
ASPETTI GESTIONALI E PSICOLOGICI DEL PAZIENTE SOTTOPOSTO A
NEUROSTIMOLAZIONE CEREBRALE
Dr.ssa Giorgia Rodolfi -
Psicologa
Clinica Neurologica Ospedale San Paolo di Milano, Gruppo DBS
La
valutazione psicologica del paziente sottoposto a
neurostimolazione cerebrale profonda (DBS) si rivolge ad un
soggetto che ha già una lunga storia di malattia, che si trova
quindi in una fase complicata e che viene indirizzato verso la
terapia chirurgica.
Questa valutazione, effettuata sia attraverso dei test, sia con
colloquio clinico, avviene prima dell’intervento chirurgico e dopo
3 mesi e 12 mesi dall’intervento.
I test riguardano la valutazione della qualità della vita del
paziente, ciò che egli pensa della propria disabilità, gli aspetti
psichiatrici (depressione, ansia) e la personalità del paziente.
Un test che viene da noi utilizzato (il locus of control) misura
quanto il paziente riesce ad attribuire ad una causa interna la
propria prestazione o a quanto, invece, sembra causato dal fato,
dal destino, dalla fortuna. La percezione di una causalità interna
favorisce il paziente che impara a riporre maggior fiducia nelle
proprie potenzialità e ad attivarsi per risolvere in prima persona
i problemi che si presentano.
Il colloquio è semistrutturato, ossia vengono poste domande aperte
riguardanti aree diverse (malattia, famiglia, lavoro, emotività,
ecc.) con lo scopo di conoscere il paziente, per sapere chi è, e
come possiamo aiutarlo in questo cammino.
Per poter effettuare questa valutazione è importante anche che il
paziente sia libero di parlare, di esprimersi.
Può essere significativo, ad esempio, che nel raccontarmi la sua
storia di malattia qualcuno inizi elencando una lunga lista di
farmaci piuttosto che parlare dei sintomi oppure dei problemi
familiari che ha incontrato.
E’ importante anche valutare se è avvenuto un percorso di
accettazione della malattia oppure se il paziente si è lasciato
sopraffare da questa e, ancora, se ha elaborato delle strategie di
coping efficaci al fine di garantirsi una qualità di vita
decorosa.
Anche il tipo di rapporto instaurato con i farmaci e le strutture
sanitarie ci fornisce indicazioni importanti sul paziente.
Il secondo punto che è all’osservazione dello psicologo riguarda
l’ambito familiare.
Si è visto che il tipo di rapporto con la famiglia è
particolarmente importante anche per il successo dell’intervento
chirurgico di neurostimolazione.
Acquista rilevanza sapere com’è organizzata la famiglia del
paziente.
In talune famiglie, ad esempio, il malato è al centro
dell’attenzione e tutto gravita intorno a lui.
Cosa succede? Dopo l’intervento di neurostimolazione si
possono presentare dei momenti di destabilizzazione all’interno
della famiglia poiché devono ricrearsi quei legami, quelle
dinamiche familiari che si erano adattate alle condizioni di
malattia del paziente.
In
generale, le modificazioni indotte dall’intervento possono essere
così importanti da indurre delle alterazioni che alterano gli
equilibri: i ruoli cristallizzati da anni di malattia possono
essere improvvisamente ribaltati e tali cambiamenti possono a
volte essere anche poco accettati; ad esempio, la moglie
infermiera che perde il controllo del marito paziente; oppure il
marito pietoso che al miglioramento della malattia si sente
giustificato ad emanciparsi da una situazione di estrema
dipendenza della moglie paziente; la madre malata che perde la
totale dedizione dei figli infermieri.
Dopo il trattamento chirurgico devono, quindi, venire ricodificati
i ruoli nell’ambito della famiglia e questo non è così automatico,
così semplice come può sembrare. Alcuni studi hanno individuato
nel tipo di rapporto familiare un fattore di rischio nel recupero
fisico del paziente dopo l’intervento di elettrostimolazione che è
al pari di altri fattori di rischio più comuni come l’età, le
malattie concomitanti, la presenza di patologie psichiatriche.
Tra i fattori familiari che possono influenzare negativamente la
ripresa fisica del paziente vengono segnalati la rigidità del
sistema familiare, il perfezionismo, l’isolamento (le famiglie che
si isolano, che non hanno più dei legami extrafamiliari...) oppure
fattori stressanti esterni.
I fattori positivi portati dalla famiglia sono invece il sostegno
reciproco, la sintonia, l’organizzazione chiara della famiglia, la
comunicazione diretta e anche il senso di appartenenza.
Per quanto riguarda, invece, l’emotività, è necessario conoscere
“come si sente il paziente in quel momento”, se è presente
depressione, se è ansioso oppure apatico e svogliato.
In ambito lavorativo: se ha dovuto rinunciare al lavoro
oppure ai suoi hobby (ad esempio: se il paziente non riesce più a
fare l’uncinetto, può soffrire anche di questo). E’ facile intuire
che se il malato costituiva un’importante fonte di reddito per la
famiglia possono insorgere anche problemi di ordine economico.
Ottenute queste informazioni possiamo dire di avere un quadro
completo della persona che a noi si rivolge per i suoi disturbi
del movimento, ma che il più delle volte fa trapelare
insoddisfazioni latenti legate alle esperienze di vita rese
particolarmente difficili dalla convivenza di una malattia così
invalidante.
