci sia attualmente una tale
istituzione.
Il
quanto alla videocassetta è stata inoltrata regolare domanda alla Camera
di Commercio ed Artigianato di Parma per ottenere la registrazione del
marchio del prodotto.
Per le altre osservazioni, ne terremo conto per la
prossima serie di videocassette che produrremo.
Grazie
ancora e forza, sii sempre così.
Il Redattore


LA
MIA ADESIONE ALL'UP
Carissimi
amici,
Quando
nell'autunno 1992 fui interpellata dal Prof. Calzetti, il neurologo che
cura mio padre da anni, per iniziare una collaborazione con quella che poi
è diventata l'Unione Parkinsoniani, non vi nascondo che il mio
coinvolgimento e la mia adesione nascondevano soprattutto aspettative di
miglioramento per la persona della mia famiglia alla quale voglio tanto
bene. Ero sensibile al problema perché, vivendolo quotidianamente,
conoscevo le necessità del malato parkinsoniano che va tanto aiutato e
spronato. Col passare del tempo, tuttavia, mi sono accorta che, per motivi
di salute anche legati ad altre patologie, il mio familiare non poteva
trarre particolare giovamento dalla vita dell'Unione, ma le iniziative
che, mano a mano, in questi due anni di attività sono state attuate,
tutte finalizzate a migliorare le condizioni di vita dei malati, mi hanno
spronato a dare un poco del tempo che mi rimaneva per la vita
dell'associazione. Le ambizioni ed i programmi sono tanti e il desiderio
di aiutare chi vive questa malattia è grande ed aumenta più ci si
addentra nel problema. Vi prego di credermi quando vi dico la gioia che
provo nel vedere ammalati, che non uscivano da casa da anni, raggiungere
la sede per le riunioni mensili oppure aderire all'attività di
riabilitazione motoria svolta a piccoli gruppi. Questo mi sprona a
continuare, nonostante le infinite difficoltà di ordine pratico ed
organizzativo che si devono affrontare nella vita dell'associazione,
difficoltà legate anche alla necessità di fornire aiuti economici alla
ricerca scientifica.
Il
lavoro continua col desiderio di programmare incontri personali con i
malati ed i familiari in modo da superare lo stato di isolamento in cui,
spesso, il parkinsoniano si rifugia.
Raccomando
vivamente di partecipare alla vita dell'associazione con proposte ed
interventi volti ad aiutare anche chi non può uscire di casa, ma avrà
sempre nel nostro centro un punto di riferimento. E' isolandosi che non si
migliora e ci si chiude sempre più, è, invece, uscendo e confrontandosi
che si vive in maniera più serena la malattia. Un saluto cordiale ed
auguri a tutti.
Giuliana Masini


IL
NOSTRO IMPEGNO ASSOCIATIVO
Quando,
circa due anni fa, progettammo e poi realizzammo la nascita dell'Unione
Parkinsoniani, non pensavamo che questa associazione di volontariato
fosse, sia pure con tutto il nostro entusiasmo, tanto impegnativa.
Lungo
la strada si costruiscono il lavoro e le idee, e il lavoro ne abbiamo
fatto tanto con gioia, con dolore e con amore.
In
Parma, infatti, non vi era nessuno che si prendesse cura dei malati di
Parkinson, ed ora non pensiamo solo ai Parkinsoniani di Parma e provincia
ma anche ad alcuni di Reggio Emilia e Bologna.
Abbiamo
stabilito inoltre ottimi rapporti con l'associazione di Roma.
Ma
torniamo al nostro territorio.
Vi
sono malati impossibilitati, a causa della loro malattia o a causa della
loro lontana ubicazione, a frequentare la sede, ed allora perché non
visitarli noi?
In
coppia o da soli abbiamo finora raggiunto al loro domicilio oltre una
quindicina di malati, anche residenti fuori città, e sono stati positivi,
per noi e per loro, il contatto umano e l'amicizia nata spontanea
dall'incontro.
Per ora siamo ancora poco numerosi per sviluppare, quanto vorremmo, questo
servizio (che fra l'altro rientra tra le finalità specifiche
dell'associazione), sentiamo perciò il desiderio di potenziarlo anche con
la collaborazione di altri che speriamo vorranno aiutarci numerosi in
questa
attività.
T.F.