L’attenzione dello psicologo rispetto a quella del medico è quindi
posta più sui vissuti di malattia che non sullo stato di malattia.
Ma come sempre, quando si fanno degli studi di questo tipo, forse
sono più i dubbi e le perplessità che emergono che non le
certezze. Nelle nostre ricerche abbiamo cercato di individuare
alcuni aspetti determinanti nel creare le condizioni ottimali
affinché i pazienti potessero trarre il maggior beneficio dalla
terapia chirurgica.
Uno
di questi riguarda le aspettative che, come ovvio, devono
mantenersi il più possibile aderenti alla realtà. Spesso i
pazienti si aspettano di risolvere con la DBS dei problemi che
vanno al di là delle possibilità concrete o che poco hanno a che
fare con essa (ad esempio, i problemi di coppia).
Come già accennato anche la percezione di una causa interna e
controllabile relativa al risultato delle proprie prestazioni
favorisce l’ammalato che tende così ad impegnarsi in prima
persona.
Abbiamo inoltre definito "senso d’impotenza appreso" il
condizionamento che si verifica quando il paziente si trova
nell’impossibilità di reagire a stimoli avversi (blocco motorio).
Nei lunghi anni di malattia numerosi pazienti imparano a
rinunciare alla ricerca di una via d’uscita e fanno fatica a
liberarsi da questi condizionamenti e dal senso di sfiducia che li
accompagna.
C’è poi l’elaborazione del lutto di malattia. Come dicevo prima,
nelle famiglie, soprattutto centrate sul malato ossia che
gravitano intorno al malato, si possono verificare degli
sconvolgimenti quando questo non ha più determinate
caratteristiche. E abbiamo definito the border of normality, il
peso della normalità, la difficoltà che incontrano i pazienti a
riadattarsi alla vita normale, soprattutto in coloro che sono
stati costretti a rinunciare alla famiglia, all’amicizia, ad avere
un ruolo. Questo suggerisce di non ritardare troppo la decisione
di sottoporsi a questo tipo di terapia chirurgica anche per non
arrivare a restituire una buona motilità ad una persona che non sa
più come utilizzarla, che non è più in grado di utilizzarla.
Vorrei leggere proprio per sintetizzare questo aspetto un breve
passo tratto da un colloquio che ho avuto con una paziente
operata, dopo tre mesi dall’intervento. L’intervistatrice chiede:
"... quindi, non deve più sdraiarsi sul tappeto come mi raccontava
e aspettare che passi il blocco". La paziente: "no, no, ormai il
pavimento non lo conosco più.
Prima
vivevo più ore sul pavimento che su
una sedia, invece attualmente
no.
Adesso dormo molto di più, molto di più, il perché non lo
so, è come se mi fossi concessa un periodo per rifarmi del sonno
perduto, non so, è qualcosa, è un meccanismo che è scattato, devo
riposare, soprattutto dopo pranzo, non vedo l’ora dell’ultimo
boccone per andare subito a dormire e non voglio sentire nessuno.
Prima no, era tutto un chiacchierare anche perché mi sembrava che
chiacchierare mi sbloccasse anche psicologicamente, invece adesso
sono molto tranquilla, riesco a dormire e le mie ore le faccio e
le faccio molte di più, prima su 36 ore riuscivo a dormire si e no
tre o quattro ore".
E’ abbastanza indicativo.
Ci sentiamo, quindi, di fornire questi
suggerimenti:
- preparare all’intervento non solo il paziente ma anche la
famiglia;
- coinvolgere la famiglia;
- informare con delle indicazioni chiare che l’intervento non è un
miracolo ed evitare di fornire false aspettative.
Può essere più opportuno cercare di prevedere, in base alle
caratteristiche di quel paziente, quali risultati possibili
potranno essere raggiunti con l’intervento.
E’ inoltre molto importante preparare ad un incontro con altre
persone già sottoposte a stimolazione per un confronto diretto e
per sciogliere eventuali dubbi.
- In fase postoperatoria è auspicabile accompagnare l’assistito in
questo cammino.
E’, infatti, necessario un periodo di assestamento, di
stabilizzazione che può durare anche dai tre ai sei mesi dopo
l’intervento.
Occorre guidare, accompagnare il paziente anche dopo l’impianto
degli elettrodi, in questa fase abbastanza delicata che richiede
la collaborazione di tutti (paziente, familiari, medici).
La collaborazione, abbiamo visto, è necessaria in fase operatoria,
in sala operatoria ma anche dopo.
Il
paziente è il veicolo principale per il neurologo che deve capire
quali sono gli effetti dovuti all’intervento e ciò che, per
esempio, non è collegato ad esso, oppure, ancora, cercare di
preparare il paziente a sapere valorizzare i benefici, senza
soffermarsi e focalizzare l’attenzione solo sui sintomi residui.
E concludo brevemente proprio con le parole di un paziente operato
da tre mesi che dice: “ Il buon risultato dell’intervento non è
dovuto solo a me e al mio comportamento, sì è dovuto al mio
comportamento, ma io sono stato supportato da due fattori molto
importanti: primo, perché voi mi avete spiegato tutto per bene, in
maniera che fossi cosciente anche dei problemi che potevano
insorgere; secondo, il supporto che avete dato alla mia famiglia,
a mia moglie e ai miei figli che hanno collaborato alla grande”.