UNA
INTENSA
ATTIVITA' ASSOCIATIVA
Cari
amici,
mi
sono iscritto all'associazione dopo che un vostro socio me ne ha parlato e
contagiato dal suo entusiasmo ho aderito molto volentieri. Conoscevo la
malattia soltanto di nome e non sapevo delle difficoltà che i malati
parkinsoniani devono vivere ogni giorno.
Sono
venuto qualche volta nella vostra sede e ho visto tutti i volontari
impegnati a discutere sui programmi da realizzare, a rispondere alle
telefonate, ad imbustare le lettere da inviare ai malati per informarli
degli incontri mensili con gli specialisti, a preparare il notiziario
preoccupandosi del contenuto degli articoli e delle notizie utili da dare.
Ho
sentito parlare di programmi di sviluppo insieme con altre associazioni
del territorio.
Tutto
questo mi ha fatto enormemente piacere poiché nasce spontaneamente, senza
alcun interesse ma solamente per spirito di servizio.
Per quello che posso
rendermi utile, sono a vostra
disposizione. Cino - Parma


CON
IL CATTIVO TEMPO
Scrivo
per dare una risposta alla lettera pubblicata lo scorso anno nel numero 2 del
notiziario dell'associazione, nella quale un socio chiedeva come ci si
sente quando c'è cattivo tempo.
Con
la brutta stagione il mio umore peggiora sempre ed in genere mi sento giù
di tono.
Il
mio neurologo mi ha confortata dandomi delle spiegazioni scientifiche.
Questo mi aiuta molto perché riesco a capire i motivi di una certa
svogliatezza che mi crea tanto disagio.
Tutto
ciò dipenderebbe dall'ipofisi, una piccola ghiandola situata alla base
del cervello, che produce melatonina, un ormone che si forma durante la
notte per diminuire di giorno.
Un
suo eccesso causerebbe questi disturbi dell'umore ma con l'esposizione
alla luce e quindi con il bel tempo verrebbe riequilibrata la sua quantità.
Trovata
la risposta logica, quando avverto questo malessere guardo un bel film
oppure leggo o vedo un programma televisivo divertente per riuscire a
superare questa melanconia e mi sento meglio.
Con affetto.
Franca
-
Parma

LETTERA
A MIO NONNO
Provate
a chiudere gli occhi per un attimo e ad associare un'immagine alla parola
"nonno". Vedrete un anziano signore che gioca in un parco con i
suoi nipotini, che si dedica al giardinaggio, che va a fare la spesa al
negozio del quartiere.
Mio
nonno non è nulla di tutto ciò perché è affetto dal morbo di Parkinson
da più di quindici anni. Tuttavia mi sento in una condizione di
inferiorità solo apparente: se, da un lato, avverto che mio nonno ha
bisogno di tutti noi, dall'altro ho ormai imparato che lui può darmi
molto, sul piano umano e morale. Quando lo guardo capisco che il suo modo
di affrontare la sofferenza, con un atteggiamento cosciente ma non per
questo rassegnato è un modo di affrontare le prove che la vita ti
propone, senza false illusioni o facili disperazioni. Io non ho mai visto
mio nonno prima della malattia e quindi non posso dire con precisione come
essa abbia influito sul suo carattere, sono certa però del fatto che
questa ha messo in discussione le sue scelte, i suoi programmi, o suoi
sogni.
A
volte mi chiedo cosa voglia dire non essere autosufficienti e dover sempre
ricorrere all'aiuto di altri anche per i bisogni più elementari. Quando
rifletto su questo problema capisco quanto mio nonno abbia bisogno di me,
non per una assistenza pratica, infermieristica che probabilmente non
saprei dargli, ma per dimostrargli che lui, con la sua malattia, con la
sua necessità di aiuto è stato importantissimo. Al di là delle
medicine, delle cure, della terapia sento che lui ha bisogno di qualcuno
che gli dimostri come la malattia non gli abbia impedito di essere un
nonno perfetto.
Credo
che un malato, così dipendente da chi lo circonda, abbia bisogno di
sentire per una volta che anche noi abbiamo bisogno di lui.
E'
questo che volevo comunicargli con questa mia lettera, in cui ho scritto
parole che forse non avrei mai avuto il coraggio di dirgli.
Un
"grazie" e un "ti voglio bene" ad una delle persone più importanti della
mia
vita.
Laura
- Parma


UNA
PREZIOSA INFORMAZIONE
Per
le circostanze della vita, mi trovo a vivere da solo e da solo affronto i
tanti disagi che la malattia di Parkinson mi provoca.
Non sempre riesco a
gestire facilmente le mie giornate e spesso mi sono trovato nella necessità
di chiedere l'aiuto necessario ad altri.
Ho scoperto, allora, nell'ambito
della mia città, servizi utili di natura sia pubblica, sia privata di cui
non immaginavo neppure l'esistenza.
Il trasporto, ad esempio, è un
bisogno ricorrente che ho risolto rivolgendomi al servizio "Minibus a
chiamata", organizzato dal Comune per chi, come me, ha una ridotta
capacità motoria.
Raccomando a tutti di informarsi presso il proprio
Comune, l'Azienda USL, la Regione, le Associazioni di volontariato, le
Parrocchie ecc. dei servizi disponibili che tante volte non vengono ben
utilizzati a causa della mancanza di una adeguata informazione.
Non
perdiamoci d'animo, ci sono tante persone che ci possono aiutare.
Mauro
- Parma


PENSARE
IN POSITIVO
Ricevo
regolarmente il notiziario dell'Associazione. Ho pensato, quindi, di
scrivervi per far conoscere la mia esperienza di quasi dieci anni di
convivenza con la malattia di Parkinson.
E' stato ed è un cammino
faticoso, regolato costantemente dalla terapia farmacologica.
Per riuscire
a vivere nel modo qualitativamente migliore cerco di seguire il consiglio
di mia figlia che mi sprona a pensare "in positivo".
La teoria
è piuttosto semplice. Ciascuno di noi, infatti, ha un costante dialogo
interiore con la propria mente che amo definire, scherzosamente, la mia
instancabile "Radio Mentale privata".
Se cancelliamo da questa
preziosa radio, costantemente attiva, i vecchi e sterili programmi dai
titoli "Non ce la faccio", "Non posso", "Non ho
le capacità", "Non so", "Sono veramente
scoraggiato" e li sostituiamo con nuovi pensieri positivi come
"Bravo, hai fatto del tuo meglio", "Non ti scoraggiare, vai
avanti", "Se ti applichi puoi farcela", "Non
spaventarti, il momento di blocco motorio passerà", "Per
sopportare tutte queste difficoltà sei veramente una persona
speciale", diamo spazio alla voce più saggia che è dentro di noi la
quale ci ricorda che abbiamo straordinarie risorse personali a cui
possiamo ricorrere per superare le nostre difficoltà e per riuscire a
vivere serenamente.
Potrà
sembrare semplicistico e banale, ma vi assicuro che questa continua lotta
che intraprendo giornalmente per cercare di eliminare i pensieri
"neri" e sintonizzarmi con i programmi positivi e costruttivi
della mia "Radio Mentale privata", mi aiuta notevolmente a non
sentirmi depresso e ad andare avanti con maggiore tranquillità.
Un
saluto affettuoso e tanti cari auguri a tutti.
Riccardo
- Firenze


IL
MEDICO RISPONDE: DISTURBI PSICOTICI
Cari
amici,
da
qualche tempo mi capita di "vedere", specie di notte, nel
dormiveglia, ombre o presenze indistinte accanto a me e, d'improvviso, la
mia stanza si anima.
La
cosa non mi spaventa certo, ma quell'intrusione nella mia privacy, vi
assicuro che non mi piace più di tanto, soprattutto se succede anche
durante il giorno! Scherzi a parte, vi sarei grato se poteste aiutarmi a
conoscere un po' meglio le cause di quanto mi accade, trovando così
risposta ad una serie di domande che mi frullano per la mente.
E'
la malattia di Parkinson la prima responsabile di quanto mi capita? Sono i
farmaci specifici - levodopa, in primis - od altri di supporto? Oppure vi
sono altri motivi?
Riflettendo
sulla mia situazione, si è radicata in me la convinzione che la via più
sicura per convivere con il Parkinson sia il conoscerne sempre meglio
manifestazioni od aspetti, anche attraverso lo scambio di esperienze con
altri che sono nella stessa "barca".
I
timori si attenuano mediante la conoscenza: si ha paura, di solito, di
quanto non si conosce.
Cordiali
saluti.
L.B
Egregio
Signore,
i
disturbi da Lei riferiti sono allucinazioni visive. La levodopa è
senz'altro interessata nella genesi del fenomeno, anche se il meccanismo
non è stato ancora completamente chiarito.
Sembra comunque accertata una
eccessiva stimolazione dei recettori dopaminergici post-sinaptici
supersensibili del sistema limbico e di altre aree corticali.
Anche altri neuromediatori quali la serotonina sarebbero implicati, secondo nuove e più
recenti teorie.
La riduzione della dose della levodopa, specie nelle ore
serali e l'aggiunta di farmaci neurolettici che bloccano il recettore dopaminergico sono due alternative terapeutiche facilmente applicabili.
Nel secondo caso, tuttavia, possono peggiorare anche i sintomi motori
della malattia di Parkinson. Recentemente è stato immesso nel prontuario
farmaceutico un neurolettico atipico la Clozapina (nome commerciale
Leponex) che è di notevole aiuto in queste situazioni.
L'efficacia
antipsicotica unita a ridotti effetti collaterali extra-piramidali ne
consigliano l'impiego preferenziale nel morbo di Parkinson.
Va oltremodo
usata con cautela e sotto il diretto controllo dello specialista per la
tendenza a provocare sonnolenza, e talvolta leucopenia (riduzione dei
globuli bianchi nel sangue).
Concludendo, la terapia per il suo disturbo
esiste ed è facilmente attuabile, ma dovrà tuttavia essere decisa dal
suo neurologo di fiducia.
Dr. Augusto Scaglioni
Neurologo-
Ospedale Civile di Fidenza


PARLA
UNA MOGLIE: LA MIA ESPERIENZA
Il
deambulare gli è difficile, lo affligge una stanchezza inspiegabile, ha
lo sguardo attonito, fisso, assente, una pigrizia in contrasto con la sua
personalità attiva, creativa, versatile.
Una
visita neurologica emette una diagnosi inattesa: è morbo di Parkinson.
Il
mondo pare crollargli intorno.
La
malattia è irreversibile.
Per mio marito sembra che non ci sia più
futuro.
Tende
ad isolarsi, si chiude in un silenzio triste, rassegnato che non è
proprio del suo carattere.
Io
con coraggio ed una buona dose di ottimismo, affronto la situazione e mi
impegno per non considerare mio marito un malato.
Lo
esorto a continuare il suo lavoro, riesco a suscitare in lui interessi che
egli aveva in potenza e che il tempo, che egli dedicava con intensità al
suo lavoro, non gli aveva permesso di scoprire e di coltivare.
La
lettura che mio marito ha sempre amato, l'audizione di buona musica,
lunghe passeggiate, insieme, alla scoperta della nostra bella città,
l'incontro con amici, l'accudire alla crescita di un nipotino, sono stati
determinanti, perché mio marito si rendesse conto di poter continuare a
vivere serenamente, seguendo, con fiducia nella sua efficacia, la terapia
scritta da un neurologo valente ed amico.
Ho
vissuto cinquant'anni di vita coniugale; di questi, venti anni sono
trascorsi accanto a mio marito, affetto da morbo di Parkinson; è stata
una esperienza che vorrei continuare a vivere; non ho sentito fatica, ho
scoperto in me possibilità che non credevo di possedere ed in mio marito
doti che ci hanno permesso di vivere più intensamente la nostra vita
coniugale, alla quale l'attività professionale di entrambi non aveva
permesso di dedicare tutto il tempo che avremmo desiderato.
Durante
il periodo della malattia, ci siamo scoperti forse nuovi, migliori; il
nostro affetto si è approfondito, abbiamo riconosciuto dono della
provvidenza l'esserci incontrati, conosciuti ed amati. Abbiamo apprezzato
insieme il grande dono divino della vita che, anche ora, pur nella
solitudine, per me continua nel ricordo di mio marito che mi è sempre
vicino ad ispirare ed a confortare le mie azioni quotidiane.
Un'amica
dell'Unione Parkinsoniani


ARTRITE O MALATTIA DI PARKINSON?
Mi
è stata diagnosticata la malattia di Parkinson nel 1986. A quel tempo
accusavo tremore e indolenzimento alla mano destra oltreché alla spalla.
Seguendo il trattamento farmacologico questi disturbi nel tempo sono
notevolmente migliorati.
Recentemente, però, soffro
di un fastidioso dolore ad entrambe le mani. E’ possibile che sia
artrite? Come si può valutare se questi disturbi sono causati dal morbo
di Parkinson oppure da una artrite? Un metro corretto di valutazione
potrebbe essere fornito dai benefici riscontrati dopo l’assunzione di un
certo tipo di farmaco? In altre parole, se i disturbi scompaiono con
farmaci antinfiammatori, si tratta di una artrite, se invece si ha un
beneficio con un migliore dosaggio di levodopa, allora è Parkinson. E’
giusta questa impostazione?
L’artrite è una patologia che causa dolore alle articolazioni. La
malattia di Parkinson, invece, causa dolori muscolari.
Per valutare
obiettivamente la causa di questi disturbi può essere utile rivolgersi ad
un fisiatra che ponendo il malato in posizione di riposo gli fletterà il
braccio, coinvolgendo nel movimento anche la spalla. Se attraverso questo
movimento il paziente accuserà del dolore, il disturbo probabilmente sarà
dovuto ad una forma di artrite.
Si è, invece, generalmente, di fronte ad un disturbo causato dal morbo di
Parkinson quando il fisiatra, stringendo e comprimendo il muscolo del
paziente, gli provocherà del dolore. Per alleviare un dolore artritico
occorre la somministrazione di farmaci antinfiammatori mentre per
migliorare la rigidità ed i crampi muscolari causati dalla malattia di
Parkinson occorre una adeguata terapia antiparkinson.
Lo specialista dovrà valutare ogni caso obiettivamente, tenendo presente
la propria esperienza poiché ci sono sempre delle eccezioni.
Dr.
Enrico Fazzini APDA


PARKINSON E DIABETE
Mio padre oltre ad essere affetto dalla malattia di
Parkinson è anche diabetico.
Il livello di zucchero nel sangue non è facilmente controllabile.
Il
diabete può peggiorare la funzionalità motoria con l’accentuarsi delle
fluttuazioni motorie (periodi di buona motilità si alternano a periodi di
blocco motorio, discinesie).
Nel diabete, il pericolo maggiore è che il livello dello zucchero nel
sangue si abbassi troppo. Quest’evento può provocare sudorazione,
vertigini indipendentemente da un calo d’efficacia dei farmaci
antiparkinson.
Eccessivi movimenti involontari (discinesie) possono “bruciare” lo
zucchero nel sangue richiedendo una dose maggiore di insulina.
La dieta migliore per il malato parkinsoniano è a basso contenuto di
proteine e ad alto contenuto di carboidrati.
Nel diabete è necessario, invece, eliminare i carboidrati e gli zuccheri
semplici.
Nel caso in cui il malato parkinsoniano sia anche diabetico occorre, prima
di tutto, controllare che il livello dello zucchero nel sangue non diventi
troppo basso. Questa eventualità è molto pericolosa per il malato
diabetico perché potrebbe mettergli a rischio addirittura la propria
vita.
Occorre, quindi, misurare il livello dello zucchero nel sangue molto
accuratamente.
E’ meglio sbagliare presumendo che il malato sia in fase “off”
(blocco motorio) a causa di un abbassamento del livello di zucchero nel
sangue e, quindi, dargli subito alcuni spicchio di arancia piuttosto che
pensare che il blocco motorio sia dovuto alla malattia di Parkinson,
facendogli assumere più levodopa.
I carboidrati complessi (pane, pasta, cereali...) sono il miglior
compromesso nella dieta di questo tipo di malato sebbene debbano essere
consumati in piccola quantità.
Naturalmente è bene che il malato si alimenti con frutta e verdura.
Dr.
Enrico Fazzini APDA


SERA D’AUTUNNO
Camminava lentamente verso casa, non
aveva alcun desiderio di arrivare presto, di ritrovare come sempre
l’atmosfera ovattata e calda che conosceva tanto bene.
Camminava lentamente e si accorgeva che nemmeno stava pensando.
Tutto era
accaduto così in fretta, così inaspettatamente (o no?) che non riusciva
a concentrarsi su nulla di preciso.
Camminava e basta.
La direzione era quella di casa sua, ma era come se
desiderasse non arrivarvi mai.
Eppure sapeva che negli ultimi mesi aveva
sempre più barato con se stesso.
I segni, evidenti, inequivocabili per
chi, come lui, aveva già avuto un amico ammalato, erano là, tutti i
giorni, tutti gli istanti della sua giornata a dirgli che qualcosa era
accaduto.
Gli altri, la moglie, i figli così affettuosi ma così
distratti, non avevano capito.
Sei stanco, ripetevano.
Devi andare in
pensione.
Devi finalmente riposarti.
C’era voluto tutto il suo coraggio
per recarsi da un medico e mettere a nudo quel suo corpo che non
rispondeva più così bene come sempre ai comandi.
Quello che si era
sentito dire non era che la conferma di ciò che ben sapeva. E tante
parole, dalle medicine alla fisioterapia, che non aveva avuto voglia di
ascoltare. Aveva finto attenzione perché, il medico non si vergognasse di
chiedergli dei soldi per una diagnosi che lo sprofondava nel buio.
Camminava lentamente ed ad un tratto decise che era meglio lasciarsi
andare, tornare nella casa calda ed accogliente e non fare più nulla.
Avrebbe lasciato l’ufficio, così almeno non avrebbe più avuto paura di
fare cadere un foglio dalle mani.
La moglie, la cara, devota, infaticabile
compagna di tutta la vita, avrebbe pensato, agito, fatto per lui. Almeno
non ci sarebbero state più decisioni da prendere.
Entrò in casa senza
suonare il campanello.
C’era un insolito silenzio, la radio- sempre
accesa- taceva.
In cucina, sul tavolo, il biglietto.
La figlia era
all’ospedale, le doglie erano arrivate, in frigo era pronta la cena.
D’un tratto mangiare gli sembrò disgustoso e peggio ancora che la
moglie avesse pensato che quello era ciò di cui aveva bisogno in quel
momento.
Un nipotino.
La dolce, inaffidabile, tenera figlia, che tanto lo aveva fatto disperare
per gli studi completati a fatica, per quel marito trovato chissà dove,
stava per dargli un nipotino!
Doveva far presto, prendere l’auto e correre all’ospedale prima che “lui”
(non poteva essere che maschio!) arrivasse.
Mentre si pettinava, si aggiustava la cravatta, guardandosi allo specchio
ebbe davanti a sé per un attimo il viso che aveva mostrato ad un dottore
che l’inchiodava con quella sentenza.
Si i farmaci, si la fisioterapia, si tutto quello che occorreva, ma non
avrebbe ceduto per un attimo alla malattia.
E il lavoro?
Non poteva certo lasciarlo ora: il nipotino avrebbe dovuto avere un nonno
attivo ed efficiente.
Voleva vederlo crescere e non poteva farlo se abbandonava tutto ora.
Scese di corsa le scale e sentì d’un tratto che quella gamba che da tanti
mesi lo tormentava scendeva veloce con lui.
Un episodio di vita raccontato da una socia dell’Unione Parkinsoniani
di Parma

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